domenica 28 gennaio 2018

Il dramma della estromissione del Latino come lingua della Chiesa romana

La frase minacciosa che riportiamo di seguito, citata da padre Siano nel suo coraggioso intervento che abbiamo pubblicato qui, ha suscitato un interessante commento riportato da Tosatti su Stilum Curiae. Lo stralcio per condividere. 
Vi ricordo l'indice di altri articoli sul Latino.


«Se non togliete il latino dal Seminario [di allora, Seminario Teologico dell’Immacolata Mediatrice – STIM] vi denunciamo in Congregazione [CIVCSVA] dove sapete che ci sono «modernisti» [o «progressisti»] che vi faranno commissariare».
Il prof. Ivano Dionigi (nel suo libro “Il presente non basta – La lezione del latino” ed. Mondadori 2016) così definisce il latino : “...il latino è un problema, nel senso etimologico, una pietra, un ostacolo non evitabile, che ci è posto davanti e che può esser di inciampo o di protezione”, e prosegue spiegando che ciò non è solo perché il latino è matrice della nostra lingua e cultura ma perché è il tramite linguistico del sapere ebraico e greco (Gerusalemme e Atene). Il latino quindi fa inciampare o protegge.

I “modernisti” di oggi (ignoranti) lo temono, i modernisti di ieri erano novatores (colti). Anche Antonio Gramsci scriveva che “non si impara il latino e il greco per parlarli..., ma per conoscere direttamente la civiltà dei due popoli, presupposto necessario della civiltà moderna, cioè per esser sé stessi e conoscere sé stessi consapevolmente”. 

Ma non basta, nel 2000 il Parlamento Europeo scelse il proprio motto in latino (In varietate concordia) così come lo scelsero gli Stati Uniti d’America nel 1776 (E pluribus unum). 

Ma torniamo ai nostri fraticelli modernisti e minacciosi. Il latino è stato la lingua ufficiale della Chiesa cattolica fino al Concilio Vaticano II (1965). Il prof. Dionigi nel suo libretto ci ricorda (secondo Françoise Waquet) che la persistenza bimillenaria del latino quale lingua della Chiesa poggia su tre capisaldi della fede: "L’eredità, l’universalità, l’immutabilità", spiegando che: l’eredità perché è stata la lingua dei padri; l’universalità perché grazie al latino la chiesa si è rivolta cattolicamente (universalmente) a tutti i popoli; l’immutabilità perché nella fissità e anche incomprensibilità del latino (lingua morta) si custodisce l’eternità e il mistero delle cose. Il latino è sinonimo di ortodossia in contrapposizione al volgare, sinonimo di eresia (attenzione! Si rifletta su questo).

Fu Lutero a porre polemicamente infatti il problema del latino liturgico come lingua sconosciuta al popolo e perciò incomprensibile. Al Concilio Vaticano II papa Paolo VI citò la sentenza agostiniana “meglio esser rimproverati dai professori che non capiti dal popolo”, e segnò la fine del latino come lingua militante della Chiesa. 

Bene, caro Tosatti, io son certo che i minacciatori dei FFI ben sapevano tutto ciò, perciò sapevano che intimare di togliere il latino dai seminari equivaleva non tanto a voler sembrare moderni, piuttosto a preparare la luteranizzazione della liturgia e le sue conseguenze, sopra citate”.

27 commenti:

Unam Sanctam ha detto...

Una sola nota: più che Lutero fu Carlostadi, rettore dell'Università di Wittenberg, a introdurre la liturgia in vernacolare. Lutero era contrario (lui sosteneva che solo la Scrittura dovesse essere in volgare), ma si adeguò su pressione dei 'compagni'. Nei fatti, i modernisti sono molto peggio di Lutero!

Anonimo ha detto...

Lo studio del latino serve alla nostra cultura, a migliorare la nostra grammatica e è un'ottima ginnastica mentale necessaria a chi deve intraprendere qualunque professione (dal medico all'ingegnere).

Anonimo ha detto...

«Il primo carattere dell'eresia antiliturgica - scrive - è l'odio della Tradizione nelle formule del culto divino. Non si può contestare la presenza di tale specifico carattere in tutti gli eretici, da Vigilanzio fino a Calvino, e il motivo è facile da spiegare. Ogni settario che vuole introdurre una nuova dottrina si trova necessariamente in presenza della Liturgia, che è la Tradizione alla sua più alta potenza, e non potrà trovare riposo prima di aver messo a tacere questa voce, prima di avere strappato queste pagine che danno ricetto alla fede dei secoli trascorsi. Infatti, in che modo si sono stabiliti e mantenuti nelle masse il luteranesimo, il calvinismo, l'anglicanesimo? Per ottenere questo non si è dovuto far altro che sostituire nuovi libri e nuove formule ai libri e alle formule antiche, e tutto è stato consumato». dom Guéranger
https://gloria.tv/article/2dwpBSwHp8BTCvFV4edbMyNgW

Anonimo ha detto...

'Si prega in dialetto' ebbe a dire di recente Papa Francesco.

Non sapevi cosa dicevi e con chi parlavi quando la Messa era in latino. Anche i sacerdoti che l'avevano studiacchiato non pregavano, ne ho memoria.
Il culto della Tradizione non puo dimenticarsi di Gesù. Ma quando mai Nostro Signore parlò in latino?
Si abbassava sempre verso il popolo con uno stile che urtava i superbi scribi e farisei.
Quando apparendo a san Francesco disse "Ripara la mia Chiesa" avrà pensato anche alle preghiere in latino che nessuno capiva...
Come scherzava il Manzoni "il latinorum" serviva a imbrogliare la povera gente. Così come la sottrazione della conoscenza delle Scritture. In questo non sbagliava l'antipatico Lutero.
"Il regno vi sarà tolto". Le profezie alla fine si avverano sempre. Si sarebbe potuta prevenire la disavventura luterana con più elasticità e maggiore ascolto dello Spirito.
Ancora, ai nostri giorni, alla carità si contrappone il narcisismo del gusto e del potere.

mic ha detto...

'Si prega in dialetto' ebbe a dire di recente Papa Francesco.

Pregare in dialetto è un conto, rivolgersi a Dio nel 'culto' (che è anche ius divinum) è un altro...
Chi ha un briciolo di timor di Dio, nella Liturgia, se ha una 'lingua sacra' e che universalizza (caratteristica irrinunciabile de La Catholica): il latino (rito Romano) o il greco (Rito orientale) la rispetta e se la tiene cara, come del resto fanno i musulmani con l'arabo del Corano e gli ebrei con l'ebraico della Torah.

Chi non lo riconosce crede di essere in ascolto dello Spirito e, mentre accusa altri di narcisismo, mostra una buona dose di ignoranza oltre che di superbia.

Non sapevi cosa dicevi e con chi parlavi quando la Messa era in latino. Anche i sacerdoti che l'avevano studiacchiato non pregavano, ne ho memoria.

Se non sapevi cosa dicevi sapevi cosa succedeva sull'altare e adoravi!
E è una favola dire che la gente non capiva o non sapeva cosa veniva detto. La cosa non riguardava di certo i sacerdoti che il latino non lo stidiacchiavano, lo studiavano, eccome! Così come si studiava in ogni scuola di ordine e grado, tranne che in quelle tecniche...

viandante ha detto...

Quando Gesù parlava al popolo, parlava spesso in parabole, usando quindi parole semplici, immagini tratte dalla vita quotidiana, alla portata di tutti.
Eppure (Matteo 13,10ss):
«Gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: – Perché parli loro in parabole? Egli rispose: – Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro no... Per questo io parlo loro in parabole affinché pur vedendo non vedano, e pur udendo non odino e non comprendano. E così s'adempie per loro la profezia di Isaia che dice: “Voi udrete ma non comprenderete, guarderete ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo si è indurito, son diventati duri di orecchi, e hanno chiuso gli occhi, per non vedere con gli occhi, non sentire con gli orecchi e non intendere con il cuore e convertirsi, e io li risani. Ma beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono!».

Gesù afferma chiaramente che le parole sono pronunciate e date, ma le orecchie del popolo si sono indurite, chiudono gli occhi; c'è il rifiuto ad accogliere la Sua parola, la chiusura del cuore, la decisione di restare separati da Dio, la decisione di non convertirsi. Questo accecamento volontario è la causa della non-comprensione dei misteri del regno dei cieli, non l'oscurità della parola presentata sotto il velo della parabola.
Per questo Gesù conclude molti suoi discorsi in parabola con l'espressione: «Chi ha orecchi per intendere, intenda!». è un invito a cambiare atteggiamento, ad assumere un atteggiamento di ascolto e di accoglienza della Sua parola.

Col latino e l'italiano è un po' la stessa cosa. Se uno vuole, come dice Mic, sa cosa sta succedendo all'altare e allora il nostro atteggiamento è quello di ascoltare ciò che spiritualmente ci viene detto (e la lingua qui non centra più!).
Tra l'altro non si è mai chiesto però come mai la Messa non è semplicemente stata tradotta, ma è stata modificata? Questo non le sembra scorretto?

bedwere ha detto...

Nostro Signore pregava in ebraico, che era diverso dall'aramaico, la lingua usata allora dai giudei, e che solo i dotti conoscevano.

Pietro C. ha detto...

Sulla questione del latino e del greco si nota, nelle aspre critiche dei detrattori di tali lingue, il razionalismo illuminista.
E' per razionalismo illuminista, che ha ben permeato la cultura europea e clericale, che si può continuare a sventolare un "diritto" a "capire meglio". In realtà per la sensibilità umanistica da decenni hanno girato messalini e vesperali tradotti dove i fedeli potevano capire più che bene. Il "capire meglio" è dunque un semplice paravento, una pia scusa, dietro alla quale si cela l'abolizione del mistero. Il mistero è necessario ed è inscindibile da un culto autenticamente cristiano perché, prima di tutto, mistero è lo stesso Dio. La Chiesa anticamente lo ha sempre saputo ed è per questo che copriva gli oggetti sacri, nascondeva, e l'uso di un linguaggio "morto", se si vuole, è un nascondere per far emergere uno dei lati più veri della fede: Dio, è un "Deus absconditus" che anche se rivelato in Cristo (nella sua umanità!) mantiene perfettamente discreta la sua divinità.
L'abolizione della lingua tradizionale, unitamente a molte altre scelte iconoclaste, indica esattamente il vizio razionalista e illuminista che ha ucciso il mistero e con esso l'autentica fede. Infatti i contenuti della fede, oggi, sono divenuti pura sociologia.

Anonimo ha detto...

https://www.riscossacristiana.it/fuori-moda-la-posta-di-alessandro-gnocchi-061016/
Anonimo 19:03 dovrebbe leggere le citazioni sulla Messa di Padre Pio.

Anonimo ha detto...


Interpretazioni fuorvianti dei documenti del Concilio hanno di fatto relegato il latino al livello delle malattie esantematiche o giù di lì. Ma in realtà questo tradisce in modo profondo quel Concilio che si pretende di servire. Il latino è stato per secoli e secoli la lingua liturgica, ha formato un certo stile liturgico e da esso a sua volta ha ricevuto nuova linfa. Una maggiore attenzione al suo uso e rispetto per la sua lunga storia avrebbe certamente giovato alla liturgia tutta e forse arginato alcune accelerazioni in avanti che ci hanno poetato fuori strada.
Non sarà male citare qui una mia esperienza di questi giorni in cui sto scrivendo queste righe, giorni in cui mi trovo in Hong Kong, che per me è come la mia seconda città dopo Roma. Sono andato alla Messa in una parrocchia del luogo, Messa celebrata in cantonese, lingua che purtroppo non parlo e che praticamente non capisco, se non per poche frasi. Conoscendo la Messa, rispondevo al sacerdote in latino o italiano e recitavo le preghiere liturgiche insieme agli altri fedeli. Non ho compreso il senso letterale delle letture e dell’omelia, ma ho percepito di “non partecipare”? No, perché il partecipare non attiene solo ad una comprensione semantica, ma al sentirsi parte di un qualcosa a cui si sente di appartenere pur non comprendendone tutte le coordinate. Quanti santi e sante si sono forgiati andando alla Messa in latino di cui a volte, probabilmente, non comprendevano il senso letterale delle parole? Ma comprendevano il senso profondo della Messa, che è molto di più e molto più denso del semplice “capire quello che viene detto”.
(Aurelio Porfiri)

Anonimo ha detto...

"Se non sapevi cosa dicevi sapevi cosa succedeva sull'altare e adoravi! "

Parole sante ed ognuno era al suo posto , lì dove era stabilito che stesse : il Sacerdote all'altare e il popolo di Dio ai piedi dell'altare .

Anonimo ha detto...

First of all, I understand Italian very well, and Latin reasonably well, but English is my native language, so I am writing in English. I love Latin, and I love the Mass in Latin. There are very good reasons for having the Mass (and all the Liturgy) in Latin -- universality, Tradition, as a standard instrument for transmitting doctrine, etc. -- but praising incomprehensibility and ignorance of what the language is expressing is a very bad reason for justifying Latin. Why should incomprehension and ignorance be considered praiseworthy and necessary? I studied Latin in my youth (late 1960s) so that I might understand the language. The Mass was already in the vernacular. I doubt that people could not understand any of it, especially in places like Italy since Italian derives most of its vocabulary from Latin. I am all for having the Mass in both Latin and the vernacular languages, but I mean the Mass as it was pre-Bugnini, that is, before 1950. The liturgical "reform" (whatever that word is supposed to mean) has been an absolute, unmitigated disaster for the Church. Not only regarding language, but also regarding spirituality, attitudes, liturgical practice, style, music, and other aspects of Christian life. The scope of the damage is all-encompassing and sweeping -- and intentional. The whole legacy of Vatican II is also a disaster. Everybody, including the Pope (who is Benedict XVI), had better wake up and reverse course. Stop trying to justify the Church's mess since 1960. Our Lord spoke of an adulterous and wicked generation, and those words certainly apply to the Church since 1960 (for the most part). Talk about the "signs of the times"! Look around, and wake up!

mic ha detto...

Caro amico anglofono,
grazie per la condivisione.
Piccolo chiarimento: non è nostra intenzione giustificare l'incomprensione, semplicemente si intende sostenere che:
1. Un Mistero così grande come il Santo Sacrificio non può essere tutto e subito comprensibile a tutti. La messa tocca e vive delle profondità e delle altezze che non sono tutte percepibili immediatamente e lo spazio del mistero consente ad ognuno di interiorizzare ciò che di volta in volta la Grazia gli consente e gli dona.
2. inoltre, se un tempo poteva esserci chi non comprendeva le formule latine (e oggi quasi tutti), grazie alla fede salda e non annacquata come oggi, sapeva cos'è la Messa e cosa vi accade e dunque ne comprendeva il senso profondo, che è molto di più e molto più denso del semplice “capire quello che viene detto”.
3. Infine l'incomprensione è sempre oltrepassabile dalla dimestichezza che viene dalla frequentazione e dalle traduzioni presenti su tutti i messalini.

Anonimo ha detto...

Dunque a quanto mi è dato sapere, la messa in latino metà anni '60 cui assistevo da bambino era già stata rivisitata, di quelle anteriori non ho menzione, il messalino non ce l'aveva nessuno, si rispondeva a poche esortazioni del sacerdote, in latino, non c'erano canti liturgici in latino, salvo il Tantum ergo quando si adorava il S.simo Sacramento, che ricordo benissimo nonostante gli anni passati, le prediche e le letture erano in italiano, c'erano 2 chierichetti che servivano messa e soprattutto c'erano le balaustre su cui ci si poteva inginocchiare per ricevere la comunione, ora tralascio la descrizione delle tante, troppe chiese moderne, dove a stento stai in piedi, ma cmq. c'è poco da fare, con l'affluenza ai minimi storici e parrocchie duma dove non è possibile mettere becco, altro che Allegria come diceva il povero Mike. For the English friend, Benedict XVI is no more the reigning Pope and can't do anything anymore, even when he was Pope could, full stop. Lupus et Agnus.

In Piu'.. ha detto...

....e c'era il silenzio.. prima durante e dopo la Messa !

mic ha detto...

le prediche e le letture erano in italiano

Certamente si tratta degli aggiornamenti del '65, che erano ancora accettabili; ma le deformazioni e i tagli devastanti risalgono alla 'riforma di Paolo VI del '69.

Anonimo ha detto...

Quando ero ragazzino di otto-dieci anni, e frequentavo le elementari, mia madre mi mandava in Chiesa con un messalino nel quale a fronte del testo latino, c'era la traduzione in italiano. Che capivo. Come capivano tutti gli amichetti del catechismo, che avevano analogo materiale. Perché dire che nessuno capiva? È così semplice ! Giorgio

Anonimo ha detto...

Sono del 1954 e nei primi anni sessanta non tutti avevano il messalino con la traduzione a fronte, ma nemmeno nessuno. Ovviamente le realtà sono tanto diverse e quindi ci saranno esperienze opposte, ma quella di ognuno di noi - qualunque sia - non può essere assolutizzata. Mi lascia perplesso solo la sicurezza di quanti in modo perentorio assicurano che nessuno capiva (oltre a quanti conoscevano il latino !). Giorgio

viandante ha detto...

@Giorgio
Il tono perentorio di queste persone forse è dovuto al fatto che o loro pensano che per capire quello che avviene durante la Messa si debbano capire tutte le parole o generalizzano partendo dalla loro esperienza.
Oppure forzano la mano per motivi ideologici...

Anonimo ha detto...

Ma ha mai chiesto cosa dicesse a una vecchia che cantava il Tantum ergo alla Benedizione serale? E' possibile che non abbia mai sentito storpiature di desinenze e personali interpretazioni?
Io ho visto la gioia negli occhi della gente alle prime funzioni in italiano.
Ma poi non esiste solo l'Italia. Lo sa quante amarezze dovette inghiottire dal Vaticano il santo Giovanni ventitreesimo, nunzio in Turchia, per avere privilegiato la lingua locale?Ma anche in altre parti del mondo i Missionari incontravano difficoltà a causa del latino presso il popolo e spesso si lamentavano incompresi.
Il Rosmini fra le piaghe della Chiesa del suo tempo ci aveva elencato anche il latino.
E anche san Paolo, che invitava sempre alla carità, nella prima lettera ai Corinzi(cap.14), esorta a non preferire la preghiera in lingue alla chiarezza del linguaggio.
C'è che i santi prendevano sul serio la carità e il rispetto degli altri. Non solo il citato Agostino e Paolo VI.

irina ha detto...

Non sempre capisco l'italiano delle omelie, le preghiere dei fedeli straziano l'anima e per i contenuti e per lo stile, delle traduzioni della Parola poi non mi fido più, certe frasette qua e là non mi tornano, alcuni lettori non dovrebbero leggere mai, non capisco se hanno difetti di pronuncia o di vista, li vedrei meglio seduti al loro posto, da qualche tempo le preghiere dei fedeli sono lette da chi capita capita dal posto, secondo come soffia il loro spirito, non si capisce nulla, mi sento giustificata e per loro dispiaciuta di questi brandelli di spettacolo ecclesiastico che si accaparrano golosi, la pronuncia anche in italiano non brilla molti si parlano nel collo, scansione delle sillabe, articolazione dei suoni, segni di interpunzione, non sono presi in considerazione, si prega solo per tornare a casa presto, quando tutti dopo la benedizione ed il buonasera vanno, rimango lì con 2 o 3 amatori doc a cantare Salve Regina in latino, chè veda la nostra pochezza e ci perdoni. Col latino sarebbe meglio? Non lo so. Qui so che peggio non è possibile, bicicletta compresa. Con il latino ho la speranza, qui non più.

viandante ha detto...

@Anonimo delle 22:07
Certamente il latino è (era) una componente importante della vita cristiana, ma non l'unico! Quindi tutto ciò che nella vita religiosa si fa, va spiegato e capito. Certamente non ovunque la pastorale è ed era soddisfacente e come detto da più parti si avvertiva la necessità di un concilio, e non solo in ambito progressista.
Poi evidentemente non si tratta nemmeno di fare l'apologia del latino, tant'è che vi sono cattolici di altro rito che non sanno neppure cosa sia il latino.
Comunque sicuramente a livello popolare, laddove la catechesi non riusciva a spiegare correttamente l'azione liturgica, poteva insorgere anche quello stato d'animo che lei dice.
Vorrei poi aggiungere che comunque, noi che siamo ritornati alla Tradizione, a volte abbiamo quella consapevolezza che purtroppo negli anni 50' iniziava a mancare e che sarebbe stata una delle concause del disastro postconciliare.
Ma il discorso si potrebbe nuovamente far lungo.

fabriziogiudici ha detto...

Io ho visto la gioia negli occhi della gente alle prime funzioni in italiano.

La gente si emoziona per poco, magari anche sobillata da forze esterne, poi bisogna vedere come dura la cosa alla lunga. Cinquant'anni dopo, a vedere come sono crollati i numeri di chi frequenta la messa, alla faccia della gioia negli occhi, direbbe Totò.

Poi l'argomento delle storpiature è trito e ritrito e completamente vuoto. Cinquant'anni fa la gente "storpiava" e credeva nella Presenza Reale. Cinquant'anni dopo, non storpia più (forse), ma non crede più nella Presenza Reale.

Anonimo ha detto...

"Poi l'argomento delle storpiature è trito e ritrito e completamente vuoto ."
Mi trova d'accordo , basta collegarsi a qualsiasi radio cattolica in cui si recita il Rosario con i fedeli e facilmente si riscontreranno storpiature di vario genere , ad esempio :
« Gesù mio, perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell'inferno, porta in cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della tua misericordia. Amen". »

in

« Gesù mio, perdona le nostre colpe, preservaci DAL fuoco E DALL'inferno, porta in cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della tua misericordia. Amen". »

Quando sento questa storpiatura sorrido per la semplicita' di quell'anima , per il fervore di quell'anima (Dio guarda il cuore ) altrimenti si dovrebbe aggiungere :" preservaci dalle inondazioni , dalle trombe d'aria.... e non la finiremmo piu' "..

Spero di avervi strappato un sorriso .

Rr ha detto...

Infatti siamo passati da Pontefici che conoscevano, parlavano e scrivevano correttamemte in almeno tre lingue, ad un VdR che non sa neanche parlare in Castigliano corretto. Ne’ in Italiano, Francese, Inglese e biascica il Tedesco. Non parliamo di Latino e Greco.
E da fedeli che stoiavano il Latino a fedeli che, se ancora ci sono, non conoscno più l’ Italiano. E tanto meno il dialetto: nessuno che abbia meno di 30 anni e che viva in una città medio- grande, è in grado di usareil,proprio dialetto. Anche quei dialetti che assomigliando tanto al Latino, rendevano molto più facile capire la Messa in Latino, appunto.

Anonimo ha detto...

“L’Italia ha il liceo classico. Avendo una certa familiarità sia con l’istruzione italiana sia con quella di vari paesi stranieri, non esito a dire che il liceo classico è l’esperimento di pedagogia più geniale e più fruttuoso che un governo occidentale abbia mai messo in piedi: una scuola che fonda principalmente la formazione dell’individuo sullo studio delle lingue antiche, il greco e il latino.

Chi esce dal liceo classico conosce la Grecia e Roma e quello che queste civiltà hanno inventano e tramandato e grazie a tale conoscenza sa parlare, sa scrivere, sa pensare, ma soprattutto sa interpretare, mettere in rapporto, relativizzare, confrontare, distinguere, riconoscere il duraturo e l’effimero, dare un nome a fatti diversi, capire la libertà, la bellezza, la varietà e la concordia.

Ma il liceo classico per alcuni non serve più. Questi alcuni sono persone che del liceo classico non hanno un’idea. E se l’hanno, pretendono che venga negato ai giovani in nome di un falso concetto di modernità.

In termini assiologici o gnoseologici non esiste differenza tra lo studio di un frammento di papiro e quello di un neutrino. E questo è così vero che sul latino e sul greco si sono addestrati e si possono ancora addestrare informatici, fisici, ingegneri, medici ed economisti. Solo una lesiva e grottesca riduzione della realtà e della vita umana può negare importanza ai reperti dell’antichità e all’apprendimento di due miracolosi sistemi cognitivi, arrivati fino a noi grazie a un’amorosa e raffinatissima opera di trasmissione, come il greco e il latino.

IN PARTICOLARE, ELIMINARE LA TRADUZIONE SAREBBE UN GESTO DI IRRESPONSABILE, GRAVISSIMO IMMISERIMENTO: COME SOSTITUIRE TUTTI GLI ORIGINALI DEGLI UFFIZI CON RIPRODUZIONI FORMATO POSTER.

Basta con proposte di riforma boomerang. Basta con questa cecità. Un paese che vuole vivere ha il dovere di sapere prima di tutto dove già eccelle.”

Anonimo ha detto...

🌟 ANTIPHONA BEATAE MARIAE VIRGINIS

Alma Redemptóris Mater, quæ pérvia cæli
Porta manes, et stella maris, succúrre cadénti,
Súrgere qui curat, pópulo: tu quæ genuísti,
Natúra miránte, tuum sanctum Genitórem,
Virgo prius ac postérius, Gabriélis ab ore
Sumens illud Ave, peccatórum miserére.

V. Post partum, Virgo, invioláta permansísti.
R. Dei Génetrix, intercéde pro nobis.

Orémus.
Deus, qui salútis ætérnæ, beátæ Maríæ virginitáte fecúnda, humáno géneri prǽmia præstitísti: tríbue, quǽsumus; ut ipsam pro nobis intercédere sentiámus, per quam merúimus auctórem vitæ suscípere, Dóminum nóstrum Jesum Christum Fílium tuum. Amen.

V. Divínum auxílium ☩ máneat semper nobíscum.
R. Amen.

Pater noster.
Ave Maria.
Credo.

🌟 ANTIFONA DELLA BEATA VERGINE MARIA

Madre augusta del Redentore, che rimani per noi come la porta aperta del cielo,
e come la stella del mare, aiuta quelli che cadono
e che si affaticano per rialzarsi: tu che hai generato,
tra lo stupore della natura, Colui che ti ha creato;
tu che, accogliendo quel saluto dalle labbra di Gabriele,
sei rimasta vergine prima e dopo, abbi pietà dei peccatori.

V. Dopo il parto, o Vergine, sei rimasta inviolata.
R. Madre di Dio, intercedi per noi.

Preghiamo.
O Dio, il quale con la feconda Verginità della beata Maria, hai procurato al genere umano la grazia della salute eterna: fa che sperimentiamo a favor nostro l'intercessione di colei, per cui abbiamo meritato di ricevere l'autore della vita, il Signor nostro Gesù Cristo, tuo Figlio. Amen.

V. Il divin aiuto ☩ sia sempre con noi.
R. Amen.

Padre nostro.
Ave Maria.
Credo.

https://youtu.be/ZgrCqYNzT7Y

Maria Sanctissima custodiat somnum nostrum hac nocte. Amen.