Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

martedì 17 febbraio 2026

Il 'Per ipsum'

Conosciamo più a fondo le sublimi formule della Messa dei secoli e gli elementi che ne fanno un unicum irreformabile. Ogni semplice sfumatura è densa di significati per nulla scontati a prima vista. Minuzie, patrimonio del passato, da custodire nel presente e per il futuro. Conoscerle non è ininfluente per una fede sempre più profonda e radicata. Grande gratitudine a chi ce le offre con tanta generosa puntualità. Nella nostra traduzione da New Liturgical Movement oggi ci soffermiamo sul Per ipsum. Qui l'indice degli altri articoli sulle formule del latino liturgico.

Il 'Per ipsum'

Dopo il Per quem haec omnia [qui], il sacerdote conclude il Canone con:
Per ipsum, et cum ipso, et in ipso, est tibi Deo Patri omnipotenti, in unitáte Spíritus Sancti, omnis honor et gloria… per omnia saecula sæculórum. ℟. Amen.
Che traduco come:
Per mezzo di Lui stesso, con Lui stesso e in Lui stesso, ogni onore e gloria appartiene a Te, Dio Padre Onnipotente, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. ℟. Amen.
La formulazione del Per ipsum è ispirata a Romani 11, 36:
Quis enim cognovit sensum Domini? aut quis consiliarius ejus fuit?
aut quis prior dedit illi, et retribuetur ei?
Quoniam ex ipso, et per ipsum, et in ipso sunt omnia: ipsi gloria in saecula. Amen
. (Rom. 11, 34-36)
Che il Douay-Rheims traduce come:
chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore?
O chi mai è stato suo consigliere?
O chi gli ha dato qualcosa per primo tanto da riceverne il contraccambio?
Poiché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli. Amen. (Romani 11:34-36)
In questo brano, San Paolo conclude una riflessione teologicamente densa sulla storia della salvezza e sul ruolo enigmatico che Israele vi svolge. Conclude affermando che, poiché Dio è il Creatore di tutto (cosa che non possiamo dire di noi stessi), dovremmo rassegnarci al fatto che Egli sa ciò che sta facendo, anche se non possiamo comprendere appieno il Suo piano, e che dovremmo glorificarlo. La triplice espressione – "di Lui", ecc. – si riferisce principalmente al Padre (con una possibile eco trinitaria) e all'inizio, al centro e alla fine della creazione. Tutte le cose hanno la loro origine in Dio; tutte le cose continuano a esistere in virtù di Dio; e tutte le cose hanno Dio come loro fine (l'originale greco eis auton o "a Lui" esprime questa idea più chiaramente di quanto non faccia la Vulgata in ipso).

Sebbene il Per ipsum abbia anch'esso in mente la creazione (per il modo in cui segue il Per quem ), è diverso sotto diversi aspetti, non ultimo il fatto che la triplice espressione si riferisce al Figlio piuttosto che al Padre. Possiamo quindi considerare la preghiera un esempio di ardente afflato spirituale; ma in questo caso non è tanto il contenuto ad essere oggetto di ruminazione, quanto una sorta di grammatica dell'ascensione, un modo di pensare ai misteri trascendenti. [1]

Passiamo ora alle diverse parti della preghiera. (Lasceremo la conclusione e l'Elevazione Minore per un altro giorno.)
Per ipsum, et cum ipso, et in ipso
La preghiera si riferisce al Figlio di Dio con il pronome dimostrativo ipse anziché is. Mentre quest'ultimo significa semplicemente "egli", il primo è più enfatico e può essere tradotto come "egli stesso", "proprio lui", "egli in persona", ecc. E facendo il segno della croce ogni volta che dice ipse con l'Ostia sopra il Preziosissimo Sangue (come le rubriche gli dicono di fare), il sacerdote aggiunge una dimostrazione vera e propria a una parola dimostrativa, indicando quasi letteralmente la Persona di cui sta parlando. Anche le preposizioni sono significative. Per Padre Pius Parsch, le tre espressioni non sono “semplici amplificazioni, ma servono a rivelare la nostra relazione più intima con Cristo”. “Attraverso” ci ricorda che Egli è il nostro Mediatore; “con” che Egli è la Persona a cui dobbiamo unirci come Suo corpo mistico; e “in” che ci uniamo a Lui “mediante l’unione vivente della grazia”. [2] Padre Jacques Olier ha una bellissima riflessione sul tema dell’unità in questa preghiera. “Non basta”, scrive,
per pregare essere  con Gesù Cristo e in sua compagnia… è necessario essere effettivamente in unità con Gesù Cristo e agire davanti a Dio nella potenza e nella grazia del suo Spirito, che non può esistere in noi separatamente dal suo amore. È necessario, come dice Nostro Signore, che noi siamo in Lui, come Lui è nel Padre suo.[3]
Mentre Parsch e Olier pensano alle preposizioni in relazione a noi, Padre Nicholas Gihr rimane più vicino al significato originale del testo e vede le preposizioni in relazione al Padre e allo Spirito Santo. La Prima e la Terza Persona Divina sono onorate attraverso la Seconda “in quanto l'Uomo-Dio si offre sull'altare”. Anche il Padre e lo Spirito Santo ricevono ogni onore e gloria insieme al Figlio, e li ricevono anche nel Figlio, poiché “tutte e tre le Persone Divine, in ragione dell'unità della loro essenza, sono eternamente l'una nell'altra, e, di conseguenza, la venerazione dell'una non deve essere separata dalla venerazione delle altre due”. [4]
Est tibi Deo Patri… glória
In latino, ci sono tre modi per indicare il possesso: un pronome possessivo ("È Suo onore"), un genitivo di possesso ("L'onore di Dio") e un dativo di possesso ("A Dio è l'onore"). I primi due enfatizzano il possessore, mentre il terzo enfatizza il fatto del possesso. Se dico "è Suo onore" o se parlo di "onore di Dio", sto dicendo che l'onore è di Dio e di nessun altro. Ma se dico "A Dio è l'onore", sto dicendo che è Suo e che Egli ha anche altre cose.

Un'altra differenza tra il genitivo di possesso e il dativo di possesso è che il primo può talvolta indicare il mero possesso legale, mentre il secondo è più robusto, implicando una relazione più personale con la cosa posseduta o il godimento della stessa. Di conseguenza, è talvolta chiamato "dativo simpatetico [di possesso o di relazione -ndT]".

Tenendo presenti queste considerazioni, ipotizziamo che il Per ipsum suggerisca che tutto l'onore e la gloria appartengano a Dio Padre in modo speciale, nella misura in cui Egli ha una relazione unica con essi, e che possiede anche molte altre cose. Pius Parsch ritiene che questa conclusione sia carica di escatologia e, dato che ogni Messa è un'anticipazione del banchetto nuziale dell'Agnello, è difficile non essere d'accordo:
Questa dossologia è un presagio di una scena che potrebbe aver luogo alla fine dei tempi… Cristo nostro Signore viene alla presenza del Suo Padre celeste per annunciare che l’opera della redenzione è stata compiuta: “Padre mio, la redenzione del genere umano è stata consumata. La frattura tra Te e l’umanità è stata saldata. Per mezzo di Me, con Me e in Me, a Te, Padre, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria”… Sarà uno di quei magnifici momenti liturgici, come quelli raffigurati da San Giovanni nell’Apocalisse; sarà la scena conclusiva del dramma della salvezza. [5]
Ma c'è un problema. Come abbiamo visto con la Dossologia Maggiore (il Gloria in excelsis), e come si può vedere con la Dossologia Minore (il Gloria Patri), la maggior parte delle dossologie sono al congiuntivo: cioè, proclamano che la gloria dovrebbe essere data a Dio, non affermano che la gloria appartiene già a Dio. Il Per ipsum, d'altra parte, è all'indicativo piuttosto che al congiuntivo: ogni onore e gloria appartengono a Dio ora e non solo alla fine dei tempi. Nelle parole di Padre Josef Jungmann:
Non è un caso che questo encomio… abbia la forma indicativa (est) invece di quella congiuntiva o “augurale”. Qui, dove la Chiesa è radunata, proprio davanti all’altare su cui riposa il Sacramento, radunata sì per offrire con riverenza il Corpo e il Sangue di Cristo – qui Dio riceve effettivamente ogni onore e gloria.[6]
Forse il modo migliore per conciliare questi diversi punti di vista è ricordare la distinzione neotestamentaria tra chronos (tempo regolare, sequenziale) e Kairos, il tempo in cui Dio agisce. Come ogni liturgia, l'azione eucaristica è un momento non all'interno del chronos, ma del Kairos, e come tale non c'è passato o futuro, ma solo presente. Nel Kairos, la fine non è vicina; la fine è adesso.
___________________
[1] “Ascensione” non è un errore di battitura. Sebbene alluda alla grammatica dell’assenso di Newman, mi riferisco a un modo di pensare attraverso il quale più facilmente ascendiamo dalle realtà quotidiane ai misteri divini [mi fa venire in mente quei salmi che gli ebrei chiamano “delle ascensioni”: quelli della "salita" a Gerusalemme -ndT].
[2] Pius Parsch, La liturgia della Messa, trad. Frederic C. Eckhoff (St. Louis, Missouri: Herder, 1940), 254.
[3] Jean-Jacques Olier, Il significato mistico delle cerimonie della Messa, trad. di David J. Critchley (Brooklyn: Angelico Press, 2024), 108.
[4] Nicholas Gihr, Il Santo Sacrificio della Messa: Dogmaticamente, Liturgicamente e Asceticamente Spiegato, 5a ed., (St. Louis, Missouri: Herder, 1918), 692.
[5] Parsch, 254.
[6] Josef Jungmann, SJ, La Messa del rito romano: origini e sviluppo, vol. 2 (New York: Benzinger Brothers, 1951), 266.

lunedì 16 febbraio 2026

Mai tante messe tradizionali come oggi nel mondo

Non è la prima volta che constatiamo come la resistenza di chi la ama e lo scalpore suscitato dalle assurde restrizioni sembra aver fatto meglio conoscere e amare la messa dei secoli. Du seguito un quadromaggiornato della situazione. Precedente qui.
Mai tante messe tradizionali come oggi nel mondo

Dall’introduzione del novus ordo, non ci sono mai state così tante messe tradizionali come ora.

Lo dicono i dati pubblicati da latinmass.com. Attualmente infatti sono 2100 i luoghi in cui il rito vetus ordo viene celebrato regolarmente in tutto il mondo. Prima di “Traditionis custodes” (2021) erano circa 1800.

I principali dispensatori di messe tradizionali sono:
  •  il clero diocesano: 777 sedi
  • la Fraternità sacerdotale San Pio X (più di 700 sedi)
  • la Fraternità sacerdotale di San Pietro (224 sedi)
  • l’Istituto di Cristo Re: 91 sedi.
Il maggior numero di sedi di messe tradizionali si trova in Europa e in Nord America. Seguono l’America Latina e l’Australia. Attualmente, l’Africa conta diciannove luoghi, di cui quindici serviti dalla FSSPX.

In Asia la presenza è minore: la FSSPX gestisce due sedi di messa in Giappone e in Corea del Sud. Taiwan ha due messe domenicali sotto la responsabilità della diocesi.

Nell’Europa dell’Est la Russia e la Bielorussia hanno due sedi di messa diocesane ciascuna. La FSSPX è presente anche a Mosca, accanto alle celebrazioni diocesane.
Fonte: latinmass.com

Il vescovo ordina sacerdote utilizzando il rito pre-Vaticano II, nonostante la Traditionis custodes

Nella nostra traduzione da The Catholic Herald un caso che fa emergere la confusione, ma anche le sacche di resistenza a restrizioni arbitrarie nella chiesa del nostro tempo.

Il vescovo ordina sacerdote utilizzando il rito pre-Vaticano II,
nonostante la Traditionis custodes


Un vescovo francese ha ordinato un sacerdote utilizzando il Pontificale Romanum precedente al Concilio Vaticano II, in una cerimonia che ha riacceso le tensioni irrisolte relative all'attuazione delle restrizioni imposte da Papa Francesco alla liturgia tradizionale.

Sabato 17 gennaio, Mons. Alain Castet, 75 anni, vescovo emerito di Luçon, ha ordinato sacerdote Fratel Thomas-Marie Warmuz a Chémeré-le-Roi, nella Francia occidentale. L'ordinazione ha avuto luogo all'interno della Fraternità di San Vincenzo Ferrer, una confraternita clericale di ispirazione domenicana nota per il suo uso esclusivo dei riti liturgici tradizionali. Durante la stessa cerimonia, Fratel André-Marie Mwanza è stato ordinato suddiacono.

De Maria numquam satis (3)

Riportiamo la terza parte ed ultima parte di un articolo su Maria Corredentrice, paradigma di vita cristiana. Parte 1; Parte 2. Qui l'indice degli articoli su Maria Corredentrice

De Maria numquam satis
La sofferenza vicaria, il Corpo mistico e la manifestazione della vera religione
p. Serafino Lanzetta, 11 Febbraio 2026

La corredenzione vissuta manifesta la vera religione
Questo mistero, la cooperazione in atto, la corredenzione vissuta, è anche una manifestazione della fede cattolica quale vera religione. Questo punto lo aveva già espresso molto bene Padre Benson. Egli fu straordinariamente brillante nel dimostrare che la Chiesa Cattolica è la sola vera Chiesa. E lo poteva fare con particolare autorità, perché veniva dall’Anglicanesimo. Conosceva dall’interno il mondo protestante. Padre Benson ci dice che “solo nella Chiesa Cattolica” il principio della sofferenza vicaria viene “manifestato, accolto e vissuto”. Si tratta di qualcosa di unico che manifesta l’unicità del Cattolicesimo.

La fede biblica veterotestamentaria è intrisa di questo principio della sofferenza vicaria nel suo preparare la via al Messia che, contrariamente alle attese esuberanti di chi si gloriava in un nome di predilezione o nel tempio quale maestà cultuale insuperabile, prenderà su di sé il peccato del popolo, distruggendo il tempio, il suo corpo (cf. Gv 2,19). In modo esemplare, rifulge nell’Antica Alleanza la figura del Servo sofferente di YHWH (Is 53, 3-10), di Colui che “è stato trafitto per le nostre trasgressioni, schiacciato per le nostre iniquità; il castigo per cui abbiamo la pace è su di lui; per le sue lividure noi siamo stati guariti”. Questo Servo è chiaramente Gesù, l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (cf. Gv 1,29). Tuttavia, al di fuori del contesto biblico, vetero e neo-testamentario fedelmente delineato, il concetto di espiazione vicaria si offusca e si smarrisce. Se è già arduo preservarlo nella sua verità biblica – molti sono i tentativi storico-critici di disfarsene relegandone i presupposti alla religione pagana e mitologica – al fuori di questo contesto il tema diventa ostico. Infatti, se ad esempio interroghiamo l’Islam – una doverosa indagine per ragioni monoteistiche – ci si avvede quanto mai dell’importanza dell’espiazione e sofferenza vicarie con i suoi risvolti sociali, proprio in ragione del suo rifiuto radicale.

domenica 15 febbraio 2026

Verità e Confessione

Verità e Confessione
Sermone per domenica 15 febbraio 2026

1 Giovanni 1:8–10
Se diciamo di non aver peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri peccati, Egli è fedele e giusto, così da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. Se diciamo di non aver peccato, lo facciamo bugiardo e la sua parola non è in noi.
Carissimi, nei corridoi oscuri del cuore umano, dove sussurri di perfezione echeggiano falsamente, l'apostolo Giovanni ci mette di fronte a una verità lancinante. "Se dicessimo di non aver peccato", dichiara, invocando il greco ἁμαρτία (hamartia), quell'antico termine che evoca la freccia di un arciere che manca il bersaglio – non solo una colpa passeggera, ma una profonda deviazione dal bersaglio divino della giustizia. Qui Giovanni usa il singolare: ἁμαρτία (hamartia), il peccato come condizione universale che avvolge l'umanità. Non sta ancora parlando di atti specifici, ma della realtà sottostante che ci separa da Dio. In questo vediamo l'inganno che intrappola l'anima: πλανῶμεν (planōmen), ci smarriamo, conducendoci all'illusione. Perché affermare di essere senza peccato significa esiliare l'ἀλήθεια ( alētheia ), la verità stessa, dal nostro santuario interiore. Come uno specchio appannato dal respiro, la nostra percezione di noi stessi si offusca; non vediamo le macchie sulle nostre vesti, ma illusioni di un bianco immacolato. Giovanni ci ricorda che il peccato non è un fantasma, ma una realtà insita nella struttura decaduta dell'umanità. Qui sta il pericolo: la negazione genera oscurità e, in quel vuoto, la comunione con la Luce – il nostro Dio – svanisce nel nulla.

De Maria numquam satis (2)

Riportiamo la seconda parte di un articolo su Maria Corredentrice, paradigma di vita cristiana. La sofferenza vicaria, il Corpo mistico e la manifestazione della vera religione. Parte 1; Parte 3. Qui l'indice degli articoli su Maria Corredentrice

De Maria numquam satis
La sofferenza vicaria, il Corpo mistico e la manifestazione della vera religione
p. Serafino Lanzetta, 4 febbraio 2026

«Io piango perché tu non piangi»

Questo è un programma di vita davvero importante. A questo proposito, è degno di nota un grande autore inglese, Padre Robert Hugh Benson (1871-1914), convertito alla fede cattolica dall’anglicanesimo. È conosciuto soprattutto per il suo bellissimo romanzo “Il padrone del mondo”. Dopo la conversione continuò a scrivere, producendo numerose opere per difendere apologeticamente la fede cattolica. Una di queste è The Mystical Body and its Head (Il Corpo mistico e il suo Capo, Sheed and Ward, New York 1911), tratta dalla sua opera più ampia Christ in the Church (Cristo nella Chiesa). Nella sezione dedicata al Getsemani – il libro è una profonda meditazione sulle tappe della Passione di Cristo – Padre Benson riflette sull’unicità del Corpo Mistico di Cristo e parla in modo illuminante della corredenzione anche senza citarla in maniera diretta. Il nucleo di questo mistero è tutto lì. Benson dice che nella Chiesa Cattolica esiste un principio che viene non solo accolto, ma anche pienamente messo in pratica: il principio del dolore vicario, della sofferenza vicaria (il concetto analizzato prima: il fatto che Gesù abbia fatto qualcosa al posto nostro, che cioè si sia offerto per noi al fine di redimerci). Questo principio del dolore vicario, cioè l’amore con cui ci aiutiamo a vicenda a raggiungere la santificazione, dice Padre Benson, è pienamente riconosciuto e vissuto nella Chiesa Cattolica ed è al contempo ciò che manifesta l’unicità della Chiesa. Viene citato l’esempio del Santo Curato d’Ars, il quale, un giorno, mentre confessava per ore, come sempre, ricevette un penitente che gli elencò dei peccati gravissimi, ma senza il minimo segno di contrizione. Il santo Curato ne fu stupito ed esclamò: «Come? Non piangi? Non versi una lacrima per i tuoi peccati?». E continuando ad ascoltare quella confessione poco contrita, soggiunse: «Io piango perché tu non piangi». Questa è squisita carità. Questa è corredenzione in azione; la corredenzione di un sacerdote, il Santo Curato d’Ars, che era disposto a fare qualcosa al posto di quel penitente, a “soffrire al suo posto”, pur di guadagnarlo a Cristo. Padre Benson commenta e dice che questo è un esempio lampante della bellezza e dell’unicità della Chiesa Cattolica. Questa sofferenza vicaria è corredentiva ed è un principio di vita cristiana. Leggiamo quanto scrive Benson: «Questo principio, dunque, attraversa tutta la Chiesa Cattolica, dalla testa ai piedi. In essa non solo il sacrificio esteriore della Croce viene offerto incessantemente nell’augustissimo mistero dell’altare – (ciò che Cristo ha fatto una volta lo fa sempre) –; e in un modo diverso nelle sofferenze esterne delle sue membra; ma anche i dolori interiori del Getsemani vengono similmente perpetuati. Ogni vero sacerdote, nel confessionale, conosce qualcosa di quel senso del peccato che porta su di sé al posto del penitente. “Io piango, singhiozzava il Curato d’Ars, perché tu non piangi”. Ogni cattolico ben istruito sa offrire il proprio dolore per la salvezza di un’altra anima, perché soltanto nella Chiesa Cattolica si manifesta questa stirpe sacerdotale di cui parla il primo Papa (cf. 1Pt 2,9). Solo nella Chiesa Cattolica, infatti, quell’immenso principio del dolore vicario viene accolto, riconosciuto e vissuto: quel principio sul quale è tenuta insieme l’intera catena della vita, persino nell’ordine fisico… “Qui nella mia Chiesa, e solo qui, rivivo in pienezza, con volontà e intelligenza, quella mia agonia registrata nei Vangeli. Qui, nella cella del contemplativo, nel confessionale di un degno sacerdote, nella stanza da letto di un sofferente altruista, in ogni agonia interiore coraggiosamente sopportata, rimango ancora una volta nel giardino, immerso nel sangue, strappato da me, non dai flagelli ma dal dolore”».

Dominica in Quinquagesima

Ripropongo contenuti come questo che uno strumento come il blog inghiotte inesorabilmente, per ritrovarne ogni anno le ricchezze della nostra Chiesa e farne tesoro per una sempre maggore interiorizzazione. Vedi: L'inizio del ciclo pasquale con la Dominica in septuagesima [qui] Dominica in sexagesima [qui]
Qui trovate l'Ordinario e qui il Proprio della Santa Messa di oggi.

Domenica di Quinquagesima

La vocazione di Abramo

L’argomento che presenta oggi la Chiesa da meditare è la vocazione di Abramo.

Scomparse le acque del diluvio, la terra cominciò di nuovo a riempirsi di uomini; ma insieme comparve la corruzione, e l’idolatria venne a colmare la misura dei disordini. Ora prevedendo il Signore nella sua divina sapienza, la defezione dei popoli, volle costituire una nazione che gli sarebbe stata particolarmente devota, e nella quale si sarebbero conservate le sacre verità destinate a diffondersi fra i Gentili. Questo nuovo popolo doveva cominciare da un solo uomo, padre e tipo dei credenti, Abramo. Pieno di fede e di obbedienza verso il Signore, egli era chiamato ad essere il padre dei figli di Dio, il capo di quella generazione spirituale, alla quale appartennero ed apparterranno fino alla fine dei tempi tutti gli eletti, sia dell’Antico Testamento che della Chiesa Cristiana.

sabato 14 febbraio 2026

De Maria numquam satis (1)

Riportiamo la prima parte di un articolo su Maria Corredentrice, paradigma di vita cristiana. La sofferenza vicaria, il Corpo mistico e la manifestazione della vera religione. Parte 2; Parte 3. Qui l'indice degli articoli su Maria Corredentrice.

De Maria numquam satis
p. Serafino Lanzetta, 28 Gennaio 2026

La Corredenzione di Maria può essere compresa bene alla luce di due feste liturgiche. Il 15 settembre è una grande festa mariana dedicata a Nostra Signora Addolorata ai piedi della Croce. Nel rito antico questa festa è preparata da quella dei Sette Dolori di Maria che si celebra il Venerdì della Settimana di Passione prima della Settimana Santa. Il 14 settembre celebriamo invece l’Esaltazione della Santa Croce. Sono feste importantissime che si annodano l’una all’altra: una cristologica e una mariana. Questo ci fa capire che è sempre doveroso approfondire il mistero della Corredentrice alla luce della Redenzione: Gesù e Maria sono una cosa sola, sempre uniti. Si tratta di vedere insieme la Croce e la Corredentrice. In questa riflessione, che svilupperò in tre parti, ho pensato che fosse opportuno cercare di vedere in un modo più pratico (pastorale) l’importanza della corredenzione per la nostra vita cristiana, delineandone il suo aggancio, anch’esso pratico, alla salvezza operata da Cristo.

La Croce Misteriosa del Segreto di Fatima

Nella nostra traduzione da Substack.com.
La Croce Misteriosa del Segreto di Fatima
Quando la poesia e la letteratura ci insegnano il linguaggio dei simboli sacri

Nell'immagine: Hovhannes Aivazovsky (1817 - 1900), La nona onda

Un dettaglio significativo
Da quando l'ultima parte del segreto di Fatima è stata pubblicata nel 2000, uno dei dettagli più interessanti della visione non ha mai smesso di affascinarmi. Al centro del vasto quadro, i cui riferimenti alla storia del XX secolo si intrecciano con profondi significati simbolici, si erge la Croce. Posizionata su una montagna che domina l'intero panorama, è il punto focale del gruppo che attraversa la città in rovina. Ciò che ha catturato la mia attenzione fin dalla prima lettura è il modo in cui la croce è stata descritta:
C'era una grande croce di tronchi grezzi come di sughero con la corteccia. (1)

venerdì 13 febbraio 2026

Lo strano e meraviglioso mondo dei bestiari medievali

Nella nostra traduzione da Via Mediaevalis
Lo strano e meraviglioso mondo dei bestiari medievali
La zoologia è cambiata molto dal Medioevo...

Ho già scritto in precedenza della dicotomia tra realtà e finzione come di qualcosa di non pienamente operativo nella cultura medievale. Nonostante la loro vicinanza fisica e psicologica ai ritmi della terra e alle realtà primordiali della vita, i cristiani premoderni erano, rispetto alle persone di oggi, più inclini a rimodellare "i fatti" in base alla fede religiosa e al pensiero poetico. Un esempio particolarmente intrigante di questa tendenza si trova nei testi medievali noti come bestiari. Queste opere, oltre a essere una deliziosa manifestazione dello spirito medievale, ci ricordano che la letteratura immaginativa non si limita a romanzi, poesie e simili. L'esperienza letteraria tocca tutti gli aspetti della vita umana e i bestiari ci riportano a un'epoca in cui persino la scienza era strettamente legata al potere trasformativo della creazione letteraria.