Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

giovedì 14 maggio 2026

Shakespeare sui sogni e il dolore della separazione

Nella nostra traduzione da Poetic Knowledge
Shakespeare sui sogni e il dolore della separazione
Un appello alla moderazione e all'eleganza nell'uso dei dispositivi tecnologici

Tutti i giorni sono notti da vedere finché non ti rivedrò,
E notti luminose giorni quando i sogni ti mostrano me.
—Shakespeare, Sonetto 43
Il sonetto 43 è un sonetto di assenza. Il poeta è separato dalla persona amata. Quanto è familiare il dolore della separazione, per noi, figli e figlie delle società più frammentate e divise della storia umana.

Le miniature in questo post raffigurano Giobbe in preghiera. Era un uomo che conosceva il dolore della perdita e dell'isolamento.

Incalcolabile, senza dubbio, è il costo complessivo della vasta infrastruttura di telecomunicazioni che ora si estende da est a ovest, da polo a polo, dalla terra e dal mare all'aria e allo spazio. Che impresa monumentale e unica, che investimento sbalorditivo di tempo e denaro... e per cosa? Perché l'abbiamo fatto? Qual è lo scopo fondamentale di tutto ciò? La risposta è racchiusa nella terminologia stessa: telecomunicazioni , comunicare "a distanza" (dal greco télé ); internet , una rete di connessioni tra entità fisicamente separate; il World Wide Web, un termine un po' datato ma forse caduto in disuso per la sua sconcertante precisione; e quello che potrebbe essere il più rivelatore e perniciosamente falso di tutti, villaggio globale. Quanto è meravigliosamente semplice: desideriamo le città e i villaggi che avevano i nostri antenati. Desideriamo comunità fisicamente coese che creino un senso di appartenenza, popolate da persone che conosciamo bene e che vediamo spesso, e nelle quali possiamo costruire relazioni significative e durature che ci mostrino in modo chiaro e significativo che la vita stessa ha un senso.

mercoledì 13 maggio 2026

13 maggio anniversario delle Apparizioni di Fatima

Oggi ricorre il 119° anniversario delle Apparizioni di Fatima: il 13 maggio 1917 la Santa Vergine, a Fatima, appare e lascia messaggi per l'umanità intera ai tre pastorelli Francisco, Giacinta e Lucia. Sei apparizioni, dal 13 maggio al 13 ottobre del 1917. La Madre di Gesù e nostra ci richiama alla conversione, alla preghiera e alla penitenza. Desidera risparmiarci i castighi che ci minacciano a causa del peccato che ha invaso il mondo. 
Profezia e Messaggio insieme oggi ancor più chiari, la cui attualità è confermata da Benedetto XVI nel corso del suo pellegrinaggio a Fatima del 13 maggio 2010: « Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa... ». Penso sia importante ricordare le profondità di questo dono di Dio al nostro tempo: il Signore che parla, che si fa presente a noi attraverso la Sua Santissima Madre. 
Riprendo quindi una splendida meditazione di p. Serafino M. Lanzetta sul Cuore Immacolato di Maria, tenuta a Fatima, durante un corso di Esercizi spirituali predicati ai laici nel maggio 2013. Il Cuore Immacolato di Maria: segreto dei segreti di Fatima. L'avevamo pubblicata qui e vi invito a rivisitarla, oggi.

Mercoledì delle Rogazioni - Vigilia dell'Ascensione

In preparazione dell'Ascensione al Cielo del Signore. Ricordo che anche quest'anno L'Ascensione si celebra domani giovedì 14 a Sant'Anna in via Merulana. Alle ore 16 non mancherà la Santa Messa.

Vigilia dell'Ascensione

Il terzo mattino delle Rogazioni è passato; si ode ormai l'ora del mezzogiorno che viene ad aprire l'ultima giornata che il Figlio di Dio passerà insieme agli uomini sulla terra. Potrebbe sembrarci di aver perduto di vista, durante questi tre giorni, il momento così vicino della separazione; ma i sentimenti della perdita che ci minaccia vivevano in fondo al nostro cuore, e le suppliche che presentavamo al ciclo, in unione con la santa Chiesa, ci preparavano a celebrare l'ultimo dei misteri dell'Emmanuele.

I discepoli al Cenacolo.
Ora i discepoli sono tutti uniti a Gerusalemme, stretti intorno a Maria nel Cenacolo e aspettano l'ora in cui il Maestro si manifesterà per l'ultima volta. Raccolti e silenziosi rivivono nei loro cuori tutte le prove di bontà e di condiscendenza che egli ha loro prodigato in questi quaranta giorni, e gli insegnamenti che hanno ricevuto dalla sua bocca. Adesso lo conoscono, sanno che è venuto da Dio; da lui hanno appreso quale sia la missione, alla quale li ha destinati: saranno loro, uomini ignoranti, che istruiranno tutti i popoli della terra. Ma ormai, Egli si prepara a lasciarli: "ancora un poco e più non mi vedrete" (Gv 16,16).

Proprio il 13 maggio!

Senza parole!

Un giovane tenta la vocazione postconciliare e scopre la tradizione

Un racconto che può apparire paradossale, ma purtroppo rispecchia la realtà. Mi fa venire in mente un episodio emblematico di oltre 10 anni fa. Avevo fatto stampare a spese mie un opuscolo sulla Questione liturgica, che inviavo gratuitamente ai lettori che ne facessero richiesta. Ebbene, mi arriva una richiesta singolare di un seminarista (non dirò di dove): inviare 30 copie all'indirizzo di sua madre, per poterle condividere (all'insaputa dei superiori) con i suoi compagni di seminario... Così come ricordo il seminarista del Laterano che veniva di nascosto alla nostra Messa di Via Merulana, al quale regalai il mio Messale. (M.G.)

Un giovane tenta la vocazione postconciliare e scopre la tradizione
La libreria del professore n. 4: La storia di un aspirante seminarista a Roma nel 1993

Nota preliminare di Peter Kwasniewski
: Oggi sono lieto di condividere con voi il capitolo 8 del libro di Joseph Bevan, "Traddy Daddy: Memorie e pensieri del padre di una famiglia cattolica", un'opera estremamente divertente e al tempo stesso fonte di grande ispirazione. Il capitolo si intitola "Una storia molto comune" e racconta di Jack, un amico di Joseph, il quale, venuto a sapere che il libro era in fase di scrittura, chiese se la sua storia, risalente al 1993, potesse essere inclusa come esempio di molti dei punti trattati da Joseph. Sono contento che la storia sia presente, perché rivela molto sulla situazione della Chiesa e sulle ragioni per cui molti fedeli hanno cercato rifugio nelle cappelle della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Leggete e vedrete. (PK)

* * *
Provengo da una famiglia cattolica che frequentava con gioia la Messa del Novus Ordo nella nostra parrocchia, a circa otto chilometri da casa nostra, a Chipping Sodbury. Mio padre suonava regolarmente l'organo alla Messa domenicale e mia madre puliva la chiesa. Io e le mie due sorelle davamo una mano con il canto, che di solito consisteva in inni, Messe congregazionali in inglese e, occasionalmente, canti gregoriani. Il nostro parroco, Padre Ignatius, mi aveva notato fin da subito, perché aveva percepito in me una serietà e una devozione che, a suo parere, indicavano una vocazione al sacerdozio. Raramente andavamo a confessarci o a fare cose simili, ma mi accorsi di aver iniziato a prendere sul serio la mia vita di preghiera e a leggere libri spirituali man mano che mi coinvolgevo di più nella vita parrocchiale.

Grillo, il Vetus Ordo e la paura della pace liturgica. Nel mirino anche il Gran Cancelliere del San Anselmo

Cosa pensare di questa critica a Grillo da parte di una fonte di certo non tradizionalista? È essenzialmente una critica ad personam; ma non rivela anche un cambiamento di approccio secondo lo  stile del nuovo pontificato? In ogni caso l'intervento di Schröder – che avevamo ripreso qui – giunge mentre l'attenzione si sposta su come Papa Leone XIV potrebbe affrontare le questioni liturgiche in corso, in particolare nel contesto di appelli e controversie in diverse diocesi riguardanti l'applicazione delle norme post-2021. Tra l'altro Schröder ha sottolineato l'impatto a lungo termine del Summorum Pontificum, in cui Benedetto XVI ha affermato che il Messale più antico non era mai stato abrogato e poteva essere utilizzato più ampiamente, affermando: “Ora che Papa Benedetto ha aperto le porte qui, non sarà più possibile eliminare completamente il vecchio rito”. Qui l'indice degli articoli sulla liturgia ai tempi di Leone. 

Grillo, il Vetus Ordo e la paura della pace liturgica. Nel mirino anche il Gran Cancelliere del San Anselmo

C'è qualcosa di patetico, e insieme istruttivo, nel modo in cui Andrea Grillo continua a battere i tasti del suo Facebook come un boomer disoccupato che non si è ancora accorto che la festa è finita. Nelle scorse ore Avvenire ha pubblicato un'intervista all'Abate primate della Confederazione Benedettina, dom Jeremias Schröder OSB [qui], che raccoglieva l'invito di Leone XIV - formulato lo scorso marzo nella lettera ai vescovi di Francia tramite il cardinale Parolin - a una «generosa inclusione» di chi aderisce sinceramente al Vetus Ordo. Parole di pace, di buon senso monastico, di carità ecclesiale. Schröder raccontava semplicemente come nei monasteri benedettini le due forme liturgiche convivano armoniosamente, senza conflitti, e come lui stesso - che celebra solo con il messale nuovo - sia accolto con rispetto a Fontgombault e ricambi quel rispetto verso le comunità che celebrano nel rito antico. Una testimonianza concreta, vissuta, non ideologica.

martedì 12 maggio 2026

Giovedì 14 maggio /Ascensione del Signore. Santa Messa a Sant'Anna al Laterano

Giovedì 14 maggio / Festa dell'Ascensione del Signore al cielo.
Carissimi,
"È a questi stessi apostoli che si era mostrato vivo dopo la sua passione, con molte prove: durante quaranta giorni era apparso loro e aveva parlato delle cose del Regno di Dio" (Atti 1. 3.9).
- Ore 15.00 Apertura della chiesa e Confessioni.
- Ore 15.30 Recita del Santo Rosario.
- Ore 16.00 Santa Messa solenne.

In Domino

Martedì delle Rogazioni

C’è stata un’epoca in cui il cristianesimo non era soltanto una religione ma il vero e proprio modus vivendi che regolava la vita del mondo. Tutto si conformava ad esso ogni più piccola azione, ogni modo di fare quotidiano. Se oggi non possiamo viverle in tutte le parrocchie, per le mutazioni che sembrano averle ridimensionate, noi recuperiamo e meditiamo quelle ricchezze che la Tradizione non ha abbandonato e che aiutano a purificare e irrobustire la nostra fede per meglio assimilarla nel vivere quotidiano. Qui precedente con dettagli sulle Rogazioni: processioni propiziatorie sulla buona riuscita delle seminagioni, arricchite di preghiere e atti di penitenza. Hanno la finalità di attirare la benedizione divina sull'acqua, sul lavoro dell'uomo e sui frutti della terra. Si distinguono in "maggiori" nella giornata del 25 aprile e "minori" nei tre giorni che precedono la festa dell'Ascensione nel rito romano (otto giorni nel rito ambrosiano).

A peste, fame, et bello, libera nos Domine!
A flagello terrae motus, libera nos Domine!
Te rogamus. Audi nos Domine
7 Maggio 2024: Martedì delle Rogazioni
  
Ci soffermiamo sulle Rogazioni, in preparazione dell'Ascensione al Cielo del Signore, che si celebra questo giovedì 9 (a Sant'Anna in via Merulana alle ore 16 non mancherà la Santa Messa). 
Per i primi cristiani la Festa dell'Ascensione era la più importante (ancor più della Pasqua). Si tratta del momento culminante dell'Azione divino-umana del Signore, che precede e consente l'invio del Suo Spirito che vivifica la Sua Chiesa: la ricollocazione alla destra del Padre dell'umanità redenta, riscattata dalla Sua passione e morte in Croce e rigenerata dalla Risurrezione.
In questa temperie la Chiesa tutta dovrebbe far risuonare le suppliche di liberazione, nelle quali si chiede al Signore che storni da noi ogni disgrazia umana, diabolica e naturale. 
In altre occasioni abbiamo iniziato le suppliche dal Lunedì delle Rogazioni [qui]. Oggi ci soffermiamo su quelle del martedì iniziando dagli insegnamenti di dom Guéranger. 
Visto che non possiamo più prendere parte alle Processioni delle Rogazioni, possiamo, almeno, recitare le Litanie dei santi in unione con la Chiesa: "si avrà parte nei benefici di una istituzione così santa, e si contribuirà ad ottenere le grazie che la cristianità, in questi tre giorni, sollecita da tutti i luoghi; avremo anche compiuto atto di vero cattolico".  In calce trovate le litanie dei santi  ponte sicuro di congiunzione e intercessione tra terra e cielo  precedute dalle Rogazioni estratte per chi vuole soffermarcisi particolarmente.

Italiane convertite all'Islam, lo Stato non protegge le sue figlie

Un sogno romantico che si trasforma in incubo. Una delle facce delle conseguenze dell'invasione che siamo costretti a subire, purtroppo in un momento di crisi profonda della nostra civiltà ma anche della nostra fede. In tempi normali avremmo dovuto esser noi a convertire loro... Qui l'indice degli articoli sul filo-islamismo.

Italiane convertite all'Islam, lo Stato non protegge le sue figlie.

Sono centomila italiani che si sono convertiti all'Islam negli ultimi anni. Il 55 per cento sono donne.
Cinquantamila italiane hanno abbracciato una fede che strutturalmente subordina la donna all'uomo. Che prescrive l'obbedienza al marito come dovere religioso e che non ha conosciuto alcuna riforma sulla condizione femminile dal Medioevo a oggi.
Non a Kabul. Non a Teheran. In Italia, nel paese che si commuove per Mahsa Amini e sfila per le donne afghane.
La domanda è: chi sono queste donne?
Sono donne fragili, che hanno sposato un uomo sbagliato per le ragioni sbagliate e ora sono intrappolate.
La letteratura scientifica lo conferma con una franchezza che il dibattito pubblico non si permette. I profili delle convertite presentano tratti ricorrenti e documentati: fragilità psicologica strutturale, dovuta a figura paterna assente o priva di autorità, matrimoni precedenti falliti, assenza di occupazione lavorativa.

L'ISPI ha radiografato il fenomeno con precisione chirurgica: la maggioranza delle convertite italiane abbraccia l'Islam in seguito all'innamoramento e al matrimonio con un uomo musulmano. Non una ricerca spirituale. Una dipendenza affettiva che trova nella religione il proprio alibi. Nessuna donna psicologicamente sana rinuncia al proprio nome, si copre dalla testa ai piedi e accetta che sia un uomo a decidere se possa uscire di casa o lavorare. Le convertite non incontrano l'Islam colto delle università del Cairo.

Incontrano l'Islam conservatore dell'immigrato di prima generazione che, lontano dalla propria terra, si aggrappa alle tradizioni più rigide come àncora identitaria. Il musulmano integrato e istruito non chiederebbe mai a una donna italiana di convertirsi.

Ma queste donne non cercano un uomo integrato: se lo volessero, ne avrebbero milioni di italiani a disposizione. Cercano esattamente l'opposto. E lo trovano.
Perché sono così? Perché dietro la conversione c'è quasi sempre la stessa storia: padri che non c'erano, madri che non proteggevano, infanzie in cui nessuno insegnava a queste bambine che valevano qualcosa.
Donne cresciute senza un pavimento sotto i piedi, che da adulte cercano qualcuno - chiunque - che le tenga in piedi. Non una scelta religiosa. Un sintomo.

Una convertita lo ha detto con un candore che vale più di cento studi: "Il Corano è come il Codice della strada. Non ci sono curve e non si può tornare indietro. Mi dice cosa devo dire, come mi devo comportare, a casa mia, coi bambini".
Non è il linguaggio di una donna che ha trovato Dio. È il linguaggio di una donna che ha trovato un padrone che la solleva dal peso insostenibile di decidere da sola.
In una società che ha demolito ogni certezza senza sostituirla con nulla, l'Islam riempie il vuoto: regole che non si discutono, un'identità che non si negozia, un posto nel mondo che qualcun altro ha già deciso per te.
Le studiose che hanno intervistato le convertite - Virginie Riva in Francia, Silvia Layla Olivetti in Italia - raccontano tutte la stessa cosa: queste donne sono state conquistate dai racconti ascoltati sullo stile assertivo dell'Islam, sulla dichiarata devozione verso la donna, sul calore della famiglia allargata musulmana.

Un miraggio. Perché queste donne non vengono da famiglie normali. Vengono da famiglie già rotte, fredde, svuotate. Il salto dal gelo affettivo in cui sono cresciute al tepore avvolgente di una festa di famiglia nordafricana le ha travolte.
Il prezzo è la conformità totale. Ma quando sei sola, la conformità sembra un abbraccio. C'è poi un terzo profilo, il più insidioso. Viktor Frankl - una delle figure più rispettate della psichiatria del Novecento - lo chiamava “Nevrosi Noogena”.
È la nevrosi che nasce dalla mancanza di senso. In una società che ha svuotato le chiese e riempito i centri commerciali, che ha sostituito il sacro con il consumo, alcune donne sviluppano una fame di assoluto che il cattolicesimo post conciliare - ammorbidito, dialogante, aperto al dubbio - non sa più saziare.
L'Islam sì. L'Islam non dialoga: afferma. Non propone: ordina. Non ammette domande. Per chi ha il vuoto dentro, quella certezza granitica è una droga. Non cercano un marito. Cercano un Dio che dica loro chi sono.
Ma il Dio, nella maggior parte dei casi, ha un volto preciso: quello del maschio musulmano. Ed è il dato che nessuno affronta con onestà.

La studiosa Farian Sabahi lo ha documentato senza giri di parole: molte donne si convertono per attirare giovani immigrati dal Marocco o dalla Tunisia, che preferiscono spose musulmane. Spesso uomini più giovani di loro.
In una società dove il maschio occidentale è stato progressivamente decostruito e deriso, il maschio musulmano appare come l'ultimo maschio all'antica: uno che sa cosa vuole, che decide, che non chiede il permesso di esistere.
Che poi la sicurezza sia controllo e la protezione sia sottomissione, lo si scopre dopo. Spesso troppo tardi.
Come finiscono queste storie?

L'ISTAT e l'Associazione matrimonialisti italiani rispondono con un numero che dovrebbe togliere il sonno: il 70-80 per cento di questi matrimoni fallisce. Il 73 per cento si rompe entro tre anni. Per confronto, i matrimoni tra italiani si attestano al 48. Trenta punti di differenza.
Sono normalmente le donne italiane a scegliere un uomo musulmano, solitamente maghrebino, il cui livello socio-culturale è inferiore. La donna crede di scegliere alla pari. Non lo è.
La trappola si chiude in tre atti. Nel primo, la donna perde la rete familiare e amicale - che la considera una squilibrata - e si ritrova dipendente dall'unica rete rimasta, quella del marito.
Nel secondo arrivano i figli, e con i figli le questioni non negoziabili: circoncisione, educazione religiosa, ricongiungimento familiare con la parentela di lui, ruolo della donna ridotto alla dimensione domestica. Nella famiglia mista islamo-cristiana chi cede è sempre lei.
Nel terzo, quando la donna vuole uscire, scopre che la porta è chiusa dall'interno. I paesi musulmani non hanno ratificato la Convenzione dell'Aja del 1980. I figli sottratti dal padre e portati in Nord Africa o in Medio Oriente, dove vige la patria potestà esclusiva, non torneranno.

La madre italiana si ritrova sola, senza figli, senza alcuno strumento giuridico per recuperarli. L'Associazione matrimonialisti italiani la definisce la ferita più grave di queste separazioni. Un eufemismo per descrivere una mutilazione.

Per aprire un conto corrente in Italia servono un documento d'identità, il codice fiscale, la prova di residenza e la firma su ventiquattro pagine di informativa sui rischi. Lo Stato ha normato con puntigliosità.

Invece per un matrimonio con un musulmano - per il quale le statistiche indicano una percentuale di fallimenti disastrosi, che oscilla tra il 70 e l’80% - non esiste neanche un foglietto illustrativo. Non un corso prematrimoniale obbligatorio per coppie miste interreligiose. Non un'informativa sui rischi della sottrazione dei minori. Non un protocollo di screening per intercettare le vulnerabilità patologiche che precedono la conversione.

La Chiesa si affida allo "sguardo benevolo" dell'Amoris Laetitia. Lo Stato non fa neppure quello. Queste donne camminano sottomesse per le strade italiane. A Centocelle, a Cinisello Balsamo, nel centro storico di Bologna. Col velo, i figli per mano, il marito tre passi avanti. Nessuno le vede. Nessuno le conta. Nessuno chiede loro se stanno bene.

In Veneto i centri antiviolenza della Regione segnalano una quota crescente di donne compagne di uomini di cultura islamica. Ma quelle sono le donne che chiedono aiuto. Le convertite non lo chiedono, perché hanno già perso ogni rete. Sono il sommerso che nessuno quantifica perché nessuno lo cerca. L'Italia piange le spose bambine di Kabul e sfila con le bandiere viola per le donne iraniane. Poi ignora le sue figlie di Torre del Greco, di Inzago, di Treviglio, di Torpignattara.

Quelle che un giorno si chiamavano Maria Giulia e il giorno dopo si chiamano Fatima. Con una differenza che brucia: le donne di Kabul non hanno mai avuto scelta. Queste credevano di averla. E nessuno ha avuto il coraggio di dir loro che si sbagliavano.
Roberto Riccardi

La crescita della FSSP esplode in tutta l'America, con le giovani famiglie che abbracciano la tradizione

Nella nostra traduzione da The Remnant Mentre molte diocesi affrontano il calo della presenza e l'invecchiamento di congregazioni, la FSSP continua ad espandersi in tutti gli Stati Uniti e oltre. Giovani famiglie, parrocchie in espansione, banchi straripanti e vocazioni crescenti stanno alimentando una drammatica rinascita del cattolicesimo tradizionale nonostante anni di restrizioni vaticane sulla messa latina. Precedenti qui - qui. Qui l'indice degli articoli sulla liturgia ai tempi di Leone

La crescita della FSSP esplode in tutta l'America
mentre le giovani famiglie abbracciano la tradizione

La Fraternità Sacerdotale di San Pietro (FSSP) continua ad aumentare il numero dei suoi membri e ad espandere sia i propri apostolati sia il servizio nelle diocesi come quella di Arlington, in Virginia, nonostante le restrizioni imposte dal precedente pontificato e dal Cardinale Roche, che hanno eliminato le Messe e i sacramenti tradizionali in latino a livello diocesano.

Dal 1988, la FSSP è cresciuta fino a contare 579 membri, tra cui 387 sacerdoti e 192 seminaristi e diaconi. La FSSP serve i cattolici in 151 diocesi e 251 sedi in tutto il mondo, comprese 48 parrocchie personali.

lunedì 11 maggio 2026

Lunedì delle Rogazioni

C’è stata un’epoca in cui il cristianesimo non era soltanto una religione ma il vero e proprio modus vivendi che regolava la vita del mondo. Tutto si conformava ad esso ogni più piccola azione, ogni modo di fare quotidiano. Se oggi non possiamo viverle in tutte le parrocchie, per le mutazioni che sembrano averle ridimensionate, noi recuperiamo e meditiamo quelle ricchezze che la Tradizione non ha abbandonato e che aiutano a purificare e irrobustire la nostra fede per meglio assimilarla nel vivere quotidiano. In fondo trovate le Rogazioni estratte dalle Litanie dei Santi e, per completezza,  le Litanie.

A peste, fame, et bello, libera nos Domine!
A flagello terrae motus, libera nos Domine!
Te rogamus. Audi nos Domine
Le Rogazioni e il Tempo Pasquale.
Oggi comincia una serie di tre giorni consacrati alla penitenza. Questa coincidenza inaspettata sembra, a prima vista, una specie di anomalia nel Tempo pasquale; tuttavia, quando vi si riflette, si giunge a riconoscere che l'istituzione ha un nesso intimo con i giorni in cui siamo. È vero che il Salvatore, prima della Passione, diceva che non si può far digiunare gli amici dello sposo mentre lo sposo è con loro (Lc 5,34); ma queste ultime ore che precedono la sua dipartita per il cielo, non hanno forse qualcosa di melanconico? e, ieri stesso, non ci sentivamo portati naturalmente a pensare alla tristezza, rassegnata e contenuta, che opprime il cuore della divina Madre e quello dei discepoli, alla vigilia di perdere colui la cui presenza era per essi la pregustazione delle gioie celesti?

Il gruppo di studio 9 è già obsoleto?

Sul tema abbiamo pubblicato una riflessione qui e l'intervento di Mons. Strickland qui. Di seguito, nella nostra traduzione da Substack.com uno stralcio del pensiero di Mark Lambert: "Il rapporto del Sinodo sull'omosessualità reca tutti i segni distintivi dell'era tardo-francescana. I primi segnali di Papa Leone suggeriscono un tipo di discernimento ben diverso". Staremo a vedere...

Il gruppo di studio 9 è già obsoleto?

Ci sono momenti nella vita della Chiesa in cui i documenti ci rivelano molto più di quanto i loro autori intendano. La relazione finale del Gruppo di Studio 9 sulle "questioni dottrinali, pastorali ed etiche controverse" è uno di questi testi. A una prima lettura, appare provvisoria, procedurale e inconcludente. A una lettura attenta, rivela un intero metodo teologico, un istinto ecclesiale e forse persino l'atmosfera morente di un particolare pontificato. Ciò a cui potremmo assistere non è il futuro della Chiesa sotto Papa Leone XIV, ma l'ultimo grande respiro della macchina sinodale di Francesco prima che un nuovo clima si impossessi di Roma.

Stresa: la perla del Lago Maggiore e il desiderio di contemplazione

Nella nostra traduzione da Italia perennis. L'autore parte dalla considerazione che per molti creativi, l'Italia non è stata solo un luogo da visitare, ma una vera e propria fonte di ispirazione. Continua la serie che presenta i frutti dei loro viaggi e delle loro creazioni indimenticabili. Trovo bello e degno di rilievo questo amore per l'Italia, così offuscato qui da noi. Precedenti qui - qui - qui - qui - qui - qui.

Stresa: la perla del Lago Maggiore e il desiderio di contemplazione 
Una risposta significativa alla domanda "Perché l'Italia?"

Attraversata e immancabilmente ammirata da un flusso infinito di visitatori, la piccola città delle Isole Borromee incanta grazie alla pittoresca combinazione del suo clima mite e della vegetazione lussureggiante – così tipica delle isole mediterranee – e delle pendici delle Alpi, le cui cime innevate si possono ammirare fino ad aprile e, dove l'altitudine è maggiore, persino fino a maggio. Nata e cresciuta in una città sul Danubio, sono sempre stata attratta dalla contemplazione degli infiniti flussi d'acqua. Guardando uno specchio d'acqua che scorre, come il Danubio, l'Hudson o l'Adige, si sente inevitabilmente il bisogno di meditare sul flusso delle nostre vite fugaci: un fiume in cui non ci si bagna mai due volte nello stesso modo.

Prudenza e consacrazioni

Nella nostra traduzione da Crisis Magazine. La questione se la Fraternità Sacerdotale San Pio X debba o meno consacrare nuovi vescovi è una questione di prudenza, poiché sono in gioco interessi contrastanti.

Prudenza e consacrazioni

Il termine "prudente" viene usato spesso e in modo improprio. Recentemente, un amico mi ha posto una domanda sulla prudenza a proposito delle prossime consacrazioni della Fraternità San Pio X, e non era la prima volta che mi veniva fatta. Naturalmente, molte persone simpatizzano con la Fraternità San Pio X, in misura diversa. Tuttavia, la consacrazione di vescovi senza l'approvazione papale è qualcosa che turba molte coscienze, per ovvie ragioni.

Comprendo che persone di buona volontà abbiano opinioni diverse su questo argomento, e ciò è del tutto comprensibile, dato il periodo profondamente confuso in cui viviamo. Quando le questioni sono realmente oggetto di dibattito, uomini di buona volontà possono giungere a conclusioni diverse basandosi sugli stessi fatti, a seconda di come li valutano e li interpretano. In questo articolo, sosterrò che le prossime consacrazioni sono, di fatto, prudenti. Affronterò anche l'eredità delle consacrazioni dell'arcivescovo Lefebvre alla luce degli eventi recenti. Ma prima, dobbiamo stabilire cosa sia effettivamente la prudenza e cosa non lo sia.

domenica 10 maggio 2026

Essere madre… Il senso di una festa

Essere madre… credo di averne compreso davvero il significato soltanto quando lo sono diventata io stessa. Prima di allora, sì, noi donne portiamo già dentro qualcosa di materno, quasi come un seme silenzioso custodito nel cuore… ma la maternità si comprende davvero quando la si vive ogni giorno, ogni minuto, ogni secondo della propria vita. Quando il proprio cuore inizia a battere anche fuori dal proprio corpo.

Essere madre non è facile. Anzi, credo sia una delle vocazioni più grandi, più profonde e più sacre che esistano. È la vocazione dalla quale nascono tutte le altre. Prima di esserci un sacerdote, una religiosa, un medico, un insegnante, un santo… c’è stata una madre che ha custodito una vita, che ha sofferto per quella vita, che ha pregato per quella vita. Nel silenzio di una maternità si formano le anime che un giorno cammineranno nel mondo. Eppure, quanto spesso questa vocazione viene dimenticata, sminuita o data per scontata.

Vescovo Strickland: il rapporto del Sinodo sull'omosessualità è un "attacco diretto" all'insegnamento cattolico.

Nella nostra traduzione da Pillars of Faith. Quando le verità morali fondamentali riguardanti il matrimonio, la sessualità, il peccato, il pentimento e la salvezza vengono trattate come questioni aperte, la crisi non è più teorica; è presente e attiva. Del Rapporto di cui si tratta abbiamo parlato qui. Qui l'indice dei precedenti interventi del vescovo.

Vescovo Strickland: il rapporto del Sinodo sull'omosessualità
è un "attacco diretto" all'insegnamento cattolico.

Il recente rapporto pubblicato dal Gruppo di Studio 9 del Sinodo sulla Sinodalità è profondamente allarmante e si pone in diretta contraddizione con il costante insegnamento della Chiesa Cattolica in materia di sessualità umana, peccato, matrimonio e legge morale.

La Chiesa non può cambiare ciò che Dio stesso ha rivelato.

La Sacra Scrittura parla chiaramente riguardo al peccato di sodomia e agli atti omosessuali. San Paolo scrive in Romani 1 che tali atti sono «contro natura», e il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna chiaramente che gli atti omosessuali sono «intrinsecamente disordinati» e «contrari alla legge naturale» (CCC 2357). Questo insegnamento non deriva da pregiudizi, politica o consuetudine culturale, ma dalla Divina Rivelazione, dalla Sacra Tradizione e dal magistero perenne della Chiesa.

Quinta Domenica dopo Pasqua ("Vocem iucunditátis")

Ripercorrendo l'anno liturgico con queste meditazioni domenicali cogliamo l'occasione chi per approfondire chi per apprendere i tesori della nostra Fede. Qui trovate l'Ordinario, qui il proprio della Santa Messa

Quinta Domenica dopo Pasqua


"Sputò per terra,
fece del fango con la saliva,
spalmò il fango sugli occhi del cieco"
(Giovanni 9,6)

La quinta domenica dopo Pasqua nella Chiesa Greca è chiamata domenica del cieco nato, perché vi si legge il racconto del Vangelo in cui è riportata la guarigione di quel cieco. La chiamano pure domenica dell'Episozomene, che è uno dei nomi con cui i Greci designano il mistero dell'Ascensione, la cui solennità, da loro come da noi, interrompe il corso di questa settimana liturgica.

Intróitus
Is. 48, 20 - Vocem iucunditátis annuntiáte, et audiátur, allelúia: annuntiáte usque ad extrémum terrae: liberávit Dóminus pópulum suum, allelúia, allelúia. Ps. 65, 1-2 - Iubiláte Deo, omnis terra, psalmum dícite nómini eius: date glóriam laudi eius. Glória Patri… Is. 48, 20 - Vocem iucunditátis annuntiáte…

Orátio
Deus, a quo bona cuncta procédunt, largíre supplícibus tuis: ut cogitémus, te inspiránte, quæ recta sunt; et, te gubernánte, éadem faciámus.
Per Dóminum nostrum Iesum Christum, Fílium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitáte Spíritus Sancti Deus, per ómnia sǽcula sæculórum
. R. Amen.
Introito
Isaia 48, 20 - Annunciate la gioiosa notizia, che sia ascoltata, allelúia: annunciatela fino all’estremo della terra: il Signore ha liberato il suo pòpolo, allelúia, allelúia. Sal. 65, 1-2 - Acclama a Dio, o terra tutta, canta un inno al suo nome: dà a Lui lode di gloria. Gloria al Padre… Isaia 48, 20 - Annunciate la gioiosa notizia…

Colletta
O Dio, da cui procede ogni bene, concedi a noi súpplici di pensare, per tua ispirazione, le cose che son giuste; e, sotto la tua direzione, di compierle.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, in unità con lo Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
R. Amen.

sabato 9 maggio 2026

Un "gruppo di studio" vaticano sta disgregando la fede e la morale

Oggi ascolti, da Pompei, una omelia profonda e rassicurante. Poi leggi quanto segue. Parlare di "disintegrazione" è un termine fin troppo debole per descrivere la relazione finale del Gruppo di Studio n. 9 sui "criteri teologici e metodologie sinodali per un discernimento condiviso delle questioni dottrinali, pastorali ed etiche". In realtà, si dovrebbe parlare di annientamento: non rimane nulla né della teologia né della morale.

Un "gruppo di studio" vaticano sta disgregando la fede e la morale

Un "gruppo di studio" vaticano sta disgregando la fede e la morale. Parlare di "disintegrazione" è un termine fin troppo debole per descrivere la relazione finale del Gruppo di Studio n. 9 sui "criteri teologici e metodologie sinodali per un discernimento condiviso delle questioni dottrinali, pastorali ed etiche". In realtà, si dovrebbe parlare di annientamento: non rimane nulla né della teologia né della morale.

Ricordiamo che, tra le due sessioni del Sinodo sulla Sinodalità, Papa Francesco ha istituito dieci gruppi di studio che avrebbero dovuto presentare la loro relazione finale entro giugno 2025. Tuttavia, la morte di un pontefice e la sua elezione hanno ritardato i lavori, che ora sono in fase di completamento. Il Gruppo n. 9 ha presentato la sua relazione, che è davvero straordinaria.

La Fraternità San Pio X, i vescovi tedeschi e la parabola dei due figli

Nella nostra traduzione da Catholic Culture, un articolo sulle due grandi sfide del momento. Hanno in comune solo la forma ma non il contenuto e l'essere entrambe oggetto di disapprovazione... 

La Fraternità San Pio X, i vescovi tedeschi e la parabola dei due figli

La prossima estate Papa Leone dovrà affrontare due gravi sfide alla sua autorità: una proveniente dalla Fraternità San Pio X (SSPX), che ha annunciato l’intenzione di consacrare nuovi vescovi senza mandato papale; l’altra dalla Conferenza episcopale tedesca, che sta introducendo un rito per la benedizione delle unioni coniugali illecite. Sulla carta i due casi sono piuttosto diversi, poiché coinvolgono principi teologici e canonici distinti. Ma il trattamento riservato dal Vaticano ai due gruppi ribelli inviterà certamente a fare dei confronti, per due ragioni. In primo luogo perché le controversie raggiungeranno il culmine più o meno nello stesso momento. In secondo luogo (e cosa più importante, dal punto di vista della percezione pubblica) perché i due casi coinvolgono due forze centrifughe opposte all’interno della Chiesa: la gerarchia progressista tedesca e quella tradizionalista FSSPX.

Alla FSSPX è stato ingiunto di non procedere con le ordinazioni in programma. (L’ordine non è venuto direttamente dal Papa, ma dal cardinale Fernandez. Tuttavia, Papa Leone ha ovviamente il potere di revocarlo, e non l’ha fatto). Eppure la FSSPX, che professa una fedeltà incrollabile all’autorità papale, intende ignorare quell’ordine, sostenendo che uno “stato di necessità” giustifica la propria sfida.

Il politico come ambito morale e religioso

Grazie a Res Novae – Perspectives romaines per la segnalazione
Il politico come ambito morale e religioso
don Claude Barthe

L’ambito politico non è mai parso così scollegato da quello morale e da quello religioso. Cinismo e corruzione di coloro che governano e di coloro per i quali essi governano. Brutalità pura, diretta o indiretta, della politica internazionale. Demoralizzazione dei popoli, ridotti ad una sottomissione consenziente e peraltro in gran parte privati del quadro morale di una legge, che consenta loro di orientare la propria condotta.

Se è vero che la presenza del male nel governo degli uomini è vecchia quanto l’umanità peccatrice, il fatto che la legge degli uomini sia stata ancorata alla «trascendenza» della volontà generale dai principi del 1789 ha aperto una sequenza del tutto nuova nella storia delle nazioni. Ciò appare ad uno stato chimicamente puro, si potrebbe dire, nelle leggi dette oggi «sociali», che escludono qualsiasi riferimento alla morale naturale.

venerdì 8 maggio 2026

Che cosa può offrire Roma?

Nella nostra traduzione da Substack.com. Un articolo di Kevin Tierney su come Roma non avrà NULLA da offrire ai membri in fuga della SSPX se vorranno staccarsi prima delle consacrazioni del 1° luglio. Si può aggiungere che sarebbe quasi impossibile immaginare qualcuno che abbandoni l'ambito della SSPX per correre tra le braccia di (diciamo) Fernandez. A parte questo... il Vaticano può attenuare le conseguenze di una rottura nella Fraternità Sacerdotale San Pio X?

Che cosa può offrire Roma?

Un recente resoconto del noto vaticanista Nico Spuntoni, (citato in inglese su Substack di Diane Montagna) [da noi ripreso qui .ndT[, afferma che Roma:
“… è preoccupata per la cura pastorale delle persone (cioè del clero) legate alla Fraternità che non intendono rimanervi dopo un'ulteriore rottura con Roma.”
Ciò non dovrebbe sorprendere, dato che la Chiesa ha storicamente cercato di limitare le conseguenze delle scomuniche e degli scismi. Tuttavia, questo solleva un interrogativo interessante: cosa può offrire Roma in termini di cura "pastorale" ai sacerdoti affiliati alla Compagnia di Gesù?

Supplica originale alla Regina del Santissimo Rosario di Pompei

Supplica originale alla Regina del Santissimo Rosario di Pompei 
 (come fu scritta dal Beato Bartolo Longo
Da recitare, a mezzogiorno, l’8 di Maggio e la Prima Domenica di Ottobre

✠ In Nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Così sia.

I. - O Augusta Regina delle Vittorie, o Vergine Sovrana del Paradiso, al cui Nome potente si rallegrano i Cieli e tremano per terrore gli abissi, o Regina Gloriosa del Santissimo Rosario, noi tutti, avventurati figli Vostri, che la bontà Vostra ha prescelti in questo secolo a innalzarvi un Tempio in Pompei, qui prostrati ai Vostri piedi, in questo giorno solennissimo della Festa dei novelli Vostri trionfi sulla Terra degl'idoli e dei demoni, effondiamo con lacrime gli affetti del nostro cuore e, con la confidenza di figli, Vi esponiamo le nostre miserie.
Deh! Da quel Trono di clemenza ove sedete Regina, volgete, o Maria, lo sguardo Vostro pietoso verso di noi, su tutte le nostre famiglie, sull'Italia, sull'Europa, su tutta la Chiesa; Vi prenda compassione degli affanni in cui volgiamo e dei travagli che ne amareggiano la vita.
Vedete, o Madre, quanti pericoli nell'anima e nel corpo ne circondano: quante calamità e afflizioni ne costringono!
O Madre, trattenete il Braccio della Giustizia del Vostro Figliuolo sdegnato e vincete con la clemenza il cuore dei peccatori: sono pur nostri fratelli e figli Vostri, che costarono Sangue al dolce Gesù, e trafitture di coltello al Vostro sensibilissimo Cuore.
Oggi mostratevi a tutti qual siete, Regina di Pace e di Perdono.

Alle radici della crisi liturgica: la perdita del senso di Dio

La Lettera di Paix liturgique n.1368 del 7 Maggio 2026. Problemi già noti esaminati e ripresi da punti di vista diversi: utile per i nuovi approcci ma anche per possibili approfondimenti. Qui l'indice degli articoli sulla liturgia ai tempi di Leone.

Alle radici della crisi liturgica: la perdita del senso di Dio

Il magistero della Chiesa [vedi], sotto la guida del Sommo Pontefice, offre ai vescovi, ai sacerdoti, ai consacrati e a tutti i fedeli diversi testi pensati per aiutarli ad acquisire una migliore comprensione di Dio, della fede e delle varie questioni legate alla condizione umana. Ogni uomo è infatti chiamato, quaggiù, a fare il bene ed evitare il male per poter raggiungere il Paradiso al termine della propria vita.

Se i papi Paolo VI e Giovanni Paolo II hanno affrontato il tema dell’Eucaristia (Mysterium Fidei nel 1965 per il primo; Ecclesia de Eucharistia nel 2003, per il secondo), una sola lettera enciclica è stata invece dedicata specificamente alla santa liturgia. Si tratta della Mediator Dei, redatta da papa Pio XII nel 1947. Questo testo fondamentale rimane il documento più completo dedicato al culto divino nel suo insieme ed è naturale che vi si trovi una chiara definizione di cosa sia la liturgia in sé. Secondo la Santa Chiesa, «La sacra liturgia è quindi il culto pubblico che il nostro Redentore rende al Padre come Capo della Chiesa; è anche il culto reso dalla comunità dei fedeli al suo Capo e, attraverso di lui, al Padre eterno: è, in una parola, il culto integrale del Corpo mistico di Gesù Cristo, cioè del Capo e delle sue membra».

giovedì 7 maggio 2026

Spira un vento Nuovo: il Nunzio Apostolico in Polonia conferisce la Cresima secondo il rito tradizionale

Nella nostra traduzione da Rorate caeli. Quello di Filipazzi è un nome già noto, perché è lo stesso arcivescovo che, come Nunzio in Indonesia, ha fornito una bella prefazione al libro di Anna Elissa "Mantilla: velo della sposa di Cristo" [testo in inglese qui], ritenuto oltreoceano il miglior libro sull'usanza delle donne che si coprono la testa per la messa. Ovviamente, da qualche tempo è un amico della Tradizione.

Spira un vento Nuovo: il Nunzio Apostolico in Polonia
conferisce la Cresima secondo il rito tradizionale

Spira un vento nuovo: a Varsavia, lo scorso sabato 2 maggio 2026, l'arcivescovo Antonio Guido Filipazzi, nunzio apostolico in Polonia, ha conferito il sacramento della Cresima secondo il rito latino tradizionale.
Cinquanta fedeli hanno ricevuto il sacramento della Confermazione nella Chiesa camaldolese.
Anche il Nunzio era presente alla celebrazione della Messa tradizionale (la missione è gestita dall'Istituto del Buon Pastore - IBP).

[Rara avis; ma ben vengano! -ndT]

L'Abate primate dei benedettini: «La Messa in rito antico non può più essere eliminata»

Dom Jeremias Schröder interviene sul dibattito che riguarda presente e futuro del "Vetus Ordo" nella Chiesa. Non è mai abbastanza parlarne. Interessante il fatto che anche quelli di una prospettiva piuttosto progressista stanno semplicemente ammettendo che il vecchio rito è qui per restare. (Bontà loro! Ma la resistenza si fa sempre più determinata). Qui l'indice degli articoli sulla Liturgia ai tempi di Leone.

L'Abate primate dei benedettini:
«La Messa in rito antico non può più essere eliminata»


Il segnale Leone XIV l’ha mandato lo scorso marzo, con la lettera ai vescovi di Francia riuniti a Lourdes per la loro assemblea plenaria [qui]. In quel messaggio il Pontefice, per la penna del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, interpellava i pastori d’Oltralpe sulla «crescita delle comunità legate al Vetus Ordo», cioè legate alla Messa celebrata secondo il rito anteriore alla riforma liturgica approvata da Paolo VI. E dava un’indicazione di massima su come procedere, che evidentemente non riguardava solo la Francia: no all’ostracismo, sì a percorsi di comunione. «È preoccupante che nella Chiesa continui ad aprirsi una ferita dolorosa riguardante la celebrazione della Messa, sacramento stesso dell'unità» si leggeva nella missiva, «per sanarla, è certamente necessaria una nuova prospettiva reciproca, con una maggiore comprensione delle sensibilità altrui; una prospettiva che permetta ai fratelli, arricchiti dalla loro diversità, di accogliersi a vicenda nella carità e nell'unità della fede». Leone XIV invocava quindi lo Spirito Santo perché suggerisse ai vescovi francesi «soluzioni concrete che consentano la generosa inclusione di coloro che aderiscono sinceramente al Vetus Ordo, secondo le linee guida stabilite dal Concilio Vaticano II in materia di liturgia». [quiqui come interpretare].

In Illo Tempore: IV Domenica dopo Pasqua

Nella nostra traduzione da OnePeterFive la consueta meditazione di P. John Zuhlsdorf che ogni settimana ci consente di approfondire i tesori di grazia ricevuti nella celebrazione domenicale qui

In Illo Tempore: IV Domenica dopo Pasqua

Il contesto dell’anno liturgico per la IV Domenica dopo Pasqua è la preparazione all’Ascensione del Signore. Ci troviamo nella seconda fase del Tempo Pasquale. La prima fase guardava indietro al sepolcro vuoto e ci introduceva ai sacramenti del Battesimo e dell’Eucaristia. Ora i formulari della Messa orientano lo sguardo verso l’alto e in avanti, verso l’Ascensione del Signore, la discesa dello Spirito Santo, la nascita della Chiesa nella forza apostolica e il sacramento della Confermazione. La Santa Madre Chiesa ci pone ancora una volta nel cenacolo, in quella intimità carica dell’Ultima Cena, dove il Signore prepara i Suoi Apostoli a misteri che non possono ancora comprendere senza la venuta del Paraclito.

mercoledì 6 maggio 2026

I Figli del Santissimo Redentore denunciano le riforme del Vaticano II

Nella nostra  traduzione da Lifesitenews. I Figli del Santissimo Redentore hanno denunciato le riforme del Concilio Vaticano II e chiesto una soluzione. Precedenti qui - qui
I Figli del Santissimo Redentore
denunciano le riforme del Vaticano II

I Figli del Santissimo Redentore, una congregazione cattolica tradizionalista con sede a Papa Stronsay, in Scozia, hanno rilasciato una dichiarazione in cui denunciano Paolo VI e Leone XIV come "usurpatori del papato" e condannano le riforme del Concilio Vaticano II, affermando che hanno "provocato un grave scisma dal Corpo Mistico".

La comunità – spesso chiamata “Redentoristi Transalpini” – è stata fondata da padre Michael Mary Sim nel 1987 sotto gli auspici dell'arcivescovo Marcel Lefebvre e della Fraternità Sacerdotale San Pio X, su incoraggiamento del cardinale Édouard Gagnon. Si è riconciliata con il Vaticano nel 2012 e opera negli Stati Uniti e in Nuova Zelanda.
La lettera allegata alla dichiarazione spiega la posizione della comunità riguardo allo stato della Chiesa dopo il Concilio Vaticano II, illustrando nel dettaglio l'insegnamento precedente della Chiesa e sostenendo che vi è stato un significativo allontanamento da esso.

Solo il Vangelo?

A prescindere dalle elucubrazioni di un interlocutore impresentabile. Che ne pensate?
Solo il Vangelo?

Ah, eccola di nuovo: quella piccola, untuosa formulazione che si insinua nel dibattito: "Sto solo predicando il Vangelo". O la sua cugina ancora più ipocrita: "Semplicemente annuncio il Vangelo". Che mitezza. Che modestia. Che, si sospetta, ipocrisia.

Preferirei fare gargarismi con la ghiaia piuttosto che pronunciare una simile frase. Perché non è una dichiarazione di umiltà d'intenti; è una scappatoia retorica, un lasciapassare per evitare il dibattito, una foglia di fico verbale premuta disperatamente sulla nudità della propria posizione reale. E una volta che la si comprende per quello che è, non si può più ignorare la codardia intellettuale che sventola al vento.

Un nuovo sacerdozio: un sacerdozio senza croce

Il 2 maggio 2026 - presso la Cattedrale-Santuario nazionale di Nostra Signora dell'Assunta nella diocesi di Maasin a Leyte meridionale, Filippine - è avvenuta una storica ordinazione sacerdotale nel rito della Messa latina Tradizionale; il che segna la prima ordinazione diocesana secondo i riti pre-Vaticano II, dagli Anni '60, nelle Filippine. Si tratta dell'ordinazione del reverendo don Lance Patrick C. Enad, presieduta dal vescovo Athanasius Schneider alla presenza del vescovo Precioso D. Cantillas.
Per molti cattolici filippini legati alla tradizione, questo è un momento significativo che riafferma il valore duraturo dell'antica liturgia e dell'insegnamento cattolico ortodosso.
Padre Lance è noto per la sua arguzia, chiarezza intellettuale e dedizione nel difendere la comprensione tradizionale delle dottrine cattoliche fondamentali contro il liberalismo e gli errori moderni. Qualche anno fa ha fortemente criticato la Teologia della Liberazione e un gruppo di teologi filippini, sostenendo che riducono il sacrificio di Cristo a mera lotta politica, minano la comprensione cattolica del sacerdozio e del sacrificio espiatorio secondo la Tradizione, e sostituiscono la teologia sacramentale con l'attivismo sociale. Potete leggere l'articolo di seguito nella nostra traduzione da epistlesonline. Il discorso si riallaccia alla linea dell'attuale pontificato constatata qui.

Un nuovo sacerdozio: un sacerdozio senza croce
Pubblicato da
Jonel Esto
A cura di: Padre Lance Patrick C. Enad

Ho avuto il privilegio di far visita al mio professore di Filosofia Morale, Filosofia Antica e Filosofia Medievale nella sua casa a Malolos, Bulacan. La visita è stata piuttosto breve, ma siamo riusciti a conversare su diversi argomenti, dalla filosofia morale e teologia, alle Sacre Scritture, alla Teologia Dogmatica, all'eresia modernista e alla Teologia della Liberazione.

Allontanandosi dal tema della Sacra Scrittura, il professore ha sottolineato come un certo gruppo di teologi (DAKATEO) nelle Filippine sia stato fortemente influenzato dalla Teologia della Liberazione, che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno respinto in quanto interpretazione marxista della teologia cattolica, il cui antenato, l'americanismo, fu condannato come eretico da Leone XIII.

Per brevità, il marxismo inquadra tutta la realtà storica sulla base di una lotta di classe o di una lotta per il potere. O, per dirla in altro modo, la storia viene interpretata attraverso l'ermeneutica della lotta per il potere, in modo tale che ogni cosa debba essere spiegata in tal senso.

Applicando ora questa prospettiva della Teologia della Liberazione Marxista all'evento storico dell'Incarnazione, del Ministero Pubblico, della Sofferenza, della Morte e della Risurrezione di Cristo, alcuni membri di spicco di DAKATEO sostengono che la sofferenza e la morte di Gesù Cristo sulla croce siano principalmente una conseguenza della sua lotta contro l'autorità ebraica e romana. Ciò ha diverse implicazioni nefaste. In primo luogo, significa che la morte di Cristo sulla croce NON è un sacrificio espiatorio, ma solo una conseguenza della lotta per il potere. In secondo luogo, poiché la morte di Cristo non è un sacrificio espiatorio, la missione principale di Gesù NON è quindi quella di offrirsi sulla croce per redimere l'umanità, ma quella di costruire un Regno di giustizia. In terzo luogo, l'idea di sacrificio espiatorio deve pertanto essere scartata.

Ora, è ovvio che ciò è in diretta contraddizione con la Sacra Tradizione e con la Dottrina Cattolica, poiché i Padri della Chiesa, i testimoni privilegiati della Sacra Tradizione, interpretano tutti in modo coerente la morte di Gesù come un sacrificio espiatorio. Inoltre, la Sacra Scrittura è chiara nell'identificare Cristo come l'agnello da sacrificare in espiazione dei peccati.

Tuttavia, ciò ha implicazioni ancora più insidiose nella teologia del sacerdozio. I Padri, in particolare San Giovanni Crisostomo, diversi dottori della Chiesa e persino il magistero della Chiesa hanno identificato e legato il sacerdozio al Santo Sacrificio della Messa, in modo tale che quando si parla di sacerdozio, non si può non parlare di sacrificio, perché il sacerdozio è sacrificio. Pertanto, il sacerdozio conferisce un carattere ontologico all'uomo ordinato, affinché agisca in persona Christi capitis per offrire primariamente il Sacrificio di Cristo sulla Croce, che è la Messa, e per amministrare i sacramenti, mezzi di grazia santificante, nella persona di Cristo.

I teologi della liberazione rifiutano questa nozione di sacerdozio. Essi rifiutano l'idea che il sacerdozio conferisca un carattere ontologico all'anima di colui che viene ordinato, perché attribuire un carattere distintivo al sacerdote crea, per usare le parole di un membro di Dakateo, "una Chiesa medievale a due livelli" in cui si verifica una lotta di potere tra il sacerdozio ministeriale e il sacerdozio comune.

Tuttavia, il nocciolo della questione risiede nella cristologia della Teologia della Liberazione. Se Cristo non ha offerto un sacrificio espiatorio con la sua morte sulla croce, nella quale egli stesso è Sacerdote, Altare e Vittima, e se questo non è l'obiettivo principale della sua incarnazione, allora anche il sacerdozio ministeriale non ha come fine ultimo l'offerta del Sacrificio e l'amministrazione dei Sacramenti. Ora, se la morte di Cristo è stata solo una conseguenza della lotta di classe e se la sua missione centrale è la costruzione di un Regno di Giustizia, allora anche l'obiettivo principale del sacerdote è quello di costruire una comunità di Giustizia.

Si può quindi comprendere come tutto ciò si incastri alla perfezione. Per la Chiesa cattolica, per i Padri della Chiesa, il sacerdozio è destinato al sacrificio perché Cristo si è offerto in sacrificio espiatorio. Per la Teologia della Liberazione, il sacerdozio è destinato alla promozione della giustizia sociale perché la missione di Cristo è quella di costruire un Regno di giustizia.

Ciò ricorda una certa frase pronunciata dal diciottesimo superiore generale della Congregazione dei Padri dello Spirito Santo e primo arcivescovo di Dakar: "Un nuovo sacerdozio".


Ora tutto ha un senso.

Il sacerdozio cattolico deriva logicamente dalla cristologia cattolica e dalla teologia cattolica del sacrificio espiatorio di Cristo.

Il Nuovo Sacerdozio della Teologia della Liberazione deriva logicamente dalla Cristologia della Teologia della Liberazione e dal rifiuto del sacrificio espiatorio di Cristo.

Per la Chiesa cattolica, il sacerdote è un uomo che agisce in persona Christi capitis per offrire il Sacrificio e amministrare i sacramenti. Per la teologia della liberazione, il sacerdote è un esaltato paladino della giustizia sociale.

Per la Chiesa cattolica, poiché Cristo è il sacerdote, la vittima e l'altare per eccellenza, il sacerdozio è destinato all'offerta del sacrificio.

Per la Nuova Religione della Teologia della Liberazione, poiché Cristo è l'assistente sociale che costruisce il regno di giustizia per eccellenza, il sacerdote è un assistente sociale o un attivista. Il Nuovo Sacerdozio di questa Nuova Religione è un sacerdozio senza la Croce. Un sacerdozio senza Cristo Crocifisso.

Tutto torna: il sacerdozio cattolico segue la religione cattolica. Questo nuovo sacerdozio segue una nuova religione.

Recentemente abbiamo appreso la notizia che un importante sacerdote ha smesso di celebrare quotidianamente il Santo Sacrificio della Messa. Proprio oggi, questo sacerdote ha espresso opinioni contrarie a porre la Liturgia al centro – o, come la definisce il Concilio Vaticano II, il Culmen et Fons.

Ora, a prescindere dalla veridicità o meno delle notizie, possiamo dedurre, anche grazie alla sua recente dichiarazione, che egli non possiede una teologia del sacerdozio intrinsecamente legata al concetto di sacrificio espiatorio. Non sembra credere nel sacerdozio cattolico, bensì nel nuovo sacerdozio della nuova religione.

Crisi della Chiesa - II: Se la definizione della Messa del Novus Ordo come “Memoriale Passionis et Resurrectonis Domini” alteri in senso protestante il significato della Messa stessa

Una trattazione come al solito argomentata, chiara ed esaustiva, quella che segue del prof. Pasqualucci. Molto interessante anche questo precedente [qui], dello stesso autore, che chiama in causa Traditionis custodes.

Crisi della Chiesa - II:
Se la definizione della Messa del Novus Ordo come “Memoriale Passionis et Resurrectonis Domini” alteri in senso protestante il significato della Messa stessa 
Paolo Pasqualucci
Una definizione protestante della Messa cattolica
Il giorno del Corpus Domini del 1969, anno in cui entrò in vigore la rivoluzionaria riforma liturgica in vernacolo voluta da Paolo VI, “uno scelto gruppo di teologi, liturgisti e pastori d’anime”, consegnò al Papa un approfondito studio della relativa Institutio generalis missalis romani, meglio nota come Institutio del Novus Ordo Missae . In questo studio si dimostrava come in essa apparisse “un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa, quale fu formulata nella Sessione XXII del Concilio Tridentino”[1].

Nientedimeno. A fare questa gravissima affermazione furono due autorevoli cardinali, Alfredo Ottaviani e Antonio Bacci, nella loro Lettera di rispettosa Presentazione del suddetto studio (vedi) a Paolo VI, supplicandolo di intervenire. Quel Papa, che, incredibile a dirsi, aveva approvato il testo iniziale, non rispose ai due cardinali ma autorizzò l’inserimento di cinque variazioni importanti sotto forma di aggiunte, più altre minori. Le modifiche correggevano l’impostazione eterodossa dell’intera Institutio, in particolare l’infausto art. 7 dedicato alla definizione della Messa. Ma, come si suol dire, si trattava sempre di mettere delle “pezze” ad un testo gravemente lesivo del significato tradizionale ed autentico della Santa Messa. Possiamo dire che la correzione sia riuscita solo in parte.

L’art. 7 originale proponeva una visione della Messa solamente come comunione o sinassi, memoriale di preghiera comune in semplice ricordo dell’Ultima Cena: “La Cena del Signore, altrimenti detta messa, è una sacra riunione e cioè l’assemblea del popolo di Dio che si riunisce sotto la presidenza del sacerdote, per celebrare il memoriale del Signore. È per questo che l’assemblea della Chiesa locale realizza in modo eminente la promessa di Cristo: -- Lì ove due o tre sono riuniti in nome mio, là sono in mezzo a loro (Mt 18, 20)”.

Ma questa è la Messa protestante !! Nel suo fondamentale, articolato studio sulla riforma anglicana, lo scomparso studioso cattolico gallese Michael Davies (1936-2004) ci fa vedere come il Common Prayer Book del 1649, opera del vescovo fedifrago Thomas Cranmer, professasse proprio il concetto di Messa come “comunione o sinassi” semplicemente intesa a celebrare il Ricordo dell’ultima Cena.

“I protestanti intendevano per sinassi una assemblea del popolo fedele riunita sotto la presidenza d’un ministro al fine di celebrare il memoriale del Signore in una cena commemorativa nella quale Egli sarebbe stato presente allo stesso modo in cui è sempre presente quando due o tre persone sono riunite in suo nome.

Cranmer così spiegava la cosa:

-- Il Cristo è presente ogni volta che la Chiesa l’invoca nella preghiera ed è riunita in suo nome. E il pane e il vino divengono per noi il corpo e il sangue del Cristo (com’è detto nel Common Prayer Book) non perché mutino la sostanza del pane e del vino nella sostanza del corpo e del sangue naturali di Cristo, bensì perché, a causa del santo uso che ne vien fatto, essi sono, per coloro che li ricevono, il corpo e il sangue di Cristo”[2].

Il pane e il vino diventano corpo e sangue di Cristo non dunque in se stessi, a causa della Consacrazione messa in atto dal sacerdote officiante in persona Christi, ma unicamente per chi vuole crederlo, tra i fedeli. Questa falsa nozione, che riduce l’effetto della Consacrazione ad un significato creduto dal semplice fedele, fu ripresa, utilizzando categorie del pensiero contemporaneo, da Edward Schillebeeckx (1914-2009), il noto domenicano belga eterodosso che, subito dopo il Concilio, cercò di sostituire la nozione di transustanziazione con quella di transsignificazione – nozione riprovata da Paolo VI nella Lettera enciclica Mysterium fidei del 3 settembre 1965 sulla dottrina e il culto della SS. Eucarestia, che dovette pubblicare addirittura tre mesi prima della conclusione del Vaticano II, contro il pullulare di interpretazioni eretiche della transustanziazione e della S. Messa.

Solo dopo le modifiche e le aggiunte imposte dalle proteste, l’art. 7 nominava il carattere sacrificale della Messa e la presenza “anche sostanziale e continuativa” di Cristo sotto le specie eucaristiche ma omettendo sempre di menzionare la transustanziazione; omissione che, secondo Pio VI, rendeva qualsiasi definizione della Messa “perniciosa, derogante dalla vera definizione, favorevole agli eretici”[3].

Questa la versione emendata dell’art. 7 :

Nella Messa o cena del Signore, il popolo di Dio è convocato e riunito, sotto la presidenza del sacerdote che rappresenta la persona di Cristo, per celebrare il memoriale del Signore o Sacrificio eucaristico. È per questo che l’assemblea locale della Santa Chiesa realizza in modo eminente la promessa di Cristo: -- Lì ove due o tre sono riuniti in nome mio, là sono in mezzo a loro (Mt 18, 20). In effetti, nella celebrazione della Messa, in cui è perpetuato il sacrificio della Croce, Cristo è realmente presente nell’assemblea stessa riunita in suo nome, nella persona del ministro, nella sua parola, E ANCHE, MA IN MANIERA SOSTANZIALE E CONTINUATIVA, SOTTO LE SPECIE EUCARISTICHE.”[4]

Nel Novus Ordo la Consacrazione del pane e del vino era ovviamente mantenuta, nonostante i mutamenti apportati: tuttavia, con una simile definizione della Messa (quella originaria dell’art. 7, mal emendata perché sempre silente sulla transustanziazione), chi voleva non poteva forse intenderla alla maniera di Cranmer, riducendo cioè la presenza reale ad un fatto meramente simbolico, un “segno efficace” per alimentare la nostra fede, insomma ad un significato posto dal soggetto che si comunicava?[5] E dopo l’insufficiente correzione – nonostante il “continuativa” – chi voleva non poteva intenderla come consustanziazione, al modo dei luterani cioè come presenza reale limitata all’uso che non muta la sostanza del pane e del vino?

Come dar torto al P. Roger-Thomas Calmel OP (1914-1975), austera e all’epoca molto stimata figura del cattolicesimo francese, il quale, dimostrando notevole coraggio, dichiarò pubblicamente che non avrebbe mai celebrato il nuovo rito, perché “equivoco”, in quanto “favoriva la confusione tra la Messa cattolica e la Cena protestante”?[6]

Ma noi semplici fedeli dobbiamo pur porre questa domanda: non volendo ripetere l’articolata e approfondita definizione dogmatica della transustanziazione prodotta dal Concilio di Trento[7], cosa impediva ai riformatori della Messa di riportare almeno la prima menzione ufficiale della transustanziazione, nella Professione di Fede contenuta nel cap. I del Concilio Ecumenico IV Lateranense, tenutosi nel novembre del 1215?

“Una, inoltre, è la Chiesa universale dei fedeli, fuori della quale nessuno assolutamente si salva. In essa lo stesso Gesù Cristo è sacerdote e vittima, il suo corpo e il suo sangue sono contenuti realmente nel sacramento dell’altare, sotto le specie del pane e del vino, transustanziati il pane nel corpo, il sangue nel vino per divino potere; cosicché per adempiere il mistero dell’unità, noi riceviamo da Lui ciò che egli ha ricevuto da noi”[8].

E nella definizione tradizionale della Messa, vigente sino all’imposizione del Novus Ordo, c’era forse qualcosa che non andava bene?

“654. Che cosa è dunque la Santa Messa?

R. La Santa Messa è il sacrificio del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo offerto sui nostri altari sotto le specie del pane e del vino, in memoria del sacrificio della Croce”[9].

Quello che evidentemente non andava bene era il concetto stesso della Messa come sacrificio. E difatti, nell’art. 7 modificato dell’Institutio del Novus Ordo, anche dopo l’aggiunta emendatrice manca comunque il riferimento esplicito al Sacrificio. Per trovarlo, dobbiamo andare agli art. 48 e 56 della Institutio, ma in modo soddisfacente solo dopo la correzione dovuta subire.

Art. 48, versione originale: “L’ultima cena, in cui Cristo istituì il memoriale della sua morte e della sua resurrezione, è incessantemente presente nella Chiesa, quando il sacerdote, rappresentante Cristo Signore, fa ciò che Egli assegnò di fare ai suoi discepoli in sua memoria, istituendo così il sacrificio e il banchetto pasquale”. Versione emendata: “Nell’ultima Cena, Cristo istituì il sacrificio e il banchetto pasquale, con cui il sacrificio della croce è incessantemente presente nella Chiesa, quando il sacerdote, rappresentante Cristo Signore, fa ciò che lo stesso Signore fece e ciò che Egli assegnò di fare ai suoi discepoli in sua memoria”. Si noti: nella versione originale ciò che era incessantemente presente era l’Ultima Cena in quanto in primo luogo “memoriale della sua morte e resurrezione”.

Art. 55, versione originale: “Racconto dell’istituzione: con le parole e le azioni di Cristo, è rappresentata l’ultima cena, in cui lo stesso Cristo Signore istituì il sacramento della sua Passione e della sua Resurrezione, quando Egli diede ai suoi Apostoli da mangiare e da bere il suo Corpo e il suo Sangue sotto le specie del pane e del vino, e assegnò loro il mandato di perpetuare questo mistero…”. Versione emendata: “Racconto dell’istituzione e consacrazione: con le parole e le azioni di Cristo si compie il sacrificio che Cristo stesso istituì nell’ultima Cena, quando offrì il suo corpo e il suo sangue sotto le specie del pane e del vino, di diede da mangiare e da bere ai soi Apostoli e assegnò loro il mandato di perpetuare questo mistero…”. Anche qui, nella versione originale, l’istituzione lo sarebbe stata della “Passione e Resurrezione” senza alcun riferimento al sacrificio[10].

Ma l’omissione della transustanziazione e del sacrificio erano a ben vedere inevitabili, visto che Paolo VI aveva autorizzato la collaborazione di sette esperti liturgisti protestanti all’elaborazione del Novus Ordo – la collaborazione, quindi, di eretici da sempre nemici implacabili della vera Messa cattolica !!

Sulla tinta protestante della Nuova Messa si è espresso con l’abituale chiarezza ed acume mons. Athanasius Schneider, vescovo ausiliare nella arcidiocesi di Maria Santissima ad Astana, nel Kazachistan:

“Il drastico cambiamento del millenario rito della Messa attuato da papa Paolo VI ha senza dubbio attenuato il carattere essenzialmente sacrificale, cristocentrico e latreutico della Messa, spostandolo più nel senso di un banchetto fraterno e di un incontro di preghiera incentrato sulla comunità, che dal punto di vista fenomenico è più simile ai servizi di preghiera protestanti”[11].

Il nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica nomina espressamente la transustanziazione, agli articoli 1374 e seguenti nonché all’art. 1413. Quest’ultimo, nella sezione “di sintesi” posta alla fine dei vari paragrafi, recita: “Mediante la consacrazione si opera la transustanziazione del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di Cristo. Sotto le specie consacrate del pane e del vino, Cristo stesso, vivente e glorioso, è presente in maniera vera, reale e sostanziale, il suo Corpo e il suo Sangue, con la sua anima e la sua divinità”. Si tratta in sostanza di una citazione del Concilio di Trento, espressamente richiamato (DS, 1640, 1641). Ma il catechismo apparve nel 1992, opera di Giovanni Paolo II, quando i buoi erano da molto tempo scappati dalla stalla, come si suol dire.
L’inesatta definizione della Messa come «Memoriale Passionis et Resurrectionis Domini»
In questo mio intervento sulla crisi della Chiesa, mi voglio occupare di un’altra definizione della Messa Novus Ordo, ugualmente insufficiente e teologicamente fonte di confusione.

Scrive il Breve esame critico: “Di denominazioni della Messa ve ne sono innumerevoli nell’Institutio, tutte accettabili relativamente, tutte da respingere se usate, come lo sono, separatamente e in assoluto. Ne citiamo alcune: -- Actio Christi et populi Dei, Cena dominica sive Missa, Convivium Paschale, Communis participatio mensae Domini, Memoriale Domini, Precatio Eucharistica, etc. Come è fin troppo evidente, l’accento è posto ossessivamente sulla cena e sul memoriale anziché sulla rinnovazione incruenta del Sacrificio sul Calvario. Anche la formula «Memoriale Passionis et Resurrectionis Domini», è inesatta, essendo la Messa il memoriale del solo Sacrificio, che è redentivo in se stesso, mentre la Resurrezione ne è il frutto conseguente”[12].

In nota, si precisava: “Si dovrebbe aggiungere anche l’Ascensione ove si volesse riprendere l’Unde et memores, che d’altronde non accomuna ma nettamente e finemente distingue: -- […] tam beatae Passionis, nec non et ab inferis Resurrectionis, sed et in coelos gloriosae Ascensionis”[13].

La frase Unde et memores (“Laonde e ricordando”) è l’inizio della Anámnesi, preghiera eucaristica che il sacerdote effettua dopo la Consacrazione del Calice, per rammentare che il Sacrificio della Messa ricorda in primo luogo quello sulla Croce, che miracolosamente rinnova in modo incruento agendo in persona Christi, e solo sussidiariamente gli altri due eventi capitali dell’opera della salvezza. Anámnesis, è parola greca che significa appunto: ricordo, ricordanza. All’inizio di questa preghiera si menzionano anche la Resurrezione e l’Ascensione, ma senza mai metterle sullo stesso piano della Passione e Morte del Signore: “Laonde, o Signore, anche noi tuoi servi, come altresì il tuo popolo santo, ricordando sia [tam] la beata Passione del medesimo Cristo tuo Figliolo, nostro Signore, nonché [nec non] la sua Resurrezione dagli Inferi, ma anche [sed et] la sua gloriosa Ascensione in cielo, offriamo all’eccelsa tua maestà, delle cose che ci hai donato e date, l’Ostia pura, l’Ostia santa, l’Ostia immacolata, il Pane santo della vita eterna e il Calice della perpetua salvezza. Su questi doni con propizio e sereno volto dégnati di guardare e di gradirli, come ti degnasti di gradire i doni del tuo giusto servo Abele, e il sacrificio del nostro Patriarca Abramo e quello che ti offrì il tuo sommo sacerdote Melchisedech, santo sacrificio, immacolata ostia, etc.”[14]. In latino la differenziazione dei tre momenti ricordati è ancor meglio marcata, nella successione: tam…nec non…sed et.

La Resurrezione è “il frutto” della Crocifissione. Avendo obbedito alla volontà del Padre, che esigeva il suo sacrificio sino alla testimonianza del sangue con la crocifissione (Eb 5, 7-10), pena crudelissima inflitta a ribelli e traditori o ai peggiori delinquenti, Cristo, giustiziato innocente e perfettamente consapevole del Sacrificio che stava volontariamente compiendo per la salvezza dell’uomo peccatore, ha lucrato per noi quei meriti che ci consentono di aprirci alla Grazia per ottenere la fede e compiere le buone opere. Tra Crocifissione e Resurrezione c’è un rapporto che possiamo considerare di tipo causale. La S. Messa, come precisa il Breve esame critico, celebra da sempre il solo Sacrificio della Croce, che è in se stesso “redentivo”. Vale a dire: solo la Croce ci dà la possibilità di redimerci dai nostri peccati, con il pentimento la confessione il mutamento di vita, ottenendoci da Dio misericordia e perdono ed infine la vita eterna, se perseveriamo sino alla fine. Tant’è vero che per secoli la pietà popolare ha visto solo nella “via regia della santa Croce” la possibilità della salvezza. Si rileggano in proposito le pagine profonde e sempre attuali della Imitazione di Cristo, cap. XII, Libro II.

La corretta impostazione del rapporto tra la Croce e la Resurrezione, risulta anche da preghiere tradizionali come quelle che si recitano all’Angelus. Infatti, nell’Oremus (“Preghiamo”) finale, cosa si dice?

“Degnati, Signore, infondere la tua grazia nelle anime nostre, affinché, come per l’annuncio dell’Angelo abbiamo conosciuto l’Incarnazione di Cristo, tuo Figlio, così per la sua Passione e Croce, giungiamo alla gloria della Risurrezione. Per Cristo Nostro Signore. Amen”.

In latino: “ […] qui, Angelo nuntiante, Christi Filii tui incarnationem cognovimus, per passionem eius et crucem ad resurrectionis gloriam perducamus. Per eundem Christum Dominum nostrum. Amen”[15].

Solo mediante la Passione e la Croce, ovvero imitando Cristo nella difficile lotta per la nostra santificazione quotidiana, possiamo giungere alla “gloria della Resurrezione”, entrare cioè nella vita eterna.

La non corretta equiparazione tra Passione e Resurrezione crea confusione tra ciò che viene soprannaturalmente “rinnovato” in modo incruento nella Messa (il Sacrificio della Croce, “redentivo” in se stesso), e ciò che può esservi solo “ricordato”, come la Resurrezione e l’Ascensione.

La Messa Novus Ordo ha ovviamente conservato l’Anámnesi dopo la consacrazione del Calice. Ma bisogna vedere come l’ha conservata.

Andiamo ai dettagli.
L’anámnesi nel Novus Ordo
La formula di Rito Romano Antico recita:

“Nello stesso modo, dopo di aver cenato, preso nelle sue sante e venerabili mani anche questo glorioso Calice, di nuovo, rendendoti grazie, benedisse e lo diede ai suoi discepoli, dicendo: prendete e bevetene tutti:

«Poiché questo è il Calice del sangue mio, della nuova ed eterna alleanza – mistero di fede – il quale sarà sparso per voi e per molti, in remissione dei peccati». Pronunciate queste parole, il celebrante depone il Calice sul corporale e dice in segreto, sempre in latino: “Ogniqualvolta farete questo, lo farete in memoria di me”.

La formula del Novus Ordo, recita:

“Dopo la cena, allo stesso modo, prese questo glorioso calice nelle sue mani sante e venerabili, ti rese grazie con la preghiera di benedizione, lo diede ai suoi discepoli, e disse:

«Prendete e bevetene tutti: questo è il Calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza , versato per voi e per tutti, in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me».

Mistero della fede: “Annunziamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta.

Oppure

“Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo a questo calice annunziamo la tua morte, Signore, nell’attesa della tua venuta.”

Oppure

“Tu ci hai redenti con la tua croce e la tua risurrezione: salvaci, o Salvatore del mondo”.

Subito dopo, si inizia la preghiera dell’Anámnesi:

“In questo sacrificio, o Padre, noi tuoi ministri e il tuo popolo santo celebriamo il memoriale della beata passione, della resurrezione dai morti e della gloriosa ascensione al cielo del Cristo tuo Figlio e nostro Signore, e offriamo alla tua maestà divina, tra i doni che ci hai dato, la vittima pura, etc”[16].

Anticipata dall’invocazione in quattro redazioni del “mistero della fede”, abbiamo dunque l’infiltrarsi di una definizione della Messa come “celebrazione di un memoriale”, costituito dall’ugual valore che, nel ricordo, hanno la Passione, la Resurrezione, l’Ascensione: in quanto oggetto di ricordo, questi tre eventi dell’opera salvifica del Signore non vengono resi alla memoria secondo la loro propria specifica gerarchia di significato, come nell’Ordo Vetus. Qui non si distingue più nulla.

Si noterà che l’ invocazione del “mistero della fede” prevista in quattro redazioni, da parte dei fedeli immediatamente dopo la consacrazione del Calice, ricalca un versetto di san Paolo, tratto dal capitolo della Prima Lettera ai Corinti nel quale definisce l’istituzione dell’Eucaristia: “Or dunque, tutte le volte che mangiate questo pane e bevete il calice, celebrate la morte del Signore, finché Egli venga” (1 Cr 11, 26). Nella Chiesa primitiva la Comunione si aveva sotto le due specie ma nella Chiesa latina un’evoluzione graduale e spontanea ha portato all’affermarsi della Comunione sotto una sola specie. I protestanti hanno sempre dichiarato di voler tornare all’tabilendo la Comunione sotto le due specie --- e questa, del voler tornare all’antico col pretesto assurdo e storicamente falso che la Chiesa romana avrebbe imposto riti artificiosi per tanti secoli, è sempre stata un’istanza degli eretici di quasi tutte le risme, di fatto penetrata anche nella “riforma liturgica” montiniana (si tratta del c.d. archeologismo, errore già stigmatizzato da Pio XII).

Si noterà, altresì, che la terza redazione dell’invocazione tratta da san Paolo è proprio quella “inesatta”, per non dire scorretta, denunciata dal Breve esame critico: “Tu ci hai redenti con la tua croce e la tua resurrezione”. Ma la resurrezione è appunto il risultato della croce, la sua conseguenza enormemente positiva per chi si affida a Cristo nella sua vita quotidiana sino alla fine dei suoi giorni. L’errore è solare.

Nel Novus Ordo, l’Anámnesi, che ricalca più o meno quella del rito antico, viene ricompresa nella Preghiera Eucaristica, della quale si danno tuttavia ben dieci redazioni. La prima è quella detta del Canone Romano, che recita: “In questo sacrificio, o Padre, noi tuoi ministri e il tuo popolo santo celebriamo il memoriale della beata passione, della risurrezione dai morti e della gloriosa ascensione al cielo del Cristo tuo Figlio e nostro Signore e offriamo alla tua maestà divina, tra i doni che ci hai dato, la vittima pura, santa e immacolata, pane santo della vita eterna e calice dell’eterna salvezza”[17].

Si ripete l’equiparazione completa dei tre momenti capitali dell’opera della Salvezza.

Nella Preghiera Eucaristica II, si dice: “Celebrando il memoriale della morte e risurrezione del tuo Figlio, ti offriamo, Padre etc “[18].

Nella Preghiera Eucaristica III : “Celebrando il memoriale del tuo Figlio, morto per la nostra salvezza, gloriosamente risorto e asceso al cielo, nell’attesa della tua venuta ti offriamo, Padre, in rendimento di grazie questo sacrificio vivo e santo”[19].

Nella Preghiera Eucaristica IV : “In questo memoriale della nostra redenzione celebriamo, Padre, la morte di Cristo, la sua discesa agli inferi, proclamiamo la sua risurrezione e ascensione al cielo, dove siede alla tua destra, e, in attesa della sua venuta nella gloria, ti offriamo il suo corpo e il suo sangue, sacrificio a te gradito, per la salvezza del mondo”[20].

La Preghiera Eucaristica V consta di quattro preghiere, ognuna con un sottotitolo. L’anámnesi vi appare qui sostanzialmente affine a quella tradizionale.

Preghiera Eucaristica V/A Dio guida la sua Chiesa : “Celebrando il memoriale della nostra riconciliazione annunziamo, o Padre, l’opera del tuo amore. Con la passione e la croce hai fatto entrare nella gloria della risurrezione il Cristo, tuo Figlio, e lo hai chiamato alla tua destra, re immortale dei secoli e Signore dell’universo. Guarda, Padre Santo, questa offerta: è Cristo che si dona con il suo corpo e il suo sangue, e con il suo sacrificio apre a noi il cammino verso di te”[21].

Preghiera Eucaristica V/B Gesù nostra via : ripete la formula di V/A.
Preghiera Eucaristica V/C Gesù modello di amore: ripete la formula di V/A. 
 Preghiera Eucaristica V/D La Chiesa in cammino verso l’unità : ripete la formula di V/A[22].

Nelle ultime due Preghiere Eucaristiche si torna invece alla fuorviante equiparazione, cioè alla confusione tra ciò che può esser presente solo nel ricordo (la Resurrezione) e ciò che invece viene ricordato proprio perché effettivamente, attualmente presente sull’Altare, nel rinnovamento incruento e miracoloso del Sacrificio.

Preghiera Eucaristica della Riconciliazione I : La riconciliazione come ritorno al Padre : “Celebrando il memoriale della morte e risurrezione del tuo Figlio, nostra Pasqua e nostra pace, in attesa del giorno beato della sua venuta alla fine dei tempi, offriamo a te, Dio vero e fedele, questo sacrificio che riconcilia nel tuo amore l’umanità intera”.

Preghiera Eucaristica della Riconciliazione II : La Riconciliazione con Dio fondamento di umana concordia : “Celebrando il memoriale della morte e risurrezione del tuo Figlio, noi ti offriamo, o Padre, il sacrificio di riconciliazione, che egli ci ha lasciato come pegno del suo amore e che tu stesso hai posto nelle nostre mani”.

Da tutte queste redazioni, in sei su dieci, si vede emergere la definizione della Messa come “memoriale della morte e resurrezione” del Signore, poste sullo stesso piano, come avviene nella Messa degli eretici anglicani.
Un istruttivo raffronto con il «Book of Common Prayer» di Cranmer
Vediamo un sia pur breve raffronto con il Common Prayer Book di Cranmer, che ha codificato la riforma liturgica anglicana.

Nella fase preparatoria alla Comunione, il pastore dice, ad un certo punto, a coloro che si vorranno comunicare: “avvicinatevi con fede e prendete questo santo Sacramento per il vostro conforto e fate la vostra umile confessione a Dio Onnipotente, inginocchiandovi devotamente”[23].

Come dicevano i luterani, la Comunione serve soprattutto a confortarci nella fede e a creare in noi il senso della comunità. Per loro la Messa è nient’altro che “un sacramento istituito per il conforto delle coscienze smarrite” (art. XXIV De Missa, nella Confessione d’Augusta del 20 giugno 1530). Essa deve istruire il popolo su Cristo in modo da provocare l’atto di fede, nel quale unicamente consiste secondo loro la salvezza. Diventa quindi una “nuda commemorazione del Sacrificio del Calvario”. Dato il suo carattere commemorativo e pedagogico deve svolgersi sempre con la partecipazione del popolo, le “Messe private”, quelle senza popolo, sono inutili e vanno abolite[24]. In effetti, se non c’è più la rinnovazione incruenta del Sacrificio sul Golgota, redentivo in se stesso per il bene di tutti a prescindere dalla partecipazione dei fedeli, perché celebrarle in solitudine? Gioverà ricordare, a questo punto, che l’art. 27 della costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium sulla riforma della liturgia, svaluta espressamente le Messe cosiddette private, facendo in tal modo un’evidente concessione alla liturgia dei protestanti:

“Ogni volta che i riti comportano, secondo la particolare natura di ciascuno, una celebrazione comunitaria caratterizzata dalla presenza e dalla partecipazione attiva dei fedeli, si inculchi che questa è da preferirsi, per quanto è possibile, alla celebrazione individuale e quasi privata.

Ciò vale soprattutto per la celebrazione della Messa – benché qualsiasi Messa abbia sempre un carattere pubblico e sociale ---, e per l’amministrazione dei sacramenti”[25].

Quest’articolo deleterio costituisce uno dei “bachi” inseriti dai Novatori nel Concilio, per usare un’immagine felicemente creata da Maria Guarini.

Ma torniamo al rito anglicano. Dopo la confessione puramente mentale dei propri peccati, si ha la recita pubblica in comune dell’atto di dolore inginocchiati assieme al pastore. Il pastore impartisce poi l’assoluzione ma non in persona Christi: egli ricorda all’assemblea che Dio assolve “tutti coloro che con sincero pentimento e vera fede si rivolgono a Lui”. Quindi invoca la divina misericordia sui presenti: “Dio onnipotente, abbia pietà di voi, vi perdoni e vi liberi da tutti i vostri peccati; vi confermi e rafforzi in tutti i buoni sentimenti; vi conduca alla vita eterna: mediante Gesù Cristo Nostro Signore. Amen”[26]. Dopodiché il pastore (che il testo chiama priest) effettua la “consacrazione” del pane e del vino (Offertory), poiché Gesù Cristo “ha istituito e ci ha ordinato di continuare una perpetua memoria di quella sua preziosa morte e sacrificio, sino alla sua seconda venuta”. Il pastore, secondo le istruzioni, prende il Pane nelle sue mani, lo rompe, vi impone le mani, prende in mano la Coppa con il vino, impone le mani su ogni coppa o calice “nel quale vi possa essere vino da consacrarsi”[27]. Durante la “consacrazione” anglicana non vi sono benedizioni sul pane e sul vino. Il che si spiega con il fatto che il pane e il vino restano tali, non vi sono pertanto “sacre Specie” da benedire. Mancano pertanto anche l’elevazione e l’adorazione della Sacra Ostia.

La formula della consacrazione anglicana è simile a quella cattolica ma sappiamo che non vi è alcuna transustanziazione delle specie.

“Nella notte in cui fu tradito prese il Pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli, dicendo: --- Prendete, mangiate, questo è il mio Corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me. Allo stesso modo, dopo la Cena, prese la Coppa e dopo aver reso grazie la diede loro, dicendo: --- Bevetene tutti; poiché questo è il mio Sangue della Nuova Alleanza, che viene sparso per voi e per molti, per la remissione dei peccati; fate questo, ogni volta che lo berrete, in memoria di me”[28].

Mentre la consacrazione del Calice nell’Ordo Vetus ripete il tempo al futuro, perché così ha parlato il Signore nell’Ultima Cena (“..sangue che verrà sparso per voi e per molti, in remissione dei peccati..”), la consacrazione nel Novus Ordo ha reso il verbo con il participio, in modo simile alla consacrazione anglicana: “This is my Blood of the New Testament, which is shed for you, and for many, etc”: “…Questo è il mio sangue della Nuova Alleanza, che è sparso per voi, e per molti etc”. Si può tradurre anche “sparso per voi”.

Potrebbe sembrare che si tratti di particolari di poco conto. Ma non è così. La sfumatura eterodossa del mutamento del tempo verbale è stata colta da M a r i a G u a r i n i in un suo puntuale e profondo commento:
“L’Eucaristia non ripete la Cena ma riattualizza il sacrificio del Calvario. È vero che la Messa nasce nell’Ultima Cena. È lì l’istituzione dell’Eucaristia. Tuttavia essa non riproduce e non ricorda la Cena ma ciò che il Signore vi ha compiuto e ci ha consegnato: è da lì ch’Egli porta i Suoi direttamente sul Calvario, dove a breve si compirà il Sacrificio. Ce lo dice anche dal verbo espresso al futuro nella formula consacratoria “effundetur” – la cui traduzione è “sarà versato” e non “versato” – con chiaro riferimento al Sangue già transustanziato da Gesù al termine della Cena, che non è solo un convivio, sia pure trattandosi attendibilmente della Cena pasquale ebraica; ma trasporta appunto al Calvario, il luogo del Sacrificio del vero Agnello.

È questo il Novum, l’inedito, che dobbiamo custodire e vivere e che rende possibile il riscatto e la risurrezione nobis (per noi) e per i molti che faranno questo in Sua memoria, non solo ritualmente, ma da veri adoratori in spirito e verità.

È questo che non è più significato pienamente nella liturgia riformata, nella quale come segno più che eloquente, persino l’Altare è sostituito da una mensa mentre quel “versato”, usato al passato nella traduzione in lingua volgare, sembra narrare più che compiere”[29].
La versione latina ha “effundetur” (Matteo, Marco) e “fundetur” (Luca). Corrisponde esattamente al greco, che usa sempre il medesimo participio presente (qui: tò ekchunnómenon) per indicare la possibilità o capacità di un’azione futura. Sia il greco che l’ebraico e l’aramaico usavano il participio presente per esprimere un’azione futura[30].

“Versato”, aggiungo, come se si trattasse di una vicenda accaduta una volta per sempre e ora definitivamente conclusa, che nella Messa si può solo ricordare e giammai “rinnovare” soprannaturalmente. Come si è detto, per gli eretici, con l’eccezione di Lutero, il Cristo glorioso asceso alla Destra del Padre restava da allora sempre in cielo, nella sua Gloria. Non poteva esser contemporaneamente presente nelle Sacre Ostie consacrate e offerte sull’altare. Credere questo, dicevano, era follia. Pertanto, condannavano la Messa cattolica come forma di feticismo e idolatria perché adorazione di pane e vino che restavano sempre tali.

Già Wyclef elaborò questa visione eretica della Messa[31]. Lutero si inventò la teoria della consustanziazione, una sorta di ambiguo compromesso: solo per la durata dell’uso liturgico Cristo è in qualche modo presente nel pane e nel vino ma senza che questi ultimi mutino di sostanza: “Basta che tu sappia che [l’Eucarestia] è un segno divino, in cui la carne e il sangue di Cristo sono veramente contenuti; come e dove, rimettilo a lui”[32].

Nel rito anglicano, dopo la preparazione del pane e del vino si ha l’offerta od oblazione (Oblation), seguita da una Invocation dell’Assemblea.

“Pertanto, Signore e Padre Celeste, seguendo l’istituzione del tuo Figlio tanto amato nostro Salvatore Gesù Cristo, noi, tuoi umili servi, celebriamo e attuiamo di fronte alla tua Divina Maestà, con questi tuoi santi doni, che ora ti offriamo, il memoriale che il tuo Figlio ci ha comandato di fare: nel ricordo della sua beata passione e preziosa morte, della sua miracolosa resurrezione e gloriosa ascensione, rendendoti le più riconoscenti grazie per gli innumerevoli benefici ottenutici da esse”[33].

Segue l’Invocazione.

“Ti imploriamo umilmente, Padre misericordioso, di porgerci ascolto: che la tua onnipossente bontà acconsenta a benedire e santificare, con la tua Parola e lo Spirito Santo, questi tuoi doni e realtà materiali [creatures] costituite dal pane e dal vino, in modo che noi, col riceverle secondo la santa istituzione del tuo Figlio nostro Salvatore, Gesù Cristo, nel far memoria della sua morte e passione possiamo partecipare del suo sacratissimo Corpo e sangue”[34].

Si ha poi la Comunione nelle due forme seguìta da preghiere ed esortazioni finali, condotte sempre dal pastore, nelle quali si mantiene sempre ben evidente il principio esser la Comunione solo “cibo spirituale” (our spiritual food and sustenance)[35]. Ai fini del nostro tema, si noterà che la formula esprimente il contenuto del Memoriale è assai simile a quella utilizzata nella Prima preghiera eucaristica del Novus Ordo (vedi supra).

Presso gli anglicani abbiamo la Messa come celebrazione del “Memoriale che il tuo Figlio ci ha comandato di fare: nel ricordo della sua beata passione e preziosa morte, della sua formidabile resurrezione e gloriosa ascensione”.

Nel Novus Ordo: “…celebriamo il memoriale della beata passione, della resurrezione dai morti e della gloriosa ascensione al cielo del Cristo etc”.

Bisogna riconoscere che gli esperti protestanti consultati durante l’elaborazione del Nuovo Rito della Messa hanno svolto un lavoro proficuo pr la loro causa.

I critici della riforma montiniana lamentano, tra altre cose, che la Nuova Messa non è più sacrificio di lode alla Santissima Trinità, cosa che ne costituisce la “finalità ultima”. Infatti, questa finalità “è scomparsa dall’Offertorio assieme alla preghiera Suscipe, Sancta Trinitas; è scomparsa dalla conclusione della Messa assieme al placeat tibi, Sancta Trinitas; dal Prefazio, che nel ciclo domenicale non sarà più quello della Santissima Trinità, riservato ora alla sola festa e che quindi sarà pronunciato una sola volta l’anno”[36].

Ebbene, tale eliminazione della Santissima Trinità dalla Messa c’è già nella riforma di Cranmer: la Santissima Trinità è ricordata solo nella Cena dedicata alla “Festa della Santa Trinità”, una Trinity Sunday, una volta l’anno, con un Prefazio ad hoc[37].

Anche le molteplici redazioni di preghiere, eucaristiche e non, e di invocazioni, causa di non poca confusione sia per la cosa in sè che per via della possibilità di sperimentazione riconosciuta all’officiante dal Concilio (SC, 37-40), trovano un loro antecedente nell’elaborato di Cranmer. Ad esempio, quando il pastore inizia l’Offertorio nella Cena, dopo il suo sermone, può pronunciare una o più sentenze, scelte fra sedici passi del Nuovo ed Antico Testamento[38].
La ripulsa della transustanziazione contraddice irrazionalmente la divina onnipotenza
Nel negare la presenza reale, o nel sottoporla a limiti compatibili con l’umano raziocinio, gli eretici non si accorgevano di cadere nell’irrazionale poiché negavano di fatto l’onnipotenza di Dio, la quale gli consente di essere simultaneamente dappertutto e quindi anche nel pane e nel vino della Consacrazione, in tutte le sacre Ostie delle Eucarestie celebrate ogni giorno nel mondo, se così vuole, senza esser ostacolato dalle leggi della materia stabilite da Lui stesso, che non possono valere per Lui così come valgono per noi. Dio non può esser limitato nella sua azione dallo spazio e dal tempo, né da alcunché di finito come la struttura consolidata della materia né dalle leggi che governano l’energia, altrimenti non sarebbe l’Onnipotente e Creatore dal nulla. All’accusa di non riconoscere l’onnipotenza divina, gli eretici hanno risposto in vario modo. Riporto qui in sintesi la replica di Calvino.

“Cos’è il nostro corpo? Non è forse tale da avere la sua propria e certa misura, da esser contenuto in un luogo, da potersi toccare e vedere? E perché – dicono – Dio non farà sì che un medesimo corpo occupi molti e diversi luoghi? Che non sia compreso in nessun luogo determinato? Che non abbia affatto forma e misura?”. O insensato, che cosa chiedi tu alla potenza di Dio: che essa faccia sì che un corpo sia simultaneamente [ensemblément] corpo e non corpo! È come se tu chiedessi che la luce e le tenebre non siano affatto diverse. Ma la divina potenza vuole che la luce sia luce, che le tenebre siano tenebre; che un corpo sia un corpo. Ma quando tu chiedi che la luce e le tenebre non differiscano in nulla, che altro vuoi, se non pervertire l’ordine della sapienza di Dio? Bisogna dunque che il corpo sia corpo e che lo spirito sia spirito, ciascuno di essi in quella legge e condizione nella quale è stato creato da Dio. E questa è la condizione del corpo: consistere in un luogo certo secondo la sua misura e la sua forma. In questa condizione Gesù Cristo ha preso un corpo, al quale ha donato incorruttibilità e gloria, senza tuttavia togliergli la sua propria natura e verità. Poiché la testimonianza della Scrittura è chiara ed evidente…”[39].

Con la creazione, Dio ha stabilito un ordine che non può evidentemente esser “pervertito”, nemmeno da Dio stesso. L’argomento di fondo dell’eresiarca sembra il seguente: non si può credere che l’onnipotenza di Dio faccia sì che simultaneamente un corpo non sia corpo, che insomma nello stesso tempo sia e non sia. In effetti, il corpo celeste che è la terra non può simultaneamente essere e non essere: o è o non è, una volta creato. E lo stesso si deve dire di ogni ente che è, cioè di ogni realtà determinata e finita, costituita da materia ed energia o anche di sola energia, come il quanto elementare di Planck. La contrapposizione qui è tra l’essere e il nulla, che non possono esser considerati l’unum et identicum.

Ma è lecita una critica del genere ai difensori della transustanziazione? Secondo me, non lo è affatto. Il corpo del pane transustanziato non è un “non corpo” ma un corpo che ha subìto la trasformazione integrale della sua intima natura, della sua sostanza, diventando “corpo di Cristo”. Questo, espresso anche con il concetto di “presenza reale”, la fede ha sempre creduto, interpretando alla lettera le parole del Signore “questo è il mio corpo”. Il pane fratto e benedetto dal Signore, pronunziate quelle parole, era diventato integralmente il suo corpo, conservando solo l’apparenza esteriore del pane, la species, in latino. Idem per il sangue, che sarebbe stato versato nell’incombente crocifissione, “per voi e per molti”.

Il pane e il vino transustanziati hanno il loro luogo, la loro dimensione, occupano lo spazio che può occupare un corpo. Non abbiamo qui un passaggio indebito dall’esser del corpo al non essere del corpo.

Già nella famosa I Apologia di san Giustino, martire nell’AD 165, rivolta all’imperatore Antonino Pio, la fede in quella che poi si è chiamata ufficialmente dal 1215 transustanziazione appare netta ed evidente: con la Consacrazione il pane e il vino si convertivano nella carne e nel sangue di Cristo. Il termine usato da san Giustino era katà metabolén, indicante una mutazione radicale. Egli precisò alle autorità pagane che “così ci è stato insegnato”, mostrando con ciò che si trattava di una fede tramandata sin dall’inizio e ben consolidata[40]. Se non fosse stato così, per qual motivo san Paolo avrebbe detto che chi mangia indegnamente, perché in stato di peccato, il corpo di Cristo, si condanna da solo, commette cioè peccato? “Perciò chiunque mangia questo pane o beve il calice del Signore indegnamente, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ognuno dunque esamini prima se stesso e così mangi di quel pane e beva di quel calice, perché chi mangia e beve, senza discernere il Corpo [del Signore], mangia e beve la propria condanna” (1 Cr 11, 28-29). Vale a dire: sarà condannato per non aver distinto il Corpo del Signore dal pane ordinario. E tale distinguere, siffatto discernere implica l’esame interiore e la confessione dei propri peccati prima di comunicarsi[41]. Altrimenti ci si rende “rei” del peccato di sacrilegio nei confronti di Cristo.

La transustanziazione non è spiegabile secondo le nostre conoscenze della natura. E lo è solo in parte secondo le nostre categorie, come quelle di “sostanza” ed “accidente”, “essenza o sostanza interiore”, “forma esteriore”. Resta un fatto assolutamente sovrannaturale. Chiunque si metta da un punto di vista razionalistico la rifiuterà, cercando di attribuire alle parole del Signore un significato solo simbolico, sì da trasformare l’Eucarestia in un nutrimento solo spirituale, derivante dal fatto cruento del Golgota non dalla sua rinnovazione sacramentale sull’altare, ripetizione incruenta di quel sacrificio ad opera del sacerdote agente in persona Christi.

La prospettiva di Calvino, a ben vedere, sembra di questo tipo.

Egli ignora la tradizione, i miracoli eucaristici come quello famoso di Bolsena nel 1215, affermando per contro di basarsi solo sulla Scrittura, alla maniera tipica degli eretici protestanti. Si tratta, naturalmente, della Scrittura come intesa da loro, ad usum Delphini e quindi gravemente deficitario. Basti ricordare che Lutero considerò “di paglia” l’Epistola di S. Giacomo, per il semplice motivo che dichiarava essere le opere indispensabili alla salvezza, poiché è in se stessa morta la fede che ne è priva[42].

Calvino afferma che nell’intendere l’opera della salvezza, “non è questione di ciò che Dio ha potuto [fare] bensì di ciò che ha voluto [fare o che sia fatto]. E noi affermiamo tutto ciò che a Lui è piaciuto sia stato fatto. Ebbene, gli è piaciuto che Gesù Cristo fosse fatto simile ai suoi fratelli in tutte le cose, eccetto il peccato…”[43]. Questo sembra un onesto principio generale dell’interpretazione del testo sacro, concepito però in modo astratto nella misura in cui prescinde totalmente dall’insegnamento della Chiesa e dalla Tradizione della Chiesa. Infatti, cosa ci testimoniano Scrittura e Tradizione sulle apparizioni del Signore risorto? Che Nostro Signore risorto apparve alle donne e in diverse situazioni ai discepoli. In una di queste, si materializzò all’interno della casa nella quale se ne stavano nascosti, a porte chiuse, come se fosse passato attraverso i muri della casa stessa, per mostrare il suo corpo con relative ferite all’incredulo san Tommaso Apostolo (Gv, 20, 19 ss).

Ora, Calvino afferma di credere all’apparizione miracolosa della quale ha beneficiato l’incredulo san Tommaso, dal momento che è avvenuta con il corpo di Cristo, mentre rifiuta come “frutto di fantasie” le apparizioni consistenti in visioni, non dimostranti la presenza del Risorto con il corpo. “Qui est-cela, sinon susciter Marcyon des Enfers? Qui est-ce qui doubtera le corps de Christ avoir esté phantastique, s’il estoit de telle condition?”[44]. Marcione, l’eretico gnostico del II secolo, negava la realtà dell’Incarnazione, essendo la materia a suo dire cosa troppo vile, spregevole e malvagia per permettere un evento del genere.

Singolare maniera di ragionare, quella di Calvino, grazie alla quale è l’eresiarca a stabilire i limiti dell’onnipotenza divina, ciò che può fare e ciò che non può fare: ma in tal modo l’onnipotenza divina non è più tale, se deve piegarsi ai dettami razionalistici di un Calvino qualsiasi per esser da noi accettata.

La fede e la Tradizione hanno dato di tutti questi fatti miracolosi un’interpretazione semplice e lineare: il corpo glorioso del Risorto non poteva evidentemente esser incluso e limitato nella nozione che abbiamo noi del corpo, ente finito, regolato dalle leggi della natura da noi conosciute. In quanto espressione dell’Onnipotenza di un Dio Creatore, poteva dunque essere contemporaneamente in più luoghi ed avere il dono dell’ubiquità o trapassare i muri e le porte chiuse.

Per Calvino, invece, chi credeva nelle attestate visioni del risorto, lo ripete di nuovo, “apriva una finestra a Marcione” (..et combien grande fenestre est icy ouverte à Marcion..)[45]. Tesi, questa di Calvino, che più assurda non potrebbe essere. A san Paolo lanciato a perseguitare i cristiani sulla via di Damasco, il Signore è forse apparso con il corpo? E gli ha anche parlato! Anche san Paolo uno gnostico? O uno che credeva alle “fantasie” prodotte dall’immaginazione?

Ma anche nel dichiarare la sua fede nella miracolosa apparizione a san Tommaso Apostolo, Calvino mantiene un’impostazione di tipo razionalistico che lo fa cadere in contraddizione. Certamente, scrive, Gesù Cristo entrò nel luogo dove stavano nascosti i suoi seguaci: vi entrò “les portes fermées. Certes il y entra par miraculeuse entrée”. Ma, una volta rivelatosi, “dimostrò ai suoi Discepoli la verità del suo corpo – “Guardate, disse, e toccate, poiché uno Spirito non ha né carne né ossa”. Ed ecco che il corpo glorioso di Gesù Cristo è dimostrato essere vero corpo, per via del fatto che può essere visto e toccato. Toglietegli tutto questo e non sarà più vero corpo”[46].

Il corpo del Risorto dunque “vero corpo” secondo le leggi che regolano la natura del corpo umano. L’ha dimostrato il Signore in persona. Ma, annoto, solo dopo esser passato con quello stesso corpo attraverso il muro di quella casa. Cioè, nel linguaggio di Calvino, dopo essersi comportato come “non corpo”, dato che i corpi esistenti secondo le leggi della natura non permettono ad un corpo umano di passare attraverso i muri, come se non ci fossero. La Scrittura ci dimostra, pertanto, che il Corpo glorioso del Risorto poteva comportarsi nello stesso tempo come corpo e “non corpo”. In realtà, questa sua straordinaria capacità, espressione dell’insondabile e abissale Onnipotenza divina, non impediva al Corpo glorioso di esser sempre tale, di restare “corpo” nelle sue varie, sovrannaturali trasformazioni, inclusa quella che lo transustanziava nelle Sacre Specie.

Affermando di credere nella “miraculeuse entrée” del Risorto, Calvino deve, se vuol esser coerente, credere che anche il suo Corpo glorioso si è comportato nella circostanza come “non corpo”, visto che si è di colpo materializzato al di qua di un muro, all’interno di una casa. Deve quindi ammettere che il Corpo glorioso può simultaneamente essere corpo e “non corpo”, per restare sempre al suo modo di esprimersi. Sottrarsi a questa logica conclusione, come egli fa, significa per l’appunto contraddirsi e cadere nell’irrazionale negazione dell’Onnipotenza divina.
La Messa Novus Ordo ridotta a memoriale della Resurrezione
Il Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992 conferisce pieno diritto di cittadinanza alla Messa come “memoriale della Morte e Resurrezione” del Signore.

Art. 1330 : “Memoriale della Passione e della Risurrezione del Signore”. Si tratta di un articolo inserito in una serie di articoli che riportano varie definizioni della Messa, considerate legittime.

Art. 1337 : “…Per lasciare loro un pegno di questo amore, per non allontanarsi mai dai suoi e renderli partecipi della sua Pasqua, istituì l’Ucaristia come memoriale della sua morte e della sua risurrezione..”,

Art. 1340 : “…Infatti, la nuova Pasqua, il passaggio di Gesù al Padre attraverso la sua Morte e la sua Risurrezione, è anticipata nella Cena e celebrata nell’Eucaristia, che porta a compimento la pasqua ebraica e anticipa la pasqua finale della Chiesa nella gloria del Regno”.

Art. 1341 “Quando Gesù comanda di ripetere i suoi gesti e le sue parole «finché Egli venga»(1 Cr 11, 26), non chiede soltanto che ci si ricordi di lui e di ciò che ha fatto. Egli ha di mira la celebrazione liturgica, per mezzo degli Apostoli e dei loro successori, del memoriale di Cristo, della sua vita, della sua Morte, della sua Risurrezione e della sua intercessione presso il Padre”.

Art. 1409 : “L’Eucaristia è il memoriale della Pasqua di Cristo, cioè dell’opera della salvezza compiuta per mezzo della vita, della morte e della Risurrezione di Cristo, opera che viene resa presente dall’azione liturgica”.

Questi i riferimenti che ho trovato nell’art. 3 Il Sacramento dell’Eucaristia, numeri: 1322-1419, incluso nel Capitolo Primo, intitolato a sua volta I Sacramenti dell’iniziazione cristiana, nella Sezione Seconda del CCC, dedicata a I Sette Sacramenti della Chiesa.

Una nozione così allargata della Messa, incentrata sull’idea del “memoriale”, celebrato nell’atmosfera di un banchetto fraterno nel quale fatalmente vengono a prevalere i momenti della gioia, rappresentati dalla Resurrezione e dall’Ascensione, dalla finale “intercessione” del Cristo glorioso “presso il Padre”, verità di fede ma che non c’entrano con il significato autentico della Santa Messa di sempre – quest’impostazione doveva fatalmente portare a far prevalere l’idea della Messa come “far memoria della Resurrezione”. A farla prevalere di fatto, nella prassi che si è andata accumulando in tutti questi anni.

Come stupirsi, allora, se, in un documento della Conferenza Episcopale dell’Emilia Romagna, dell’anno 2000, dedicato al rapporto tra Islam e Cristianesimo, si presentava in questo modo la Messa ai mussulmani:

“Tramite i santi misteri, celebrati dai suoi ministri, la Chiesa fa memoria del Signore Risorto mettendo in una comunione viva e reale i suoi figli con Dio uno e trino”[47].

Si dirà che questa era solo l’opinione errata di una Conferenza Episcopale; che Benedetto XVI ha messo ordine nella liturgia Novus Ordo combattendo gli abusi, ristabilendo l’uso del “per molti”, rettificando sui testi le molteplici traduzioni in volgare, di frequente anche troppo creative, per così dire. Ma questo lavoro di restaurazione sino a che punto è stato efficace? Ha forse eliminato la tendenza a sentire ed interpretare la Messa alla maniera dei comunitari servizi di preghiera protestanti, come osservava di recente mons. Schneider (vedi supra), e quindi come fraterno banchetto di lode nel quale si celebra un Memoriale, che finisce con l’evocare soprattutto la Resurrezione? Non si direbbe proprio.

Che la degenerazione del culto cattolico sia continuata nel culto riformato da Montini, ciò risulta, a mio avviso, da una serie di segni, non ultimo quello rappresentato dalla desuetudine nella quale è caduta la Confessione o Riconciliazione. L’obnubilamento di questo Sacramento è denunciato da più parti. Vi concorrono diversi fattori, incluso il diffondersi dell’errore secondo il quale la salvezza sarebbe stata già garantita a tutti dal fatto che con l’Incarnazione il Figlio di Dio si sarebbe in qualche modo unito ad ogni uomo (costituzione conciliare Gaudium et spes, art. 22.2). Questo e altri errori, in gestazione ben prima del Concilio, spiegano come si sia giunti ad imporre una Nuova Messa affine alla Cena dei protestanti eretici, e ne sono in una certa misura a loro volta spiegati.
Paolo Pasqualucci, 2 maggio 2026 - Fonte
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[1] Breve esame critico del Novus Ordo Missae, presentato al Pontefice Paolo VI dai Cardinali A. Ottaviani e A. Bacci nella Pentecoste del 1969, Supplemento al n. 1/2000 di ‘Inter Multiplices Una Vox’, foglio di informazione per la tradizione cattolica. L’opuscolo contiene in Appendice la traduzione dei brani in latino e l’elenco della variazioni che Paolo VI fu costretto ad apportare, per contentare coloro che volevano restituire il testo all’ortodossia cattolica.
[2] Michael Davies, La réforme liturgique anglicane, tr. fr. di Jacques Cloarec, Clovis, 2004, pp. 122-123.
[3] Vedi la condanna del Sinodo di Pistoia nella costituzione Auctorem fidei di Pio VI, nel 1794 (DS 1529/2629). Il concetto ribadito dal Papa era che bisognava menzionare espressamente la transustanziazione perché solo con questa nozione si esprime il grande mistero della completa conversione di tutto il pane e tutto il vino nel corpo e nel sangue del Signore.
[4] Breve esame critico, cit., p. 28 e 29. Enfasi mia, compreso lo stampatello.
[5] Sulla negazione protestante della transustanziazione, a partire da Wyclef, sacerdote inglese eretico del XIV secolo, vedi: Davies, op. cit., cap. VII, Le rejet protestant de la transsubstantiation, pp. 89-112.
[6] “Si nous acceptons ce rite nouveau, qui favorise la confusion entre la messe catholique et la cène protestante – comme le disent équivalemment deux cardinaux et comme le démontrent de solides analyses théologiques – alors nous tomberons sans tarder d’une messe interchangeable (comme le reconnaît du reste un pasteur protestant) dans une messe carrément hérétique et donc nulle”. La nuova Messa è “falsa: essa trasformerà la presenza reale di Cristo in un vuoto memoriale”. (Roger-Thomas Calmel OP, Déclaration, in un’antologia dello stesso edita dalla rivista tradizionalista «Sel de la terre», N. 12 bis, Maggio 1995, pp. 146-147).
[7] Vedi la Sessione XIII, dell’11 ottobre 1551, DS 873a-893/1635-1661.
[8] Giuseppe Alberigo (a cura di), Decisioni dei Concili Ecumenici, con Introduzione dello stesso Alberigo, tr. it. di Rodomonte Galligani, UTET, Torino, 1978, p. 222. Vedi DS 430/802 : “…cuius corpus et sanguis in sacramento altaris sub speciebus panis et vini veraciter continentur, transsubstantiatis pane in corpus, et vino in sanguinem potestate divina…”.
[9] Catechismo maggiore promulgato da san Pio X, Edizioni Ares, Milano, 2002, p. 150. Negli articoli da 655 a 662, il significato del Sacrificio veniva diffusamente spiegato.
[10] Breve esame critico, cit., pp. 29-30.
[11] Athanasius Schneider, in conversazione con Diane Montagna, Christus vincit. Il trionfo di Cristo sulle tenebre del nostro tempo, tr. it. di Stefano Chiappalone, Fede&Cultura, Verona, 2020, p. 187. Il tono misurato dell’intervento di mons. Schneider non deve trarre in inganno: nel merito, egli rivolge un’accusa pesantissima alla Messa di Paolo VI.
[12] Breve esame critico, cit., p. 9.
[13] Op. cit., ivi.
[14] Messale Romano quotidiano, testo latino completo e traduzione italiana di S. Bertola e G. Destefani. Commento di D.C.Lefebvre O.S.B., disegni di R. De Cramer, Edizione aggiornata 1962, Ediz. S. Francesco di Sales, Priorato S.Carlo, Montalenghe (TO), pp. 1078-1079. Durante l’Offertorio il sacerdote celebrante benedice più volte l’Ostia Immacolata ed il Calice.
[15] Testo in: Preghiere, Canti, Esercizi spirituali di S. Ignazio di Loyola, ad uso interno della Fsspx, Ed. Ichthys, 2T014, p. 13. Enfasi mia. Nei catechismi attuali il testo è rimasto immutato. Si nota solo un mutamento nel soggetto dell’azione salvifica, non tanto l’uomo implorante l’aiuto divino quanto Dio che si rivela: “Preghiamo. Infondi nel nostro spirito la tua grazia, o Padre, tu, che nell’annunzio dell’angelo ci hai rivelato l’incarnazione del tuo Figlio, per la sua passione e la sua croce guidaci alla gloria della risurrezione. Per Cristo Nostro Signore. Amen” (Compendio del Catechismo della Cheisa Cattolica, fatto fare da Benedetto XVI, Libreria Editrice Vaticana, 2005, p. 166).
[16] Messalino festivo dei fedeli. Anno A-B-C. Testo ufficiale italiano della C.E.I. acura di Giancarlo Boffa, presentazione di mons. Mariano Magrassi, Coletti Editore, Roma, 1984, p. 325. Le enfasi sono sempre mie. Da notare che pur essendo il testo quello ufficiale della CEI, si autorizzava il “per tutti”, quando l’Institutio diceva invece correttamente “per molti”. Come è noto, fu solo Benedetto XVI ad esortare i vescovi a rispettare la dizione esatta. L’abuso era stato tollerato, quando non praticato, da Giovanni Paolo II.
[17] Messalino festivo, cit., p. 325. Enfasi mia.
[18] Op. cit., p. 327.
[19] Op. cit., p. 330.
[20] Op. cit., p. 334.
[21] Op. cit., p. 337.
[22] Per queste ultime tre preghiere, vedi: op. cit., p. 339; p. 341; p. 343.
[23] The Book of Common Prayer and Administration of the Sacraments and Other Rites and Ceremonies of the Church, New York, Oxford UP, 1944. Il testo, della Chiesa protestante episcopale americana, porta una ratifica del giorno 17 ottobre dell’anno 1789. Citazione a p. 75: “…and take this holy Sacrament to your comfort…”. La Chiesa episcopale americana è sostanzialmente l’equivalente della Chiesa anglicana. Il testo di Cranmer ha subito diverse modifiche ma la struttura di base è rimasta la medesima.
[24] P. Joseph de Sainte-Marie, O.C.D., L’Eucharistie salut du monde, Les éditions du Cèdre, Parigi, 1981, cap. VII, pp.227-245. Quest’autore spiega bene come i luterani intendono la Messa. Vedi anche: Martin Lutero, Sermone sul corpo di Cristo, in: ID., Scritti religiosi, a cura di Valdo Vinay, UTET, rist. 1986, pp. 297-322.
[25] Tr. it ne I documenti del Concilio Vaticano II, Edizioni Paoline, 1980, p. 22.
[26] The Book of Common Prayer, cit., p. 76.
[27] The Book of Common Prayer, cit., p. 80.
[28] Op. cit., ivi. La similitudine nella terminologia non deve ingannare: la “Santa Comunione” per gli anglicani resta sempre “La Cena del Signore”.
[29] Maria Guarini, La questione liturgica. Il rito Romano usus Antiquior e il Novus Ordo Missae a 50 anni dal Concilio Vaticano II, Solfanelli, Chieti, 2015, p. 39.
[30] Sul punto: GRAECITAS BIBLICA Novi Testamenti exemplis illustratur a Maximiliano ZERWICK S.I., Romae 1966, Pontificio Istituto Biblico, Nr. 208 (pp. 96-97), il quale riporta tra gli esempi il passo di Lc 22, 19-20 sulla Consacrazione del Calice nell’Ultima Cena.
[31] Davies, op. cit., p. 93 ss.
[32] Martin Lutero, Sermone sul Corpo di Cristo, cit., p. 311.
[33] The Common Prayer Book, cit., pp. 80-81.
[34] Op. cit., p. 81: “[…] that we […] in remembrance of his death and passion, may be partakers of his most blessed Body and Blood”.
[35] Op. cit., p. 87.
[36] Breve esame critico, cit., p. 9.
[37] The Book of Common Prayer, cit., p. 79.
[38] Op. cit., pp. 72-73.
[39] Jean Calvin, Institution de la religion chrestienne, a cura di Jacques Pannier, Les Belles Lettres, Paris, 1961, Tome quatrième, pp. 29-30. Si tratta del capitolo: De la cene.
[40] Sul punto: Bernard Bartmann, Précis de Théologie dogmatique, tr. fr. di P. Marcel Gautier, Salvator, Mulhouse, 1951, vol. II, § 178 (p. 325).
[41] “Itaque quicumque manducaverit panem hunc, vel biberit calicem Domini indigne: reus erit corporis et sanguinis Domini. Probet autem se impsum homo: et sic de pane illo edat, et de calice bibat. Qui enim manducat, et bibit indigne, iudicium sibi manducat, et bibit: non diudicans corpus Domini” (1 Cr 11, 28-29). Vedi anche la nota al passo citato nell’edizione della Sacra Bibbia delle Edizioni Paoline, anteriore al Concilio.
[42] Sul punto: Roland H. Bainton, Lutero, tr. it. di Aldo Comba, con Prefazione di Delio Cantimori, Einaudi, Torino, 1960, p. 293. Il versetto incompatibile con il luteranesimo è: “Sic et fides, si non habeat opera, mortua est in semetipsa”(Giac 2, 17). Questo versetto da solo confuta l’intero protestantesimo.
[43] Calvin, Institution, cit., p. 29.
[44] Op. cit., p. 27.
[45] Calvin, op. cit., p. 28.
[46] Op. cit., p. 29.
[47] Documenti Chiese Locali, 99, Islam e Cristianesimo, Conferenza Episcopale dell’Emilia Romagna, Edizioni Dehoniane, Bologna, 2000, p. 30. Enfasi mia. Si tratta di un opuscolo di 36 pagine.