Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

lunedì 4 maggio 2026

La strategia di Papa Leone XIV: rallentare la rivoluzione, preservare il sistema

Ho trovato molto interessante l'analisi ripresa, nella nostra traduzione, da The Remnant. Papa Leone XIV non sta fermando la rivoluzione: la sta rallentando per preservare l’unità.
La strategia di Papa Leone XIV:
rallentare la rivoluzione, preservare il sistema


Papa Leone XIV e Sarah Mullaly Arcivescovo di Canterbury
Negli ultimi mesi, molte persone qui in Italia mi hanno espresso la stessa opinione su Papa Leone XIV. «Non riesco a capirlo», mi dicono, «se sia un progressista o un conservatore, se sia come Francesco o come Benedetto!»

Ogni volta cerco di spiegare, con prove alla mano, che Papa Leone XIV non è né l’uno né l’altro, ma un papa di sintesi, eletto proprio per proseguire lungo il percorso di rivoluzione nella Chiesa, ma a velocità moderata, con l’obiettivo ultimo di preservare ciò che l’istituzione ecclesiastica (compresi coloro che si presentano come conservatori) considera oggi il bene supremo della Chiesa: non la salvezza delle anime, ma l’unità formale dei cattolici. Da questo fine ultimo derivano tutte le altre azioni pastorali, governative e persino dottrinali portate avanti da Papa Leone.

La rivoluzione rallentata e il primato dell’unità
Nel giro di pochi giorni, all’indomani del secondo viaggio apostolico di Papa Leone XIV in Africa, si sono verificati due eventi capaci nello stesso tempo di scandalizzare i progressisti e confortare i conservatori, e poi, viceversa, scandalizzare i conservatori e confortare i progressisti. E l’enigma di Papa Leone XIV – apparentemente – continua.

Pertanto, sono costretto ancora una volta a formulare e dimostrare la stessa diagnosi. Papa Leone XIV è un rivoluzionario inclusivo della decelerazione, perché oggi il bene supremo della Chiesa non è più la salvezza delle anime, ma l’unità. E ciò va oltre i confini della Chiesa cattolica: unità tra i cristiani, unità tra le diverse religioni, unità tra le nazioni.
Rivoluzionario della decelerazione, perché sovvertire la struttura della Chiesa troppo rapidamente – come ha fatto Francesco, ora in predicato di beatificazione – crea attrito, e l’attrito crea divisione.
Inclusivo, perché per mantenere la Chiesa (e non solo) formalmente unita, si deve tentare l’arte impossibile della quadratura del cerchio, cioè trovare spazio per tutti, assicurando che tutti possano dire la loro (o credere di farlo), secondo l’antica arte illusionistica della democrazia, secondo la quale esercitare il diritto di parola equivarrebbe a esercitare il potere.

Il leitmotiv dei viaggi apostolici
Prima di discutere i fatti in questione, cerchiamo di contestualizzare. Il viaggio apostolico conclusosi il 23 aprile aveva proprio l’unità come leitmotiv. In Algeria, il Papa ha sottolineato che cristiani e musulmani devono lavorare per costruire “comunione” (un concetto deliberatamente teologico); in Camerun, il Papa ha ricordato che la Chiesa ha agito come artefice dell’unità in un paese diviso; in Angola, ha specificato che la pace (una parola totemica usata per riferirsi all’unità) implica “sviluppo”, che nel linguaggio clericale odierno significa – al di là della metafora – “socialismo”, ovvero lo Stato che deve occuparsi della ridistribuzione della ricchezza per promuovere una società che “non lasci indietro nessuno”; in Guinea Equatoriale, il Papa ha invece collegato la pace alla difesa della dignità umana, un altro tema caro all’agenda pseudo-massonica fissata all’interno della Chiesa cattolica durante il pontificato di Bergoglio.

Tutto questo va aggiunto al primo viaggio apostolico di Papa Leone in Turchia e Libano (novembre 2025), dove il tema era – ancora una volta – l’unità tra le religioni e tra le nazioni. Cristo e il Suo Vangelo sono funzionali a questo discorso; non sono il fine ultimo. Altrimenti, si cadrebbe nel tanto odiato proselitismo condannato da Francesco, foriero di divisioni.

Benedizioni gay: un’ambiguità deliberata?
Passiamo ora ai due fatti in questione.

Il primo è avvenuto sul volo di ritorno a Roma il 23 aprile. Un giornalista tedesco ha chiesto un commento riguardo alla decisione del cardinale Reinhard Marx di consentire la benedizione delle coppie omosessuali nella sua diocesi, autorizzando persino la creazione di una formula rituale. Si noti attentamente la conclusione della domanda: “Alla luce delle diverse prospettive culturali e teologiche, specialmente in Africa, come intende preservare l’unità della Chiesa globale su quella particolare questione?”

Va tenuto presente che le domande rivolte al Papa durante i voli non sono spontanee, ma concordate in anticipo con la Sala Stampa.

Tuttavia, la risposta del Papa non è priva di difficoltà: «Innanzitutto, penso che sia molto importante capire che l’unità o la divisione della Chiesa non dovrebbero ruotare attorno a questioni sessuali», ha affermato.

La verità non è più il fondamento dell’unità; l’unità stessa è diventata l’obiettivo.
La strategia è chiara. Le autorità neomoderniste oggi tacciono sulle questioni più controverse – vale a dire la questione LGBT e il diaconato femminile – ma ciò non significa che la finestra di Overton si sia fermata.

Piuttosto, il lavoro di normalizzazione su questi argomenti è delegato ai ranghi inferiori, ai singoli vescovi, ai teologi o alle associazioni che sensibilizzano e abituano le masse dei cattolici. Si noti che l’ultima risposta negativa della Santa Sede sul diaconato femminile è stata presentata come temporanea, anche se la questione era in realtà già stata chiusa in modo infallibile da Giovanni Paolo II con l’Ordinatio sacerdotalis (1994). Il sacerdozio, infatti, riguarda non solo il presbiterato, ma anche il diaconato e l’episcopato, gradi dello stesso sacramento.

Il Papa ha proseguito: «In realtà, credo che ci siano questioni [morali] molto più grandi e importanti, come la giustizia, l’uguaglianza di libertà tra uomini e donne, la libertà di religione, che avrebbero tutte la priorità rispetto a quella particolare questione».

Come spesso accade oggi, un concetto corretto viene espresso in modo errato. Il concetto corretto è che i peccati sessuali non sono i più gravi e, di conseguenza, ci sono anche altre priorità morali per la Chiesa oggi, il che, tuttavia, non dovrebbe relegare in secondo piano la questione LGBT, che merita anch’essa attenzione.

Secondo la dottrina, infatti, i peccati più gravi sono l’empietà verso Dio in tutte le sue forme (eresia, ateismo, superstizione, ecc.) e l’omicidio del prossimo. Ne consegue che le priorità dovrebbero essere la rievangelizzazione dell’Occidente, o la condanna ragionata dell’aborto e dell’eutanasia diffusa. Il Papa, tuttavia, richiama alla mente altri temi: una giustizia non meglio specificata (dimenticando che il più nobile atto di giustizia è la religione, come insegna il catechismo: dare a Dio ciò che Gli è dovuto), l’uguaglianza tra i generi e la libertà religiosa.

Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che la rivoluzione oggi è principalmente antropologica. All’esterno e all’interno della Chiesa, non si sa più come definire chi sia l’essere umano, la sua natura, la sua origine, il suo fine ultimo. Di conseguenza, la dottrina LGBT e ciò che ne deriva, così come l’incapacità di difendere il privilegio patriarcale del sacerdozio, è un effetto di questa crisi, e quindi la Chiesa non può relegarla a una «questione secondaria», sebbene sia vero che i peccati sessuali non siano i più gravi.

Anche se – il che non è meno significativo – i peccati sessuali sono tra i più frequenti, come ha ricordato la Madonna a Fatima, e in alcuni casi, come la sodomia, comportano già severe punizioni in questa vita. Infatti, i peccati contro natura sono annoverati tra quelli tradizionalmente descritti come «peccati che gridano vendetta al Cielo».

L’ambiguità non è casuale: è la strategia dominante.
Ancora una volta, Leone XIV ha detto: «La Santa Sede ha già parlato con i vescovi tedeschi. Ha chiarito che non siamo d’accordo con la benedizione formalizzata di coppie omosessuali o di coppie in situazioni irregolari, al di là di quanto specificamente permesso da Papa Francesco, affermando: “Tutti possono ricevere la benedizione”. Quando un sacerdote impartisce una benedizione alla fine della Messa, quando il Papa impartisce una benedizione al termine di una grande celebrazione come quella di oggi, si tratta di benedizioni rivolte a tutte le persone. La nota o famosa espressione di Francesco Tutti, tutti, tutti [«tutti, tutti, tutti»] è l’espressione della fede della Chiesa secondo cui tutti sono accolti, tutti sono invitati, tutti sono chiamati a seguire Gesù e a cercare la conversione nella propria vita»-

In questa risposta possiamo osservare almeno tre cose. In primo luogo, il Papa ha dichiarato che la Santa Sede ha parlato con i vescovi tedeschi, ma ufficialmente nulla è stato reso noto, almeno fino ad oggi. Infatti, non dimentichiamo che il Cammino sinodale tedesco è in attesa da Roma della possibile approvazione o del rifiuto degli statuti che dovrebbero istituire la Conferenza sinodale tedesca, ovvero l’invalido e illegittimo parlamento ecclesiastico tedesco. Non è chiaro se questa comunicazione ai vescovi tedeschi (si noti bene: non solo a Marx) implichi o meno questo obiettivo, data la stretta relazione tra le due questioni.

Non dimentichiamo che Papa Leone è molto preoccupato per la possibile deriva scismatica della Chiesa cattolica tedesca, sia per ragioni ideologiche che economiche, tanto da voler nominare a capo del Dicastero per i Vescovi un canonista considerato un esperto di lunga data della questione tedesca, ovvero il carmelitano Iannone.

La speranza per noi fedeli è che il suddetto dialogo tra Roma e la Germania non avvenga in modo sommerso, come purtroppo è spesso accaduto negli ultimi anni, creando così una frattura nebulosa tra ciò che viene detto a Roma e ciò che viene fatto a Berlino, una frattura paradossalmente funzionale a tenere insieme un legame che di per sé non può reggere.

In secondo luogo, non è chiaro se la Santa Sede abbia dichiarato la propria opposizione alla benedizione delle coppie omosessuali in quanto coppie o semplicemente alle benedizioni formali. Come il lettore ricorderà, la Dichiarazione Fiducia supplicans [vedi] sul significato pastorale delle benedizioni (2023) di Francesco ha introdotto, in risposta a specifiche domande sull’argomento provenienti dall’episcopato, la liceità di impartire benedizioni a coppie irregolari. Coppie, non individui: il testo è chiaro. Il testo raccomanda al contempo di non formalizzare queste benedizioni, cioè di non creare riti ad hoc che rischino di equiparare questo tipo di relazione a quella benedetta nel sacramento del matrimonio.

La reazione scandalizzata di una parte importante dell’episcopato mondiale, compreso quello progressista e soprattutto quello africano e asiatico, ha costretto Fernandez a smorzare i toni, affermando che si parla di benedizioni a singoli individui, non a coppie. Una foglia di fico mal riposta, sia perché il testo parla chiaramente di coppie, sia perché la Chiesa ha sempre raccomandato benedizioni a singoli individui, indipendentemente dal loro stato di vita e persino dallo stato di grazia.

La Chiesa ora rischia di ridefinire la propria missione: non la salvezza delle anime, ma la coesione istituzionale.
Terzo, assistiamo alla reinterpretazione strumentale del pensiero di Francesco. Sappiamo – ormai è storia – che il Papa e il suo protetto connazionale volevano introdurre la benedizione delle coppie irregolari in quanto coppie, nell’ambito di un ampio processo di revisione della teologia eucaristica e matrimoniale.

Papa Leone, tuttavia, ha attribuito a Francesco un pensiero che non era suo: «non si deve andare oltre ciò che Francesco ha permesso», dice, ovvero che «tutte le persone possono ricevere benedizioni», come quelle che il sacerdote impartisce alla fine della Messa. Ma alla fine della Messa il sacerdote benedice i presenti come individui, non come coppie. Da qui l’evidente ambiguità.

Ha poi concluso sottolineando il punto da cui era partito, e sottolineando ancora una volta l’obiettivo ultimo dell’attuale agenda pontificia: «Andando oltre, penso che l’argomento possa causare più disunione che unità, e che dovremmo cercare modi per costruire la nostra unità su Gesù Cristo e su ciò che Gesù Cristo insegna».

Quest’ultima enfasi in particolare ha riacceso le speranze dei più conservatori. Il Papa avrebbe così sottolineato che l’unità si fonda sulla verità, sulla dottrina di Cristo! Ma in cosa consiste questa dottrina di Cristo, secondo Papa Leone XIV? Quando parla dell’insegnamento di Cristo, si riferisce al Dogma cattolico, necessario da credere nella sua interezza per la salvezza, poiché «senza fede è impossibile piacere a Dio» (Ebrei 11,6) e poiché, come insegna San Tommaso d’Aquino, «il bene procede da una causa integrale e il male da qualsiasi difetto»?

Il problema del kerygma e la riduzione del contenuto della fede
Ancora una volta, dobbiamo contestualizzare. Come è già stato sottolineato durante questo pontificato, la magna charta dell’evangelizzazione di Leone XIV è Evangelii Gaudium (2013) [qui], il manifesto di Francesco. Come è stato anche sottolineato durante il primo concistoro straordinario del gennaio 2026 dall’attuale defensor fidei, il cardinale Fernandez, il kerygma che la Chiesa dovrebbe proclamare oggi è il seguente: «la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto». Niente di più vago. «Non si comincia ad essere cristiani con una dottrina o una proposta morale», ci illumina Fernandez. «È l’esperienza di un incontro che costituisce il fondamento di tutto».

Purtroppo, il kerygma cristiano non è affatto questo. Il kerygma è la gioiosa proclamazione che la condizione umana, corrotta a causa del peccato originale, è stata riparata dal sacrificio di Cristo sulla croce, offerto al Padre come espiazione di un debito infinito di giustizia, e i cui meriti non si applicano automaticamente agli uomini, ma attraverso il ministero della Chiesa nei sacramenti, in particolare il Battesimo.

Togliete il peccato originale, togliete il sacrificio, togliete i sacramenti, e tutto rientra nella definizione di kerigma proposta da Francesco e Fernandez.

Credere che Papa Leone XIV, quando parla dell’insegnamento di Cristo, intenda riferirsi alla dottrina cattolica, rigorosa e sistematica, appare un atto terribilmente ingenuo, una proiezione dei propri desideri, ben lontana da tutte le prove concrete a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi. Come già accaduto sotto Francesco, le interviste e le dichiarazioni del Papa durante i voli non fanno altro che contribuire all’ambiguità, alle manipolazioni in un senso e nell’altro, alla confusione dei fedeli. In nome dell’unità!

Quando l’unità è distaccata dalla verità, cessa di essere unità cristiana.
Papa Leone riconosce l’autorità episcopale di Sarah Mullally?

Se le dichiarazioni del Papa sulle benedizioni gay hanno riacceso le speranze dei conservatori, l’accoglienza riservata a Sarah Mullally ha immediatamente smorzato l’entusiasmo fino a spegnerlo.

Il 25 aprile, infatti, la pseudo-arcivescova di Canterbury Sarah Mullally ha compiuto un “pellegrinaggio ecumenico” in Vaticano, ha presieduto una pseudo-benedizione davanti alle ossa dell’apostolo San Pietro e – come se ciò non bastasse – l’arcivescovo cattolico Flavio Pace, Segretario del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, ha chinato il capo e ha fatto il segno della croce. Una scena aberrante e scandalosa.

Ma non abbiamo appena detto che l’unità della Chiesa deve fondarsi su Gesù Cristo e sul Suo insegnamento?

Papa Leone XIII ha insegnato in modo infallibile che tutte le ordinazioni anglicane sono «nulle e invalide». Sarah Mullally è una laica eretica ed scomunicata convinta di essere un vescovo. Perché allora il vescovo Pace china il capo davanti alla benedizione impartita da Mullally, se non perché crede che quella donna sia a tutti gli effetti una ministra di Gesù Cristo – cosa che non è – andando così contro ciò che insegna la Chiesa cattolica?

Come se ciò non bastasse, la suddetta donna è stata poi ricevuta in udienza privata da Papa Leone il 27 aprile. «Vostra Grazia», ha detto Leone, riconoscendo così Mullally con un titolo che lei non può avere. «La vostra visita mi fa tornare in mente il memorabile incontro tra San Paolo VI e l’arcivescovo Michael Ramsey sessant’anni fa. […] Da allora, gli arcivescovi di Canterbury e i vescovi di Roma hanno continuato a incontrarsi per pregare insieme, e sono lieto che oggi stiamo portando avanti questa tradizione.»

Ed ecco che riappare ancora una volta il leitmotiv di questo Pontificato: «Ho spesso detto che la pace del Signore risorto è disarmata. […] Le divisioni tra i cristiani indeboliscono la nostra capacità di essere portatori efficaci di quella pace», cioè l’unità a tutti i costi.

«Questa attenzione alla necessità dell’unità per una evangelizzazione più feconda è stata un tema ricorrente nel mio ministero; infatti si riflette nel motto che ho scelto quando sono diventato vescovo: In Illo uno unum, “Nell’Uno — cioè Cristo — siamo uno”»

E ha concluso dicendo: «Vostra Grazia, nel ringraziarvi per la vostra visita odierna, prego affinché lo stesso Spirito Santo rimanga sempre con voi, rendendovi fecondi nel servizio al quale siete stati chiamati», dimenticando, tuttavia, che non è stato Dio a chiamare Mullally alla carica che ricopre.

Una parte del cosiddetto mondo conservatore reagisce oggi con un atteggiamento paradossale: da un lato, si scandalizza per le aperture ecumeniche più avanzate; dall’altro, si affretta a giustificare come giusta e necessaria un’eventuale sanzione contro coloro che, pur criticando aspetti del recente magistero, non hanno mai negato i dogmi della Chiesa.

L’anglicanesimo come modello e il graduale cambiamento dell’ecclesiologia
In questo contesto emergono ulteriori elementi che aiutano a chiarire la direzione sottesa. Negli ultimi tempi, infatti, il Vaticano sembra moltiplicare i gesti di apertura verso il mondo anglicano, quasi identificandolo come un interlocutore privilegiato. Non si tratta semplicemente di ecumenismo in senso classico, ma di qualcosa di qualitativamente diverso.

Ci si deve quindi chiedere quale sia la ragione di tale attrazione. Una possibile risposta, che emerge induttivamente dai fatti, è che nel modello anglicano i neomodernisti individuano tratti considerati “virtuosi” e, sotto certi aspetti, paradigmatici. Innanzitutto, la parlamentarizzazione della vita ecclesiale: l’autorità dottrinale e disciplinare è sempre più concepita come il risultato di processi assembleari, in cui il consenso prevale sulla verità. In secondo luogo, la sottomissione al potere politico: la Chiesa anglicana è nata come Chiesa di Stato e conserva, nella sua struttura, una permeabilità al potere civile che contrasta radicalmente con la dottrina cattolica della distinzione senza separazione tra autorità religiosa e potere civile.

A ciò si aggiunge il sinodalismo, di cui gli anglicani sono pionieri, inteso non come strumento consultivo subordinato all’autorità del Pontefice Romano, ma come principio costitutivo di un’ecclesiologia “orizzontale”, in cui il primato petrino è di fatto svuotato a favore di un governo collegiale e, sotto molti aspetti, manageriale dell’episcopato. Infine, la marcata missione ecumenica e una certa idea di fratellanza universale di stampo dichiaratamente massonico, che tende a mettere tra parentesi le differenze dogmatiche in nome della collaborazione pratica tra comunità religiose.

In questa luce, anche gesti apparentemente secondari acquisiscono un significato preciso. Ad esempio, l’accoglienza del re Carlo d’Inghilterra, capo della Comunione anglicana, e il conferimento del titolo di “Royal Confrere” sono particolarmente eloquenti. Il termine “confratello”, nel suo senso proprio, implica una condivisione di dignità e di appartenenza. Applicato a un sovrano che, per definizione, è capo di una comunità eretica e scismatica, segnala una torsione semantica che non può essere liquidata come mera cortesia diplomatica, ma riflette un cambiamento nella concezione stessa di unità e autorità.

Emerge così un quadro paradossale ma coerente con quanto osservato finora. Da un lato, si moltiplicano i segni di accoglienza, se non di implicita legittimazione, verso realtà che oggettivamente si trovano al di fuori della comunione cattolica e che presentano dottrine e pratiche incompatibili con essa – si pensi, tra l’altro, proprio all’ordinazione delle donne, rappresentata da Mullally al suo grado più alto.

Solo la verità — intera e completa — può costituire il fondamento dell’unità eterna.
D’altra parte, cresce la pressione contro realtà che professano pienamente la dottrina cattolica e rivendicano la continuità con la Tradizione. Mentre la parodia vivente degli Ordini Sacri viene accolta con tappeti rossi nei Sacri Palazzi, da qualche scrivania vaticana si lavora intensamente in questi giorni all’imminente scomunica della Fraternità Sacerdotale San Pio X.

Il contrasto è evidente e, da un punto di vista logico, difficile da sostenere senza ricorrere al criterio già identificato: la verità non è più il principio formale dell’unità, ma l’unità è un valore in sé, distaccato dalla verità. Gli anglicani, sebbene separati, sono funzionali a un progetto di unità “ampia”, inclusiva, capace di abbracciare anche differenze sostanziali; la Fraternità Sacerdotale San Pio X, invece, rappresenta un elemento di disturbo, di divisione, in quanto ricorda costantemente la necessità di un’unità fondata sulla professione integrale della fede cattolica. «Non sono venuto a portare la pace sulla terra, ma una spada» (Matteo 10,34).

Non sorprende quindi che una parte del cosiddetto mondo conservatore reagisca oggi a questo scenario con un atteggiamento paradossale: da un lato, si scandalizza per le aperture ecumeniche più avanzate; dall’altro, si affretta a giustificare come giusta e necessaria un’eventuale sanzione contro coloro che, pur criticando aspetti del magistero recente, non hanno mai negato i dogmi della Chiesa. Anche qui l’apparente contraddizione si dissolve se si prende come criterio ultimo non la coerenza dottrinale, ma la salvaguardia di un ordine formale percepito come il valore supremo della vita ecclesiale.

Mettere le cose in prospettiva, quindi, significa proprio questo: riconoscere che l’apparente oscillazione tra aperture e chiusure, tra rassicurazioni ai conservatori e concessioni ai progressisti, non è segno di indecisione o di incoerenza personale, ma l’espressione di una linea strategica sotto la bandiera dell’unità.

Una linea in cui l’unità – intesa in senso formale, sociologico e persino geopolitico – tende a sostituire la verità come principio regolatore della vita umana.

Ed è proprio qui che si pone la questione decisiva, non solo per interpretare l’attuale pontificato, ma per comprendere l’attuale crisi della Chiesa: se l’unità possa essere autentica quando è distaccata dalla verità, o se, come insegna la Tradizione cattolica, solo la verità – intera e completa – possa costituire il fondamento dell’unità eterna. Se, come insegna Nostro Signore (cfr. Giovanni 8,32), sia la verità – e non l’unità – a renderci liberi.
Gaetano Masciullo

6 commenti:

Anonimo ha detto...

Madre Miriam :
Papa Leone XIV sta tradendo Cristo per abbracciare l’Islam? La voce più temuta del cattolicesimo tradizionale rompe il silenzio e accusa: “Unirsi a loro significa stare con Satana!”
https://gloria.tv/post/dK2gmmFZ9eiW27KC2JYcFb1HU

Anonimo ha detto...

Questo modo di procedere può gabbare i conservatori obbedienti vticansecondisti, non i tradizionali per i quali Prevost è e rimane un apostata anche con i suoi giochini di strategia ecclesiale, come descritto dal conservatore Masciullo.Alessadro da Roma

Anonimo ha detto...

il Sogno Profetico di San Giovanni Bosco. Commento di Mirco Agerde.
TeleRadioKolbe la Voce di Maria Regina dell'Amore
https://www.youtube.com/watch?v=oNycrKqERZg&t=3s
Senti,senti...

Anonimo ha detto...

Excellent commentaire, auquel j'adhère totalement.

Laurentius ha detto...

Condivido appieno codesto prezioso, illuminante articolo.

O Maria concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a Voi.

Anonimo ha detto...

Il 3 Maggio 1512, in contrapposizione allo scismatico conciliabolo di Pisa orchestrato da Luigi XII, nemico della libertà della Chiesa, Papa Giulio II apre il Concilio Ecumenico Lateranense V. Egidio da Viterbo, generale degli Agostiniani, nella prolusione affermava: "Homines per sacra immutari fas est, non sacra per homines" (È conforme alla legge divina che gli uomini siano cambiati dalle cose sacre, non le cose sacre dagli uomini)