mercoledì 30 novembre 2022

Prima domenica d’Avvento: il nostro Redentore desidera trovarci pronti

A pochi giorni dalla Prima Domenica di Avvento su cui abbiamo meditato [qui] e giova riprendere, nella nostra traduzione da OnePeterFive, la bellissima meditazione di Padre John Zuhlsdorf del 25 novembre.

Prima domenica d’Avvento: il nostro Redentore desidera trovarci pronti
Padre John Zuhlsdorf

Nel 589 il diacono Aigulf tornò a casa a Tours con le reliquie che aveva reperito a Roma. Nella sua Historia Francorum San Gregorio di Tours racconta che Aigulf vide con i suoi occhi i disastri che avevano colpito Roma quell’anno. Il Tevere raggiunse una tale piena che interi edifici furono spazzati via, gli antichi templi furono distrutti e le scorte di cibo della Chiesa andarono perdute. Ci fu un’invasione di serpenti, alcuni delle dimensioni di tronchi, che furono gettati in mare. A novembre colpì una pestilenza chiamata “inguinaria” (dell’inguine), che uccise papa Pelagio I e moltissimi altri. Fu in questi giorni catastrofici che il popolo scelse un diacono romano, Gregorio, come nuovo vescovo.

Il diacono Gregorio proveniva da una famiglia senatoriale. Aveva fondato molti monasteri a Roma e dintorni. Aveva venduto la sua casa e tutti i suoi averi e li aveva dati ai poveri. Digiunava tanto che riusciva a malapena a stare in piedi. Gregorio pregò di non essere eletto ad alte cariche, ma alla fine prevalse la volontà degli elettori. Anche l’imperatore lo implorò di assumere l’incarico. In quel tempo, Gregorio ordinò al popolo di cantare salmi e implorare la misericordia di Dio per tre giorni. Come afferma la testimonianza oculare di Aigulf:
Ogni tre ore, cori di cantori venivano in chiesa intonando per le strade della città “Kyrie eleison”. Il nostro diacono che era lì disse che nello spazio di un’ora, mentre il popolo alzava grida di supplica al Signore, ottanta persone caddero a terra e morirono. Ma il vescovo non cessò di esortare il popolo a non smettere di pregare. Come abbiamo detto, fu da Gregorio, che all’epoca era ancora diacono, che il nostro diacono ricevette le reliquie dei santi.
Quando Gregorio si apprestò a fuggire in un nascondiglio fu catturato e portato con la forza nella chiesa del beato apostolo Pietro e lì fu consacrato alle funzioni di vescovo e fatto papa della città. Il nostro diacono non partì finché Gregorio non tornò dal porto per diventare vescovo, e vide con i suoi occhi la sua ordinazione. (Historia Francorum X.1)
Un anno dopo quei terribili eventi accaduti a Roma, il nuovo papa e futuro San Gregorio “il Grande” (†604) era l’unica figura importante in grado di affrontare le pestilenze in corso, una serie di terremoti disastrosi che fecero crollare intere città e un’invasione di “immigrati” poco legali e poco pacifici del nord. Alla fine di novembre del 590, all’inizio dell'Avvento, Gregorio predicò un sermone proprio sul brano evangelico che leggiamo ancora oggi nel Vetus Ordo per la prima domenica di Avvento. Sì, lo stesso passo di Luca 21, 25-33 — quello sui segni dei tempi e sulla seconda venuta di Cristo alla fine — è stato letto nelle chiese cattoliche già da prima dell’epoca di san Gregorio Magno. Anno dopo anno. Sia in tempi terribili che in tempi benigni.

Nel suo sermone di Avvento, Gregorio esordì in questo modo:
Dato che il nostro adorabile Redentore desidera trovarci pronti nell’ora della Sua venuta, Egli ci avverte dei terrori che accompagneranno gli ultimi giorni per svezzarci dall’amore di questo mondo; Egli predice la miseria che sarà il preludio di questo tempo inevitabile, in modo tale che, se trascuriamo — nella quiete di questa vita — di temere un Dio compassionevole, lo spettacolo spaventoso dell’approssimarsi dell’ultimo giudizio possa impressionarci con un salutare terrore.
Poco tempo prima Egli aveva detto: “Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo”. (Lc 21, 10-11).
Ora Egli aggiunge: Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia.
Di tutti questi eventi ne abbiamo visti molti già realizzati, e con timore e tremore attendiamo il prossimo compimento del resto.
Quanto alle nazioni che si alzeranno l’una contro l'altra e alle persecuzioni che si dovranno sopportare sulla terra, ciò che impariamo dalla storia del nostro tempo e ciò che abbiamo visto con i nostri occhi, ci fa un’impressione molto più profonda di quella che riceviamo nella Sacra Scrittura. Riguardo ai terremoti che trasformano innumerevoli città in deplorevoli cumuli di rovine, i loro resoconti non vi sono sconosciuti, e notizie di simili eventi ci giungono ancora da varie parti del mondo. Anche le epidemie continuano a causarci grandissimo dolore e ansia; e sebbene non abbiamo visto i segni nel sole e nella luna e nelle stelle, menzionati nella Sacra Scrittura, sappiamo almeno che sono apparse in cielo armi splendenti di fuoco, e anche sangue, presagio di quel sangue che doveva essere sparso in Italia dalle orde barbariche d'invasori. Quanto al terribile fragore del mare e delle onde, non l’abbiamo ancora sentito.
Tuttavia, non dubitiamo che anche questo accadrà; poiché, essendosi adempiuta la maggior parte delle profezie di nostro Signore, anche questo vedrà il suo adempimento, essendo il passato una garanzia per il futuro.
Così san Gregorio Magno predicò al suo gregge nei tempi difficili che esso patì. Sottolineò che ci si deve preparare bene alla seconda venuta del Signore, specialmente staccandosi dalle cose di questo mondo. Con l’Avvento iniziamo un nuovo anno liturgico. Dato che molti secoli fa l’Avvento era più lungo di due settimane, i temi della Fine dei Tempi sottolineati alla fine dell’anno precedente sono stati portati nel nuovo. L’Avvento consiste tanto nella preparazione alla Parusia (parola greca che corrisponde al latino adventus), ossia la seconda venuta di Cristo, quanto in un periodo penitenziale che ci prepara a celebrare la Sua prima venuta al mondo a Natale.

Da secoli, insieme alla descrizione che Cristo fa del Suo ritorno e dei segni che lo precederanno, la Santa Madre Chiesa ci offre anche una lettura della Lettera di Paolo ai Romani su come prepararci all’incontro con il Signore, nel momento della morte o quando Egli verrà nella gloria.

Paolo esorta i Romani — in 13, 11-14 — a “svegliarsi!” in termini che sempre più ironicamente — o forse profeticamente — contraddicono l’ideologia “woke”, la contemporanea distorsione del paolino “wake” [‘svegliarsi’, in inglese, N.d.T.]. Per Paolo “il giorno” (cioè la Parusia) “verrà presto” (greco eggizo). In molte delle sue lettere Paolo utilizza la metafora del gettare (apotithēmi) ciò che è vecchio e “delle tenebre” e indossare (endyō) il nuovo, ciò che è “della luce”, il tutto esprimendosi come se parlasse di un’armatura. Scrivendo ai romani, Paolo contrappone l’essere nella luce (nel carattere cristiano) con le “opere delle tenebre” (nello stato “woke” pagano).

Quali sono le opere che dobbiamo evitare per evitare la dannazione? La traduzione di Douay-Reims riporta: “baldoria e ubriachezza, non in dissolutezza e sfrenatezza, non in conflitto e gelosia”. Mi piace il vecchio lessico della versione KJV [King James Version (Bibbia di Re Giacomo). Commissionata dal re scozzese Giacomo I e pubblicata nel 1611, rappresenta la versione ufficiale della Chiesa anglicana, N.d.T.]:
  • ingl. rioting (KJV) — gr. komos: feste notturne in cui ci si ubriaca che potrebbero riversarsi in strada (Gal 5, 21 e 1 Pt 4, 3)
  • ingl. chambering (KJV) — koite: peccati che si commettono a letto, come l’adulterio
  • ingl. wantonness (KJV) [lett. ‘sfrenatezza’, N.d.T.] — aselgeia: licenziosità, sporcizia, perversioni
  • ingl. strife (KJV) — eris: contesa, litigio
  • ingl. envying (KJV) [lett. ‘invidia’, N.d.T.] — zelos: in senso positivo “zelo” ma in senso negativo “gelosia” o “malizia”
Queste sono le opere delle tenebre. In Galati 5, 19 sono definite “opere della carne”, cioè: “fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere”.

Paolo afferma: “Chi compie tali cose non erediterà il regno di Dio” (v. 21).
Siamo diretti: fate queste cose, sapendo che sono sbagliate (e la gente lo fa), continuate a farle impenitentemente e andrete all’inferno.

Continuando con l’immaginario dello spogliarsi/rivestirsi, in Rom 13, 14 San Paolo esorta a “rivestirsi di Cristo”.

L’armatura non è un oggetto neutrale. È militare. Serve per la difesa e per l’attacco. La nostra guerra è contro la nostra natura caduta e contro gli angeli caduti in un mondo caduto. In Ef 6, 10-18 San Paolo ci dice: “rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo”. Ispirato dal profeta Isaia, Paolo scompone i sei pezzi di armatura dello stile legionario romano e svela il loro simbolismo:
State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità (Is 11, 5), rivestiti con la corazza della giustizia (Is 59, 17), e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace (Is 52, 7). Tenete sempre in mano lo scudo della fede (Is 21, 5), con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza (Is 59, 17) e la spada dello Spirito, cioè la Parola di Dio.
Ne potremmo aggiungere un settimo? Paolo conclude nel verso 18:
Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi.
Quale arma di preghiera devozionale più grande del Santo Rosario abbiamo nel nostro arsenale spirituale? Nel 1883 papa Leone XIII scrisse in Salutaris ille spiritus precum:
“Il Rosario è stato istituito principalmente per implorare la protezione della Madre di Dio contro i nemici della Chiesa cattolica”.
Potremmo vedere nel Rosario il mantello che ci protegge dalle correnti del giorno, dai venti della moda e della mondanità, che ci aiuta a rimanere vigili nella nostra veglia piuttosto che diventare “woke” in un sonno erroneo.

L’immaginario paolino dello spogliarsi delle opere delle tenebre, del “vecchio” (Adamo) e di rivestire la luce e l’armatura di Dio e dell’“uomo nuovo” (Cristo) scorre profondamente nelle nostre vene devozionali e liturgiche, o almeno lo fa dove prospera il Vetus Ordo. L’immagine informa anche i gesti di preparazione alla Santa Messa. Così come il sacerdote ha preghiere individuali per i paramenti della Messa (il suo amitto è un elmo per proteggerlo dagli attacchi diabolici — come pensieri, tentazioni, suggestioni e immagini malvagie — durante la Messa), anche i ministranti hanno una preghiera che cita Ef 4, 24 per indossare la cotta, la veste bianca più corta:
Índue me, Dómine, novum hóminem, qui secúndum Deum creátus est in iustítia et sanctitáte veritátis. Amen
Investimi, o Signore, come un uomo nuovo, che è stato creato da Dio nella giustizia e nella santità della verità. Amen.
Douay e la KJV hanno “uomo nuovo”, mentre la RSV [Revised Standard Version, N.d.T.] ha “nuova natura”. Il greco dice “kainòv ánthropon” e la Vulgata, ovviamente, “novum hominem”. Il camice e la cotta ricordano le nostre bianche vesti battesimali indossate dopo che ci siamo spogliati dell’“uomo vecchio” (Adamo caduto) e ci siamo rivestiti di Cristo (una nuova persona nella grazia santificante, nella salvezza).

Esorto tutti i vescovi a pensare alle ricchezze che hanno perso nel non recitare le magnifiche preghiere di vestizione per la loro celebrazione della Messa. Quando si tolgono la cappa magna, il mantello meravigliosamente lungo portato da un ministrante, o il piviale, il vescovo dice, riferendosi a Ef 4, 24:
Exue me, Domine, veterem hominem cum moribus et actibus suis: et indue me novum hominem, qui secundum Deum creatus est in justitia, et sanctitate veritatis.
Togli da me, o Signore, l’uomo vecchio con le sue maniere e le sue opere: e rivesti di me l’uomo nuovo, che è creato secondo Dio nella giustizia e nella santità della verità.
L'ultima parte è come la preghiera della cotta del chierichetto.

Tanto per cominciare, molti vescovi e sacerdoti sono stati chierichetti. Almeno così era una volta. Queste preghiere si radicano nel cuore e nel midollo di un giovane. Ricordo di essere stato istruito a Roma nel chiostro dei Benedettini della Basilica di Santa Cecilia — nel giorno della cui festività scrivo questo articolo — su come pregare le preghiere di vestizione, iniziando dal lavarmi le mani prima ancora di toccare la perfetta e frusciante cotta di lino bianco che dovevo indossare per servire la Messa mattutina del rettore per le suore. Le ripetevo così come le diceva il monsignore, imparavo a memoria le preghiere per mettermi la tonaca, lavarmi le mani, indossare la cotta.

Forse nel corso degli anni molti chierici hanno cominciato a pensare che tutto ciò fosse troppo pedante, ripetitivo, privo di significato e così si sono spogliati delle loro “abitudini” e, con esse, hanno perso qualcosa di prezioso nella loro identità. Anche l’armatura diventa pesante. Può irritare, schiacciare. Toglierla ci espone alle ferite, così come l’abbandono della virtù, che è un’abitudine che rende più facile fare ciò che è giusto quando i momenti difficili ci si riversano addosso, quando arrivano le prove, le piaghe e i terremoti della vita. Si mettono da parte le tradizioni, il nostro bel patrimonio, e si mette da parte qualcosa della nostra identità.

La celebre frase latina afferma che repetita iuvant… le cose ripetute aiutano. Anno dopo anno abbiamo il nostro calendario liturgico e le letture ripetute che trasmettono misteri che trasformano e istruzioni che salvano. Questi misteri e istruzioni non cambiano: siamo noi che cambiamo col passare degli anni. Ogni anno essi ci toccano in modi sia vecchi — così da poter penetrare a fondo dentro di noi — sia nuovi — in modo da attrarci nelle loro profondità. Le preghiere e le devozioni quotidiane di ringraziamento prima di alzarci, di dormire e di mangiare, il Rosario, l’Angelus e la vestizione per la Messa e tutti i gioielli delle meditazioni così amorevolmente elaborati, levigati e tramandati ci caratterizzano con una “cosa” particolarmente cattolica, con una Romanitas cristiana, ognuno con i suoi diversi toni e le sue sfumature culturali.

All’inizio di questo Avvento, pensate a come utilizzare con più ardore e ricchezza di frutti il dono di questo nuovo anno liturgico di grazia. 
 [Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]

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