«Dobbiamo andare avanti»: Papa Leone e la situazione di stallo nella Fraternità Sacerdotale San Pio X.
Dom Alcuin Reid
Le dichiarazioni rilasciate martedì sera dal Santo Padre in merito alle consacrazioni episcopali annunciate dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X rappresentano la prima volta in cui il Papa in persona si è pronunciato sulla questione. Certo, le sue parole sono state una breve risposta a una domanda giornalistica apparentemente improvvisata, ma la risposta di Sua Santità è al tempo stesso concisa e illuminante.
Papa Leone sembrava quasi rassegnato all'inasprimento della divisione: «Stiamo valutando la possibilità di rivolgere un altro appello, dicendo: "Non fatelo. Cerchiamo di vivere la comunione nella Chiesa", ma la scelta è loro. Devono capire cosa significa per loro e per la Chiesa». Questo probabilmente riflette il pensiero dei consiglieri del Santo Padre: tra loro sembra esserci poca speranza di superare l'impasse. Sembrano semplicemente prepararsi freddamente a dichiarare la pena canonica della scomunica e forse uno scisma.
È comprensibile. Le comunicazioni piuttosto brusche tra il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede e il Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, avvenute nel febbraio di quest'anno, non hanno fatto molto per aprire le porte o per dare speranza che si sarebbero aperte a breve. Da allora, entrambe le parti sembrano aver semplicemente continuato come al solito, preparandosi al 1° luglio e a tutto ciò che probabilmente ne conseguirà, con un'efficienza quasi fatalistica.
Eppure il Santo Padre ha anche affermato che «la divisione tra i cristiani è sempre una questione dolorosa». Per l'uomo la cui stessa vocazione è quella di essere «la fonte e il fondamento perpetui e visibili dell'unità sia dei vescovi sia di tutta la comunità dei fedeli» ( Catechismo della Chiesa Cattolica, 882), questo è più che un'eufemismo. Tale divisione è una catastrofe ecclesiale – niente di meno che una nuova ferita nel Corpo di Cristo, e non qualcosa da accettare semplicemente come inevitabile. Come scrisse Papa Benedetto XVI nel tentativo di sanare tale divisione:
Papa Leone ha lamentato che la Fraternità Sacerdotale San Pio X «si rifiuta di accettare certi elementi fondamentali della Chiesa, a cominciare da diversi punti del Concilio Vaticano II» – ed è proprio qui che si presenta l'impasse. Infatti, a febbraio il Dicastero per la Dottrina della Fede ha sottolineato come la questione dei «diversi gradi di adesione richiesti dai vari testi del Concilio Ecumenico Vaticano II e dalla loro interpretazione» sia cruciale per individuare «i requisiti minimi per la piena comunione con la Chiesa cattolica».
Il problema sta nel confondere “certi elementi fondamentali della Chiesa” con “vari punti del Concilio Vaticano II” e, con il massimo rispetto per il Santo Padre – la cui sincerità non è in discussione – e i suoi collaboratori, lo sforzo aggiuntivo richiesto oggi è quello di tracciare finalmente la necessaria distinzione tra i due. Vale a dire, dobbiamo essere assolutamente chiari sul fatto che gli “elementi fondamentali della Chiesa” sono quelli che un neoconvertito deve accettare quando dice “Credo e professo tutto ciò che la santa Chiesa cattolica crede, insegna e proclama essere rivelato da Dio” – niente di più, niente di meno. Nessuno ha il diritto di pretendere di più. Nessuno può permettere di meno.
Gli “elementi fondamentali della Chiesa” si trovano negli insegnamenti della Sacra Scrittura, nelle definizioni dogmatiche dei concili ecumenici della Chiesa, nei Credi e negli insegnamenti infallibili dei Papi in materia di fede e di morale. Questi sono i requisiti minimi per essere in comunione con l'unica e vera Chiesa Cattolica fondata da Cristo. Nelle parole di San Paolo, la Sacra Liturgia ci insegna nell'epistola della Messa votiva per l'Unità della Chiesa che “vi è un solo corpo e un solo Spirito, come anche siete stati chiamati all'unica speranza della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, attraverso tutti e in tutti” (Ef 4,3-7). Questi sono gli “elementi fondamentali della Chiesa”.
Come sappiamo fin troppo bene dalla storia della Chiesa, ci sono molti altri aspetti della vita ecclesiastica, ieri come oggi, tutt'altro che fondamentali e sui quali i cattolici possono legittimamente avere opinioni diverse. Le politiche papali all'epoca delle Crociate erano corrette? La Chiesa avrebbe dovuto condannare e bruciare Giovanna d'Arco? La risposta alla Riforma protestante o alla Rivoluzione francese avrebbe dovuto essere diversa? La Santa Sede sta gestendo in modo appropriato la crisi della Chiesa in Germania? [E in Cina? -ndT]. L'elenco potrebbe continuare all'infinito.
Oggi, la questione è se le autorità ecclesiastiche possano finalmente ammettere che le politiche e gli orientamenti pastorali del Concilio Vaticano II (la politica di aggiornamento, o rinnovamento della Chiesa, come è stata chiamata) siano proprio questo: giudizi prudenziali formulati in un determinato periodo storico (ormai più di 60 anni fa) e non dottrine della fede cattolica "che la santa Chiesa cattolica crede, insegna e proclama come rivelate da Dio". Le politiche del Vaticano II e le loro spesso mutate applicazioni non costituiscono un "super dogma" al quale si debba aderire per essere cattolici. Il Credo che cantiamo a Messa non inizia con Credo in concilium Vaticanum secundum... ma con Credo in unum Deum...
Non è una richiesta da poco, poiché tre generazioni di clero e fedeli si sono formate partendo dal presupposto che si debba credere incondizionatamente in quelle politiche pastorali e in tutto ciò che esse rappresentano. Vite sono state vissute e carriere costruite su queste fondamenta. I cosiddetti "negazionisti del Concilio Vaticano II" sono stati emarginati e ignorati per decenni.
Quando qualcuno chiede se la Fraternità Sacerdotale San Pio X o qualche altra persona o gruppo "accetta il Concilio Vaticano II", cosa sta chiedendo in realtà? Che si sia svolto? Nessun problema. Che sia stato un concilio ecumenico validamente convocato dalla Chiesa cattolica? Anche questo non è un problema. Che la persona o il gruppo ne accetti le definizioni dogmatiche? Ancora una volta, non c'è alcuna difficoltà: il Concilio Vaticano II non ha formulato definizioni dogmatiche, vale a dire che non ha insegnato né proclamato nulla di nuovo, rivelato da Dio, che tutti i cattolici debbano condividere. Se lo avesse fatto, l'accettazione di questi insegnamenti sarebbe stata una condizione minima per la piena comunione con la Chiesa cattolica. Ma non l'ha fatto.
In realtà, la domanda che ci si pone è se un gruppo o un individuo accetti o meno le politiche e gli orientamenti pastorali autorevolmente adottati dal Concilio all'inizio degli anni '60 o, più spesso, se l'attuazione post-conciliare delle politiche conciliari (che spesso differiscono significativamente dalle intenzioni dei Padri conciliari del Vaticano II) sia accettata come indiscutibilmente vincolante. Questo per dirla in modo gentile. La realtà è che da tempo qualsiasi mancanza di docilità, o qualsiasi domanda critica, sulle politiche conciliari e sulla loro attuazione è stata condannata come l'imperdonabile eresia moderna di "non accettare il Vaticano II".
Il rispetto è dovuto alle politiche e agli insegnamenti non definiti di un concilio ecumenico, certamente, ma si può liberamente mettere in discussione la saggezza dei giudizi prudenziali di qualsiasi concilio generale della Chiesa senza negare nulla di ciò che "la santa Chiesa cattolica crede, insegna e proclama essere rivelato da Dio", siano essi giudizi sulla politica in materia di libertà religiosa, sul desiderio di riforma della liturgia, su un'ingenua e idealistica apertura al mondo moderno, sul desiderio di ecumenismo, o su qualsiasi altra cosa. In tutti questi ambiti, come in altri, si riscontrano differenze significative, se non addirittura deviazioni sostanziali, rispetto alle posizioni sfumate adottate al Concilio e alla loro successiva interpretazione e attuazione.
Con il senno di poi e l'esperienza di 60 anni, un cattolico fedele potrebbe persino suggerire che sia giunto il momento di rivedere, abbandonare o riallocare alcune di queste politiche per l'urgente bene della Chiesa e la salvezza delle anime. Ma no. Per molti ecclesiastici, in particolare i vescovi, questo è semplicemente impensabile. Tradirebbe tutto ciò in cui credono e per cui hanno lavorato per tutta la vita. Credo in concilium Vaticanum secundum... è davvero il loro credo.
Il Santo Padre è senza dubbio in grado di apprezzare questa distinzione, ma le persone che lo circondano potrebbero avergli offuscato la comprensione della sua cruciale importanza, soprattutto in questo momento. In verità, infatti, solo il Papa, in quanto Scriba del Regno dei Cieli che attinge dal suo tesoro cose nuove e vecchie a suo tempo (cfr. Mt 13,52), può chiarire una volta per tutte la natura pastorale del Concilio Vaticano II e di tutte le sue politiche e orientamenti, e permettere la loro tanto attesa e rispettosa valutazione critica, con la libertà di coscienza e di espressione che è diritto di tutti i fedeli.
Sarebbe una mossa coraggiosa. Potrebbe essere vista, per certi versi, come una capitolazione, senza però pretendere nulla dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X o da altri che, a volte, hanno contribuito a creare un clima di accusa e sfiducia con parole e azioni inopportune. La Fraternità San Pio X deve evitare di diventare un ghetto o di presentarsi come l'unico arbitro della Verità, pur avendo cercato semplicemente di preservare la vita e l'insegnamento cattolico tradizionale nella loro integrità. Non c'è posto per le sette nella comunione della Chiesa.
La netta distinzione tracciata dal Santo Padre potrebbe essere vista anche come un vero e proprio atto pastorale di un buon pastore, che cerca le pecore smarrite nella speranza di ricondurle all'unico ovile della Chiesa. Se è vero che, in passato, «nei momenti critici in cui si verificavano divisioni, i capi della Chiesa non fecero abbastanza per mantenere o ristabilire la riconciliazione e l'unità», allora abbiamo certamente «l'obbligo oggi di fare ogni sforzo affinché tutti coloro che desiderano veramente l'unità possano rimanervi o raggiungerla di nuovo».
Martedì il Santo Padre ha concluso il suo intervento dicendo: «Se [la Fraternità Sacerdotale San Pio X] farà queste scelte [di rifiutare alcuni punti del Concilio Vaticano II], mi dispiace. Ma dobbiamo andare avanti». Preghiamo, digiuniamo e lavoriamo in ogni modo possibile affinché possiamo tutti progredire in quell'unità di fede che cantiamo nel Credo, liberi da qualsiasi esagerazione sulla natura o sulle politiche del Concilio Vaticano II. E imploriamo con fervore il Cielo con le nostre preghiere affinché il Santo Padre riceva le grazie particolari di cui ha bisogno per essere veramente la «fonte e il fondamento visibile dell'unità» nella Chiesa in questo momento di crisi.
Papa Leone sembrava quasi rassegnato all'inasprimento della divisione: «Stiamo valutando la possibilità di rivolgere un altro appello, dicendo: "Non fatelo. Cerchiamo di vivere la comunione nella Chiesa", ma la scelta è loro. Devono capire cosa significa per loro e per la Chiesa». Questo probabilmente riflette il pensiero dei consiglieri del Santo Padre: tra loro sembra esserci poca speranza di superare l'impasse. Sembrano semplicemente prepararsi freddamente a dichiarare la pena canonica della scomunica e forse uno scisma.
È comprensibile. Le comunicazioni piuttosto brusche tra il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede e il Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, avvenute nel febbraio di quest'anno, non hanno fatto molto per aprire le porte o per dare speranza che si sarebbero aperte a breve. Da allora, entrambe le parti sembrano aver semplicemente continuato come al solito, preparandosi al 1° luglio e a tutto ciò che probabilmente ne conseguirà, con un'efficienza quasi fatalistica.
Eppure il Santo Padre ha anche affermato che «la divisione tra i cristiani è sempre una questione dolorosa». Per l'uomo la cui stessa vocazione è quella di essere «la fonte e il fondamento perpetui e visibili dell'unità sia dei vescovi sia di tutta la comunità dei fedeli» ( Catechismo della Chiesa Cattolica, 882), questo è più che un'eufemismo. Tale divisione è una catastrofe ecclesiale – niente di meno che una nuova ferita nel Corpo di Cristo, e non qualcosa da accettare semplicemente come inevitabile. Come scrisse Papa Benedetto XVI nel tentativo di sanare tale divisione:
«Guardando al passato, alle divisioni che nel corso dei secoli hanno lacerato il Corpo di Cristo, si ha continuamente l'impressione che, nei momenti critici in cui le divisioni si manifestavano, i capi della Chiesa non abbiano fatto abbastanza per mantenere o ristabilire la riconciliazione e l'unità. Si ha l'impressione che anche le omissioni da parte della Chiesa abbiano contribuito all'inasprimento di queste divisioni. Questo sguardo al passato ci impone oggi un obbligo: fare ogni sforzo affinché tutti coloro che desiderano veramente l'unità possano rimanervi o raggiungerla nuovamente». ( Lettera ai Vescovi, 7 luglio 2007)Che cosa bisogna fare oggi da parte dei leader della Chiesa affinché la FSSPX e gli altri possano “vivere la comunione nella Chiesa” come desidera il Santo Padre? Qual è il “miglio in più” (cfr. Mt 5,41) richiesto oggi per raggiungere questo obiettivo?
Papa Leone ha lamentato che la Fraternità Sacerdotale San Pio X «si rifiuta di accettare certi elementi fondamentali della Chiesa, a cominciare da diversi punti del Concilio Vaticano II» – ed è proprio qui che si presenta l'impasse. Infatti, a febbraio il Dicastero per la Dottrina della Fede ha sottolineato come la questione dei «diversi gradi di adesione richiesti dai vari testi del Concilio Ecumenico Vaticano II e dalla loro interpretazione» sia cruciale per individuare «i requisiti minimi per la piena comunione con la Chiesa cattolica».
Il problema sta nel confondere “certi elementi fondamentali della Chiesa” con “vari punti del Concilio Vaticano II” e, con il massimo rispetto per il Santo Padre – la cui sincerità non è in discussione – e i suoi collaboratori, lo sforzo aggiuntivo richiesto oggi è quello di tracciare finalmente la necessaria distinzione tra i due. Vale a dire, dobbiamo essere assolutamente chiari sul fatto che gli “elementi fondamentali della Chiesa” sono quelli che un neoconvertito deve accettare quando dice “Credo e professo tutto ciò che la santa Chiesa cattolica crede, insegna e proclama essere rivelato da Dio” – niente di più, niente di meno. Nessuno ha il diritto di pretendere di più. Nessuno può permettere di meno.
Gli “elementi fondamentali della Chiesa” si trovano negli insegnamenti della Sacra Scrittura, nelle definizioni dogmatiche dei concili ecumenici della Chiesa, nei Credi e negli insegnamenti infallibili dei Papi in materia di fede e di morale. Questi sono i requisiti minimi per essere in comunione con l'unica e vera Chiesa Cattolica fondata da Cristo. Nelle parole di San Paolo, la Sacra Liturgia ci insegna nell'epistola della Messa votiva per l'Unità della Chiesa che “vi è un solo corpo e un solo Spirito, come anche siete stati chiamati all'unica speranza della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, attraverso tutti e in tutti” (Ef 4,3-7). Questi sono gli “elementi fondamentali della Chiesa”.
Come sappiamo fin troppo bene dalla storia della Chiesa, ci sono molti altri aspetti della vita ecclesiastica, ieri come oggi, tutt'altro che fondamentali e sui quali i cattolici possono legittimamente avere opinioni diverse. Le politiche papali all'epoca delle Crociate erano corrette? La Chiesa avrebbe dovuto condannare e bruciare Giovanna d'Arco? La risposta alla Riforma protestante o alla Rivoluzione francese avrebbe dovuto essere diversa? La Santa Sede sta gestendo in modo appropriato la crisi della Chiesa in Germania? [E in Cina? -ndT]. L'elenco potrebbe continuare all'infinito.
Oggi, la questione è se le autorità ecclesiastiche possano finalmente ammettere che le politiche e gli orientamenti pastorali del Concilio Vaticano II (la politica di aggiornamento, o rinnovamento della Chiesa, come è stata chiamata) siano proprio questo: giudizi prudenziali formulati in un determinato periodo storico (ormai più di 60 anni fa) e non dottrine della fede cattolica "che la santa Chiesa cattolica crede, insegna e proclama come rivelate da Dio". Le politiche del Vaticano II e le loro spesso mutate applicazioni non costituiscono un "super dogma" al quale si debba aderire per essere cattolici. Il Credo che cantiamo a Messa non inizia con Credo in concilium Vaticanum secundum... ma con Credo in unum Deum...
Non è una richiesta da poco, poiché tre generazioni di clero e fedeli si sono formate partendo dal presupposto che si debba credere incondizionatamente in quelle politiche pastorali e in tutto ciò che esse rappresentano. Vite sono state vissute e carriere costruite su queste fondamenta. I cosiddetti "negazionisti del Concilio Vaticano II" sono stati emarginati e ignorati per decenni.
Quando qualcuno chiede se la Fraternità Sacerdotale San Pio X o qualche altra persona o gruppo "accetta il Concilio Vaticano II", cosa sta chiedendo in realtà? Che si sia svolto? Nessun problema. Che sia stato un concilio ecumenico validamente convocato dalla Chiesa cattolica? Anche questo non è un problema. Che la persona o il gruppo ne accetti le definizioni dogmatiche? Ancora una volta, non c'è alcuna difficoltà: il Concilio Vaticano II non ha formulato definizioni dogmatiche, vale a dire che non ha insegnato né proclamato nulla di nuovo, rivelato da Dio, che tutti i cattolici debbano condividere. Se lo avesse fatto, l'accettazione di questi insegnamenti sarebbe stata una condizione minima per la piena comunione con la Chiesa cattolica. Ma non l'ha fatto.
In realtà, la domanda che ci si pone è se un gruppo o un individuo accetti o meno le politiche e gli orientamenti pastorali autorevolmente adottati dal Concilio all'inizio degli anni '60 o, più spesso, se l'attuazione post-conciliare delle politiche conciliari (che spesso differiscono significativamente dalle intenzioni dei Padri conciliari del Vaticano II) sia accettata come indiscutibilmente vincolante. Questo per dirla in modo gentile. La realtà è che da tempo qualsiasi mancanza di docilità, o qualsiasi domanda critica, sulle politiche conciliari e sulla loro attuazione è stata condannata come l'imperdonabile eresia moderna di "non accettare il Vaticano II".
Il rispetto è dovuto alle politiche e agli insegnamenti non definiti di un concilio ecumenico, certamente, ma si può liberamente mettere in discussione la saggezza dei giudizi prudenziali di qualsiasi concilio generale della Chiesa senza negare nulla di ciò che "la santa Chiesa cattolica crede, insegna e proclama essere rivelato da Dio", siano essi giudizi sulla politica in materia di libertà religiosa, sul desiderio di riforma della liturgia, su un'ingenua e idealistica apertura al mondo moderno, sul desiderio di ecumenismo, o su qualsiasi altra cosa. In tutti questi ambiti, come in altri, si riscontrano differenze significative, se non addirittura deviazioni sostanziali, rispetto alle posizioni sfumate adottate al Concilio e alla loro successiva interpretazione e attuazione.
Con il senno di poi e l'esperienza di 60 anni, un cattolico fedele potrebbe persino suggerire che sia giunto il momento di rivedere, abbandonare o riallocare alcune di queste politiche per l'urgente bene della Chiesa e la salvezza delle anime. Ma no. Per molti ecclesiastici, in particolare i vescovi, questo è semplicemente impensabile. Tradirebbe tutto ciò in cui credono e per cui hanno lavorato per tutta la vita. Credo in concilium Vaticanum secundum... è davvero il loro credo.
Il Santo Padre è senza dubbio in grado di apprezzare questa distinzione, ma le persone che lo circondano potrebbero avergli offuscato la comprensione della sua cruciale importanza, soprattutto in questo momento. In verità, infatti, solo il Papa, in quanto Scriba del Regno dei Cieli che attinge dal suo tesoro cose nuove e vecchie a suo tempo (cfr. Mt 13,52), può chiarire una volta per tutte la natura pastorale del Concilio Vaticano II e di tutte le sue politiche e orientamenti, e permettere la loro tanto attesa e rispettosa valutazione critica, con la libertà di coscienza e di espressione che è diritto di tutti i fedeli.
Sarebbe una mossa coraggiosa. Potrebbe essere vista, per certi versi, come una capitolazione, senza però pretendere nulla dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X o da altri che, a volte, hanno contribuito a creare un clima di accusa e sfiducia con parole e azioni inopportune. La Fraternità San Pio X deve evitare di diventare un ghetto o di presentarsi come l'unico arbitro della Verità, pur avendo cercato semplicemente di preservare la vita e l'insegnamento cattolico tradizionale nella loro integrità. Non c'è posto per le sette nella comunione della Chiesa.
La netta distinzione tracciata dal Santo Padre potrebbe essere vista anche come un vero e proprio atto pastorale di un buon pastore, che cerca le pecore smarrite nella speranza di ricondurle all'unico ovile della Chiesa. Se è vero che, in passato, «nei momenti critici in cui si verificavano divisioni, i capi della Chiesa non fecero abbastanza per mantenere o ristabilire la riconciliazione e l'unità», allora abbiamo certamente «l'obbligo oggi di fare ogni sforzo affinché tutti coloro che desiderano veramente l'unità possano rimanervi o raggiungerla di nuovo».
Martedì il Santo Padre ha concluso il suo intervento dicendo: «Se [la Fraternità Sacerdotale San Pio X] farà queste scelte [di rifiutare alcuni punti del Concilio Vaticano II], mi dispiace. Ma dobbiamo andare avanti». Preghiamo, digiuniamo e lavoriamo in ogni modo possibile affinché possiamo tutti progredire in quell'unità di fede che cantiamo nel Credo, liberi da qualsiasi esagerazione sulla natura o sulle politiche del Concilio Vaticano II. E imploriamo con fervore il Cielo con le nostre preghiere affinché il Santo Padre riceva le grazie particolari di cui ha bisogno per essere veramente la «fonte e il fondamento visibile dell'unità» nella Chiesa in questo momento di crisi.
Dom Alcuin Reid è il priore del Monastère Saint-Benoît a Brignoles, in Francia. Precedenti che lo riguardano a partire da qui

2 commenti:
Se il Vaticano Il è così essnziale e fondamentale, allora la chiesa cattolica non è più cattolica
QUANDO LA TENEBRA SI PRESENTA COME FEDELTÀ
[...]
La vera necessità non è dimostrare di essere più puri degli altri. È non rompere l’unità della fede. È non stracciare la veste di Cristo. È non trasformare la Tradizione in una giustificazione della separazione.
Il fedele semplice rischia di trovarsi in mezzo a narrazioni opposte: chi dice di salvare la Tradizione, chi si proclama l’unico coerente, chi resiste “per il bene della Chiesa”. Intanto la comunione si lacera e ciascuno si presenta come custode della luce.
Forse è proprio qui che il Vangelo ci giudica.
La tenebra più pericolosa non è quella che si presenta come tenebra. È quella che parla il linguaggio della luce, usa parole buone, cita crisi reali, si veste di zelo e pretende perfino di correggere l’omelia.
La Tradizione non è una proprietà privata. È la vita della Chiesa che riceve, custodisce e trasmette la fede apostolica. Separata dalla comunione, rischia di diventare splendore esteriore senza cuore cattolico.
Per questo ho scritto una riflessione più ampia. Perché non basta dire di difendere la luce. Bisogna domandarsi se lo sguardo è ancora limpido.
https://mraprt65kxiyo.blog/2026/06/19/quando-la-tenebra-si-presenta-come-fedelta/
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