Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

venerdì 15 febbraio 2013

Si parla di un "ultimatum" alla FSSPX

La Croix di oggi, notoriamente di indirizzo progressista, pubblica l'articolo sotto riportato. La notizia non è nuova, circolava nei blog francesi, ma non l'avevo riportata per non sollevare polveroni in questo delicato momento. Ma ormai sarà di dominio pubblico, e dunque ne parleremo anche noi. Il momento è serio e grave non solo per la Fraternità, ma per la Tradizione tutta... L'intervento, così com'è formulato,  appare doppiamente scorretto, innanzitutto perché nella sua conclusione, che è una minaccia, finisce col  non riconoscere l'autorità del Superiore Mons. Fellay e, poi, oltre a seminare discordia, rischia di provocare un irrigidimento da parte della Fraternità:

Secondo nostre informazioni, Mons. Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (CDF) e presidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, incaricata del dialogo con i lefebvristi [usano sempre questa dizione], e Mons. Augustine Di Noia, vice-presidente della  commissione, all'inizio di gennaio hanno indirizzato a Mons. Bernard Fellay, superiore generale della Fraternità sacerdotale San Pio X (FSSPX), una lettera che dà tempo agli integristi (sic!) fino al 22 febbraio per accettare l'ultima versione del Preambolo dottrinale consegnata il 13 giugno 2012. In mancanza, Roma si riserva il diritto di rivolgersi ad ogni prete della Fraternità.
Il 14 settembre 2011, al termine di due anni di discussioni dottrinali tra teologi nominati dalla CDF e dalla FSSPX, il cardinal William Levada, predecessore di Mons. Müller alla CDF, aveva consegnato a Mons. Fellay un Preambolo dottrinale che la Fraternità dovrebbe accettare prima di ogni accordo. Una nuova formulazione era stata elaborata in giugno, nel corso di una riunione di lavoro del cardinal Levada con Benedetto XVI, prima di esser consegnata il 13 giugno, a Mons. Fellay.
Questo documento dovrebbe rendere possibile il ritorno della Fraternità nella Chiesa, e prevederebbe la creazione di una prelatura personale a condizione che la FSSPX riconosca che il Magistero vivente è l'interprete autentico della Tradizione, che il concilio Vaticano II è in perfetto accordo con la Tradizione, e che essa accetta la validità e la liceità del Messale di Paolo VI. Condizioni infine respinte dal capitolo generale della FSSPX nel luglio 2012.
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Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio

Mons. Fellay : « Ho pensato che annunciando la sua rinuncia, forse Benedetto XVI facesse un ultimo gesto verso di noi come Papa »

[Pierre de Bellerive - Nouvelles de France] - 15 febbraio 2013

Mons. Fellay è il superiore della Fraternità Sacerdotale San Pio X fondata da Mons. Lefebvre. Egli torna, per Nouvelles de France, sui tentativi di avvicinamento della FSSPX con Roma che hanno caratterizzato il pontificato di Benedetto XVI.

Monsignore, apprezzerebbe il fatto che il maggior atto del pontificato di Benedetto XVI possa essere la reintegrazione della Fraternità San Pio X ?
Un breve istante, ho pensato che annunciando la sua rinuncia, forse Benedetto XVI facesse un ultimo gesto verso di noi come Papa . Ciò stante, difficilmente lo vedo possibile. Probabilmente bisognerà attendere il prossimo Papa. Le dirò, col rischio di sorprenderla, che ci sono problemi più importanti per la Chiesa di quello della Fraternità e in qualche modo è risolvendo quelli che sarà risolto il problema della Fraternità.

Alcuni dicono che lei si augura che Roma riconosca il rito ordinario come illecito. Può darci chiarimenti su questo punto ?
Siamo ben consapevoli che è molto difficile chiedere una condanna della nuova messa dalle autorità. In realtà, se ciò che dv'essere corretto lo fosse, questo sarebbe già un grande passo. 

In che modo ?
Ciò può essere realizzato con una istruzione della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. Non è così complicato in fin dei conti. Io penso che ci sono cambiamenti importanti da realizzare a causa delle gravi e dannose deficienze che rendono condannabile questo rito.  La Chiesa può benissimo effettuare queste importanti correzioni senza perdere la faccia o l'autorità. Ma noto attualmente l'opposizione dei vescovi alla richiesta legittima del Papa di correggere, nel canone della messa, la traduzione del « pro multis » con « per molti » e non con « per tutti », traduzione falsa che si ritrova in molte lingue. 

Si augura di tornare sul Concilio Vaticano II ?
Per quanto riguarda il Vaticano II, come per la messa, crediamo necessario chiarire e correggere un certo numero di punti sia erronei che portanti all'errore. Ciò stante, non ci aspettiamo che Roma condanni il Vaticano II prima del tempo. Essa può richiamare la Verità, correggere discretamente gli errori salvaguardando la sua autorità Tuttavia pensiamo che la Fraternità porta la sua pietra all'edificio del Signore denunciando certi punti controversi. 

Concretamente, lei ben sa che le vostre rivendicazioni non saranno soddisfatte dall'oggi al domani. 
Certamente, ma gradualmente io penso che esse lo saranno. E ci sarà un momento, in cui la situazione diventerà accettabile e potremo essere d'accordo, anche se oggi non sembra esser questo il caso. 

Lei ha incontrato Benedetto XVI fin dai primi mesi del suo pontificato, può dirci qual è stato il suo sentimento in quel momento nei suoi confronti?
Posso dire che ho incontrato un Papa che aveva un sincero desiderio di realizzare l'unità della Chiesa, anche se non siamo riusciti ad accordarci. Ma creda bene che prego per lui ogni giorno.  

Qual è stato, secondo lei, l’atto più importante del suo pontificato?
Penso che senza dubbio, l'atto più importante fu la pubblicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum che accorda ai preti del mondo intero la libertà di celebrare la messa tradizionale. Egli lo ha fatto, bisogna dire, con coraggio perché aveva opposizioni. Penso d'altronde che quest'atto porterà frutti molto positivi alla distanza.
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Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio

Considerazioni sull’atto di rinuncia di Benedetto XVI

Ultima uscita dalla Basilica a conclusione delle Ceneri
(di Roberto de Mattei) L’11 febbraio, giorno della Festa della Madonna di Lourdes, il Santo Padre Benedetto XVI ha comunicato al Concistoro dei cardinali e a tutto il mondo la sua decisione di rinunziare al Pontificato. L’annuncio è stato accolto dai cardinali, «quasi del tutto increduli», «con senso di smarrimento», «come un fulmine a ciel sereno», secondo le parole subito dopo rivolte al Papa dal cardinale decano Angelo Sodano.

Se così grande è stato lo smarrimento dei cardinali, si può immaginare quanto forte sia in questi giorni il disorientamento dei fedeli, soprattutto di coloro che hanno sempre visto in Benedetto XVI un punto di riferimento e che ora si sentono in qualche modo “orfani”, se non addirittura abbandonati, di fronte alle gravissime difficoltà che affronta la Chiesa nell’ora presente.

Eppure l’ipotesi della rinuncia di un Papa al soglio pontificio non giunge del tutto inattesa. Il presidente della Conferenza Episcopale tedesca Karl Lehmann e il primate del Belgio Godfried Danneels, avevano avanzato l’ipotesi di «dimissioni» di Giovanni Paolo II, quando le sue condizioni di salute si erano aggravate. Il cardinale Ratzinger nel libro-intervista del 2010 Luce del mondo aveva detto al giornalista tedesco Peter Seewald, che se un Papa si rende conto che non è più in grado «fisicamente, psicologicamente e spiritualmente, di assolvere ai doveri del suo ufficio, allora ha il diritto e, in alcune circostanze, anche l’obbligo, di dimettersi». Nel 2010 poi, cinquanta teologi spagnoli avevano espresso la loro adesione alla Lettera aperta ai vescovi di tutto il mondo del teologo svizzero Hans Küng con queste parole: «Crediamo che il pontificato di Benedetto XVI si sia esaurito. Il Papa non ha l’età né la mentalità per rispondere adeguatamente ai gravi e urgenti problemi che la Chiesa cattolica si trova a dover affrontare. Pensiamo quindi, con il dovuto rispetto per la sua persona, che debba presentare le dimissioni dalla sua carica». E quando, tra il 2011 e il 2012, alcuni giornalisti. come Giuliano Ferrara ed Antonio Socci, avevano scritto sulle possibili dimissioni del Papa, questa ipotesi aveva suscitato tra i lettori più disapprovazione che consensi.

Sul diritto di un Papa a dimettersi, non ci sono dubbi in proposito. Il nuovo Codice di Diritto canonico disciplina l’eventualità della rinuncia del Papa nel canone 332, secondo paragrafo, con queste parole: «Se accada che il Romano Pontefice rinunzi al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinunzia sia fatta liberamente e sia manifestata ritualmente, non dunque che sia accettata da uno qualsiasi». Negli articoli 1 e 3 della costituzione apostolica del 1996 Universi Dominicis Gregis, sulla vacanza della Santa Sede, è prevista del resto la possibilità che la vacanza della Sede apostolica sia determinata non solo dalla morte del Papa, ma anche dalla sua valida rinuncia.

Nella storia non sono moltissimi gli episodi documentati di abdicazione. Il caso più noto resta quello di san Celestino V, il monaco Pietro da Morrone, eletto in Perugia il 5 luglio 1294 e incoronato a L’Aquila il 29 agosto successivo. Dopo un pontificato di solo cinque mesi, credette opportuno dimettersi, non ritenendosi all’altezza dell’ufficio assunto. Preparò quindi la sua abdicazione consultando dapprima i cardinali ed emanando poi una costituzione con la quale riconfermava la validità delle norme già stabilite da Gregorio X per la conduzione del prossimo Conclave. Il 13 dicembre a Napoli pronunciò la propria abdicazione al cospetto del collegio dei cardinali, depose le insegne e gli indumenti papali e riprese l’abito di eremita. Il 24 dicembre 1294 venne eletto Papa in sua vece Benedetto Caetani, con il nome di Bonifacio VIII. Un ulteriore caso di rinuncia papale – l’ultimo sino ad oggi – si ebbe durante lo svolgimento del Concilio di Costanza (1414-1418). Gregorio XII (1406-1415), Papa legittimo, al fine di ricomporre il Grande Scisma d’Occidente (1378-1417), inviò a Costanza il suo plenipotenziario Carlo Malatesta per rendere nota la sua volontà di ritirarsi dall’ufficio papale; le dimissioni furono ufficialmente accolte il 4 luglio 1415 dall’assemblea sinodale che contemporaneamente depose l’antipapa Benedetto XIII. Gregorio XII venne reintegrato nel Sacro Collegio col titolo di cardinale vescovo di Porto e con il primo rango dopo il Papa. Abbandonato il nome e l’abito pontificio e ripreso il nome di cardinale Angelo Correr, egli si ritirò nelle Marche come legato pontificio e morì a Recanati il 18 ottobre 1417.

Il caso di rinuncia dunque, in sé, non scandalizza: è contemplato dal diritto canonico e si è storicamente verificato nei secoli. Va notato però che il Papa può rinunciare, e talvolta ha storicamente rinunciato al Pontificato, in quanto esso è considerato un «ufficio giurisdizionale della Chiesa», non legato indelebilmente alla persona di chi lo occupa. La gerarchia apostolica esercita infatti due poteri misteriosamente uniti nelle stesse persone: la potestà di ordine e la potestà di giurisdizione (cfr. ad esempio san Tommaso d’Aquino, Summa Theologica, II-IIae, q. 39, a. 3, resp.; III, q. 6. a. 2). Entrambi i poteri sono diretti a realizzare i fini peculiari della Chiesa, ma ciascuno con caratteristiche proprie, che lo distinguono profondamente dall’altro: la potestas ordinis è il potere di distribuire i mezzi della grazia divina e si riferisce all’amministrazione dei sacramenti e all’esercizio del culto ufficiale; la potestas iurisdictionis è il potere di governare l’istituto ecclesiastico e i singoli fedeli.

La potestà di ordine si distingue dalla potestà di giurisdizione non solo per diversità di natura e di oggetto, ma anche per il modo con cui è conferita, in quanto essa ha come sua proprietà di essere data con la consacrazione, cioè per mezzo di un sacramento e con l’impressione di un carattere sacro. Il possesso della potestas ordinis è assolutamente indelebile in quanto i suoi gradi non sono uffici temporanei, ma imprimono carattere in chi ne è insignito. Secondo il Codice di Diritto Canonico, una volta che un battezzato diventa diacono, presbitero o vescovo, lo è per sempre e nessuna autorità umana può cancellare tale condizione ontologica. La potestà di giurisdizione invece non è indelebile ma è temporanea e revocabile; i suoi uffici, a cui sono preposte persone fisiche, terminano con la cessazione del mandato.

Un’altra importante caratteristica della potestà di ordine è la non territorialità, poiché i gradi della gerarchia di ordine sono assolutamente indipendenti da ogni circoscrizione territoriale, almeno per quanto riguarda la validità dell’esercizio. Gli uffici della potestà di giurisdizione, al contrario, sono sempre circoscritti nello spazio ed hanno nel territorio uno degli elementi costitutivi, eccettuato quello del Supremo Pontefice, il quale non è sottoposto ad alcuna limitazione spaziale.

Nella Chiesa la potestà di giurisdizione compete, iure divino al Papa e ai Vescovi. La pienezza di questo potere risiede tuttavia solo nel Papa che, quale fondamento, sorregge tutto l’edificio ecclesiastico. In lui si trova tutto il potere pastorale, e nella Chiesa non se ne può concepire altro indipendente.

La teologia progressista sostiene invece, in nome del Concilio Vaticano II, una riforma della Chiesa, in senso sacramentale e carismatico, che oppone la potestà d’ordine alla potestà di giurisdizione, la chiesa della carità a quella del diritto, la struttura episcopale a quella monarchica. Al Papa, ridotto a primus inter pares all’interno del collegio dei vescovi spetterebbe solo una funzione etico-profetica, un primato di «onore» o di «amore», ma non di governo e di giurisdizione. In questa prospettiva è stata evocata da Hans  Küng, e da altri, l’ipotesi di un pontificato “a termine”  e non più a vita, come forma di governo richiesta dalla velocità di cambiamento del mondo moderno e dalla continua novità dei suoi problemi. «Non possiamo avere un Pontefice di 80 anni che non è più pienamente presente dal punto di vista fisico e psichico», ha dichiarato all’emittente “Südwestrundfunk” Küng, che vede nella limitazione del mandato del Papa un passo necessario per la riforma radicale della Chiesa. Il Papa sarebbe ridotto a presidente di un Consiglio di amministrazione, ad una figura meramente arbitrale, con a fianco una struttura ecclesiastica “aperta”, quale un sinodo permanente, con poteri deliberativi.

Se però si ritiene che l’essenza del Papato sia nel potere sacramentale di ordine e non in quello supremo di giurisdizione, il Pontefice non potrebbe mai dimettersi; se lo facesse, perderebbe con la rinuncia solo l’esercizio della suprema potestà, ma non la potestà stessa, che sarebbe indelebile come l’ordinazione sacramentale da cui scaturisce. Chi ammette l’ipotesi della rinuncia deve ammettere con ciò che il Papa deriva la sua summa potestas dalla giurisdizione che esercita e non dal sacramento che riceve. La teologia progressista è dunque in contraddizione con sé stessa quando pretende di fondare il Papato sulla sua natura sacramentale, e poi rivendica le dimissioni di un Papa, che possono invece essere ammesse solo se il suo incarico è fondato sul potere di giurisdizione. Per la stessa ragione non ci potranno essere, dopo la rinuncia di Benedetto XVI, “due papi”, uno in carica e uno “emerito”, come è stato impropriamente detto. Benedetto XVI tornerà ad essere sua eminenza il cardinale Ratzinger e non potrà più esercitare prerogative, come l’infallibilità, che sono intimamente legate al potere di giurisdizione pontificio.

Il Papa dunque può dimettersi. Ma è opportuno che lo faccia? Un autore non certo “tradizionalista”, Enzo Bianchi, su “La Stampa” del 1 luglio 2002, scriveva: «Secondo la grande tradizione della chiesa d’Oriente e d’Occidente, nessun Papa, nessun patriarca, nessun vescovo dovrebbe dimettersi solo a causa del raggiungimento di un limite di età. È vero che da una trentina d’anni nella chiesa cattolica vi è una norma che invita i vescovi a offrire le proprie dimissioni al pontefice al compimento dei settantacinque anni, ed è vero che tutti i vescovi accolgono nell’obbedienza questo invito e le presentano, ed è vero anche che normalmente vengono esauditi e le dimissioni accolte. Ma questa resta una norma e una prassi recente, fissata da Paolo VI e confermata da Giovanni Paolo II: nulla esclude che in futuro possa essere rivista, dopo aver pesato vantaggi e problemi che essa ha prodotto in questi decenni di applicazione». La norma per cui i vescovi si dimettono a 75 anni dalle loro diocesi è una fase recente della storia della Chiesa, che sembra contraddire le parole di san Paolo, per cui il Pastore è nominato «ad convivendum et ad commoriendum» (2 Cor 7, 3), per vivere e per morire accanto al suo gregge. La vocazione di un Pastore, come quella di ogni battezzato, vincola infatti non fino ad una certa età, e ad una buona salute, ma fino alla morte.

Sotto questo aspetto la rinuncia dal pontificato di Benedetto XVI appare come un gesto legittimo dal punto di vista teologico e canonico, ma sul piano storico, in assoluta discontinuità con la tradizione e la prassi della Chiesa. Dal punto di vista di quelle che potrebbero essere le conseguenze si tratta di un gesto non semplicemente “innovativo”, ma radicalmente «rivoluzionario», come lo ha definito Eugenio Scalfari su “La Repubblica” del 12 febbraio. L’immagine dell’istituzione pontificia, agli occhi dell’opinione pubblica di tutto il mondo, viene infatti spogliata della sua sacralità per essere consegnata ai criteri di giudizio della modernità. Non a caso, sul “Corriere della Sera” dello stesso giorno, Massimo Franco parla del «sintomo estremo, finale, irrevocabile della crisi di un sistema di governo e di una forma di papato».

Non si può fare un paragone né con Celestino V, che si dimise dopo essere stato strappato a forza dalla sua cella eremitica, né con Gregorio XII, che fu costretto a sua volta a rinunciare per risolvere la gravissima questione del Grande Scisma d’Occidente. Si trattava di casi di eccezione. Ma qual è l’eccezione nel gesto di Benedetto XVI? La ragione, ufficiale, scolpita nelle sue parole dell’11 febbraio esprime, più che l’eccezione, la normalità: «Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia del’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità».

Non ci troviamo di fronte ad una grave inabilità, come era il caso di Giovanni Paolo II nel suo ultimo scorcio di pontificato. Le facoltà intellettuali di Benedetto XVI sono pienamente integre, come ha dimostrato in una delle sue ultime e più significative meditazioni al Seminario Romano, e la sua salute è «complessivamente buona», come ha precisato il portavoce dalla Santa Sede, padre Federico Lombardi, secondo cui però il Papa ha avvertito negli ultimi tempi «lo squilibrio tra i compiti, tra i problemi da affrontare e le forze di cui si sente di non disporre».

Eppure, fin dal momento dell’elezione, ogni pontefice prova un comprensibile sentimento di inadeguatezza, avvertendo la sproporzione tra le capacità personali e il peso dell’incarico a cui è chiamato. Chi può dire di essere in grado di poter sostenere con le sue sole forze il munus di Vicario di Cristo? Lo Spirito Santo assiste però il Papa non solo al momento dell’elezione, ma fino alla morte, in ogni momento, anche il più difficile, del suo pontificato. Oggi lo Spirito Santo viene spesso invocato a sproposito, come quando si pretende che esso copra ogni atto e ogni parola di un Papa o di un Concilio. In questi giorni però è il grande assente dai commenti sui mass-media che valutano il gesto di Benedetto XVI seguendo un criterio puramente umano, come se la Chiesa fosse una multinazionale, guidata in termini di pura efficienza, a prescindere da ogni influsso soprannaturale.

Ma c’è da chiedersi: in duemila anni di storia, quanti sono i Papi che hanno regnato in buona salute e non hanno avvertito il declino delle forze e non hanno sofferto per malattie e prove morali di ogni genere? Il benessere fisico non è mai stato un criterio di governo della Chiesa. Lo sarà a partire da Benedetto XVI? Un cattolico non può non porsi queste domande e se non se le pone, esse saranno poste dai fatti, come nel prossimo conclave, quando la scelta del successore di Benedetto si orienterà fatalmente verso un cardinale giovane e nel pieno delle forze perché possa essere ritenuto adeguato alla grave missione che lo attende. A meno che il cuore del problema non sia in quelle «questioni di grande rilevanza per la vita della fede», a cui ha fatto riferimento il Pontefice, e che potrebbero alludere alla situazione di ingovernabilità in cui sembra trovarsi oggi la Chiesa.

Sarebbe poco prudente, sotto questo aspetto, considerare già “chiuso” il pontificato di Benedetto XVI, dedicandosi a prematuri bilanci, prima di attendere la fatidica scadenza da lui annunciata: la sera del 28 febbraio 2013, una data che rimarrà impressa nella storia della Chiesa. Prima, ma anche dopo quella data, Benedetto XVI potrebbe essere ancora protagonista di nuovi e imprevisti scenari. Il Papa infatti ha annunciato le sue dimissioni, ma non il suo silenzio, e la sua scelta gli restituisce una libertà di cui forse si sentiva privato. Che cosa dirà e farà Benedetto XVI, o il cardinale Ratzinger, nei prossimi giorni, settimane e mesi? E soprattutto, chi guiderà, e in che maniera, la navicella di Pietro nelle nuove tempeste che inevitabilmente l’attendono? (Roberto de Mattei)

giovedì 14 febbraio 2013

Bernard Dumont, Benedetto XVI un Magistero amletico

Riproduco questo testo, tratto dal sito di metapolitica di cui al link, con l'autorizzazione dell'Autore.

A causa della sua “ingovernabilità”, la Chiesa ricorda l'Impero Ottomano dell'Ottocento. Insomma, il Vaticano   può essere definito  il “grande malato” del XXI secolo. Per quale motivo ingovernabile? In certa misura, per le numerose questioni accumulatesi in cinquant’anni, ma soprattutto perché sembra mancare, al suo interno, la volontà di governare.

Nelle patetiche dimissioni di Benedetto XVI si fondono i due aspetti. Sotto questo profilo le motivazioni ufficiali vanno prese alla lettera. L’incapacità di superare il disordine può essere attribuita a un carattere inadatto per una carica così importante (ma gli apostoli, e Pietro per primo, non erano nella stessa condizione di debolezza?). E, a maggior ragione, alla continuità del sistema di pensiero - che a parole  si rifiuta - inaugurato da Giovanni XXIII e mantenuto dai successori  sotto il  pretesto di essere "pastorale". Il potere sovrano appartiene al Pontefice, ma a patto che abbia la volontà  di farne uso.

L’ultima moda teologica consiste nel parlare di “stili” (Christoph Theobald, Gilles Routhier, Lieven Boeve, eccetera). Ora, lo “stile” vaticano è quello di non prendere decisioni chiare e nette per evitare di dispiacere alla cultura dominante. Il rifiuto di decidere (nelle questione riguardanti fede e disciplina), paradossalmente, è compatibile con l’autoritarismo. Si rilegga la “Respuesta al Cardenal Ratzinger” (1985) di Juan Luis Segundo, teologo della liberazione.

Il teologo uruguaiano accettava di sottomettersi nelle materie chiaramente presentate dal pontefice come verità di fede, però non accettava di vedersi imporre opinioni come se fossero articoli di fede. Ma anche l'arcivescovo Müller, al presente Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, insiste su argomenti dello stesso tipo, quando pretende di  dogmatizzare l'interpretazione del concilio,  definendo la "riforma nella continuità", nonché di condannare come "eretico" chiunque non accetti tale interpretazione.

Pertanto, queste dimissioni, quali che  siano le cause immediate (dietrologiche, umanistiche, eccetera) e il giudizio che si possa dare sulle possibili conseguenze (apocalittiche, democratico-riformiste, eccetera), provano lo scacco in cui è incorso un Magistero, segnato da un’incertezza degna di Amleto.
Da questo punto di vista le dimissioni si possono considerare provvidenziali. Alla ragione teologica resta il compito di trarne le giuste conseguenze.  (trad. di C.G. e B.D.)
Bernard Dumont
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Bernard Dumont è redattore capo della rivista trimestrale “Catholica”. Ha introdotto in Francia il pensiero di Augusto Del Noce. In Italia ha curato il libro-intervista a Thomas Molnar, Dove va la tradizione cattolica? (Edizioni Settimo Sigillo). Su questo blog risultano diversi contenuti dello stesso Autore: Rottura riforma rinnovamentoApertura di un cinquantenario, Il conflitto irrisolto, nonchè un'Intervista a Mons. Gherardini sulla Metodologia della riforma.

« Solo Dio può licenziare il Papa! » - E adesso?

Ascoltiamo e vediamo cosa diceva il cardinal Ratzinger sulla possibilità di abdicazione dl Papa. Cos'è cambiato oggi, a prescindere dalla oggettiva situazione di ingovernabilità della Chiesa e dall'arrembanza indicibile dei « lupi » ? Molto è spiegato nell'incontro odierno con i parroci. Di questo parleremo nel prossimo articolo.

 

Una scommessa soprannaturale

Nota a firma di Pietro De Marco uscita il 12 febbraio sul supplemento fiorentino del “Corriere della Sera”, da me ripresa da Settimo cielo. Un'analisi di tutto rispetto, che merita diffusione e condivisione. Da tenere ben presente soprattutto per inquadrare nelle giuste coordinate i possibili riverberi di interpretazioni "moderniste" della drammatica abdicazione di Benedetto XVI, già ufficialmente esternate senza remore dall'arcivescovo di Parigi e da quello di Lisbona, il quale ha dichiarato :
  1. che il gesto del Papa è guidato dallo spirito del Vaticano II e 
  2. che si tratta di un passo in più nel "rinnovamento" della Chiesa promosso da quel Concilio, 
  3. che il carattere permanente del papato non è più intoccabile e 
  4. che è finito il contesto che lo considera un ufficio a vita. 
Sostanzialmente essi mettono sul papato, ridotto ad una funzione, un'ipoteca a nome del concilio Vaticano II, che non potrà che rafforzare il processo di auto-secolarizzazione imboccato dalla Chiesa, compresa la considerazione che se il Papa può dimettersi (e quindi viene rovesciata al vertice supremo una prassi secolare), diventa possibile che anche altre prassi secolari possano nello stesso modo essere rovesciate nella compagine ecclesiale, aprendo la strada ad ulteriori rivoluzionarie innovazioni. Occorrerebbe una brusca inversione di rotta...

Nella “complexio oppositorum” cattolica, ovvero nella coerente articolazione di opposti che caratterizza la Chiesa nella sua esistenza piena (umana e divina, individuale e sociale, istituzionale e carismatica, in terra e già in cielo), è contenuta anche la potestà del vescovo di Roma, figura rappresentativa del mistero della chiesa Corpo di Cristo e persona fisica titolare di un ministero di governo universale. Ministero “razionale”, perché ordinato come ogni autentico esercizio potestativo a degli effetti, valutabili nell’ordine dei fini di quel Corpo.

Certamente, il “bene della Chiesa” non è agevole da definire; è necessario capire cosa divengano istituzione e governo quando operano, sul crinale del naturale e del sovrannaturale, per i fini ultimi, la salvezza delle anime, come ricorda ancora, nella sua capacità di dire l’essenziale, il diritto canonico.

Ora la impressionante decisione di Benedetto XVI va intesa, a mio avviso, su questo crinale. Da un lato la memoria recente di un corpo carismatico, quello di Karol Wojtyla, portatore fino all’ultimo attimo (e oltre, fino alle esequie), di una autorità e di una grazia che sovrastano in guadagno soprannaturale ogni criterio di efficienza di governo. Dall’altro la previsione razionale – come intimamente razionale è la Chiesa cattolica – di dissesti nel governo centrale, in nome e in vece del papa malato.
Wojtyla optò, in coerenza con la sua geniale azione pubblica, per la forza evangelizzante del “corpo del papa”.
Joseph Ratzinger opta, in coerenza col suo affidamento all’agire discreto e riflesso, per l’esigenza di una integrità “naturale”, per l’integrità del papa, dunque per un successore. Il rischio di far mancare alla Chiesa i doni di grazia di un governo condotto sotto il segno della estinzione di  “vigore sia del corpo sia dell’animo”, non gli appare superiore a quello, razionalmente probabile,  di mettere a repentaglio la barca di Pietro.
Così, rispetto a Wojtyla, Ratzinger adotta un altro percorso nella “complexio” cattolica, un opposto giudizio su ciò che il momento mondiale ed ecclesiale richiede.

L’interpretazione “moderna” di questo atto, di certo meditato e preparato, è legittima, ma non considera da quanti secoli il diritto della Chiesa abbia riflettuto sulla figura del pontefice. Qui appare quanto la modernità occidentale debba alla Chiesa cattolica, non viceversa.

Ma l’interpretazione “moderna” contiene anche un pericolo, più interno alla Chiesa che esterno: concepire d’ora in poi la rinuncia all’ufficio come una nuova prassi che imponga  di fatto le dimissioni al pontefice malato o di “provecta aetas”, di età troppo avanzata.

Alla libera decisione, la sola validante l’atto e che esclude pentimento, una prassi del genere sostituirebbe un vincolo, spezzando la verità cattolica del duplice opposto percorso, il carismatico e il “razionale”, e privilegiando una concezione del pontefice moderna in senso deteriore, perché subalterna ad un canone di semplice efficienza amministrativa.

Questo, si badi, è fatto per piacere a chi desidera, entro e fuori la Chiesa, declassare il primato carismatico del vescovo di Roma a circoscritta funzione, e porlo sotto il giudizio di terzi, dai medici ai curiali ai vescovi. In sé, invece, cioè nei termini obbliganti del diritto divino, il giudizio di idoneità del suo vicario è solo di Cristo.

Benedetto XVI ha voluto provvedere all’effettività del pieno esercizio del primato,  non a un suo indebolimento. E anche lui ha affidato a una superiore protezione il bene della Chiesa, con un rischio simmetrico a quello che Wojtyla volle correre.

Dopo l’annuncio delle dimissioni ho ricevuto telefonate disorientate, direi angosciate; il papa ci lascia, in una situazione del mondo e della Chiesa drammatiche, situazione in cui egli era, nella peculiarità di Ratzinger, il punto di resistenza, insostituibile. L’azione potentemente correttiva, medicinale, di mezzo secolo di erramenti, era affidata alle decisioni del papa; ora passa nelle imponderabili mani del prossimo conclave e del futuro pontefice!

La posta in gioco, per quanto attiene al giudizio umano, è enorme. Penso questo: come il sovrano rischio di Giovanni Paolo II di governare la chiesa col suo essere sofferente ha ottenuto il miracolo di papa Benedetto, così quello, altrettanto radicale, di Benedetto di riconsegnare la Chiesa e la propria missione a Cristo perché ne dia il peso ad un vicario integro, otterrà un altro pontefice alla misura della storia.
Pietro De Marco

mercoledì 13 febbraio 2013

In diretta da San Pietro. Decisione cosciente, drammatica, che continua a stupire

V. Oremus pro Pontifice nostro Benedicto.
R. Dominus conservet eum et vivificet eum, et beatum faciat eum in terra, et non tradat eum in animam inimicorum eius

Deus, omnium fidelium pastor et rector, famulum tuum Benedictum, quem pastorem Ecclesiae tuae praeesse voluisti, propitius respice: da ei, quesumus, verbo et exemplo, quibus praeest, proficere: ut ad vitam, una cum grege sibi credito, perveniat sempiternam. Per Christum, Dominum nostrum. Amen

Dall'incipit della Catechesi di oggi 13 febbraio:
Come sapete - grazie per la vostra simpatia! - ho deciso di rinunciare al ministero che il Signore mi ha affidato il 19 aprile 2005. Ho fatto questo in piena libertà per il bene della Chiesa, dopo aver pregato a lungo ed aver esaminato davanti a Dio la mia coscienza, ben consapevole della gravità di tale atto, ma altrettanto consapevole di non essere più in grado di svolgere il ministero petrino con quella forza che esso richiede. Mi sostiene e mi illumina la certezza che la Chiesa è di Cristo, il Quale non le farà mai mancare la sua guida e la sua cura. Ringrazio tutti per l’amore e per la preghiera con cui mi avete accompagnato. Grazie! Ho sentito quasi fisicamente in questi giorni, per me non facili, la forza della preghiera, che l’amore della Chiesa, la vostra preghiera, mi porta. Continuate a pregare per me, per la Chiesa, per il futuro Papa. Il Signore ci guiderà. 
Così mi scrive un amico: «Alla fine, pure dovremo considerare - senza nulla togliere allo Spirito - il libero arbitrio dell'uomo e le similitudini tra spiriti umani, sia pur di epoche differenti: un eremita Celestino V, uno studioso Benedetto XVI. E la similitudine tra uomini non sono stato io a pensarla: è lo stesso Ratzinger che l'ha indicata, con il gesto della deposizione del pallio sulla tomba. Sulla rinuncia di Celestino - in relazione alla formula, intendo - invito a fissare l'attenzione (oltre che sulla debolezza e umiltà del corpo) sul sintagma "malignità della plebe". Certo, questo sintagma non c'è nella formula di Benedetto XVI, ma non mi pare meno significativo il testo "Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede...". E la "malignità della plebe" non mi pare men spaventosa dell'«accanito operare dei lupi» al quale giustamente ti sei riferita».

Trebisonda: l'antica Santa Sofia diventa moschea

Quanto qui denunciato accade nel silenzio di tutti e mentre l'unione Europea si accinge a finanziare il restauro di moschee a Cipro!

L’ex chiesa di Santa Sofia a Trebisonda, città sul Mar Nero dove nel 2006 venne ucciso Don Andrea Santoro, tornerà moschea e in Turchia tutti gli occhi sono puntati sulla sua più celebre omonima di Istanbul, che presto potrebbe subire la stessa sorte. Costruita nel 1200, la chiesa di Trebisonda è considerata un capolavoro dell’arte bizantina, uno dei meglio conservati in Turchia. 
Nonostante gli affreschi alle pareti siano andati perduti quando la città cadde in mani ottomane nel XV secolo, le volte e le cupole della chiesa recano ancora oggi i segni dello splendore passato. 

La chiesa era uno dei monumenti più importanti della zona, insieme con il monastero di Sumela, sulle alture dietro Trebisonda e che da due anni una volta all’anno viene riaperto alla Chiesa Ortodossa per celebrarvi la Messa. La decisione è arrivata come un fulmine a ciel sereno. In città infatti non mancano certo di luoghi di culto e Santa Sofia, trasformata come molte altre ex chiese bizantine in museo durante l’età repubblicana, era una delle mete preferite dei turisti. Il particolare sembra importare poco al ministero della Cultura turco, che stando a quanto riporta il quotidiano Hurriyet, è stato determinante nella restituzione dell’edificio al culto islamico. Adnan Ertem, il capo della Direzione delle fondazioni religiose, ha annunciato trionfalmente che appena verranno terminate le procedure burocratiche, i fedeli vi torneranno a pregare. Il religioso si è anche pronunciato su Santa Sofia a Istanbul, che tre cittadini di Kocaeli nella regione di Marmara, hanno chiesto di fare tornare moschea. 

[...] Nel 2006, prima della visita di Papa Benedetto XVI, l’ex Basilica cristiana era stata addirittura occupata simbolicamente da un gruppo di fanatici. Su uno di quattro minareti che circondano il corpo principale dell’edificio è da anni montato un altoparlante per la diffusione del richiamo della preghiera. Un particolare che ha più volte destato critiche e preoccupazione circa il destino dell’ex luogo di culto.

Storie della Turchia moderna ai tempi di Recep Tayyip Erdogan, il premier islamico-moderato che da quando ha preso le redini del Paese, nel 2002, ha ricevuto lodi per la crescita economica da record e l’aumento del benessere da una parte, ma anche accuse dagli ambienti più laici del Paese e dagli osservatori internazionali di nascondere dietro il benessere e l’allontanamento dei militari dalla vita civile, il processo di islamizzazione strisciante dello Stato. [...]​
Marta Ottaviani

martedì 12 febbraio 2013

Il mondo da Berlino: È bene che Benedetto se ne sia andato.

Pomeriggio 11 gennaio 2013
Come volevasi dimostrare. Purtroppo, nemmeno un giorno è passato dall'annuncio di abdicazione di Benedetto XVI ed ecco, messi nero su bianco, i nostri timori. Appena letto su Spiegel on line International:
[...] Il Cardinale di Parigi André Vingt-Trois ha detto alla Associated Press: Benedetto con la sua abdicazione « ha rotto un tabù ». « Ha rotto una pratica vecchia di secoli » ha aggiunto, « e ha espresso l'opinione che non solo è legittimo, ma probabilmente utile per un papa rinunciare e ritirarsi dalle sue funzioni ». Vingt-Trois ha aggiunto ancora che « per il secolo a venire, penso che nessun successore di Benedetto XVI si senta moralmente obbligato a restare fino alla morte ». [...]
È la visione della nuova Chiesa conciliare, forse sarebbe più esatto dire conciliarista, che ormai si sta consolidando, portata avanti dalla maggioranza dei vescovi, in una hybris di perenne mutazione con il ruolo di Pietro trasformato da status di istituzione divina a mero incarico con diritto al pensionamento. La desacralizzazione e la banalizzazione, per effetto dell'antropocentrismo che ha preso il posto del Soprannaturale, hanno dunque raggiunto anche il vertice della giurisdizione pontificia.

L'abdicazione di Benedetto XVI appare così correlata al gesto dell'abbandono della tiara da parte di Paolo VI. Questo non è stato che il primo passo. Quanto accaduto ieri, che ha aperto la strada a ciò che potrà accadere ancora, ne è la logica conclusione, che può rafforzare l'idea eretica e protestante che la Chiesa è una società umana come le altre. Ora attenderemo il nuovo Papa: ma l'humus da cui proviene potrà dare ali alla nostra speranza? Pregheremo per lui, per la Chiesa e per tante anime assetate.

Per non parlare dei commenti del Süddeutsche Zeitung, totalmente faziosi e falsati, sulla figura di Joseph Ratzinger sia come studioso che come uomo di Chiesa nonché sul suo ruolo in essa. Davvero pietoso e repellente pensare che simili menzogne facciano il giro del mondo e raggiungano i cuori e le coscienze di tante persone che daranno loro il credito che non hanno.

Custos, quid de nocte?


I gesti valgono più di tante parole e, come nel caso della decisione di Benedetto XVI, possono imprimere svolte alla mutevole concretezza della storia più di molti documenti ed esortazioni.

Oltre alla sorpresa ed al senso di smarrimento che ci ha fatti sentire tutti più o meno personalmente 'toccati' dall'abdicazione dalla Paternità più eccelsa: quella di Vicario di Cristo in terra, ci scuote la consapevolezza che si tratta di un gesto da cui non si torna indietro.

Ciò non riguarda solo Benedetto XVI che torna ed essere il card. Joseph Ratzinger, ma il futuro della Chiesa tutta, col concilio Vaticano II come tantum aurora est (discorso inaugurale di Giovanni XXIII). Non riesco ad aggiungere altro; non è il momento di lanciarsi in previsioni e/o pronostici. Resto in trepida orante attesa. La mia preghiera è per il Papa uscente - strana, inedita espressione! - e per quello che verrà, nella speranza che la passio Ecclesiae possa essere accorciata dall'infinita Misericordia che ci accompagna e ci sostiene.

C'è chi parla senza mezzi termini della fine dell'epoca del Concilio di Trento. Tuttavia la Chiesa non può identificarsi con nessun Concilio (Trento o Vaticano II che sia), ma con tutta la sua Tradizione costante, i cui connotati sono di fatto sovvertiti...