Oltre al nichilismo purtroppo imperante, una grossa responsabilità è anche nei governi succedutisi negli ultimi decenni che non hanno preteso e continuano a non pretendere il rispetto delle nostre leggi. Di seguito il punto di vista di una immigrata integrata; ma è cristiana! Quanto alla Chiesa, nella seconda parte, si rivolge al vescovo Monsignor Erio Castellucci. Qui l'indice degli articoli sul filo-islamismo e l'invasione indiscriminata.
Qualcosa nell’immigrazione moderna si è rotto profondamente e continuare a fingere che tutto vada bene non sta aiutando nessuno
Quello che è successo a Modena non mi sconvolge più. E forse la cosa più triste è proprio questa. Dopo anni passati ad osservare certe tensioni, certe aggressività, certe forme di degrado e certe mancanze di rispetto verso il Paese che accoglie, dentro di me cresceva sempre di più la sensazione che tragedie del genere, prima o poi, sarebbero accadute ed è terribile arrivare ad un punto in cui la paura smette perfino di sorprenderti.
Lo scrivo da immigrata. Da donna pakistana che vive in Italia da anni. Da persona che conosce cosa significhi lasciare la propria terra, adattarsi ad una cultura diversa, imparare una nuova lingua e cercare di costruirsi una vita dignitosa lontano da casa. Proprio per questo sento di poter dire una cosa che forse molti non avranno il coraggio di ammettere: qualcosa nell’immigrazione moderna si è rotto profondamente e continuare a fingere che tutto vada bene non sta aiutando nessuno.
Per anni ho ascoltato italiani parlare con paura, rabbia e frustrazione. Per anni ho visto persone minimizzare tutto, quasi come se dire certe verità fosse più grave dei problemi stessi. Ma la realtà è che oggi tantissimi italiani non si sentono più sereni nelle proprie città. E sapete qual è la parte che mi ferisce di più? Che in certi momenti faccio fatica perfino a biasimare completamente quella paura. Perché quando per anni una parte dell’immigrazione continua a dare esempi di violenza, aggressività, degrado e totale mancanza di rispetto verso il Paese che li ospita, inevitabilmente qualcosa si spezza.
Queste parole non nascono dall’odio. Nascono da una profonda tristezza. Perché anche noi immigrati onesti paghiamo il prezzo di tutto questo. Lo paghiamo ogni volta che qualcuno ci guarda con sospetto soltanto per il nostro volto, per il nostro nome o per il colore della nostra pelle. Lo paghiamo ogni volta che veniamo automaticamente associati a chi porta soltanto caos. E la verità è che basta una persona irresponsabile per distruggere la dignità di milioni di altri immigrati che lavorano, rispettano le regole e cercano sinceramente di appartenere a questo Paese.
Arrivare in una nazione dovrebbe significare rispetto. Rispetto per la lingua, per la cultura, per le leggi e per le persone che ti stanno aprendo le porte della loro casa. Invece troppo spesso vedo persone che arrivano pretendendo diritti senza avere alcun desiderio reale di integrarsi. Persone che vivono qui da anni senza parlare italiano, senza conoscere minimamente il Paese che li ospita e senza alcuna volontà di costruire qualcosa insieme alla società che li ha accolti. La povertà non giustifica tutto. La povertà non insegna il degrado. La povertà non rende arroganti.
A volte mi sento divisa tra due mondi. Abbastanza vicina agli immigrati per vedere errori che troppi hanno paura di ammettere. Abbastanza vicina agli italiani per comprendere la loro stanchezza. Ed è proprio questa la parte più difficile da dire ad alta voce. Perché oggi chiunque provi a parlare seriamente di integrazione, sicurezza o limiti viene immediatamente accusato di razzismo o odio. Così si continua a tacere. Si continua a minimizzare. Si continua a fingere che il problema non esista fino a quando non accade un’altra tragedia.
Capisco perfettamente che il mondo stia diventando sempre più difficile da vivere. Esistono guerre, persecuzioni, povertà e situazioni disperate che spingono tante persone a lasciare il proprio Paese. Io questo lo comprendo benissimo. Però quello che vediamo oggi troppo spesso non è immigrazione costruita sul sacrificio, sul desiderio di lavorare e sulla gratitudine verso il Paese ospitante. Si sta creando un sistema che permette a molti di entrare senza alcuna vera selezione, senza alcun reale progetto di integrazione e senza valutare le conseguenze sociali e culturali di tutto questo.
Anche la Chiesa, su questo tema, dovrebbe avere il coraggio di riflettere più profondamente. Accogliere non può significare ignorare ciò che sta accadendo nelle strade e nella vita quotidiana delle persone. La carità cristiana non è ingenuità. Difendere la propria identità, la propria cultura e la propria sicurezza non significa smettere di essere umani. Un Paese non può sopravvivere senza ordine, senza regole e senza una reale volontà di integrazione da parte di chi arriva.
Poi c’è sempre la stessa frase che sentiamo dopo ogni tragedia: “era psicologicamente instabile.” Ogni volta la stessa spiegazione. Ogni volta la stessa narrazione che sembra quasi voler alleggerire il peso delle responsabilità individuali. Ad un certo punto però diventa inevitabile chiedersi: davvero ogni episodio violento deve sempre finire con la stessa identica giustificazione? E anche ammesso che sia vero, allora bisogna avere il coraggio di fare una domanda ancora più scomoda: perché persone con gravi problemi psichiatrici riescono comunque ad entrare così facilmente in Europa? Perché certe domande arrivano sempre soltanto dopo una tragedia?
Oggi molti immigrati onesti portano dentro un dolore di cui si parla troppo poco. Il dolore di dover dimostrare continuamente di non essere come quelli che arrivano con violenza, caos o disprezzo verso il Paese che li ha accolti. Io sono venuta in Italia per costruirmi una vita serena, per sentirmi al sicuro, per respirare dopo tutto ciò che avevo vissuto. Ed è proprio per questo che fa così male vedere la paura entrare lentamente anche nei luoghi che un tempo sembravano tranquilli e umani. E la verità è che ormai tutto questo non spaventa più soltanto gli italiani. Spaventa anche persone come me. Perché quando le azioni di pochi iniziano ad avvelenare la fiducia tra esseri umani, la vera tragedia non è soltanto ciò che accade nelle strade. La vera tragedia è quando le persone smettono lentamente di vedersi prima di tutto come esseri umani.
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Quanto alla Chiesa mi rivolgo al vescovo Monsignor Erio Castellucci, che afferma: "Attaccare gli immigrati non serve: un modenese e due egiziani che fermano El Koudri è la miglior risposta alla xenofobia."
Quanto accaduto a Modena ha lasciato dolore, inquietudine e molte domande dentro il cuore delle persone. Ma ciò che mi spinge a scriverle non è soltanto la tragedia in sé. È soprattutto il bisogno di riflettere su quale dovrebbe essere oggi il ruolo della Chiesa davanti a situazioni che stanno ferendo profondamente il tessuto umano e sociale del nostro Paese.
Sempre più spesso ho l’impressione che, davanti a certi episodi, la Chiesa scelga parole estremamente caute, quasi timorose di affrontare apertamente alcuni aspetti della realtà contemporanea. Si percepisce una continua attenzione a non urtare determinate sensibilità culturali o ideologiche, mentre molti fedeli cercano soprattutto chiarezza morale, guida spirituale e verità.
La missione della Chiesa non può ridursi ad un linguaggio costruito attorno alle reazioni del mondo. La Chiesa esiste per annunciare Cristo, e Cristo non ha mai avuto paura della verità. Non ha mai evitato parole difficili per essere più accettato. Ha parlato alle coscienze con misericordia, ma anche con fermezza, richiamando continuamente l’uomo alla responsabilità, alla conversione e al discernimento tra il bene e il male.
Oggi tante persone non cercano una Chiesa che analizzi la società soltanto attraverso categorie sociologiche o politiche. Cercano una Chiesa che abbia ancora il coraggio di essere voce morale dentro una realtà sempre più confusa. Una Chiesa capace di parlare di dignità umana senza ignorare il disordine, di accoglienza senza dimenticare la responsabilità, di misericordia senza smarrire la verità.
Il compito di un vescovo è immensamente delicato, ma proprio per questo dovrebbe aiutare i fedeli a leggere questi tempi difficili con sapienza spirituale e non soltanto con prudenza istituzionale. Quando la gente percepisce che certe paure, ferite o inquietudini vengono immediatamente ricondotte a categorie ideologiche, rischia di sentirsi non compresa dalla stessa Chiesa che dovrebbe accompagnarla.
Le scrivo anche da immigrata. Proprio questa mia esperienza mi porta a credere profondamente che una vera convivenza possa nascere soltanto dove esistono verità, responsabilità reciproca, rispetto autentico e il coraggio di affrontare i problemi senza negarli o addolcirli continuamente.
Forse ciò che oggi manca maggiormente è proprio questo coraggio. Il coraggio di parlare con chiarezza evangelica in un tempo in cui tutto sembra diventare ambiguo, fragile e confuso.
Uniti in fede,Zarish Imelda Neno

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