mercoledì 5 agosto 2020

Una storia naturale delle società

Interessante. Ma basterebbe tornare al realismo cristiano che evidentemente scienziati e filosofi continuano a ignorare....

Una storia naturale delle società
M. W. Moffett è un entomologo specializzato in formiche e foreste tropicali. Ma il libro, a dispetto del titolo “Sciame” (Swarm), non parla molto di formiche e neanche di altri animali, parla per lo più di società umane, sebbene a volte faccia incursioni comparative sul modo di “far società” delle altre specie. Il succo della faccenda è in questo trilogo: “gli scimpanzé devono conoscere tutti. Le formiche non devono conoscere nessuno. Gli umani devono solo conoscere qualcuno.”.
Tra le specie che hanno scelto la via sociale dell’adattamento, che non sono la maggioranza, gli scimpanzé ed i bonobo accettano tutti i membri della società in quanto li riconoscono, le formiche propriamente non conoscono nessuno ma si fidano dell’aroma della chimica che condividono venendo tutte dalla stessa madre. Noi saremmo evolutivamente prossimi ai primati i quali però arrivavano a società limitate di dimensione visto che si debbono conoscere tutti e facciamo società anonime come le formiche, sebbene non ci si riconosca dall’odore e non si abbia gli stessi genitori. Questo perché costruiamo gruppi con specifici marcatori d’identità e quindi riconosciamo tutti quelli che mostrano la stessa nostra identità anche se in effetti non li conosciamo personalmente. Questo portato della nostra componente culturale che si somma a quella naturale, ci ha portato a colonizzare il mondo costruendo società massive, altamente articolate ed adattive.
Moffett è uno scienziato atipico. Nel libro macina una quantità rimarchevole di conoscenze di varie discipline, senza farsi troppi scrupoli dei confini disciplinari gelosamente custoditi dall’accademia. Può permetterselo, visto che evidentemente ne sa parecchio ed ha potuto contare su importanti riferimenti di confronto (dal biologo E.O.Wilson all'antropologo I. De Vore) oltre a ben quattro pagine fitte-fitte di nomi a corpo piccolo di studiosi di vari campi con cui ha avuto la fortuna di potersi confrontare. In effetti la sua qualifica generale sarebbe “naturalista”, come era Darwin, non uno specializzato monoculare, ma uno studioso di fatti naturali ed in quanto tali, anche umani.

Ne viene una disamina generale dell’oggetto società, non come già dato come in sociologia, ma proprio originario: perché abbiamo fatto società e di questo o quel tipo e come. In effetti, manca una "storia naturale della società". Manca perché la torsione interpretativa del darwinismo, ha puntato tutto sull’individuo in accordo alla più generale immagine di mondo anglosassone. Per gli anglosassoni che si fondano sull’innaturalità della società secondo Hobbes, sull’individualismo metodologico di ogni disciplina a partire dall’economia, sul gene egoista che al massimo porta ad un altruismo parentale solo perché coi parenti condividiamo geni (una stupidaggine, secondo Moffett), finendo con la Thatcher per la quale la società non esisteva, la società è in effetti un mistero. Infatti fanno società che, secondo molti indicatori, sono spesso assai sbilenche. E dato il dominio che gli anglosassoni esercitano sull’immagine di mondo occidentale, sebbene sia difficile spiegare ad un mediterraneo che la società non esiste, finiscono con l’ingombrare l’elaborazione del pensiero pubblico ponendo divieti e sensi unici invisibili che molti introiettano senza consapevolezza e debita verifica con riflessione.

Moffett come detto non è un filosofo, tantomeno un politico, è semplicemente un naturalista. Quindi le sue affermazioni andrebbero prese per la logica che l’ha portato ad esprimerle. Famiglie, cerchie, bande, tribù, capitanati, regni, stati, imperi, nazioni sono tutte forme sociali -a cui e con cui- gli umani hanno trovato utile adattarsi. Gli individui si adattano al gruppo ed il gruppo favorisce l’adattamento di tutti i suoi componenti al circostante, che siamo umano o naturale. Evidentemente ne hanno tratto longevo vantaggio. Con molto garbo, Moffett pensa che il cosmopolitismo sia una idea impossibile, il multiculturalismo assai problematico, i discorsi di indebolimento delle identità irrealistici, l’assenza di confini assai improbabile, che le nazioni non siano “inventate”, la citata selezione parentale una sciocchezza, ONU ed EU mancheranno sempre di partecipazione ed identificazione emotiva. Di contro il meccanismo “Noi vs Loro”, l’attrito territoriale tra gruppi, forme gerarchiche e specializzazioni per organizzare il sistema sociale, quindi una certa propensione alla guerra ed all’ambizione coloniale, sono costanti. Ma senza eccessi deterministici. In quanto specie culturale, abbiamo pur sempre “capacità di contrastare le nostre propensioni ereditarie al conflitto attraverso un'auto-correzione deliberata”. E qui verremmo a come fa una società umana a deliberare su se stessa, ma questo è un altro libro.

Il libro, nonostante le sue 440 pagine escluse le note (ma sono le note in format anglosassone quindi soli riferimenti bibliografici) è una lettura piacevole. L’Autore competente e come detto “garbato” non sembra cioè in preda a furori ideologici particolari. Semplicemente, riporta molti discorsi che hanno poi preso pieghe molto astratte a constatazioni di fatto abbastanza realistiche, abbastanza auto-evidenti. Personalmente non mi ha colpito più di tanto, sono temi noti su cui s’è fatta ricerca e riflessione in questi anni, molti degli studi specifici citati nel libro erano a me già noti.

Però lo si segnala perché è in atto una piccola torsione proprio nell’immagine di mondo anglosassone e già da un po’ di tempo. Già da un po’ alcuni hanno abbandonato in biologia molecolare il gene-centrismo più ottuso, à la Dawkins ad esempio. Altri allargano la biologia molecolare ed il darwinismo ad un sintesi più estesa in cui entra l’epigenetica e la trasmissione culturale. Il concetto di “evoluzione” si sta trasformando in “adattamento”. La cultura non è più solo l’epifenomeno della natura e le due non sono antagoniste. L’evidenza di forma di altruismo umano sono oggetto di studio. Ci si domanda perché certe nazioni hanno successo ed altre no, tra cui l’ultimo Diamond che però sta invecchiando. Stamane incrociavo un libro collettivo degli autori di The Atlantic su i perché della conclamata “The American Crisis”. E che gli americani comincino a riflettere e sotto molti punti di vista, come sono combinati e cosa vogliono fare i prossimi trenta anni mi pare un buon segno anche se l’esito della riflessione probabilmente non lo sarà altrettanto. In economia ormai è tutta un invocazione al ritorno dello stato forte ed interventista.

Insomma il paradigma sta mutando il che, in termini adattivi, è comunque un buon segnale, necessario anche se non ancora sufficiente. Evidentemente, che si abbia un grave problema adattivo in questa fase storica, lo si comincia in qualche modo a percepire. (Pierluigi Fagan)

4 commenti:

Anonimo ha detto...

CONOSCIAMO IL SANTO DEL GIORNO: S. MARIA DELLA NEVE

MARTIROLOGIO ROMANO SECONDO IL CALENDARIO DEL VETUS ORDO

Oggi 05 agosto 2020, si festeggia a Roma, sull'Esquilino, la Dedicazione della Basilica di santa Maria della Neve.
La festa della Beata Vergine della Neve è una delle più celebri, specie in Italia, ove numerosi sono i Santuari dedicati alla Madonna sotto questo titolo.
Viveva in Roma nel secolo IV, sotto il pontificato del Papa Liberio, un nobile patrizio di nome Giovanni, il quale, non meno che la sua consorte, di nome Maria, era acceso di grande amore verso la SS. Vergine. Non avendo figliuoli, andava pensando quale fosse la volontà di Dio a loro riguardo acciocchè potessero sempre meglio servirlo usando in bene le loro cospicue ricchezze. Maria SS., alla quale essi di continuo rivolgevano ferventi suppliche, aveva però su di loro disegni cui certo essi non avrebbero mai pensato: voleva che in Roma venisse eretto un santuario in suo onore. Per questo apparve in sogno ai due suoi devoti manifestando il suo desiderio; indicò pure il luogo ove dovevano farlo costruire, annunziando che nel giorno appresso avrebbero trovato uno dei sette colli di Roma bianco di neve.
Giovanni e Maria furono assai contenti e ringraziarono il Signore di gran cuore. Venuta poi la mattina, Giovanni volle visitare i colli sicuro di vedervi il miracolo nonostante la calma di agosto; ed il miracolo era veramente avvenuto sull'Esquilino ove doveva essere costruita la chiesa. Manifestò la visione e il miracolo al Papa, e questi, che aveva avuto la medesima visione « io pure, disse il Papa, ebbi la stessa visione, ed è segno che Maria scelse quel colle a stia gloria », fu ben lieto di approvare e benedire l'opera. Subito si scavarono le fondamenta ed in poco tempo la basilica fu compiuta per opera dei due bravi cristiani, rimanendo così a perpetuo ricordo della loro devozione a Maria.
Questo grandioso monumento alla Madre di Dio fu dapprima chiamato Basilica Liberiana per ricordale il Pontefice Liberio che aveva approvato i disegni; ma in seguito, oltre al nome di S. Maria al Presepe venutole per la culla del Redentore ivi portata, venne chiamata S. Maria Maggiore e dedicata alla Beata Vergine della Neve. In S. Maria Maggiore si venera pure il Presepio o Culla di Gesù Bambino che è il più prezioso tesoro posseduto da questo celebre santuario; nel giorno di Natale viene esposto alla pubblica venerazione.

Viator ha detto...

Quali ricordi, o Maria, ridesta in noi questa festa della tua basilica Maggiore! E quale più degna lode, quale migliore preghiera potremmo offrirti oggi se non ricordare, supplicandoti di rinnovarle e di confermarle per sempre, le grazie ricevute da noi in questo benedetto recinto?

(da P. GUÉRANGER, L’anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, Edizioni Paoline, 1959)

Anonimo ha detto...

Le diversità, le uguaglianze, le similitudini vanno indagate e studiate senza farle diventare esempi indiscutibili di paragone,né tanto meno modelli per la costruzione di comunità umane . Purtroppo la religione cattolica, per andare dietro ai modelli astratti, spesso desunti dal regno animale, che il mondo nel pensier si finge possano essere la panacea eterna che in futuro risolverà tutti i suoi problemi del momento, la religione cattolica dunque ha perduto purtroppo il suo unico, vero, solo modello di riferimento, Gesù Cristo. Tutto nasce da qui, non solo nasce da qui lo stato comatoso della chiesa cattolica, ma anche le bestialità mondane che dilagano ormai ovunque in qualsiasi società umana senza più trovare l'argine del Cattolicesimo puro, onesto, sincero che parla da sempre una lingua semplicissima diversa da quella complicatissima del mondo e che il mondo per superbia si rifiuta da sempre di intendere.

mic ha detto...

In Cristo tutto è perennemente nuovo, pur se già presente nel progetto del Padre... Non bisogna mai distogliere lo sguardo e il cuore da quel progetto che ci si rivela, sempre antico e sempre nuovo, se "rimaniamo" in Lui.
Il filosofo, lo storico e il politico cristiani possono (e dovrebbero) declinarlo ad ogni generazione...
Col renderlo chiaro ed appetibile, aumenterebbero le possibilità di risvegliare le buone volontà che lo accolgano e che lo inverino nella storia che in questo caso può diventare "storia dei salvezza".
Altrimenti, come già visto in troppe occasioni (historia magistra vitae), l'inferno è già su questa terra...