domenica 27 marzo 2016

Mattia Rossi (e il gregoriano). La Domenica di Pasqua

Con la domenica di Pasqua giunge, sì, a compimento tutto l’itinerario quaresimale, ma soprattutto il Triduo Sacro iniziato il Giovedì Santo. Ed era proprio la Messa “in coena Domini” del Giovedì Santo che – come ricordavamo nell’articolo precedente – si apriva con il solenne introito Nos autem gloriari oportet. Un brano – ripetiamolo – tutto incentrato sull’esaltazione della croce che, da strumento di morte, diventa portatrice di vita, risurrezione e salvezza.

Ed è proprio alla luce di quell’introito del Giovedì Santo, inizio del Triduo, che noi possiamo e gustare  appieno l’introito Resurrexi della domenica di Pasqua: entrambi sono composti in IV modo. L’inizio e il compimento del Triduo sono accomunati da un medesimo stile compositivo che, da modo mesto e addolorato, viene trasfigurato divenendo il canto della gioia della risurrezione.

Per capire la portata retorica di questa metamorfosi, basti sapere il IV modo viene descritto dai capitelli di Cluny come il “modo del pianto”, «simulans in carmine planctus». Il gregoriano si serve, dunque, di una sonorità che l’orecchio umano percepisce come triste e malinconica per farle acquisire, alla luce della Pasqua, una dimensione nuova: il canto del pianto umano per la morte di Nostro Signore diventa, così, il «canto nuovo» della letizia pasquale per la Sua risurrezione.

Un simile procedimento viene seguito dal canto gregoriano anche per la composizione graduale Haec dies che accompagna la liturgia dalla domenica di Pasqua fino al sabato “in albis”. Si tratta di un graduale scritto in II modo, altro modo che i teorici medievali definiscono «tristis».

Un ethos musicale talmente «triste» da venire impiegato nel lunghissimo tractus della Domenica delle Palme «Deus, Deus meus, respice in me: quare me dereliquisti?» nel quale Cristo emette il suo straziante grido di dolore: «Dio mio, Dio mio, guardami: perché mi hai abbandonato?».

Nuovamente, una melodia disperata e legata al dolore più tremendo viene radicalmente trasfigurata. E per fare ciò, il compositore si serve anche del copioso melisma posto sulla parola iniziale Haec: Questo è il giorno!

Il canto della gioia, però, nel tempo pasquale è anche rappresentato dall’Alleluia. Tale canto, che letteralmente significa “lodate Dio” (allelu, lodate + Yah, contrazione del tetragramma sacro), nei primi manoscritti compare come canto precedente il vangelo riservato solamente al giorno di Pasqua. Venne poi esteso a tutto il tempo pasquale e, ai tempi di Gregorio Magno, a tutte le domeniche dell’anno, fatta eccezione per la Quaresima.

Storicamente, il carattere dell’alleluia era di “preparazione” alla lettura evangelica seguente (come il graduale era di “meditazione” sulla lettura precedente). Da un punto di vista compositivo, invece, soprattutto nella struttura del versetto, esso si presenta come brano molto ornato e di natura virtuosistica, ben lontano dall’“acclamazione” come è (erroneamente e antistoricamente) inteso oggi.

Questo, per inciso, dimostra quanto del tutto illogica, oltre che nefasta, fu la riforma di Bugnini&Montini: ad oggi, infatti, all’interno della “messa” Novus Ordo, è del tutto naturale considerare l’alleluia un’acclamazione e non un vero e proprio canto tanto da esser stato praticamente ridotto ad un breve intervento o ritornellino il più delle volte privo del versetto. Il “messale” montiniano ha tolto, in sostanza, la funzione liturgica propria dell’alleluia di canto interlezionale prima del vangelo.

Ma tornando al nostro discorso, ben più interessante delle porcherie moderniste, occorrerà notare il messaggio simbolico che l’alleluia propone. Quasi tutti gli alleluia, infatti, sono strutturati in maniera simile: le sillabe allelu- sono, generalmente, poco ornate, mentre sulla sillaba finale -ia sfociano lunghissimi vocalizzi detti jubilus. Questo sta a simboleggiare che sul nome DIO la musica ne trascende il concetto e il canto si trasfigura: Egli è l’impronunciabile per eccellenza e neanche la musica, nemmeno con un’infinità di note, riesce a descriverLo. L’alleluia è il canto che più ci ricorda la distanza incolmabile tra l’immanenza terrena e l’Immacolato Sacrificio, l’indispensabile distanza tra la debolezza umana e la potenza di Dio.

L’alleluia, dunque, nella sua concezione meta-sonora, diventa il canto nuovo del salmo 95: la letteratura patristica, vera fonte esegetica per il compositore gregoriano, ci insegna che dobbiamo «cantare un canto nuovo» perché nella risurrezione di Cristo «tutto è rinnovato» (Cirillo di Alessandria). E il canto della Pasqua è proprio l’alleluia.
Mattia Rossi - Fonte

9 commenti:

Luigi Rmv ha detto...

"RABBONI'!!!"

RAOUL DE GERRX ha detto...

Une sainte Pâque à tous et à notre chère Mic !

marius ha detto...

Guarda "Regina Caeli" su YouTube
https://youtu.be/6-EJiI_yAas

marius ha detto...

Guarda "Introitus: Resurrexi" su YouTube
https://youtu.be/CINVY215T5U

irina ha detto...

Dopo la Quaresima,la Settimana Santa,il Santo Triduo,la Via Crucis, oggi Santa Pasqua di Risurrezione omelia senza la parola misericordia.
La Santa Trinità benedica e custodisca tutti i sacerdoti fedeli a Gesù Cristo e alla Sua Chiesa.

marius ha detto...

Da noi invece sviolinate entusiastiche ed insistenti sugli "ortodossi" ed il loro saluto pasquale.
Questi tipi di apprezzamenti diventano sempre più frequenti.

Anonimo ha detto...

È' veramente strano questo Gregoriano: in Quaresima ci Annuncia la gioia della Pasqua che arriverá; a Pasqua ci fa sentire la tristezza e il pianto appena trascorso. Se non si trattasse di interpretazioni fiorite nel tardo Medioevo e riprese in etá romantica e ceciliana verrebbe da pensare ad una musica davvero esoterica.

Anonimo ha detto...

https://www.youtube.com/watch?v=ZBbLX2kkny8

Professio fidei ha detto...

https://www.youtube.com/watch?v=MRUmL1mfS0g

« Credo in unum Deum, Patrem omnipoténtem, factόrem cæli et terræ, visibílium όmnium, et invisibílium.
Et in unum Dόminum Iesum Christum, Fílium Dei unigénitum. Et ex Patre natum ante όmnia sæcula. Deum de Deo, lumen de lúmine, Deum verum de Deo vero. Génitum, non factum, consubstantiálem Patri : per quem όmnia facta sunt. Qui propter nos hόmines, et propter nostram salútem descéndit de cælis. Et incarnátus est de Spíritu Sancto ex María Vírgine : et homo factus est. Crucifíxus étiam pro nobis : sub Pόntio Piláto passus, et sepúltus est. Et resurréxit tértia die, secúndum Scriptúras. Et ascéndit in cælum : sedet ad déxteram Patris. Et íterum ventúrus est cum glόria iudicáre vivos, et mόrtuos : cuius regni non erit finis.
Et in Spíritum Sanctum, Dόminum, et vivificántem : qui ex Patre, Filiόque procédit. Qui cum Patre, et Filio simul adorátur, et conglorificátur : qui locútus est per Prophétas.
Et unam, sanctam, cathόlicam et apostόlicam Ecclésiam. Confíteor unum baptísma in remissiόnem peccatόrum. Et expécto resurrectiόnem mortuόrum. Et vitam ventúri sǽculi. Amen. »