26 Luglio /Il Sangue dell'obbedienza nella notte
Seconda effusione: l’agonia nell’orto
La seconda effusione ci conduce nel Getsemani, nella notte in cui Gesù entra nell’agonia e il suo sudore diventa come gocce di sangue che cadono a terra.
Il Getsemani non è soltanto una tappa della Passione. È il luogo in cui il Figlio consegna la propria volontà al Padre nel momento più oscuro. Gesù ha appena celebrato la Cena, ha donato il suo Corpo e il suo Sangue sotto i segni del pane e del vino, ha parlato ai discepoli con parole di amore e di addio. Poi si ritira a pregare. La notte si stringe attorno a Lui. I discepoli dormono. Giuda si avvicina. L’ora è venuta.
Nel Getsemani Gesù non appare distante dalla nostra paura. Non attraversa l’angoscia come un attore che recita una parte già saputa. La vive realmente. La sua anima è triste fino alla morte. Egli conosce il peso dell’abbandono, della violenza imminente, del peccato del mondo che sta per essere caricato sulle sue spalle innocenti. Il Sangue che scende a terra nell’agonia rivela la profondità di questa lotta interiore.
Qui vediamo che l’obbedienza non è automatica. L’obbedienza del Figlio è libera, filiale, amorosa, e proprio per questo attraversa la prova. Gesù prega: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice”. Poi aggiunge: “Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà”. La parola “tuttavia” nel Vangelo è inevitabile, noi nei nostri testi la evitiamo quando possiamo, perché almeno su questo possiamo fingere disciplina stilistica. Nel mistero del Getsemani, invece, essa segna il passaggio dalla paura all’abbandono, dalla richiesta umana alla consegna filiale.
Il Sangue dell’agonia parla a tutte le nostre notti. Ci sono momenti in cui la volontà di Dio non appare luminosa. Momenti in cui pregare costa, restare costa, perdonare costa, continuare costa. Momenti in cui vorremmo che il calice passasse altrove, magari a un indirizzo sconosciuto, con buona pace della nostra generosità dichiarata. Il Getsemani ci insegna che la santità non consiste nel non sentire il peso. Consiste nel portare quel peso davanti al Padre.
Questa effusione ci libera da una falsa immagine della fede. Credere non significa essere sempre sereni. Non significa avere risposte immediate. Non significa non tremare. Gesù ha tremato. Ha sudato sangue. Ha pregato nella notte. E proprio lì è rimasto Figlio. La fede vera si vede anche quando il cuore è scosso e continua a dire: Padre.
Il Sangue dell’agonia ci insegna anche a vegliare. I discepoli dormono, e il loro sonno non è soltanto fisico. È immagine della debolezza spirituale dell’uomo davanti all’ora di Dio. Anche noi dormiamo quando evitiamo le domande serie, quando rimandiamo la conversione, quando ci lasciamo intorpidire dall’abitudine, quando preferiamo distrarci invece di pregare. Il sonno dell’anima è comodo, discreto, persino rispettabile. Peccato che renda incapaci di stare con Cristo.
La pratica spirituale può essere un tempo breve di preghiera silenziosa davanti al Signore, portando una paura concreta. Non una paura generica. Una di quelle che abitano davvero il cuore. Possiamo nominarla davanti a Cristo e poi ripetere lentamente: “Padre, nelle tue mani”. Non serve fingere coraggio. Serve consegnare la paura a Colui che ha versato Sangue nell’agonia.
Il Getsemani ci ricorda che nessuna notte è estranea a Cristo. Quando l’anima è oppressa, quando le forze sembrano diminuire, quando gli amici non comprendono o non restano, il Signore è già passato di lì. Il suo Sangue ha toccato la terra della nostra angoscia e l’ha resa luogo di obbedienza. Per questo anche le nostre notti possono diventare altare, se unite alla preghiera del Figlio.
Il Getsemani non è soltanto una tappa della Passione. È il luogo in cui il Figlio consegna la propria volontà al Padre nel momento più oscuro. Gesù ha appena celebrato la Cena, ha donato il suo Corpo e il suo Sangue sotto i segni del pane e del vino, ha parlato ai discepoli con parole di amore e di addio. Poi si ritira a pregare. La notte si stringe attorno a Lui. I discepoli dormono. Giuda si avvicina. L’ora è venuta.
Nel Getsemani Gesù non appare distante dalla nostra paura. Non attraversa l’angoscia come un attore che recita una parte già saputa. La vive realmente. La sua anima è triste fino alla morte. Egli conosce il peso dell’abbandono, della violenza imminente, del peccato del mondo che sta per essere caricato sulle sue spalle innocenti. Il Sangue che scende a terra nell’agonia rivela la profondità di questa lotta interiore.
Qui vediamo che l’obbedienza non è automatica. L’obbedienza del Figlio è libera, filiale, amorosa, e proprio per questo attraversa la prova. Gesù prega: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice”. Poi aggiunge: “Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà”. La parola “tuttavia” nel Vangelo è inevitabile, noi nei nostri testi la evitiamo quando possiamo, perché almeno su questo possiamo fingere disciplina stilistica. Nel mistero del Getsemani, invece, essa segna il passaggio dalla paura all’abbandono, dalla richiesta umana alla consegna filiale.
Il Sangue dell’agonia parla a tutte le nostre notti. Ci sono momenti in cui la volontà di Dio non appare luminosa. Momenti in cui pregare costa, restare costa, perdonare costa, continuare costa. Momenti in cui vorremmo che il calice passasse altrove, magari a un indirizzo sconosciuto, con buona pace della nostra generosità dichiarata. Il Getsemani ci insegna che la santità non consiste nel non sentire il peso. Consiste nel portare quel peso davanti al Padre.
Questa effusione ci libera da una falsa immagine della fede. Credere non significa essere sempre sereni. Non significa avere risposte immediate. Non significa non tremare. Gesù ha tremato. Ha sudato sangue. Ha pregato nella notte. E proprio lì è rimasto Figlio. La fede vera si vede anche quando il cuore è scosso e continua a dire: Padre.
Il Sangue dell’agonia ci insegna anche a vegliare. I discepoli dormono, e il loro sonno non è soltanto fisico. È immagine della debolezza spirituale dell’uomo davanti all’ora di Dio. Anche noi dormiamo quando evitiamo le domande serie, quando rimandiamo la conversione, quando ci lasciamo intorpidire dall’abitudine, quando preferiamo distrarci invece di pregare. Il sonno dell’anima è comodo, discreto, persino rispettabile. Peccato che renda incapaci di stare con Cristo.
La pratica spirituale può essere un tempo breve di preghiera silenziosa davanti al Signore, portando una paura concreta. Non una paura generica. Una di quelle che abitano davvero il cuore. Possiamo nominarla davanti a Cristo e poi ripetere lentamente: “Padre, nelle tue mani”. Non serve fingere coraggio. Serve consegnare la paura a Colui che ha versato Sangue nell’agonia.
Il Getsemani ci ricorda che nessuna notte è estranea a Cristo. Quando l’anima è oppressa, quando le forze sembrano diminuire, quando gli amici non comprendono o non restano, il Signore è già passato di lì. Il suo Sangue ha toccato la terra della nostra angoscia e l’ha resa luogo di obbedienza. Per questo anche le nostre notti possono diventare altare, se unite alla preghiera del Figlio.
Alla scuola del beato Giovanni Merlini
Il beato Giovanni Merlini ripeteva: «Non desidero che la volontà di Dio, e mi basta». Il Getsemani è la scuola più alta di questa consegna: il Sangue dell’agonia trasforma la paura in obbedienza filiale. (G. Merlini, Lettere a Maria De Mattias I, Edizioni Sanguis, Roma 1974, p. 40.)
Preghiera
Gesù, nell’agonia del Getsemani hai consegnato al Padre la tua volontà nel buio della prova. Accogli le mie paure, le resistenze, i pesi che non riesco a portare da solo. Insegnami a pregare quando il cuore trema e a dire con te: Padre, nelle tue mani. Il tuo Sangue trasformi la mia paura in abbandono filiale.
Giaculatoria
Sanguis Christi, in agonia decúrrens in terram, salva nos.
Sangue di Cristo, versato nell’agonia del Getsemani, sostienici nella prova.
don Mario Proietti

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