sabato 8 agosto 2020

Dibattito sul concilio tra il Cardinale Zen e Roberto De Mattei

Avevo ripreso e  commentato qui recenti affermazioni del cardinale Zen Ze-kiun sul Concilio. 
Vedo che le stesse affermazioni sono state oggetto di un intervento del prof. De Mattei cui è seguita la replica del cardinale per ribadire la sua posizione. Ne trovate di seguito i rispettivi testi, dopo l'ultima puntualizzazione di Roberto De Mattei, ripresa da Stilum Curiae. E così il dibattito si allarga e si approfondisce ulteriormente [vedi], anche se le varie posizioni, soprattutto quelle dei conservatori del concilio tendono a cristallizzarsi [un esempio qui].

Cortese replica a Sua Eminenza il cardinale Zen 
di Roberto De Mattei
Apprezzo la replica del cardinale Zen al mio articolo su Corrispondenza Romana del 5 agosto perché dimostra come Sua Eminenza conserva ancora uno spirito vivace e combattivo, ma mi permetto di continuare a dissentire sulle benemerenze del Concilio Vaticano II.
Al di là di ogni “ermeneutica”, c’è un’evidenza storica: il tragico silenzio del Concilio Vaticano II sul comunismo. E’ da questo silenzio, più che dalle parole del Concilio che è nata l’Ostpolitik.
“Ogni qual volta si è riunito un Concilio Ecumenico – affermò nell’aula conciliare il cardinale Antonio Bacci – ha sempre risolto i grandi problemi che si agitavano in quel tempo e condannato gli errori di allora. Il tacere su questo punto credo che sarebbe una lacuna imperdonabile, anzi un peccato collettivo. (…) Questa è la grande eresia teorica e pratica dei nostri tempi; e se il Concilio non si occupa di essa, può sembrare un Concilio mancato!” C’è più spirito profetico in queste parole, che nel discorso di apertura del Concilio di Giovanni XXIII.
La Chiesa disarmò le sue truppe, il comunismo negli anni del Concilio e del post-Concilio seppe come approfittare del disarmo dell’avversario. Il popolo cinese ne subisce ancora le drammatiche conseguenze.
Auguro a Sua Eminenza lunga vita e grande forza per continuare a combattere l’Ostpolitik verso la Cina, ma sono convinto che questa battaglia, per essere efficace, possa e debba fare a meno di riferirsi al Vaticano II. Roberto de Mattei
* * *
Un cardinale eminente, ma non molto prudente
Il cardinale Joseph Zen Ze-kiun è un eminente prelato che ama sinceramente la sua patria e la Chiesa. Nato nel 1932 a Shangai, nel 1961 è stato ordinato sacerdote nell’ordine dei Salesiani; nel 1996 è stato nominato vescovo da Giovanni Paolo II e nel 2006 creato cardinale da Benedetto XVI. Tra il 1996 e il 2009 è stato coadiutore e poi arcivescovo della diocesi di Hong Kong. Nessuno come lui conosce la complessità della situazione politica e religiosa della Cina.

Il 9 gennaio 2016, il cardinale Zen, oggi vescovo emerito di Hong Kong, ha espresso una severa critica della politica vaticana nei confronti della Cina sviluppatasi durante il pontificato di Papa Francesco. Il vaticanista Sandro Magister riassume la situazione in questi termini: «Da quando è al potere, il partito comunista cinese ha voluto dotarsi di una Chiesa sottomessa a sé e separata da Roma, con vescovi di propria nomina, fatti ordinare senza l’approvazione del papa, infeudati a una Associazione Patriottica dei Cattolici Cinesi che Benedetto XVI definì “inconciliabile” con la dottrina cattolica. Una Chiesa “ufficiale”, quindi, al limite dello scisma. Intrecciata a una Chiesa “sotterranea” retta da vescovi non riconosciuti da Pechino e fedelissimi al papa, che però pagano tutti i prezzi della clandestinità: angherie, perquisizioni, arresti, sequestri».

Il cardinale Zen è oggi la voce più rappresentativa di questa Chiesa “sotterranea”. «Sono la voce dei senza voce non solo per protestare contro le autorità comuniste. Lo sono anche per fare certe domande alle autorità romane. In questi anni, continuamente sono stati posti atti direttamente contro la dottrina e la disciplina della Chiesa: vescovi illegittimi e scomunicati che pontificano solennemente, che conferiscono l’ordine sacro anche più di una volta; vescovi legittimi che prendono parte a consacrazioni episcopali illegittime fino a quattro volte e la partecipazione quasi totale dei vescovi della comunità ufficiale all’Assemblea dei Rappresentanti dei Cattolici Cinesi. Non si è sentita la voce da Roma. I nostri fratelli in Cina non hanno forse il diritto di meravigliarsi e fare domande?».

La Chiesa sotterranea cinese è stata, sacrificata sull’altare di una strategia politica che rappresenta il ritorno in auge della Ostpolitik vaticana. In un intervento su Asia News del 13 febbraio 2018, Zen ha affermato che il Segretario di Stato Parolin «adora la diplomazia dell’Ostpolitik del suo maestro Casaroli e disprezza la genuina fede di coloro che con fermezza difendono la Chiesa fondata da Gesù sugli Apostoli da ogni ingerenza di potere secolare».

In una successiva lettera all’intero collegio cardinalizio del 27 settembre 2019 il porporato cinese ha accusato la Segreteria di Stato di incoraggiare «i fedeli in Cina a entrare in una Chiesa scismatica (indipendente dal papa e agli ordini del partito comunista)», concludendo con una domanda drammatica «possiamo assistere passivamente a questa uccisione della Chiesa in Cina da parte di chi dovrebbe proteggerla e difenderla dai nemici?».

Con queste dichiarazioni il cardinale Zen si è posto sulla linea di tanti coraggiosi testimoni della fede, a cominciare dal cardinale Josef Mindszenty, che il 1 novembre 1973 resistette in faccia a Paolo VI, opponendo un rispettoso rifiuto alla sua richiesta di dimissioni dalla cattedra primaziale di Esztergom. Il 18 novembre dello stesso anno, Paolo VI lo sollevò dall’incarico, ma il cardinale non tacque e denunciò l’Ostpolitik vaticana nelle sue Memorie (Rusconi Editore, Milano 1975). Oggi è in corso la sua causa di beatificazione.

Il cardinale Zen ha però indebolito la logica delle sue affermazioni quando, in una recente intervista alla CNA, ha voluto mettere in guardia contro il “pericolo” di interpretazioni polemiche del Concilio Vaticano II, affermando che, dopo cinquant’anni, «la luce del Concilio conduce ancora oggi la Chiesa nel buio del suo cammino». L’Ostpolitik che il cardinale Zen critica è infatti figlia e frutto del Concilio Vaticano II. E’ questa un’evidenza storica che non ammette smentite.

Negli anni in cui si tenne il Concilio Vaticano II, dal 1962 al 1965, il comunismo rappresentò una minaccia per la Chiesa e per l’umanità mai conosciuta nella storia. L’assemblea dei Padri conciliari, che si riunì per discutere sui rapporti tra la Chiesa e il mondo moderno, non disse una parola sul comunismo, malgrado centinaia di essi avessero chiesto una pubblica e solenne condanna di questo flagello. Il cardinale Zen ha chiesto di riscoprire i testi del Concilio, che ha definito i veri frutti del Vaticano II. «Attraverso quei documenti si sente la vera voce dello Spirito Santo», ha detto, e «lo Spirito Santo di oggi non contraddice lo Spirito Santo di ieri». Lo Spirito Santo però in Concilio non elevò la sua voce contro il comunismo. Allora hanno forse ragione tanti teologi e storici, da mons. Gherardini al cardinale Brandmüller, secondo cui il valore magisteriale e la autorità vincolante dei testi conciliari è ancora tutta da discutere, senza escludere che molti di quei documenti possano finire un giorno in un cestino. Ma ciò che è più importante è che il Concilio Vaticano II è un evento storico che non può essere ridotto a dei testi farraginosi e ambigui. La sua nota distintiva è lo spirito che lo ha mosso: uno spirito secondo cui, più importante della dottrina era il modo in cui la dottrina doveva essere presentata ai fedeli.

Il cardinale Zen afferma: «Credo che sarebbe molto proficuo leggere il discorso di apertura del Vaticano II di Papa Giovanni XXIII, dove spiega il vero significato di “aggiornamento”: di fronte a tutte le minacce della civiltà moderna la Chiesa non deve avere paura, ma trovare le vie adatte a mostrare al mondo il vero volto di Gesù, il Redentore dell’uomo». Ebbene, in quel discorso, che aprì il Concilio Vaticano II, l’11 ottobre 1962, Giovanni XXIII spiegò che «altro è il deposito o le verità della fede, altro è il modo in cui vengono annunziate, rimanendo pur sempre lo stesso significato e il senso profondo». Il modo diverso era il passaggio “dall’anatema al dialogo”. Nel caso del comunismo bisognava accantonare decenni di condanne, per passare alla nuova strategia della mano tesa. La convinzione era che la collaborazione con il nemico avrebbe dato risultati migliori della lotta contro di esso. E il discorso di Giovanni XXIII che piace al cardinale Zen fu la magna charta della politica di “détente” che a lui dispiace.

La prima espressione dell’Ostpolitik, simboleggiata dall’allora mons. Agostino Casaroli, fu l’“impegno” preso dalla Santa Sede con il governo sovietico di non condannare in alcuna forma il comunismo. Era questa la condizione richiesta dal Cremlino per permettere la partecipazione di osservatori del patriarcato di Mosca al Vaticano II.

Non c’è bisogno di grande sagacia per comprendere che l’Ostpolitik verso la Russia fu frutto di una precisa scelta politica di Giovanni XXIII e di Paolo VI, così come l’Ostpolitik verso la Cina è frutto della strategia politica di papa Francesco. I segretari di Stato sono esecutori delle indicazioni dei Pontefici e i Pontefici si assumono comunque le responsabilità delle scelte politiche della Santa Sede. Sotto questo aspetto Giovanni XXIII e Paolo VI, come oggi papa Francesco, hanno commesso rilevanti errori pastorali e politici.

Non è la prima volta nella storia che ciò accade. Il ralliement di Leone XIII alla terza Repubblica massonica fu un errore disastroso, di cui oggi gli storici mettono in rilievo le gravi conseguenze. Ma criticare le scelte strategiche e pastorali di un Papa è legittimo e il cardinale Zen lo fa, criticando la politica di ieri e di oggi della Santa Sede verso il comunismo. Se qualcuno gli obiettasse che i Papi sono sempre guidati dallo Spirito Santo, egli potrebbe facilmente replicare che un Papa può sbagliare, come è successo, e potrà ancora succedere nella storia. E anche noi siamo convinti che lo Spirito Santo non assista l’Ostpolitik di papa Francesco, ma illumini semmai la critica all’Ostpolitik del cardinale Zen. Se però un Papa può sbagliare, ciò può a maggior ragione valere per un Concilio, che resta comunque un Concilio valido. Valido sì, ma catastrofico, come fu il ventunesimo Concilio ecumenico della Chiesa. Se invece dobbiamo accettare acriticamente lo spirito e i testi di questo Concilio, saremo obbligati ad accettare anche la politica di Francesco nei confronti della Cina, espressa dalle parole di mons. Marcelo Sánchez Sorondo, Cancelliere della Pontifica Accademia delle Scienze e dell’Accademia Pontificia delle Scienze Sociali: «In questo momento, quelli che meglio mettono in pratica la dottrina sociale della Chiesa sono i cinesi […]. I cinesi cercano il bene comune, subordinano le cose al bene generale». La Cina «sta difendendo la dignità della persona». E con la benemerita Cina è urgente trovare le migliori relazioni.

Mons. Sánchez Sorondo è un uomo di fiducia di papa Francesco, mentre il cardinale Zen è stato duramente criticato dall’establishment vaticano per la posizione che ha assunto sull’accordo tra Santa Sede e Cina comunista. Di fronte a queste critiche, lo scorso 29 febbraio l’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha scritto una lettera di appoggio al cardinale Zen, in cui ricorda che «il Vaticano ha fatto di tutto e di più per consegnare nelle mani del Nemico la Chiesa Martire Cinese: lo ha fatto siglando il Patto segreto; lo ha fatto legittimando “vescovi” scomunicati, agenti del regime; lo ha fatto con la deposizione di Vescovi legittimi; lo ha fatto imponendo ai Sacerdoti fedeli di registrarsi presso la chiesa succube della dittatura comunista; lo fa quotidianamente tacendo sulla furia persecutoria che proprio a partire da quell’infausto Accordo è andata inasprendosi in un inaudito crescendo. Lo sta facendo ora con questa ignobile missiva a tutti i cardinali, volta ad accusarLa, a denigrarLa e ad isolarLa. Nostro Signore ci assicura che niente e nessuno potrà mai strappare dalla Sua mano coloro che resistono al nemico infernale e ai suoi accoliti, trionfando su di loro “per mezzo del Sangue dell’Agnello e grazie alla testimonianza del loro martirio” (Ap. 12, 11)».

Mons. Viganò è lo stesso prelato che, con mons. Athanasius Schneider, ha recentemente aperto un dibattito sul Concilio Vaticano II. Se il cardinale Zen non condivide l’utilità di questo dibattito sarebbe stato più prudente che avesse taciuto, perché le sue dichiarazioni di acritica esaltazione del Vaticano II non gli fanno guadagnare nessun sostenitore, ma rischiano di fargliene perdere molti e soprattutto offendono la verità e tolgono credibilità alla sua sacrosanta critica dell’Ostpolitik vaticana.  (Roberto De Mattei - Fonte)
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Mi permette, prof. Roberto de Mattei?
Penso che tutti sappiano che qui a Hong Kong siamo in piena battaglia contro il potere che ci vuol dominare completamente, compresa la parola ed il pensiero.
Beati coloro che possono dire ciò che pensano, senza preoccuparsi se le autorità siano d’accordo.

Lo scrivente è stato qualificato da qualcuno come parzialmente nel giusto e parzialmente errato. Il Professor de Mattei mi loda perché protesto contro l’Ostpolitik del Vaticano nei riguardi della Chiesa in Cina, ma mi critica perché difendo, a spada tratta, il Concilio Vaticano II. Ringrazio per le lodi e rispondo alle critiche (con il suo permesso). 
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Non ho fatto studi profondi sul Vaticano II come il Professor de Mattei, ma dalla mia fede semplice, (non ingenua, non acritica) ritengo che gli insegnamenti dei Concili Ecumenici sono supremanente autorevoli, e non posso pensare che parte di essi possa finire un giorno “in un cestino” (Penso che in ciò il card. Brandmüller stia dalla mia parte). 
Non ritengo neppure giusto qualificare certi testi conciliari come “farragginosi ed ambigui”. Ovviamente certi testi sono frutti di un lavoro faticoso per raggiungere un consenso quasi totale dell’assemblea Conciliare, nel processo qualcuno ha dovuto rinunciare a ciò che pensava fosse già maturo o conveniente per essere pronunciato, mentre la maggioranza giudicava prematuro o non opportuno fare un pronunciamento: conclusioni di compromesso se le si vuole chiamare così, ma non ambigue. Il rinunciare a qualcosa, che qualcuno crede possa arricchire il pronunciamento, non per questo rende il pronunciamento ambiguo. 
Il cambio metodologico pastorale non intacca necessariamente il contenuto del discorso. 
Il Professore dice “secondo il nuovo spirito pastorale più importante della dottrina è il modo in cui la dottrina viene presentata”. Tale proposizione può essere malintesa, quasi che il modo di presentazione sia più importante della dottrina stessa, quasi che l’esigenza della presentazione possa comportare mutamento della dottrina. 
Nel discorso di apertura del Concilio Papa Giovanni dice: “Lo scopo principale di questo Concilio non è la discussione di questo o quel tema della dottrina fondamentale della Chiesa…Ma dalla rinnovata, serena e tranquilla adesione a tutto l’insegnamento della Chiesa nella sua interezza e precisione…è necessario che questa dottrina certa ed immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro Tempo.” Dunque, non è che la presentazione sia più importante della dottrina, è che ora ci concentriamo a studiare la presentazione (mentre la dottrina si suppone già messa al sicuro). 
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Detto questo in generale veniamo a qualche dettaglio. 
(A) Il Professore dice: l’“Ostpolitik”. È figlia del Concilio.” No! Il Concilio è stato l’occasione per tentare la politica dell’Ostpolitik. Non sembrava tollerabile un completo ignorare l’esistenza dei regimi comunisti, fare niente per venire in aiuto ai nostri Fratelli. Sfortunatamente, si comincia il tentativo avendo in mano quasi nessuna informazione sicura sulla situazione oltre la cortina. La tragedia è stata l’illusione, posteriore, di aver avuto un grande successo: di aver messo in piedi la gerarchia ecclesiastica in quei paesi. 
Card. Parolin dice: “quando cercavamo candidati per l’episcopato cercavamo dei pastori, non dei gladiatori, non quelli che si oppongono sistematicamente al governo, non quelli che si fanno avanti nell’arena politica”. 
Il fatto è che quei Vescovi, troppo sovente, erano servitori del regime ateo invece di essere pastori del gregge cristiano! 
(B) Il Professore dice che il Discorso dell’apertura del Concilio tenuto da Giovanni XXIII è stato la magna carta della politica di détente: dall’anatema al dialogo…accantonare decenni di condanne…alla strategia della mano tesa… alla collaborazione con il nemico. 
Sì, il Papa l’ha dichiarato candidamente. Ma, attenzione, détente non vuol dire arrendersi; accantonare le condanne (astenersi da anatemi) non vuol dire approvare gli errori (il Concilio “non disse una parola sul comunismo” dice il Professore). Ma bisogna essere ciechi per non vedere un lungo e chiaro discorso sull’ateismo, anche quello in forma sistematica, e l’atteggiamento della Chiesa di fronte ad esso, cominciando con “la Chiesa non può fare a meno di riprovare, …con tutta fermezza e con dolore tali perniciose dottrine e azioni” (è proprio necessario dire esplicitamente “comunismo marxista”?). 
“Mano tesa” e “collaborazione” non vuol dire lasciarsi ammazzare dal nemico (come ora sta facendo il Vaticano, purtroppo non senza il consenso del Papa). 
Anch’io ho collaborato con i comunisti, ho insegnato per sette anni in molti seminari sotto il loro controllo. Essi hanno potuto vantarsi di aver aperto la porta, ma io ho avuto l’apportunità, vera e completa, di insegnare a centinaia di seminaristi la sana dottrina filosofica e teologica, senza sconti. 
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Il Professore si preoccupa che sostenendo il Concilio Vaticano II perderò dei sostenitori per la mia causa (la difesa della vera fede cattolica in Cina). Spero di no. Non sono d’accordo con l’arcivescovo Viganò in quanto non accetta il Vaticano II, ma lo sostengo in quanto esige che il Vaticano risponda alle sue accuse su fatti. 
Del resto, se qualcuno smette di sostenermi per quel che ho detto qui sopra, mi dispiace, ma non posso farci niente: sono un conservatore, ma non ad oltranza. - Fonte

16 commenti:

Anonimo ha detto...

Si mischia la situazione attuale con il CVII. Troppa carne al fuoco. Prima di tutto si deve stabilire se il CVII è in continuità con la Chiesa di sempre.

Anonimo ha detto...


Rispettose osservazioni alla replica di S. Em. il cardinale Zen, se lui lo permette

Abbiamo tutti grande rispetto per il cardinale Zen, che ha dimostrato un coraggio esemplare nel lottare contro l'implacabile regime comunista cinese e non ha esitato ad affrontare l'impopolarità all'interno della Gerarchia, criticando il pontefice regnante per la sua errata Ostpolitik asiatica.
A maggior ragione dispiace vedere come un uomo del valore del cardinale Zen non si renda conto del problema rappresentato dal Concilio, della devastazione che esso ha prodotto.
Solo dopo il pastorale VAticano II c'è stato un tale tracollo nella Chiesa. Solo colpa della cattiva applicazione delle "riforme" promosse da quel Concilio? Se i Papi, in tutti questi anni, non sono riusciti a raddrizzare la cattiva interpretazione del Concilio ed anzi la promuovono essi stessi, con Bergoglio per esempio, un motivo ci dovrà pur essere. E dove andarlo a cercare, se non nei testi del Concilio e anche nella ricostruzione esatta di ciò che è avvenuto al Concilio, quando schemi ortodossi preparati in tre anni di duro lavoro dalla Curia furono buttati a mare con la complicità di Giovanni XXIII, per sostituirli appunto con quelli ambigui, lacunosi e non privi di errori all'origine delle presenti nequizie.
Il cardinale Zen con l'onestà e la parresia che lo contraddistinguono afferma di non aver fatto studi particolari sul Concilio. Giustamente, era impegnato in un'opera ben più difficile e vitale, nelle fauci del Drago comunista. Vorremmo allora rispettosamente chiedergli:
Eminenza, se le è possibile, approfondisca ora la sua conoscenza dei testi del Concilio e della letteratura critica valida sul Concilio.
Lei ha citato a difesa del Concilio l'Allocuzione di apertura di Giovanni XXIII. Quel Papa disse, nella versione latina ufficiale, ora in vatican.va: "Occorre che questa dottrina certa ed immutabile alla quale si deve prestare un fedele ossequio, venga approfondita ed esposta in quel modo che i tempi richiedono". Ma nella versione italiana dello OR, confermata poi a voce da Roncalli: "anche questa [la dottrina] però studiata ed esposta attraverso le forme dell'indagine e della formulazione letteraria del pensiero moderno". Uguale la versione francese.
Ribadì poi che la Chiesa non avrebbe condannato gli errori, agendo con la sola misericordia. Disse che gli uomini del suo tempo già li condannavano gli errori, avendo
scoperto il grande valore della dignità umana. Eminenza, ci rendiamo conto? Proprio allora la pillola anticoncezionale veniva distribuita nella farmacie americane, mentre i best-sellers delle femministe americane incitavano, ora che c'era la "pillola", tutte le donne a divertirsi, finalmente. Stava cominciando la Rivoluzione Sessuale, che ora ci sta distruggendo, ma Giovanni XXIII non se ne era accorto! Aveva lasciato buttare a mare quegli schemi nei quali l'edonismo di massa nascente in Occidente veniva già individuato e condannato!
Ma se il Papa non condanna gli errori del Secolo, difendendo così il Deposito e i semplici fedeli, non viene meno al suo dovere di Vicario di Cristo in terra? Come notò R. Amerio, anche la condanna dell'errore, per salvare l'errante, è opera di misericordia.
PP

Anonimo ha detto...

Cosa significa non sono un conservatore ad oltranza? C'è qualcosa che potrebbe far a meno di conservare?

Epiphanio ha detto...

Quello è il punto.

Anonimo ha detto...

"Non ho fatto studi profondi sul Vaticano II come il Professor de Mattei, ma dalla mia fede semplice, (non ingenua, non acritica) ritengo che..."

Fa sorgere il dubbio che non li abbia neppure letti i documenti che accetta pedissequamente per principio.

Anonimo ha detto...

Il Cardinale Zen, come lui stesso ha scritto, non è specialista del CVII. Presa per buona 'la pastoralità' del CVII, tiene saldo il dogma nel suo cuore. Quindi il Cardinale, tra i pochi ottimi su cui la Chiesa può contare, del CVII non si fa un gran problema, mentre il disastro cinese il Cardinale lo sta urlando dai tetti, giustamente, con tutte le sue forze.

Questa condizione del Cardinale Zen mi sembra più che normale, se nella sua vita si è occupato delle sue disgraziatissime pecore è ovvio che non ha potuto passare i testi del CVII sotto la lente d'ingrandimento, data la fonte da cui li ha ricevuti il Cardinale Zen li ha letti e riletti come eccellenti.

Ognuno di noi, pur avendo al massimo una o due pecore zoppicanti su cui vegliare, ha letto il CVII e ha letto un po' di saggistica sul CVII ed è cosi che ha affinato la sua capacità di ricerca delle trappole ivi ben nascoste.

Ieri quindi, capito che stava iniziando la 'grande discussione' sul CVII, ho ripreso il libro che raccoglie tutti i testi del CVII. Ho letto solo le prime quattro paginette della bolla di Indizione del Concilio, Hamanae Salutis, segnando a margine ben otto punti interrogativi e sottolineando passaggi critici.

In queste poche pagine, mentre leggevo, capivo da quale fonte 'problematica' era nato un periodo ed a quale foce 'fuori strada' avesse mirato. L'ho capito ieri dopo aver a lungo qui letto e scritto con molti di voi sulle piccole ed immense 'stranezze' del concilio voluto pastorale solo per dogmatizzare la sintesi di tutte le eresie ma, questa volta con Roma e senza dare nell'occhio.

I conti però furono fatti senza l'Oste.

Anonimo ha detto...

ho i miei dubbi che questo dibattito pubblico fra conservatori e tradizionalisti sia utile. Rischia di radicalizzare e acuire le differenze fra giganti che - nella sostanza- stanno tutti dalla parte giusta. Il fronte non deve incrinarsi. Lasciamo i dibattiti a quando avremo vinto. I limiti del Vaticano II scompariranno con i prelati più anziani, siano essi quelli bravi (eccezionalmente bravi, ma pur essi figli del loro tempo) come Zen e Brandmuller, siano i cattivi come Bettazzi. I giovani, quando non ci saranno più i vecchi buoni e cattivi a indottrinarli sul "concilio", andranno avanti senza più pensarci, come già in tanti fanno ora. Non è tempo di dispute accademiche, e un Papa che condanna il Vat. II o ne denuncia gli errori lo vederemo forse fra un secolo. Per adesso manteniamo il fronte compatto, non mettiamo gli uni contro gli altri nella stessa casa, perchè ogni casa divisa etc.etc... Celebriamo la Messa di sempre, diffondiamo la dottrina di sempre, difendiamo la morale di sempre: su questo tutti i coinvolti nel dibattito sono d'accordo: spargendo il seme buono si feconderà di nuovo la terra e rinascerà un popolo cristiano che farà a meno delle ambiguità e delle problematicità del CVII. Allora , forse, non i dibattiti li faranno gli storici, e il Vat II nella vita del cristiano diventerà uno dei tanti concili di cui il 95% dei fedeli non conosce nemmeno il nome. Oggi, fra noi, meno se ne parla meglio è.

Anonimo ha detto...


ANNIVERSARI : 9 agosto 378 AD : Battaglia di Adrianopoli.

Dies nigro notanda lapillo. L'esercito romano viene disfatto dai Goti e i loro alleati,
inizia un declino militare che porterà 98 anni dopo alla fine dell'
impero in Occidente (AD 476) mentre l'Oriente avrebbe resistito alla piena.

Flavio Giulio Valente, della dinastia valentiniana, della serie
degli imperatori illirici. L'impero era scosso dalla ripresa
delle penetrazioni dei barbari alle frontiere, in gran parte
germani, mentre la risorta potenza persiana premeva da oriente.
Il cristianesimo era "culto ammesso" (religio licita) dal 313
ma era scosso dalla crisi ariana, che provocava anche disordini
civili. Gli imperatori oscillavano tra la fedeltà al Credo di Nicea e
l'eresia. Valente era filoariano.
Numerose tribù di Goti, premute dagli Unni, chiesero il permesso
di passare il Danubio e stanziarsi nella zona. In cambio di terra
avrebbero prestato servizio militare e difeso i confini. Era
un sistema in vigore da tempo. Il Reno era difeso ormai da
tribù di Franchi diventati stanziali. Ma il numero dei Goti
era troppo alto, vi si unirono Unni e Alani, popolazione asiatica
forse germanica anch'essa. L'organizzazione imperiale non resse,
ci furono malversazioni e maltrattamenti. Insomma, per farla breve,
i Goti, il cui capo si era convertito all'arianesimo, iniziarono a
devastare e ad ammazzare.
Si venne alla battaglia nella piana presso Adrianopoli, in Tracia,
oggi Edirne, Turchia. Valente aveva circa 40.000 uomini, i nemici
di più, sembra. IL nipote Graziano, poi imperatore, associato all'impero,
stava sopraggiungendo dall'Occidente con l'altra metà dell'esercito.
Ma Valente volle attaccare battaglia da solo, grave errore.
Lo fece con l'esercito affamato e assetato, nel tardo pomeriggio
dopo inutili trattative
con i Goti, trincerati nel loro vasto campo di carri. La battaglia
cominciò in modo disordinato. Comunque la fanteria imperiale stava
per rompere il recinto fortificato quando la cavalleria dei
Goti, Unni e Alani, allontanatasi al mattino per foraggiare,
le piombò alle spalle. Erano parecchie migliaia. Presa in una morsa
la fanteria combatté disperatamente ma alla fine si disintegrò. La
riserva costituita dai valorosi Batavi, gli antenati degli olandesi, germani
romanizzati, si dissolse, probabilmente travolta anch'essa.
Solo un terzo dell'esercito si salvò, Valente morì sul campo e
il suo corpo non fu mai trovato. I resti ripiegarono su Adrianopoli,
che fu difesa con successo dal conseguente attacco dei barbari.
La fonte è Ammiano Marcellino, Storie, l. XXXI. Greco di Antiochia,
scrisse in latino. Funzionario e militare, fu contemporaneo ai fatti.
Gli storici militari vedono in questa battaglia l'inizio del Medio Evo
militare, segnato dal prevalere della cavalleria pesante su ogni tipo
di fanteria. Per la prima volta nella sua quasi millenaria storia,
l'esercito romano non cercò la rivincita. I "romani" ossia gli italici
erano ormai pochi nelle sue file, concentrati soprattutto nei quadri.
L'esercito si stava germanizzando e alla fine un capo di mercenari
germanici, Odoacre, avrebbe deposto l'ultimo impotente imperatore e
avrebbe rimandato le insegne imperiali a Costant.li, facendosi re d'Italia.

I romani non riuscivano più a difendere le frontiere ma combattevano.
Noi oggi, al contrario, abbiamo governanti e preti che invitano gli invasori
ad occuparci, sono complici, traditori del popolo e della patria.
H.


Anonimo ha detto...


Meno se ne parla del VAticano II, meglio è? Nient'affatto.

Non concordo. Cosa ha sempre fatto la Chiesa in passato di fronte agli errori e alle
eresie? Ha forse fatto finta di niente? NO. Ha dovuto intervenire, ribadire la
giusta dottrina, condannare gli errori etc.
Ma questa volta ci troviamo di fronte ad errori ed eresie penetrati addirittura in un
Concilio, anche se pastorale e non dogmatico. Ebbene? A MAGGIOR RAGIONE il male penetrato
in quel Concilio deve esser cauterizzato, gli errori estratti e condannati, come ha sempre fatto la Chiesa. Puoi fasciare una ferita profonda senza estrarre la scheggia che l'ha provocata? NO. Se lo fai, tutta la tua carne andrà in cancrena e tu morirai.
E non è la Chiesa visibile da tempo corrosa dalla cancrena? Come altro chiamare la presente spaventosa decadenza, che niente risparmia?
Non vi basta quello che ha sempre detto e ripetuto san Paolo: che la dottrina deve essere integra e pura, altrimenti tutto crolla, si viola il Deposito, sparisce la morale cristiana? E cadiamo tutti sotto l'ira divina.
Ci rimettiamo a cosa potrà fare un papa tra un secolo. Un secolo, avete detto? Ma quale secolo! Continuando così la Chiesa visibile non sopravviverà a Bergoglio, che sembra avviato a durare ancora anni; lui sarà il becchino del cattolicesimo, in termini umani.
Il nostro dovere di cattolici è comunque quello di reagire, di scendere in campo a difesa della fede, per l'onore di Nostro Signore, innanzitutto, e senza guardare in faccia a nessuno.
Bisogna battersi, anche se sembriamo condannati alla sconfitta.
Chiediamo allo Spirito Santo di darci questa divisa : Potius mori quam foedari. Meglio la morte del tradimento.
PP (Paolo Pasqualucci)

Valeria Fusetti ha detto...

La politica dello struzzo come prassi ? Grazie,no. Non mi sembra in linea con l'essere cristiano. Sono molto grata a Mic per tutto il materiale che il sito mette a disposizione. È il risultato di un profondo ed incondizionato amore per quella Verità che sempre ci trascende, ma con la quale siamo chiamati a rapportarci. Nostro Signore merita molto di più che non l'accidia, per quanto sia evidente che, in questo lungo, estenuante, doloroso periodo, possa tentare ognuno. Occorre chiedere la grazia di poterla superare, ed andare avanti con lo sguardo non sulle nostre cadute. Il Signore ci promette un traguardo incomparabilmente migliore.

Anonimo ha detto...

Commosso da questa chiamata a raccolta, prof Pasqualucci; vado ripetenfo da tempo, infatti, il vecchio slogan sessantottino "lotta dura, senza paura", che cantavano i miei compagni di università, dai quali ho sempre preso le distanze. Ma oggi che quelle teste vuote, quei commedianti opportunisti sono al potere, ebbene, oggi è bene ripescare quel motto e usarlo contro di loro. Vietato vietare...la ribellione, cari miei ribelli rivoluzionari d' antan, ora divenuti dittatori, e stavolta la ribellione è contro di voi, al grido di Viva Maria! Christus Vincit!

anelante ha detto...

E tutto ci riconduce al papa buono dell'accordo di Metz.Lo conosce il card.Zen? Il compromesso col mondo e col mondo comunista fu fatto da Roncalli, fu un tradimento di Cristo.Chi era Angelo Roncalli? Basta cercare di ricostruire il personaggio storico per capirlo. Il Concilio ecumenico non è messo in discussione da nessun cattolico nè qui nè mai.MA i concili ecumenici,o non, furono dichiarati non concili quando errarono rivelando la non assistenza dello Spirito Santo . Vedasi Pistoia e non solo.Anche qui come per Roncalli è necessario confrontarlo col Vangelo e Magistero di 2000 anni e crolla pure esso: fu un conciliabolo dimostrato dai frutti che lo hanno già giudicato.In effetti urge un sinodo che lo valuti e con lo Spirito Santo decida se fu il caso di testi diffusi in falso o fu il caso di conciliabolo.

Anonimo ha detto...

La battaglia di Adrianopoli andrebbe conosciuta dai dirigenti politici e religiosi europei e le sue conseguenze andrebbero studiate nelle scuole.Le analogie con la situazione attuale sono stupefacenti. L'imperatore Valente fece una serie di errori che pagò con la vita ( potremmo dire ben gli sta) e che portarono morte e distruzione in tanta parte dei Balcani e dell'Italia per lungo tempo .Ma la cosa più sorprendente è che senza l'aiuto dei romani i Visigoti non avrebbero potuto attraversare il Danubio.Ci pensarono i romani a trasbordarli.Vien subito da pensare alla sciaguratissima operazione mare nostrum che portava sulle coste italiane migliaia di africani tutti i giorni utilizzando le navi della nostra marina militare . Leggevo tempo addietro un'intervista al politico(?)che ebbe la brillante idea, nella quale rivendicava i risultati ottenuti. Proprio un'iniziativa della quale andare fieri signor Letta.Complimenti a lei ed a chi l'ha consigliato.

Anonimo ha detto...


La battaglia di Adrianopoli, come lugubre monito. Ma la situazione nostra è peggiore.

Il trasbordo dei barbari in territorio romano è forse meno grave di quanto possa sembrare a prima vista. Ormai era una prassi consolidata lungo la frontiera, visto che l'impero non ce la faceva a difenderla come un tempo. All'inizio del V secolo, l'impero si sarebbe anche ufficialmente ritirato dalla Britannia. I barbari potevano passare il fiume su zattere fatte da loro, anche. Ma, stabilito più o meno il contingente, trasbordandoli sotto controllo romano era anche un modo di tenere i barbari sotto controllo e verificarne il numero.
Il fatto è che l'invasione era ormai inarrestabile, pacificamente; ci sarebbe voluta una grande vittoria militare, come quella dell'imperatorre Claudio II,detto appunto il Gotico, a Nisso,nell'attuale Serbia, che distrusse l' esercito goto invasore in una grande battaglia e catturò i goti a migliaia, ne furono venduti così tanti come schiavi che i prezzi crollarono (AD 270). Se Valente avesse aspettato l'arrivo dell'esercito di Graziano, come volevano i suoi più esperti comandanti, probabilmente i romani avrebbero disfatto gli invasori. Ci furono gravi errori di valutazione, ma comunque l' esercito combatté, anche se non c'era più la disciplina e la fedeltà di una volta. Ammiano riporta numerosi scontri minori, durante quella campagna, nei quali contingenti di barbari furono annientati. I resti poi difesero validamente Adrianopoli, proteggendo così anche Costantinopoli. I barbari erano notoriamente incapaci di condurre assedi in modo efficace.
L'esercito imperiale, in Occidente, riuscì ancora ad ottenere vittorie importanti, ora con l'aiuto degli Unni (contro i Germani di Radagaiso, annientato a Fiesole, mentre voleva dirigersi verso Roma per distruggerla, da Stilicone nel 405) ora di altri.
Ma ormai il destino dell'impero era segnato, nel senso che non poteva più mantenersi nella dimensione che aveva raggiunto.
Da noi oggi abbiamo invece una classe dirigente che non combatte, che ha fatto della resa al nemico la sua filosofia politica. E come da noi in tutto il resto della cosiddetta Unione Europea, con l'eccezione di pochi Paesi. Un'ideologia al potere, in diversi Stati, che in pratica "suicida" i propri popoli, promuovendo la corruzione dei costumi all'interno (femminismo, abortismo, omosessualismo, denatalità etc) e l'invasione di masse di diseredati, masse comunque pilotate, dall'esterno. Forse un fenomeno mai visto prima nella storia, quanto a valenza negativa. Esempio da manuale, direbbe un Machiavelli, di come non si devono governare gli Stati. È appunto la decadenza dell'Occidente, che sembra aver toccato il fondo. Almeno, lo si spera.
H.

Anonimo ha detto...

Comunque ad Adrianopoli l'esercito romano di romano ormai aveva solo il nome.Forse solo buona parte degli ufficiali superiori erano italici ,per il resto quasi tutti i legionari erano provenienti dalle tribù germaniche .Ma questo era il male minore ,la cosa più grave era che la difesa delle frontiere era appaltata a popolazioni barbare i cui capi agivano di propria iniziativa senza chiedere al governatore romano alcun permesso. Che la situazione demografica del popolo romano fosse catastrofica lo aveva già capito l'imperatore Vespasiano il quale esentò i cittadini romani dal servizio militare .Praticamente fra guerre di conquista e guerre civili ,dove ci si ammazzava con la stessa feroce determinazione, i romani non c'erano più.I pochi che sopravvivevano a 20 e più anni di servizio militare spesso restavano nei paesi dove avevano prestato servizio e non tornavano in Italia.Però la nostra situazione attuale è incomparabilmente peggiore perché sono le stesse strutture dello stato a favorire questa invasione. Si è detto della marina impegnata nell'operazione mare nostrum ma cosa dire dei tribunali dove in molti casi la legge viene applicata in modo differente ,riservando agli stranieri ,di gran parte dei quali non si conosce neanche il nome,la massima indulgenza.Siamo il ventre molle di un 'Europa che è tutta più o meno nella nostra situazione.

Anonimo ha detto...


Ancora su Adrianopoli, come nefasto precedente o esempio di catastrofe annunciata.

Giuste osservazioni.
Va comunque aggiunto a mio avviso: i legionari non erano ancora tutti germani. La Tracia, p.e., forniva ottimi soldati alla parte orientale dell'impero, valorosi e fedeli. C'erano poi ancora gli illiri, nei ranghi. I Batavi erano fedeli, avevano sempre combattuto bene, non si sa cosa sia successo ad Adrianopoli, forse furono anche loro presi di sorpresa e travolti. Qualcuno ha parlato di tradimento dei Batavi, ma non è provato.
È il destino di tutti gli imperi: l'elemento nazionale iniziale, quello che ha conquistato l'impero, nel tempo si consuma e i vinti di un tempo (i "provinciali") possono prendere lentamente il sopravvento, anche demografico. Se guardiamo all'impero britannico, nella II gm quante erano le truppe valide etnicamente inglesi o meglio britanniche (inglesi, scozzesi, irlandesi, gallesi)? Ce n'erano ancora, ma in numero abbastanza ridotto, anche per via dei salassi della I gm.
Sulla progressiva sparizione degli italici dalle legioni, le cause sono diverse. C'era anche quella politica: l'elemento italico era diventato il più sedizioso e la monarchia militare (questo era diventato l'impero) non lo vedeva di buon occhio. Nella battaglia di Ponte Milvio, Massenzio procedette con leve locali, quindi di romani e italici, e raccolse un esercito numeroso, a quanto pare. La battaglia fu lunga e sanguinosa. Le reclute di Massenzio alla fine cedettero, meno addestrate dei legionari, e sembra che sia stato un contingente germanico ad operare lo sforzo decisivo. Ma questa leva in massa fatta da Massenzio dimostra che unità italiche si potevano ancora costituire. O no?
(Fatta salva l'autenticità della visione in sogno di Costantino, ho letto che anche tra i soldati di Massenzio dovevano esserci cristiani, pur essendo M. pagano).
Oggi, da noi, le forze armate, senza voler naturalmente generalizzare, stanno scadendo a livello di operetta, come dimostra la vicenda del balletto fatto fare dalla Tenente di Vascello ai marinai schierati per il giuramento (con i vecchi mitra MAB, scarichi, abbiamo appreso, vecchia e pessima abitudine dei nostri Comandi - un soldato con l'arma scarica, si sente delegittimato, ridotto a marionetta, anche in tempo di pace). La suddetta continua a dire, si legge, che non capisce che cosa abbia fatto di male e non capisce perché debba esser punita, in via solo amministrativa peraltro. Già, le donne, salvo eccezioni individuali, non hanno lo spirito militare, le forze armate non sono cosa per loro. Adesso "il regno della donna" domina su tutto, soprattutto dove non dovrebbe, concorrendo in modo decisivo alla rovina generale.
H