Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

giovedì 4 giugno 2026

In Illo Tempore: Domenica della Santissima Trinità

Nella nostra traduzione da OnePeterFive la consueta  circostanziata e profonda meditazione di P. John Zuhlsdorf, che ogni settimana ci consente di mantenere il cuore aperto ai tesori di grazia ricevuti nella celebrazione domenicale precedente qui e continuare viverli con più efficacia.

In Illo Tempore:
Domenica della Santissima Trinità


Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma che il mistero della Santissima Trinità è “il mistero centrale della fede e della vita cristiana. È il mistero di Dio in Se stesso” (CCC 234).

Quella frase dovrebbe far sì che qualsiasi predicatore, nella domenica della Trinità, respiri profondamente prima di dire qualunque cosa. Vogliamo fare le cose per bene stavolta. Gli altri misteri della nostra fede riguardano ciò che Dio ha fatto e continua a fare: la Creazione, la Redenzione, la Santificazione, l’Incarnazione, la Passione, i Sacramenti, la Chiesa, le realtà ultime. Oggi invece fissiamo lo sguardo, per quanto la grazia lo consenta, su Colui Che agisce: Dio nella Sua vita intima, Padre, Figlio e Spirito Santo, un solo Dio in tre Persone divine.

Ci fu un tempo in cui questa domenica dopo Pentecoste, nell’ordinamento romano, era liturgicamente piuttosto vuota, perché la notte tra il Sabato delle Quattro Tempora e la mattina era occupata dalla veglia nella Basilica di San Pietro. Nel 1334, tuttavia, Giovanni XXII, secondo e più longevo dei papi di Avignone, estese la festa della Santissima Trinità alla Chiesa universale. Giovanni XXII fu una figura complessa. Centralizzò il potere nella propria persona, contribuendo a indurre Guglielmo di Ockham a scrivere contro le pretese papali illimitate, e predicò anche un’opinione errata sulla visione beatifica, che ritrattò prima della morte. Canonizzò inoltre San Tommaso d’Aquino e potrebbe aver composto l’Anima Christi: “Anima di Cristo, santificami, Corpo di Cristo, salvami, Sangue di Cristo, inebriami.” Insomma, Giovanni XXII non fu del tutto negativo.

La festa si trova esattamente dove dovrebbe essere. La Pentecoste è giunta. Il Figlio, dopo essere asceso liturgicamente al Padre, ha inviato liturgicamente il Paraclito. Lo Spirito della Verità è disceso. Ciò che era stato prefigurato nell’Antico Testamento, rivelato nell’Incarnazione, manifestato nel Battesimo del Signore e appena accennato nelle parole e nelle opere di Cristo, è ora confessato apertamente dalla Santa Chiesa. La domenica dopo Pentecoste è dunque dedicata all’adorazione riconoscente del Dio trino. Pius Parsch lo ha espresso bene: “La festa di Pentecoste conduce logicamente alla contemplazione della divina Trinità, il cui mistero è ormai stato rivelato.” Il beato Ildefonso Schuster è ancora più esplicito:
La dottrina di un solo Dio in tre Persone segna il vertice più sublime della scienza teologica e conferisce ai seguaci di Cristo una perfezione e una dignità di un ordine così alto che si può veramente dire che questo dogma costituisce l’onore, la gloria e la salvezza della Chiesa.
La salvezza della Chiesa. È un’espressione forte. La Trinità non è un enigma teologico per uomini con troppo tempo e troppi libri. La Trinità è il mistero di Dio stesso, e quindi la fonte, la misura e il fine di ogni mistero salvifico. Non si parte da noi stessi. Si parte da Dio. Non si parte dai nostri progetti, comitati, ansie o slogan ecclesiastici. Si parte dal Padre Che genera eternamente il Figlio, e dallo Spirito Santo Che procede dal Padre e dal Figlio, un solo Dio, una sola essenza divina, tre Persone reali, coeterne, coeguali, consustanziali.

Sant’Agostino ammonisce dicendo che dovrebbe essere scritto sopra ogni pulpito nella domenica della Trinità: “Si enim comprehendis, non est Deus.” “Se infatti lo comprendi, non è Dio” (s. 117, 3.5). Il Dottore della Grazia continua: “Attingere in qualche misura Dio con la mente è grande beatitudine; comprenderlo invece è del tutto impossibile.”

Perciò ci avviciniamo a questo mistero come Mosè in Esodo 33, avanzando verso la fessura della roccia. Possiamo toccare. Possiamo gustare e vedere. Possiamo confessare. Possiamo adorare. Non potremo mai dominare. Dio non è mai un oggetto catturato dalla mente. È il Dio vivente davanti al quale la mente viene purificata, ampliata, umiliata ed elevata.

L’introito della Messa già offre la grammatica giusta del giorno mentre il sacerdote avvolge l’altare nel fumo dell’incenso:
Benedícta sit sancta Trínitas atque indivísa Unitas: confitébimur ei, quia fecit nobíscum misericórdiam suam. Dómine, Dóminus noster, quam admirábile est nomen tuum in univérsa terra!

Sia benedetta la santa Trinità e l’indivisa Unità: la glorificheremo, perché ha mostrato a noi la Sua misericordia. Signore, nostro Signore, quanto è mirabile il Tuo Nome su tutta la terra!
Si noti l’ordine. Prima la benedizione, poi la confessione. Poi la gloria. Con queste prime introduzioni ordinate, ci togliamo i sandali dai piedi come Mosè davanti al roveto ardente. È un giorno di teologia, certamente, perché la fede è intelligibile e Dio ha rivelato la verità. Ma è ancora più profondamente un giorno di culto. Come vediamo sempre più spesso nel nostro tempo, ahimè, la teologia che non si inginocchia diventa pericolosa. La domenica della Trinità esige l’unione di entrambe: dottrina adorante, adorazione dottrinale. Purtroppo molte delle nostre chiese sono infettate da un’attività cultuale senza dottrina. Stiamo lentamente annegando, come cattolici, nello sciroppo vischioso del sentimentalismo. La corda di salvezza per uscire da questa vasca appiccicosa di autoaffermazione è davanti agli occhi di tutti. Pochi di coloro che hanno responsabilità hanno la volontà di afferrarla, di prenderla con mani ormai indebolite. Sarebbe un po’ doloroso per muscoli cattolici a lungo atrofizzati tirare fuori il gregge da un pericolo più insidioso dei lupi. Richiederebbe che alcuni riconoscano: “Abbiamo sbagliato”.

La colletta della festa è una di quelle preghiere romane che dicono tutto con una quasi severa economia:
Omnipotens sempiterne Deus, qui dedisti famulis tuis, in confessione verae fidei, aeternae Trinitatis gloriam agnoscere, et in potentia maiestatis adorare Unitatem: quaesumus; ut, eiusdem fidei firmitate, ab omnibus semper muniamur adversis.

Dio onnipotente ed eterno, che hai concesso ai tuoi servi, nella professione della vera fede, di riconoscere la gloria della Trinità eterna e di adorarne l’Unità nella potenza della maestà: Ti supplichiamo affinché, nella fermezza della medesima fede, siamo sempre difesi da tutte le avversità.
Si noti il realismo. Chiediamo di essere difesi “ab omnibus semper adversis”, da tutte le avversità sempre. Esistono avversità. Esistono nemici spirituali. Esistono tentazioni, ferite, confusioni, paure, vanità, peccati, cattive idee, abitudini peggiori e la continua erosione della distrazione. La dottrina della Trinità è armatura. La fermezza della vera fede ci difende. La Santissima Trinità che abita nell’anima in stato di grazia è potenza. Il Padre adotta. Il Figlio incorpora. Lo Spirito Santo abita e santifica. Siamo introdotti in una relazione con Dio che nessuna creatura avrebbe potuto immaginare, tanto meno esigere. Nessuno avrebbe potuto inventarlo. È rivelato da Dio.

L’Epistola, Romani 11,33-36, sale come incenso in pura dossologia:
O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio:
quanto sono incomprensibili i Suoi giudizi
e imperscrutabili le Sue vie!
Chi ha conosciuto il pensiero del Signore?
O chi è stato Suo consigliere?
O chi Gli ha dato per primo,
così che gli debba essere ricompensato?
Poiché da Lui, per mezzo di Lui e in Lui sono tutte le cose:
a Lui la gloria nei secoli. Amen.
Paolo è stato ammutolito dalla maestà e poi reso eloquente dal culto. Guarda nell’abisso della sapienza di Dio e si inchina. Questo è ciò che la liturgia sacra ci educa a fare. Stiamo in piedi, ci inchiniamo, ci inginocchiamo, battiamo il petto, ci segniamo, ascoltiamo, rispondiamo, adoriamo. Siamo creature frammentate in un’epoca di frammenti. Il culto ci raccoglie. La virtù della religione ci lega correttamente a Dio, rendendoGli ciò che Gli è dovuto: adorazione, riverenza, obbedienza, sacrificio, lode.

San Tommaso d’Aquino insegna nella Summa Theologiae che “religio proprie importat ordinem ad Deum” (ST II-II, q. 81, a. 1). Dice anche: “religio est quaedam virtus” (a. 2). Con la giustizia diamo alle persone create ciò che è loro dovuto. Con la religione diamo a Dio ciò che è Suo. Dio è personale, anzi tre Persone divine Che possiedono un’unica essenza divina, sebbene la personalità divina trascenda infinitamente quella creata. La virtù della religione modella quindi la liturgia, la preghiera, il sacrificio, la postura, il silenzio, il canto, l’obbedienza e la devozione interiore senza la quale gli atti esterni diventano vuoti. Il culto vero nasce dalla vera conoscenza. Nessuna conoscenza è più alta della conoscenza di Dio come Trinità.

L’ultima frase di Romani 11, “ex Ipso et per Ipsum et in Ipso”, riecheggia nel Canone Romano. Alla dossologia il sacerdote eleva l’Ostia e il Calice: “Per Ipsum, et cum Ipso, et in Ipso… omnis honor et gloria.” Il termine greco doxa significa gloria; una dossologia è un atto di glorificazione. La Messa culmina nella gloria offerta al Padre, per mezzo del Figlio, nello Spirito Santo. C’è una qualità velatamente trinitaria nella frase di Paolo. Il Padre è origine, “ex Ipso”. Il Figlio è mediazione, “per Ipsum”. Lo Spirito è inabitazione e compimento, “in Ipso”. Bisogna fare distinzioni. Qui distinguit bene docet: insegna bene chi sa distinguere. Le opere esterne della Trinità sono indivise, perché le tre Persone sono un solo Dio. Creazione, Redenzione e Santificazione sono opere dell’unica potenza divina. Tuttavia la Chiesa appropria convenientemente la Creazione al Padre, la Redenzione al Figlio e la Santificazione allo Spirito Santo, poiché queste opere si armonizzano con le relazioni personali: il Padre come origine, il Figlio come Logos e Sapienza, lo Spirito come Amore e Dono.

Nel mistero dell’Unità e della Trinità di Dio crediamo che da tutta l’eternità, prima della creazione materiale e fuori dal tempo, l’unico Dio conosca e ami perfettamente Se stesso. Il Padre genera eternamente il Figlio, Suo Verbo perfetto, che contiene tutto ciò che Egli è. Il Verbo non è un’eco creata, né uno strumento, né un essere inferiore. Il Verbo possiede tutto ciò che possiede il Padre: essere, onniscienza, onnipotenza, verità, bellezza e personalità divina. Così da tutta l’eternità vi sono Padre e Figlio, Generante e Generato, vero Dio da vero Dio. Non vi fu mai un tempo in cui il Figlio non fosse.

Il Padre e il Figlio si conoscono e si amano eternamente. Il loro amore è un dono perfetto di Sé, perfettamente dato e perfettamente ricevuto. Poiché questo Dono è divino, possiede tutto ciò che possiedono il Padre e il Figlio: essere, onniscienza, onnipotenza, verità, bellezza e personalità. Perciò da tutta l’eternità vi sono tre Persone divine distinte che possiedono un’unica natura indivisibile: Padre, Figlio e Spirito Santo, perfetto Dono d’Amore tra Loro. Qui il linguaggio si spezza. Le analogie zoppicano. Le parole umane si inchinano sotto il peso della realtà divina. Il monito di Agostino ritorna: se comprendi, non è Dio.

Per questo l’analogia comune della Trinità può essere più pericolosa che utile. Tre candele intrecciate con una fiamma? Le Persone sembrano avere lo stesso ruolo. Un uovo con guscio, albume e tuorlo? Si finisce per dividere Dio in parti. L’acqua come ghiaccio, liquido e vapore? Il modalismo entra sorridendo. Il sole con calore, luce e movimento? Un albero con radici, tronco e rami? Tre dimensioni dello spazio? Si può forse salvare qualche frammento con molte distinzioni e molte note a piè di pagina, abbastanza da svuotare due volte la chiesa. Meglio dire ciò che dice la Chiesa: vi sono tre Persone nella divinità: Padre, Figlio e Spirito Santo. Ciascuna Persona è veramente Dio. Le tre Persone sono un solo Dio. Differiscono tra Loro solo per relazione personale, mai per essenza. Il Padre non è generato. Il Figlio è generato dal Padre. Lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio.

Il Vangelo ci dà la formula trinitaria di Cristo stesso. Dopo la Risurrezione, gli undici vanno sul monte in Galilea. Le teofanie avvengono sui monti. Il Signore Risorto appare e Matteo dice che Lo adorarono, anche se “alcuni dubitarono”. Questo dettaglio è stranamente consolante. Sono gli Apostoli. Il Signore ha vinto la morte. Può attraversare porte chiuse e mostrare le Sue ferite. Eppure alcuni faticano ancora. Quanto più dovremmo essere grati per due millenni di riflessione, santi, concili, liturgia, miracoli e dottrina.

Poi Cristo dice: “Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra. Andate dunque, ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel Nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato; ed ecco, Io Sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,18-20). La parola “Trinità” non si trova nella Scrittura, ma la dottrina vi è contenuta, rivelata e poi nominata dalla Chiesa. Nel Battesimo del Signore, il Figlio è nel Giordano, lo Spirito discende come colomba, il Padre parla dal cielo. Alla fine di Matteo, Cristo comanda il battesimo “nel Nome” (singolare) del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Un solo Nome, tre Persone. Unità e Trinità. Trinità e Unità.

Con il battesimo siamo introdotti nella vita divina. Noi, immagini di Dio ferite dal peccato, siamo inseriti in una nuova relazione con il Dio trino. Diventiamo figli adottivi del Padre celeste. Siamo resi membri del Figlio, nostro Signore Gesù Cristo, nel Corpo Mistico che è la Santa Chiesa da Lui fondata. Lo Spirito Santo diventa nostra dimora, così che le Persone divine sono presenti a noi e in noi, informando ciò che siamo, facciamo e diciamo. La nostra appartenenza alla Chiesa apre la via a una relazione eterna di gloria e lode con la Trinità. La salvezza è trinitaria dall’inizio alla fine.

Questo ci porta a uno degli atti trinitari più ordinari che compiamo: il segno della croce. Lo facciamo perché i cristiani lo hanno sempre fatto. Tertulliano, uno dei primi scrittori cristiani latini, testimonia:
A ogni passo e movimento, all’andare e al venire, nel vestirsi, nel calzare le scarpe, nei bagni, a tavola, alle lampade, ai letti, alle sedie, in qualunque occupazione, segniamo la fronte con il segno della croce (De corona, 3).
C’è un’intera antropologia cattolica in quel gesto. Il piccolo segno della croce si compie con il pollice su fronte, bocca e petto. Segniamo la testa, principio e parte principale del corpo, nel nome del Padre. Segniamo la bocca, fonte della parola, nel nome del Figlio, Verbo eterno. Segniamo il cuore, sede della carità e dell’amore sacrificale, nel nome dello Spirito Santo. Rinnoviamo l’intenzione che pensieri, parole e opere siano graditi a Dio, utili alla salvezza e edificanti per il prossimo.

La grande croce latina si compie dalla fronte al petto, poi da spalla a spalla, come fanno i cattolici romani, da sinistra a destra. Il movimento verticale ricorda che il Figlio è disceso dal Padre nell’Incarnazione. Il movimento orizzontale ricorda che lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio. Innocenzo III, nel De sacro altaris mysterio, offre spiegazioni simboliche dei movimenti della mano, incluso il passaggio da sinistra a destra come segno della salvezza che passa dai Giudei alla Chiesa. Anche lo spostamento del Messale dal lato dell’Epistola a quello del Vangelo è stato interpretato in modo analogo. I nostri gesti non sono vuoti quando sono informati dalla fede. Sono catechismi corporei.

Anche San Giovanni Evangelista, nell’iconografia sacra, è spesso rappresentato mentre benedice un calice da cui esce un serpente o un piccolo drago. Secondo l’antica tradizione, quando dei nemici tentarono di avvelenarlo, egli benedisse il calice e il veleno fu reso innocuo. C’è un incentivo a dire la preghiera prima dei pasti. Fate il segno della croce. Benedite il vostro cibo. Appartenete alla Trinità. Comportatevi di conseguenza.

Il cosiddetto Credo Atanasiano, il Quicumque vult [vedi], dà alla festa il suo carattere cattolicamente rigoroso. Non fu scritto da Sant’Atanasio, anche se a lungo gli fu attribuito. Gregorio Nazianzeno parla di una confessione trinitaria associata ad Atanasio, e il nome rimase. La prima parte è trinitaria, la seconda cristologica. L’inizio è meravigliosamente urtante per le orecchie moderne, ma medicalmente salutare per le anime:
Chiunque voglia essere salvato, … prima di tutto è necessario che tenga la fede cattolica: la quale fede, se uno non la custodirà integra e inviolata, senza dubbio perirà eternamente. E la fede cattolica è questa: che veneriamo un solo Dio nella Trinità e la Trinità nell’Unità, senza confondere le Persone né dividere la sostanza.
Ecco. Né confondere le Persone, né dividere la sostanza. Nessun modalismo. Nessun triteismo. Nessun sentimentalismo. Nessuna analogia approssimativa in cui Dio diventa un uovo, una pozzanghera, un comitato o un diagramma parrocchiale mal riuscito:
Poiché una è la Persona del Padre, un’altra quella del Figlio, un’altra quella dello Spirito Santo: ma la divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo è una sola, la gloria uguale, la maestà coeterna.
Cercatelo e leggetelo ad alta voce nella domenica della Trinità [qui]. Fate il segno della croce prima e dopo. Lasciate che le parole plasmino la mente. Lasciate che la dottrina rafforzi la spina dorsale. Lasciate che la gloria faccia tacere il commentatore interiore inquieto. Viviamo in un’epoca di distrazione, frammentazione e ateismo pratico, anche tra coloro che parlano religiosamente. La festa della Santissima Trinità è una correzione. Al cuore della realtà vi è un solo Dio in tre Persone, conoscenza infinita, amore infinito, vita infinita. Da Lui, per mezzo di Lui e in Lui sono tutte le cose. A Lui la gloria nei secoli. Amen.
Padre John Zuhlsdorf – 31 maggio 2026

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