Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

venerdì 30 gennaio 2026

Studente discriminato per la sua fede cattolica: il caso in un liceo romano

Studente preso di mira dal professore di filosofia per la sua fede cattolica: il caso al liceo romano Giulio Cesare. Qui l'indice degli articoli sulla realtà distopica.
Studente discriminato per la sua fede cattolica:
il caso in un liceo romano

La scuola pubblica italiana è laica per Costituzione. Ma la laicità non equivale a ostilità verso il credo religioso, né può trasformarsi in un criterio di penalizzazione per chi professa una fede. Al liceo classico Giulio Cesare di Roma, uno degli istituti storici "de sinistra" della Capitale, essere cattolici pare invece un handicap.

È quanto denuncia il padre di un ragazzo al penultimo anno di liceo in una lettera indirizzata alla dirigenza scolastica, ripresa l’altro giorno dal senatore di Forza Italia Claudio Fazzone in una interrogazione urgente al ministro dell’Istruzione e del Merito. Lo studente, in particolare, subirebbe da tempo comportamenti discriminatori, culminati in un brusco e immotivato peggioramento delle valutazioni in storia e filosofia in un clima di costante delegittimazione davanti alla classe. La vicenda, quanto mai sgradevole, si inserisce in un contesto già segnato da forti tensioni interne all’istituto. Il Giulio Cesare è balzato più volte agli onori delle cronache negli ultimi mesi: dalle occupazioni studentesche al ritrovamento nei bagni di liste con nomi di presunti responsabili di violenze sessuali. Episodi che non possono destare interrogativi sul clima educativo e sul rispetto delle regole di convivenza civile all'interno di un liceo frequentato da figli di professionisti, magistrati, alti dirigenti pubblici.

Di poesia e realtà

Nella nostra traduzione da Poetic Knowledge una edificante riflessione sulla conoscenza poetica e le sue risonanze sulla ragione e sull'anima, attraverso in sensi e le emozioni suscitate da un incontro vivo con la realtà.

Di poesia e realtà
"niente su questa terra è più bello..."
Robert Keim, 27 gennaio

Nel post inaugurale della newsletter Poetic Knowledge, ho spiegato, con l'aiuto di James Taylor, che "la conoscenza poetica... non è, in senso stretto, una conoscenza di poesie". Piuttosto, è una conoscenza che deriva da un incontro unificante e significativo con la Realtà come qualcosa di "bello, tremendo (awefull), spontaneo, misterioso", qualcosa che ci affascina, ci ispira e ci trasforma "quando la mente, attraverso i sensi e le emozioni, vede con gioia, o persino con sgomento, il significato di ciò che è realmente lì". Quindi, la conoscenza poetica non riguarda, in senso stretto, le poesie, ma questa newsletter, che ha lo stesso nome, parla di poesie (e della letteratura più in generale). Questa situazione alquanto paradossale merita, a mio avviso, ulteriori commenti, e in questo saggio discuterò perché la letteratura poetica sia essenziale per la conoscenza poetica, e quindi per il successo dell'educazione umana e il pieno sviluppo della vita umana.
Il dottor Taylor ha insistito sul fatto che la conoscenza poetica è distinta dalla "poesia", dove la poesia è intesa come "la cosa creata definita verseggiare". Tuttavia, quasi nella stessa ispirazione, nota "come Omero induca in Ulisse i dettagli ordinari e sensoriali di un banchetto per rivelarne il significato poetico e trascendente". Qui si riferisce a un passaggio dell'Odissea, uno dei poemi più famosi e venerati al mondo, in cui Ulisse dichiara che raggiungiamo
Pari a quella d’un Dio suona la voce:
Nè spettacol più grato havvi, che quando
Tutta una gente si dissolve in gioia,
Quando alla mensa, che il cantor rallegra,
Molti siedono in ordine, e le lanci
Colme di cibo son, di vino l’urne,
Donde coppier nell’auree tazze il versi,
E ai convitati assisi il porga in giro.
[Riprendo la traduzione, che ci è familiare, del Pindemonte -ndT]

giovedì 29 gennaio 2026

Leone XIV, il Vaticano II e la lotta tra verità e 'processi' nella Chiesa di oggi

Stralcio da Substack.com. Un indubbio dilemma, con sempre meno speranze, rispetto ai processi innescati dal concilio, che nel pontificato di Bergoglio sembravano aver raggiunto il culmine, con l'aggravante gesuitica ...

Leone XIV, il Vaticano II e la lotta
tra verità e processi nella Chiesa di oggi

Ciò che ha turbato gli osservatori del primo pontificato di Papa Leone XIV non è semplicemente la presenza di segnali contrastanti, ma il modo in cui questi segnali sembrano andare contemporaneamente in direzioni ecclesiologiche opposte.
Da un lato, ci sono momenti di inequivocabile chiarezza, persino severità, che si leggono come un silenzioso ma inequivocabile rimprovero agli impulsi del governo di Papa Francesco. Dall'altro, c'è una persistenza di nomine, enfasi e gesti simbolici che sembrano legare saldamente il nuovo pontificato alle stesse correnti che hanno generato confusione e declino per decenni. La questione non è più se Papa Leone rappresenti la continuità o la rottura, ma se stia tentando di tenere insieme due visioni della Chiesa che sono, in verità, sempre più inconciliabili...

Scrittori e viaggiatori sul Lago Maggiore: Byron, Newman e Dickens

Nella nostra traduzione da Italia Perennis, su Substack.com. Per molti creativi, l'Italia non è stata solo un luogo da visitare, ma una vera e propria fonte di ispirazione. Interessante qui la presentazione dei frutti dei loro viaggi e delle loro creazioni indimenticabili.

Scrittori e viaggiatori sul Lago Maggiore:
Byron, Newman e Dickens


Lord Byron, il navigatore perduto
Come per gli scrittori francesi e tedeschi, l'Italia ha sempre esercitato un'attrazione potente, inevitabile e quasi irresistibile anche sugli autori inglesi. Era come se il loro destino letterario non potesse compiersi senza visitare il mondo di Dante e ricevere la sua impercettibile benedizione. Ed essi hanno compiuto con entusiasmo questo rituale. I ricordi conservati nelle loro lettere e nei loro diari – anche quando brevi e scritti in fretta – sono le tracce visibili lasciate nelle loro anime da un incontro che non può essere dimenticato.

Durante il suo ultimo viaggio fuori dall'Inghilterra, da cui non sarebbe mai più tornato vivo, Lord Byron trovò il tempo di scrivere alla sorellastra, Augusta Leigh. Le inviò una lettera da Milano, datata 13 ottobre 1816, in cui descriveva il suo viaggio in barca lungo il Lago Maggiore:

In illo tempore: III Domenica dopo l’Epifania

Nella nostra traduzione da OnePeterFive la consueta meditazione di P. John Zuhlsdorf che ogni settimana ci consente di approfondire i tesori di grazia ricevuti nella domenica precedente qui. Importante anche per i riferimenti al superamento dei problemi attuali.

In illo tempore: III Domenica dopo l’Epifania

Quest’anno abbiamo un periodo piuttosto breve di Epifania, quella fascia verdeggiante dell’anno liturgico in cui la Santa Chiesa indugia sulle manifestazioni della divinità del Signore prima che cali il velo violaceo della Settuagesima. Il calendario stesso fa catechesi. In certi anni il Tempo dell’Epifania è fugace, quasi brusco, abbreviato da una Pasqua precoce; in altri si dispiega più ampiamente, conducendoci attraverso la Terza, la Quarta e la Quinta Domenica dopo l’Epifania. La Chiesa marca queste settimane con la ripetizione. In queste domeniche l’Introito rimane invariato: si tratta di una deliberata insistenza liturgica che invita l’ascoltatore attento a cogliere un tema unificante. Nel Rito Romano, la ripetizione raramente è accidentale. Essa imprime il significato nella memoria. Qui il tema è la manifestazione, l’“epifania”, rivelata attraverso opere di potenza, misericordia e autorità che solo Dio può compiere.

Perché la messa non è l'ultima cena?

Il Calvario ci dice che Dio ha sacrificato il suo unico Figlio perché possiamo essere strappati dal mondo di peccato e, trasformati in Lui dalla grazia che discende dalla Croce, piacere a Dio, e quindi essere salvati. La Santa Cena senza il Calvario, ci dice che Dio viene in mezzo a noi; che quindi siamo importanti, che la nostra vita e la vita del mondo è essenziale, che la natura è tutto, visto che Dio è venuto a servirla con la sua presenza; ecco il Naturalismo servito, anche se con un contorno devozionale. È davvero la vittoria del Sacramento svuotato di vita, iniziata da Lutero e dai suoi compagni. Di seguito una riflessione che ci riporta nella verità cattolica. Qui l'indice della Liturgia ai tempi di Leone XIV che sembra considerare l'unica espressione della lex orandi il NO.

Perché la messa non è l'ultima cena?

La distinzione tra il pasto storico della Pasqua e il Sacrificio perpetuo della Messa è fondamentale per comprendere il passaggio dall'Antico Patto al Nuovo. Mentre l'Ultima Cena si svolgeva all'interno dell'ambientazione temporale di una Pasqua, la liturgia della Messa Tradizionale latina non è una tentativo di "rifare" quel pasto o di mantenere vivo il rituale domestico ebraico in forma cristiana. Invece, la Pasqua servì come "ora" cronologica che segnalava la fine del vecchio ordine, permettendo a Cristo di trasformare il concetto di sacrificio stesso.

La Messa è fondamentalmente la presentazione del Sacrificio della Croce, evento distinto dal Seder. Mentre il Seder era una ripetitiva, annuale commemorazione di un esodo passato, la Messa è la rappresentazione, la realizzazione del presente, di un singolo, irripetibile evento cosmico: l'immolazione dell'Agnello di Dio sul Calvario.

mercoledì 28 gennaio 2026

Febbraio 2026. Avvisi da Sant'Anna al Laterano

Carissimi,
Sed interea fugit irreparabile tempus” (Virgilio, Georgiche, III, 284). Il tempo che passa, gli anni che scorrono segnano inesorabilmente per tutti l’allontanamento dal punto d’inizio e l’avvicinamento al traguardo, alla meta. Si è appena concluso il tempo che aveva per centro il Natale e già suona il rintocco della campana di Settuagesima [qui - qui]. Con Settuagesima inizia il tempo che ha per centro la Pasqua. Ancora tre domeniche e comincerà il Sacro Tempo di Quaresima. Il rintocco ci appella a rendere pronti la nostra mente e il nostro cuore a intraprendere, ancora una volta, il cammino di rinnovamento e conversione che la Santa Madre Chiesa ci proporrà.
Nella Lettera Pastorale del I febbraio 1574 San Carlo Borromeo descriveva così il significato mistico di Settuagesima: “Affinché i fedeli intendano la causa della venuta di Gesù Cristo sulla terra e della sua morte e passione, la Santa Chiesa celebra la Settuagesima: nella quale ci rappresenta la caduta nel peccato del nostro padre Adamo e di tutta la sua discendenza…e la triste condizione del genere umano dopo la sua caduta nel peccato… 

Trovare il “vero amore” nell’amicizia

Saggi precedenti di questa serie: L’amicizia, “il più grande dei beni esteriori” qui ; Cicerone sulla virtù e il sacrificio dell'amicizia qui
Trovare il “vero amore” nell’amicizia
Romani, compatrioti e amici, ascoltatemi per la mia causa…
Robert Keim, 25 gennaio

Tutte le immagini di questo post raffigurano Davide e Gionata, che hanno fornito l'esempio più memorabile di amicizia nella letteratura dell'Antico Testamento. Il Venerabile Beda, teologo e storico dell'alto medioevo, vedeva la loro relazione come un'allegoria dell'amore tra Cristo e la Chiesa.

È forse un peccato che la nostra cultura abbia creato una sorta di dicotomia tra amicizia e amore. Certo, un'amicizia platonica intima differisce da una relazione amorosa o da un'unione coniugale, ma la scelta del termine mi preoccupa, perché il significato etimologico di "amico", che deriva dal verbo germanico preistorico frijojan , è "amare". L'inglese non ha altra parola oltre a "amore" che catturi l'essenza e l'intensità dell'amicizia autentica, ma oggigiorno usare una parola del genere con gli amici suscita incomprensioni, o peggio. E si potrebbe anche citare quel metodo – popolare tra le ragazze del mio liceo, se non ricordo male – di rifiutare con tatto l'"amore" offerto da un pretendente: "restiamo solo amici". Che ironia che il significato etimologico di questa frase sia "restiamo solo amanti".

Sull'inutilità della riforma liturgica (e perché i seminari non sono la risposta)

Nella nostra traduzione da The Catholic Herald dom Alcuin Reid valuta il documento informativo del cardinale Arthur Roche e sostiene che la riforma liturgica post-conciliare non ha vacillato per mancanza di seminari, ma per la mancanza di una vera formazione liturgica. Precedenti di e su Alcuin Reid a partire da qui. Qui l'indice degli articoli sulla liturgia ai tempi di Leone.

Sull'inutilità della riforma liturgica
(e perché i seminari non sono la risposta)


Il documento informativo del Prefetto del Dicastero del Culto Divino, redatto per il Concistoro dei Cardinali e pubblicato la scorsa settimana, ha suscitato numerose critiche, e giustamente. È quantomeno ridicolo. Eppure non è affatto uno scherzo. Anzi, dato il suo status, necessita di una seria analisi critica.

Tuttavia, Sua Eminenza aveva assolutamente ragione quando scrisse che «l'applicazione della Riforma ha sofferto e continua a soffrire di una mancanza di formazione» (n. 8). Infatti, quando giustamente insisteva sul fatto che «nella riforma e promozione della Sacra Liturgia si deve anzitutto ricercare la piena e effettiva partecipazione [ actuosa participatio (vedi) ] di tutto il popolo, poiché essa è la prima e indispensabile fonte da cui i fedeli devono attingere il genuino spirito cristiano», la Costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II proseguiva affermando che «sarebbe vano sperare di realizzare [ actuosa participatio ] se i pastori stessi, per primi, non fossero profondamente permeati dello spirito e della forza della Liturgia e non si assumessero l'impegno di istruirli. È pertanto assolutamente necessario che si presti attenzione, in primo luogo, alla formazione liturgica del clero» ( Sacrosanctum Concilium , 14; corsivo aggiunto).

martedì 27 gennaio 2026

Il destino dell’Europa è oltre l’Occidente

Qui l'indice sulla realtà distopica.
Il destino dell’Europa è oltre l’Occidente
Marcello Veneziani, 22 Gennaio 2026

Poi d’improvviso, come d’incanto, spariscono le rivolte e le repressioni a Caracas e a Teheran. E resta solo la scia di discussioni e di litigi nostrani, coi maestri cantori dell’Occidente libero, moderno e democratico che ti chiedono: ma tu andresti a vivere in Venezuela, in Iran, in Russia, dicono? No, che non ci vivrei, perché dovrei andarci? E non vivrei nemmeno in Cina, in Corea, in Nigeria, in Groenlandia. Non sono il mio mondo, la mia vita, la mia storia, la mia gente. Perché mai dovrei lasciare il mio paese, la mia civiltà? Il problema è opposto: noi che viviamo qui (e che non vivremmo mai lì) non possiamo decidere cosa è meglio per chi abita lì. Noi che nemmeno siamo in grado di capire cosa è successo e come mai ora sembra tutto rientrato. Tocca a loro deciderlo, noi possiamo solo augurarci e anche impegnarci con i mezzi ragionevoli della diplomazia e della pressione internazionale che decidano il più possibile in modo libero e incruento. Ma non possiamo sostituirci a loro, decidere al posto loro e perfino intervenire con le armi per imporre quel che a noi sembra la soluzione migliore (che magari è quella più utile ai nostri affari o più vicina solo al nostro punto di vista). Anche perché quei popoli non sono come ce li raccontano media e intelligence, contrari per intero ai loro regimi, ma sono divisi, tra favorevoli e contrari, tra sostenitori e nemici giurati del regime; tanti preferiscono il male minore o il male già conosciuto al male sconosciuto. Non credo che la maggioranza degli iraniani preferirebbe lo scià al posto dell’ayatollah; se devono cercare un ricambio lo faranno in Iran, non con pacchi Amazon catapultati dagli Usa o comunque da fuori…