Riprendiamo dal Centro studi Giuseppe Federici un interessante excursus storico che precede la configurazione attuale e in prospettiva della presenza di cristiani a Betlemme nel terribile conflitto dai risvolti tutt'altro che tranquillizzanti.
Betlemme, la (ex) roccaforte cristiana della Palestina
“Mentre il mondo intero può capire la nostalgia d’Israele per il muro del pianto, è invece alquanto incuriosito circa il desiderio d’introdurre Betlemme, dove è nato Gesù, entro i confini di Gerusalemme [leggi: dello stato israeliano]” (Re Hussein di Giordania, 1967).
Nella città vecchia di Betlemme vi è una sola moschea, circondata da decine di edifici cristiani, tra chiese, conventi, scuole, ospedali e altri istituti di vario genere. Del resto, tra gli otto quartieri storici della città, solamente uno è musulmano: ecco perché alla vigilia del 1948, l’85% della popolazione palestinese di Betlemme era cristiana, una schiacciante maggioranza che si consolidò nel corso dei secoli. Il censimento del 1933, sotto il mandato britannico, su un totale di 6.200 abitanti, indicava 5.778 cristiani, 420 musulmani e 2 ebrei.
Parlare della città davidica di Betlemme significa ovviamente parlare della nascita di Gesù Cristo, con tutto ciò che è legato agli avvenimenti narrati dai Vangeli, all’interrotta memoria della Natività, alla costruzione della basilica di Costantino e di sant’Elena, ai pellegrinaggi nel corso dei secoli.
Gli autori che si sono occupati di Betlemme si sono concentrati ovviamente su questi aspetti fondamentali, che hanno fatto amare la città nel mondo intero. Vi è però un altro aspetto, poco trattato, legato allo sviluppo urbanistico del piccolo villaggio e al ruolo che i battezzati hanno avuto nel corso dei secoli, malgrado il susseguirsi delle dominazioni maomettane.
Un testo relativo allo studio dell’urbanistica e del tessuto sociale betlemiti, entrambi caratterizzati dalla natura cristiana della città, è il libro “Betlemme. 2000 anni di storia” scritto dal diplomatico Yves Teyssier d’Orfeuil per i tipi della Libreria Editrice Vaticana. Chi avrà la pazienza di leggere queste righe sino alla conclusione, capirà che quello che può essere considerato un argomento di nicchia, in realtà riguarda un aspetto estremamente importante della Terra Santa: la natura profondamente cristiana di Betlemme, che si è formata e consolidata nei secoli e che è gravemente messa in pericolo dagli avvenimenti degli ultimi decenni.
Nei primi capitoli del libro l’autore tratta dei consueti e fondamentali temi legati a Betlemme: B. nella Bibbia, B. culla del Cristianesimo e B. meta dei primi pellegrini.
È a partire dal quarto capitolo che ci avviciniamo al tema dello studio, dalla conquista musulmana fino al periodo precedente alle Crociate. La presenza cristiana a Betlemme risulta sempre costante e maggioritaria, malgrado l’islamizzazione della società palestinese. I dati storici contraddicono la propaganda di coloro che vorrebbero i cristiani di Terra Santa un retaggio delle Crociate, negando la continuità dell’esistenza delle comunità nel corso dei secoli. L’invasione maomettana è preceduta da quella persiana e, unico caso in tutta la Palestina, la basilica di Betlemme venne risparmiata dalla distruzione, sorte che toccò invece a tutte le altre basiliche costantiniane. La chiesa della Natività si salvò grazie all’iconografia del mosaico in cui i Magi sono raffigurati in abiti persiani: beata superstizione…
L’alleanza antiromana tra gli israeliti e la dinastia sasanide portò al governo ebraico di Gerusalemme (614-619) e a un bagno di sangue in cui perirono decine di migliaia di cristiani. L’alleanza ebraico-persiana mise in ginocchio la cristianità palestinese, che non ebbe modo, pochi anni dopo (nel 638 a Gerusalemme, forse già nel 634 a Betlemme), di fronteggiare l’onda d’urto musulmana. Stando alle cronache dell’epoca, a Betlemme si crea un rapporto particolare nei primi tempi dell’occupazione islamica, dovuto a un certo rispetto per il luogo legato alla nascita di Gesù e alla maternità di Maria (ancora oggi la chiesa della Grotta del Latte è luogo di preghiera anche delle donne musulmane). Fatto sta che almeno in quell’angolo benedetto della terra, i primi passi della nuova religione che risente delle contaminazioni talmudiche e nestoriane e della superstizione tribale, permisero alla comunità cristiana di rimanere dominante.
Sotto l’impero di Carlo Magno (p. 74), l’Imperatore e il Califfo dell’epoca si scambiano delle ambascerie, che determinano una specie di protettorato carolingio sui Territori d’Oltre Mare, che proseguirà nel X e nel XI secolo. Nell’807 arrivano a Betlemme i primmonaci “latini” (termine che in Terra Santa indica i cattolici di rito romano); alla celebrazione del Natale nella basilica della Natività scoppia il primo incidente coi Greci, seppur ancora uniti almeno giuridicamente alla Chiesa di Roma, prototipo delle innumerevoli aggressioni che subiranno ecclesiastici e religiosi cattolici in tutta la Terra Santa nel corso dei secoli.
Si susseguono le dinastie arabe, tuttavia un visitatore persiano nel 1047 “descrive la borgata come [ancora] popolata di cristiani” (p. 78). Per cui, anche se sono tempi difficili in cui i pellegrinaggi diminuiscono, non viene meno un certo primato della popolazione cristiana di Betlemme. Dopo mille anni dalla nascita di Cristo, malgrado quattro secoli di occupazione islamica, Betlemme è ancora cristiana.
In questo senso è provvidenziale l’arrivo dei Crociati, anche per scoraggiare le conversioni determinate dalla “ineguaglianza fiscale istituita tra musulmani e non musulmani” (p. 80). L’autore avanza delle riserve sull’impatto dei crociati nella società araba, anche cristiana, ma riconosce che “il periodo del regno latino di Gerusalemme offre a Betlemme un posto di primaria importanza” (p. 81). Betlemme è conquistata prima di Gerusalemme, senza un doloroso assedio. Il ricordo dell’unzione regale di Davide a Betlemme suggerisce la scelta dei primi re latini a farsi incoronare proprio a Betlemme, che diventa ben presto una sede vescovile con un fiorire di monasteri; la fortificazione della città rende possente anche l’aspetto della basilica, con quattro poderose torri. Il periodo crociato a Betlemme è relativamente breve (1099-1187), ma non mancano i matrimoni tra i “franchi” e le donne betlemite (l’autore ricorda gli attuali palestinesi con gli occhi azzurri), che rinvigoriscono la comunità cristiana e assimilano l’elemento franco a quello autoctono, prolungandone la presenza anche dopo la caduta dei regni latini; del resto i nomi di alcune famiglie cristiane di Betlemme richiamano un’origine crociata (p. 91).
La caduta dei regni latini determina in tutta la Palestina un momento di profondi sbandamenti per la presenza cristiana, e le cronache dell’epoca parlano di Betlemme come di un villaggio nell’abbandono. Il XIV e il XV saranno due secoli molto difficili, soprattutto per l’esilio dei vescovi: il gregge è privo dei pastori. Per volontà papale si affida all’Ordine francescano la custodia dei Luoghi Santi e del gregge disperso, e nel 1347 i frati si stabiliscono in forma definitiva a Betlemme (p. 99). La missione di custodire porta alla nascita della Custodia di Terra Santa, all’epoca indicata come d’Oltremare, la provincia francescana relativa alla Palestina e a numerosi altri territori del Vicino Oriente. Uno dei compiti è favorire il pellegrinaggio ai Luoghi Santi e quindi l’assistenza ai pellegrini (nei secoli di Cristianità la maggiore Fede non fermò mai i viaggi in Terra Santa) che, ieri come oggi, sono un elemento di grande aiuto morale e materiale per i cristiani betlemiti. Ora sono i sultani mamelucchi i nuovi padroni della Palestina e la basilica “è sfruttata e saccheggiata” (p. 100).
Alla fine del XV secolo, i francescani riescono a conservare buona parte degli altari della basilica, e in particolare l’accesso e l’uso esclusivo della Grotta della Natività (p. 100). Attorno 64 alla basilica persiste la presenza dei battezzati locali, gli unici interessati alle vicende religiose del luogo e all’impatto benefico dei pellegrini.
Il capitolo 7 tratta di una svolta epocale: dal dicembre del 1516 la Palestina è conquistata dai Turchi e farà parte dell’impero ottomano per lunghi quattro secoli, sino al dicembre del 1917. “Il flusso dei pellegrini non si interrompe” e “per la comunità cristiana si tratta di un periodo di fioritura e di sviluppo” (p. 106).
Merita di essere trascritto integralmente il seguente paragrafo: “La borgata sotto i Mamelucchi si è assopita e nel XVI secolo non conta più che un centinaio di abitanti. La sua crescita urbana inizierà lentamente, ma progredirà in modo continuo. Diversi quartieri a poco a poco si strutturano e numerosi sono i pellegrini che si recano a visitare la Natività. L’industria degli oggetti di pietà comincia a ingranare e funziona bene: croci di ulivo incrostate di piccole pietre, rosari, miniature del Santo Sepolcro e della basilica della Natività in legno o in pietra … Dettagli sulla città, sull’architettura della basilica, sugli abitanti ora presentano un ritratto più specifico della vita di Betlemme” (p. 107).
A Gerusalemme i quattro quartieri della Città Vecchia rispecchiano le diverse componenti storiche: i cristiani arabi, i cristiani armeni, gli ebrei e i musulmani. Anche a Betlemme i sette quartieri che si formarono all’inizio della dominazione ottomana esprimono la popolazione presente, che nel frattempo è cresciuta, assegnandoli tutti alle famiglie cristiane; successivamente sorgerà un ottavo quartiere destinato alla minoranza musulmana. Intanto, a partire dal 1534, il patriarca scismatico di Gerusalemme ellenizza il clero “greco”, l’elemento arabo è progressivamente messo da parte (p. 108) e le relazioni coi latini diventano sempre più difficili, sfociando, da parte dei seguaci di Fozio, in aggressioni fisiche anche nei luoghi santi. Numerose pagine del VII capitolo descrivono il continuo passaggio dell’uso dei vari altari della basilica tra latini e greci, mentre nella cittadina crescono le conversioni alla Chiesa cattolica grazie allo zelo dei padri francescani (nel 1562 l’intera comunità nestoriana abiura gli errori professati e aderisce alla chiesa romana, p. 110). Purtroppo la benevolenza turca nei confronti dei greci, abili a ingraziarsi il potere ottomano, fa torto alla giustizia: “Questi luoghi appartengono al mio padrone il Sultano che li dà a chi vuole. Può darsi che siano stati sempre nelle mani dei franchi (latini) ma oggi sua Altezza desidera che siano dei greci” (lettera del Visir all’ambasciatore di Francia, 1769, p. 115). I greci approfitteranno dei restauri della basilica nel XVII e nel XIX secolo per cancellare il più possibile le iscrizioni latine, anche a danno dei famosi mosaici della navata centrale. I buoni cristiani betlemiti, nel corso di questi tristi avvenimenti, hanno però la possibilità di seguire le funzioni nella chiesa francescana di santa Caterina costruita accanto alla basilica.
La crescita urbana e le caratteristiche delle abitazioni betlemite vengono descritte da p. 118, ricordando che le attuali case più antiche sono del XVI secolo, costruite sulle due colline della città. Le attività principali sono l’agricoltura e l’artigianato: “I più abili fanno delle belle croci e delle rappresentazioni di tutta la basilica del Santo Sepolcro, ma con tanta precisione che non manca né un pilastro né una piccola colonna … Il lavoro è più caro della materia, perché tutto è solo di legno come pochi ornamenti di madreperla, di perle, di osso bianco che imita l’avorio … I nostri abili tornitori di Francia farebbero fatica a riuscire meglio, malgrado i loro numerosi strumenti” (un pellegrino citato in un testo del 1914, p. 121).
I primi decenni del XIX secolo risultano dannosi per la Terra Santa, e quindi per Betlemme, a causa dell’ingerenza dell’Inghilterra e della Russia, la prima favorendo le modeste comunità ebraiche e l’inizio dell’infiltrazione protestante, la seconda spalleggiando i già “esuberanti” scismatici greci. “Per reazione nei confronti dei Francesi che proteggono i cattolici e i Russi che proteggono gli ortodossi, gli Inglesi decidono di sostenere i protestanti e gli ebrei in Terra Santa. Lo fanno in collaborazione con i Luterani tedeschi” (p. 130). Le prime Bibbie contraffatte arrivano anche a Betlemme. Anche a causa dell’attivismo degli acattolici, il papa Pio IX ritiene opportuno ristabilire, dopo sei secoli, il Patriarcato latino di Gerusalemme, che comprende anche Betlemme.
Nel 1847 la stella d’argento con l’iscrizione latina posta sul luogo della nascita di Gesù, del 1717, viene rubata da “ignoti” per negare i diritti latini sul luogo sacro. Scoppia un caso internazionale che giunge sino alla corte di Costantinopoli, con l’intervento degli Stati cattolici a sostegno dei francescani e della Russia a sostegno degli… ignoti. Il caso si inserisce sulla questione più ampia dell’uso del Santo Sepolcro, della Tomba della Vergine e della Natività di Betlemme. Una commissione ottomana decreta allora un firmano, tuttora in vigore: è il tristemente famoso “Statu quo” del 1852 che, basandosi sulle proprietà di fatto e non di diritto dell’epoca, penalizza fortemente i Latini. Nella vicenda la Russia scismatica mostra il suo ruolo di potenza antiromana e antilatina in Terra Santa (insieme all’Inghilterra). Il caso della stella si conclude comunque a favore dei francescani, che possono sistemare nella Grotta della Natività una copia della stella con l’incisione latina andata trafugata, tuttora presente e tuttora mal sopportata dai dissidenti greci e russi.
Il capitolo nono tratta dello slancio missionario favorito da un ammorbidimento nei confronti della presenza cristiana nella società, con l’abolizione delle imposte ai non musulmani e soprattutto la concessione ai cristiani di avere delle proprie scuole. Con la restaurazione del Patriarcato latino di Gerusalemme termina la situazione anomala della sola presenza francescana (seppur meritoria ed eroica nel corso dei secoli, con centinaia di martiri) e numerose congregazioni cattoliche aprono case, scuole e ospedali a Betlemme. Lo sviluppo è rapido, la natura cristiana della cittadina ora è maggiormente visibile e l’incidenza nella formazione delle nuove generazioni è rafforzata: “la maggior parte delle comunità fondano delle scuole. Questo offre ai giovani Betlemiti un ottimo livello di formazione, molto superiore a quello degli altri abitanti della Palestina” (p. 140), simile a quello di Gerusalemme. L’autore riassume quel periodo con queste considerazioni: “Chiese, conventi, scuole, ospedali con i loro edifici trasformano il paesaggio urbano e gli danno un tocco d’europeo. La nuova architettura tuttavia, si fonde discretamente bene nell’insieme della città, grazie all’uso della pietra di taglio del paese” (p. 140). Il nuovo patriarca latino, mons. Giuseppe Valperga, decide di aprire un seminario per la formazione del clero diocesano nei pressi di Betlemme, a Beit Jala, dove ben presto molte famiglie abbandonano gli scismatici e abbracciano la fede cattolica. Intanto si aprono anche delle scuole professionali, che formano “calzolai, falegnami, carpentieri, scultori di madreperla in legno d’ulivo” (p. 141). A Cremisan si apre una scuola agricola, dal 1892 affidata ai Salesiani, che produce sino ad oggi un ottimo vino.
Si moltiplica anche la presenza delle congregazioni femminili (francescane, salesiane, le suore arabe del Rosario, ecc.) che assicurano un’eccellente formazione religiosa e professionale alle ragazze betlemite.
È un momento particolarmente felice per i cristiani di Betlemme, con un sensibile consolidamento della presenza cattolica. La determinazione delle tante generazioni di cristiani di Betlemme e dei villaggi vicini, come Beit Sahour e la già citata Beit Jala, che mai abbandonarono la terra della Natività malgrado secoli di islamizzazione, è premiata e il primato cristiano di Betlemme è rafforzato.
Intanto lo “stato quo” imposto da Costantinopoli non ha risolto i problemi e proseguono i tentativi dei Greci di boicottare i pochi privilegi concessi ai Latini nella basilica della Natività. Nel maggio 1869 addirittura la Grotta è incendiata per far sparire ogni insegna latina e nel 1873 i Latini vengono aggrediti nel corso di una funzione: i Greci “distruggono e asportano tutto ciò che vi è di latino” (p. 148). Scoppia la solita querelle diplomatica, nel 1874 la Francia dona un rivestimento d’amianto con insegne latine per rivestire le pareti della Grotta e gli ottomani decidono la presenza di un sol66 dato in basilica e un altro nella Grotta per prevenire altri incidenti. Se non sbaglio la presenza di soldati proseguirà nel corso del mandato britannico. Naturalmente i Greci non demordono e vi saranno altri incidenti. Divertente un caso segnalato dall’autore: il 6 gennaio 1905 sono i soldati turchi a impedire ai Greci un’incensazione alla Grotta non autorizzata dallo “stato quo”!
Estremamente interessante è il paragrafo “Un nuovo paesaggio urbano” (p. 151), dove viene descritto l’ulteriore sviluppo urbano e la sua impronta cristiana: “Betlemme è diventata, alla vigilia del 1914, un’autentica cittadina borghese, molto favorita dalle numerose istituzioni scolastiche ed ospedaliere … molti sono i campanili che si dispiegano alla vista” (p. 151). È il periodo in cui i padri francescani sviluppano anche l’archeologia con notevoli risultati.
Il 29 agosto 1914 l’Impero ottomano dichiara guerra agli Alleati: le vicende belliche anche in Palestina sono sfavorevoli ai Turchi e all’inizio del dicembre 1917 le truppe britanniche (insieme a quelle francesi e a un distaccamento di R. Carabinieri) avanzano su Gerusalemme. Quello che sembrava il presupposto per la cristianizzazione della Terra Santa, sarà invece l’inizio della fine della presenza cristiana a Betlemme e in tutta la Palestina.
Infatti l’esito della prima guerra mondiale segna il graduale avvento del Sionismo attraverso il mandato britannico. A Betlemme la popolazione non è sprovveduta e manifesta con chiarezza di preferire un mandato francese. Nel Natale 1917 gli Inglesi minacciano multe ai betlemiti che “brandiscono bandire francesi” (p. 160). Intanto il clero anglicano segue le truppe britanniche e “sviluppano relazioni ecumeniche con l’importante comunità greco-ortodossa” (p. 161).
Nel 1917 viene diffusa la “Dichiarazione Balfour”, con la quale il governo di Londra sosteneva la creazione di un “focolare nazionale” ebraico in Palestina: il progetto sionista, giustificato dal documento, avanza velocemente, con una sempre più massiccia immigrazione israelita che determina forti tensioni con gli arabi, sia musulmani che cristiani (il 15% della popolazione palestinese). Le riviste francescane di Terra Santa lanciano un accorato quanto inascoltato grido d’allarme.
I “tempi torbidi”, come li chiama l’autore, non interessano subito Betlemme, poiché gli ebrei occupano inizialmente la pianura costiera (nel 1909 viene fondata Tel Aviv), la Galilea e Gerusalemme. Ben presto però, anche il Luogo Santo della Natività viene travolto dall’esito degli eventi: avviene la spartizione della Palestina decisa nel 1948 dall’ONU, con la nascita dello stato israeliano nel 1948; dilagano gli scontri armati tra le bande sioniste e gli arabi: inizia il sofferto esodo dei palestinesi, a iniziare dai più facoltosi, tra cui i membri della borghesia cristiana, terrorizzati dalle violenze e soprusi dei nuovi padroni.
“Per il Palestinesi, questo 1948 è la nakba: l’anno della catastrofe” (p. 169), catastrofe che non risparmia i cristiani. A Betlemme, città e distretto, affluiscono numerosi rifugiati, soprattutto musulmani, fuggiti dai villaggi distrutti. Alla vigilia della guerra del 1948, annota l’autore, Betlemme aveva 10.000 abitanti, di cui 3.800 latini, 3.200 greci (cattolici e scismatici), qualche maronita, alcune famiglie armene, 250 protestanti, e 1.300 musulmani. Dopo il 1948 la popolazione è triplicata in poco tempo e l’elemento estraneo al cristianesimo ora ha il sopravvento: “Betlemme, città cristiana da secoli, si ritrova di colpo con una maggioranza di musulmani” (p. 171), anche perché l’esodo non ha risparmiato le famiglie cristiane di Betlemme, in parte fuggite all’estero. Una frontiera è stata tracciata tra Gerusalemme e Betlemme, provocando delle situazioni difficili, che diventeranno drammatiche nel 1967.
L’autore spiega che la città cristiana, che in pochissimo tempo si ritrova con la maggioranza della popolazione musulmana, ha una discreta rappresentanza di cristiani nel parlamento della Giordania (che in quel frangente governava una parte della Palestina) e il diritto (tuttora in vigore) di scegliere il sindaco tra i cristiani. Si tratta di lodevoli concessioni ma non sufficienti a ristabilire il multisecolare primato cristiano a Betlemme, sconvolto a causa del sionismo. I campi dei rifugiati (in maggioranza musulmani) si moltiplicano: “Alla fine del dicembre 1948 e all’inizio del 1949, molti sono i Palestinesi che si rifugiano a Betlemme perché terrorizzati dai massacri perpetrati nelle campagne a scopo di mettere in fuga gli abitanti” (p. 177). Il governo giordano trascura l’istruzione universitaria dei betlemiti, costretti a frequentare le facoltà ad Amman e dopo il 1967 impossibilitati a proseguire gli studi, incrementando così le cause dell’esodo (p. 180).
Il dodicesimo e ultimo capitolo, racconta le drammatiche vicende che hanno colpito Betlemme sino al 2000 (anno della pubblicazione del libro), che si sono ulteriormente aggravate nei 25 anni successivi.
“Dopo la guerra del 1967 … Betlemme sperimenta le difficoltà tipiche di un paese occupato … oppressione, repressione ed espulsione diventano realtà quotidiana” (p. 181). “I carri militari israeliani sono appostati di fronte alla Natività e puntano sulla città. Auto munite di autoparlanti circolano per la città intimando agli abitanti di abbandonare il luogo: “Vi sono concesse due ore per partire dalle vostre case e fuggire verso Gerico o Amman; se non lo farete le vostre case saranno bombardate” (p. 182, dal diario di una suora di Betlemme). L’autore prosegue spiegando come, rispetto al 1948, nel 1967 i betlemiti si consultano attraverso il telefono e si rifugiano nelle chiese, decisi a non partire. Alcuni invece tentano una fuga attraverso le colline e trenta di loro vengono uccisi dai soldati sionisti. Bisognerà attendere il 1995 per il ritiro delle truppe israeliane, l’inizio dell’amministrazione dell’Autorità Nazionale Palestinese, con luci (poche) e ombre (molte). Intanto attorno a Betlemme e nelle vicine cittadine cristiane di Beit Jala e Beit Sahour comincia la grande espansione degli insediamenti illegali, con continui incidenti provocati dai coloni. Si susseguiranno l’intifada del 1987 e quella del 2002, con l’assedio alla basilica della Natività, che ispirò una famosa vignetta di Giorgio Forattini (con Gesù Bambino che vedendo un carro armato con la stella di Davide esclama: “Non vorranno mica farmi fuori un’altra volta?!”).
Il resto è cronaca: dopo il Covid, i pellegrinaggi erano ripresi nel modo migliore, ma dal 7 ottobre 2023 si sono bruscamente interrotti. Senza lavoro e senza prospettive di sicurezza (in tutta la Cisgiordania la legalità è violata sistematicamente dall’esercito e dai coloni) ormai non si contano più le famiglie di Betlemme e dintorni che hanno seguito la via dell’esilio forzato dei tanti loro concittadini e connazionali iniziato a partire dal 1948. Un recente studio del “World CCP World Christian Council for Peace” ritiene che entro 2060 terminerà la presenza dei cristiani di Betlemme: non vorrei che il rapporto peccasse d’ottimismo…
Abbiamo percorso la storia, nel corso dei secoli, della popolazione cristiana di Betlemme, sempre maggioritaria anche nei momenti più oscuri delle dominazioni islamiche. L’avvento del sionismo ha drasticamente ridotto il numero delle famiglie cristiane e il progetto politico dell’attuale governo di Tel Aviv è l’annessione di tutta la Cisgiordania, compresa Betlemme. È ormai sepolta l’epoca in cui gli stati cattolici difendevano gli interessi della Chiesa, dei cristiani e dei pellegrini in Terra Santa, facendo da scudo, per quanto possibile, alle angherie del potere musulmano. Ora quegli stati, sprofondati nell’apostasia, reggono il sacco ai nuovi padroni della Palestina, che ritengono blasfemo riconoscere la divinità di Cristo nella stessa terra di Cristo!
Rimane il dolore per tutte queste sciagure e l’indignazione per l’indifferenza preoccupata dalla noiosa presenza Controversie che accompagna il tramonto della multisecolare roccaforte cristiana di Betlemme.
La Grotta, della Natività, attorno alla quale si stabilirono nei corso dei secoli le famiglie cristiane, quasi a proteggerla dagli infedeli (di ieri e di oggi), meriterebbe molto di più.
Don Ugo CaradinoYves Teyssier d’Orfeuil Betlemme. 2000 anni di storia, Libreria Editrice Vaticana, 2001. Fonte



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