sabato 6 luglio 2019

Tolleranza, approvazione, incitamento - don Elia

Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio (Mt 5, 8).

La mentalità moderna, forgiata dall’ideologia della Rivoluzione Francese, impone a priori di essere tolleranti su qualsiasi cosa, a prescindere da qualunque criterio morale. Un principio del genere, di conseguenza, si dimostra privo di ogni riferimento che non sia l’arbitrio individuale e si rivela pertanto un pernicioso germe di anarchia totale. Del resto non poteva accadere diversamente, dato che tale concetto di tolleranza è corollario dell’idea di una libertà non regolata dal vero né orientata al bene, di una fraternità che pretende di affermarsi uccidendo il padre comune e di un’eguaglianza appiattente in quanto priva del necessario fondamento ontologico, l’uguale dignità di natura che appartiene a tutti gli uomini, ma che non esclude differenze nelle doti fisiche o intellettuali, negli stati di vita o nelle competenze culturali, nelle cariche ricoperte o nei meriti personali, nei diversi gradi del carattere sacramentale o nelle speciali grazie conferite ad alcuni. Le menti plagiate da questa visione artificiale finiscono col vedere la realtà attraverso una lente deformante e con l’imporre violentemente agli altri, in nome del “progresso”, i propri volubili capricci.

Una tolleranza così intesa, una volta assunta dall’autorità come regola dell’agire, viene facilmente scambiata per un’approvazione dei comportamenti illeciti. Nella disposizione psicologica dell’uomo comune, il cui intelletto è offuscato tanto dal peccato originale quanto dagli errori cui ha acconsentito, l’omissione del giusto intervento e della correlativa pena da parte di chi ne ha il dovere, che sia a livello civile o religioso, è interpretata come un’autorizzazione a commettere reati e peccati. Se poi chi dovrebbe vigilare sui comportamenti altrui onde impedire il male, in nome di un falso concetto di libertà, dà ad intendere di non volerlo fare, il delinquente o il peccatore si sente ulteriormente incitato ad attuare i suoi propositi disordinati e a perseverare nella sua cattiva condotta (specie se si tratta di un immigrato al quale – non si sa in base a quale privilegio – tutto sarebbe consentito). Ciò non accade più soltanto con bambini e adolescenti, ma pure con moltissimi adulti che non sono maturati a livello morale oppure, nell’ebbrezza di una vita senza freni, sono regrediti a quel livello di sviluppo, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.

Un accenno particolare, in questi tempi di calura estiva, merita l’abbigliamento, soprattutto quello femminile. Nell’elenco dei frutti dello Spirito Santo fornitoci da san Paolo nella Lettera ai Galati, secondo la Vulgata, c’è posto anche per la modestia (cf. Gal 5, 23 Vulg.). Il termine latino designa quella virtù, collegata alla temperanza, che suggerisce la giusta misura in ogni cosa; nella tradizione cattolica, essa è stata applicata in particolar modo all’esposizione del proprio corpo agli sguardi altrui. L’abito è un linguaggio che tacitamente veicola un messaggio; come il turpiloquio corrompe a poco a poco l’animo, i costumi e le relazioni, così l’abbigliamento immodesto fomenta la lussuria tanto in chi lo indossa quanto in chi lo vede. Anticamente, per rispetto dell’autorità suprema, ci si copriva persino le mani, come mostrano i mosaici paleocristiani. Anche se tale uso è superato, vige pur sempre l’obbligo di vestire in modo decente, in modo da non svilire il proprio corpo e da non ferire il pudore del prossimo. Il rispetto è un valore universale; per un credente, oltretutto, è il primo gradino della carità, senza salire il quale è impossibile ascendere ulteriormente. Ma oggi, a quanto pare, né il rispetto né la carità godono di stima effettiva, se non a parole.

Chi va in chiesa, a maggior ragione, deve scrupolosamente interrogarsi sul modo in cui si presenta, non solo per riguardo ai sacerdoti e agli altri fedeli, ma soprattutto per l’onore di Dio. In passato le rappresentanti del gentil sesso erano tenute a coprirsi il capo, visto che la chioma può diventare un fattore di vanità e di seduzione. Oggi, al contrario, ragazze e ragazzine ignare del pudore, oltre che sulla pubblica via, scorrazzano beatamente anche nelle parrocchie svestite come donne di strada. In realtà, i genitori hanno l’obbligo morale di non farle uscire di casa in simili tenute e i sacerdoti quello di non farle entrare nel recinto sacro, ma accade di trovarne finanche sull’altare per le letture o per il servizio liturgico… Tolti gli sciagurati ministri che perseguono scientemente questo tipo di obiettivi in vista di una pretesa promozione della donna nella Chiesa, anche quelli più moderati si limitano a stringere le spalle con un’espressione rassegnata: «Che possiamo farci?… Se diciamo qualcosa, se ne vanno e non tornano più».

La domanda, semmai, dovrebbe essere: «Che ci vengono a fare, visto che qui non ricevono alcuna educazione e che, al contrario, si sentono confermate e incitate a continuare così?». Se qualcuno, vivendo sulla Luna, volesse ancora accampare la scusante che sono fanciulle innocenti, dovrebbe informarsi un pochino sulle abitudini di adolescenti e preadolescenti, spesso all’avanguardia sia nella fruizione che nella produzione in proprio di pornografia. Cosa non si riesce a fare con un cellulare, al giorno d’oggi! Si rimane annichiliti ad ascoltare certi racconti: la realtà supera l’immaginazione. In un contesto del genere, l’enorme dispiegamento di forze richiesto dall’organizzazione di centri e campi estivi non porta assolutamente alcun frutto, se non in peggio, specie se i ragazzi vengon regolarmente portati in parchi acquatici dove il caldo e l’eccitazione generale non possono non avere precisi effetti psicofisici. L’estate – soleva ripetere don Bosco – è la vendemmia del diavolo; ma non siamo più nell’Ottocento, che diamine! Adesso gli dan man forte pure i preti.

Educare alla purezza e alla modestia è diventato un nuovo tabù, dopo che il Sessantotto ha spazzato via quelli naturali, posti dalla sapienza divina a protezione della dignità umana, specie in ciò che concerne la trasmissione della vita. Quel poco di “religioso” che ancora persiste nelle iniziative parrocchiali, peraltro, è proposto in modo talmente ridicolo e grottesco da diventare per i giovani ulteriore motivo di irrisione della nostra santa fede. Balletti e canzonette, specie se eseguiti da preti, frati e suore, rappresentano per gli adolescenti una gustosissima occasione di esilaranti quanto salaci battute e irriverenze, se non di vere e proprie bestemmie. In questo caso, l’incitamento al peccato è molto più esplicito e diretto, come se non bastasse il resto. Quale risultato di una missione, non c’è male davvero: la gioventù corrotta si sente rassicurata, incoraggiata com’è a perseverare sulla strada intrapresa… quella dell’Inferno. Povere anime! Chi le strapperà alle fauci del demonio? Che cosa mai combineranno, un domani, quando saranno a loro volta genitori?

Ma il clero moderno, che non disdegna di lanciarsi in ignominiose esibizioni da balera, non crede né al diavolo né alla dannazione eterna; non ha idea di cosa sia lo stato di grazia o il peccato mortale e ha abiurato perfino la Presenza reale… La perdita della fede non può condurre se non a esiti del genere, che sono poi il terreno di coltura di una mentalità omosessuale e di una prassi libertina da viveur consumato. Anche in questo caso, la tolleranza dei vescovi finisce coll’essere percepita come un’approvazione e si trasforma in incitamento. Come stupirsi, poi, di tanti scandali? Il prete che esercita il mestiere di animatore da villaggio turistico o, al massimo, di assistente sociale o di “professionista del sacro”, quando stacca dal lavoro si cambia d’abito (se ancora porta quello clericale) e si dedica ai suoi interessi personali… quali, è meglio non approfondirlo. Nessuno, d’altronde, lo ha educato alle virtù sacerdotali, anche perché, di solito, non ha la più pallida nozione del sacerdozio stesso, cioè dello stato e del potere sacri di cui è stato investito con l’ordinazione. Difficile pensare che tale risultato non sia stato deliberatamente ottenuto per mezzo di rettori e professori di seminario.

È sintomatico che il documento di lavoro del sinodo amazzonico previsto per ottobre non utilizzi, riguardo all’assunzione del ministero, il termine ordinare, bensì la parola nominare. La sostituzione lessicale non è casuale, ma denuncia un chiaro slittamento semantico: il prete non farebbe altro che esercitare una funzione di presidenza che non richiederebbe la continenza né comporterebbe un carattere indelebile. Questi sono i frutti di quella sedicente “teologia” tedesca che negli ultimi decenni, per mezzo degli studi e con l’incentivo di fiumi di denaro elargito in “aiuti”, ha ideologicamente colonizzato le diocesi latinoamericane. Invece in seminario qui da noi, quasi trent’anni fa, mi sentii spiegare da un formatore, oggi vescovo, che il celibato sarebbe un carisma collegato alla vocazione sacerdotale: per verificare la seconda, bisognerebbe quindi accertare che uno fosse dotato del primo; come, non ci fu dato sapere.

Già allora i semi della confusione, senza che alcuno trovasse nulla da eccepire, venivano gettati a piene mani. Anzitutto il celibato è uno stato di vita e, in duemila anni, non è mai stato considerato un carisma; in secondo luogo, la dinamica del discernimento vocazionale è esattamente inversa: una volta riconosciuti gli abituali segni della chiamata divina, la disponibilità del candidato a rinunciare al matrimonio, vocazione naturale universale, è garanzia della sua sincera volontà di accoglierla, dato che la continenza perfetta è stata richiesta ai ministri di Dio (anche coniugati) fin dai tempi apostolici e c’è quindi un alto grado di probabilità che non sia una mera legge ecclesiastica, ma una norma di diritto divino. Si tratta comunque di un’esigenza posta ai Suoi ministri dal Signore stesso, o direttamente o tramite la Chiesa: l’esercizio del sacerdozio comporta di per sé la rinuncia all’uso del matrimonio, tanto è vero che anche nella disciplina orientale (che, in deroga a quella originaria, impone ai preti secolari di sposarsi da giovani) nei giorni in cui celebra la divina liturgia il sacerdote deve astenersi dai rapporti coniugali.

Se però un seminarista disprezza il matrimonio, non avvertendo alcuna attrazione per la donna e per la procreazione, dev’essere fermato: una vocazione autentica non nasce da queste false premesse con la copertura del celibato. Ciò non significa certo, all’opposto, che debba necessariamente fare o aver fatto esperienze sessuali, come si pretendeva negli anni Settanta, quando si son formati molti dei vescovi attuali: la continenza al di fuori del matrimonio è un obbligo morale per ogni battezzato, anzi – dato che è di legge naturale – per ogni essere umano. Anche gli sposati devono coltivare la castità propria del loro stato, in modo tale che la loro unione non sia una copertura della libidine, ma un’espressione di amore sempre aperta alla vita.

Le esigenze della carità e le rispettive responsabilità che si sono assunti impongono a genitori e sacerdoti l’ineludibile impegno di educare i bambini, fin dalla più tenera età, alla modestia e alla continenza. Quella della tolleranza è una scusa talmente logora da non essere più tollerabile, dato che ha aperto la strada alla distruzione della famiglia e al crollo della natalità, effetti della degradazione dell’uomo e della donna causata dalle mode immodeste e dalle abitudini lascive, promosse dalla massoneria e da quei magnati ebrei che finanziano cinema, musica e televisione. Se non vogliamo scomparire, dunque, ritorniamo sulla buona strada: basta con la tolleranza come comoda scusa per non fare il proprio dovere; curiamo la disciplina nell’educazione, il rispetto del pudore, la giusta stima sia della castità che del matrimonio.

In questi tempi sciagurati una lussuria ostentata terrà le persone nel peccato e conquisterà innumerevoli anime, che si perderanno. Non si troverà quasi più l’innocenza nei bambini né la modestia nelle donne. Nel supremo momento del bisogno della Chiesa, coloro che dovrebbero parlare resteranno in silenzio (la Madonna del Buon Successo a suor Mariana di Gesù, 21 gennaio 1610).
Vedi: Un sinodo eretico e apostata

11 commenti:

irina ha detto...

La sessualità è stata innalzata ad idolo tuttofare. Nessuno si chiede da dove nascano tante violenze in questo ambito, quanti delitti passionali, come si diceva quando ero giovane, vengano consumati quasi giornalmente. Il sesso altrui mediamente viene usato come auto-masturbazione, detta amore. E qui si forma l'inganno, perché anche la persona corrotta sa che l'amore è altro. Ma si mente tutti insieme, sapendo di mentire e sperando che qualcosa di vero esista nella fornicazione, di vero c'è solo la masturbazione reciproca e l'orgasmo, ed entrambi non son garanzia che di essi stessi. Nei fatti però in questi interludi erotici uno si abbandona a parole finte come finta è la fornicazione volta al proprio godimento, cioè si esagera con le parole, si mente. Ed io credo che sia questa menzogna da talamo, questa ipocrisia massima, che poi scatena la violenza, allorquando l'essere umano-idolo si mostra diverso da quello costruito con parole e gesti tra le lenzuola. Cominciamo quindi a rivestirci e a coltivare pensieri parole ed opere veri, onesti, sinceri. Così da rimettere la sessualità al suo posto. E nostro Signore aiuta anche in questo riordino dell'egoismo carnale, se si mostra la volontà di voler uscire dal proprio degrado. Intendendo con degrado ogni abuso di noi stessi e degli altri. Cioè ogni nostro vizio.

Anonimo ha detto...

«C’è un plagio operato dalla mentalità dominante; un plagio che innesta la sua menzogna sull’ineducazione, e quest’ultima tanto più si dilata quanto più retrocede l’influsso della Chiesa. Ciò coincide con l’assenza di ragioni, con l’oscurarsi della coscienza, con la sua restrizione. Su questa restrizione poi la società sviluppa il suo potere … L’interesse del potere è duplice: prima di tutto, distruggendo questa primordiale unità-compagnia dell’uomo che è la famiglia, il potere riesce ad avere davanti a sé un uomo isolato: l’uomo solo è senza forza, è privo del senso del destino, privo del senso della sua ultima responsabilità: e si piega facilmente al dettato delle convenienze … Così l’uomo resta un pezzo di materia, un cittadino anonimo. La famiglia è attaccata per far sì che l’uomo sia più solo, e non abbia tradizioni in modo che non veicoli responsabilmente qualcosa che possa esser scomodo per il potere o che non nasca dal potere. La seconda ragione, più profonda, è questa: che distruggendo la famiglia si attacca l’ultimo e più forte baluardo che resiste naturalmente alla concezione culturale che il potere introduce, di cui il potere è funzione: vale a dire, intendere la realtà atomisticamente, materialisticamente, una realtà in cui il bene sia l’istinto o il piacere, o meglio ancora il calcolo»

Anonimo ha detto...

Ho sentito in questo 2019 l'omelia di un cappellano militare: Gesù ricevette il battesimo verso i 18-20 anni (?) mentre come tutti i giovani si divertiva…..un'altra " Gesù andò alle nozze di Cana che duravano al tempo 7 giorni, 7 giorni di festa in cui si ballava e mangiava, Gesù senz'altro quindi ballò anche lui in quei giorni come gli altri ….."
A tanto siam giunti, e comunque il vescovo ha impedito queste messe, non lecite probabilmente per l'abbinamento del rosario, malgrado il livello culturale dell'omelia fosse questo...Amazzonia quanto Cristo deve imparare da te? Bestemmia.

Silente ha detto...

Tra l'altro, non è neppure vero che il mondo moderno sia veramente ispirato alla tolleranza. Afferma di esserlo, ma non lo è. Il liberalismo (per non parlare del social-comunismo), da Voltaire a Popper (quest'ultimo incitava chiaramente all'intolleranza verso coloro che considerava intolleranti, tra cui tutti quelli che "credono in una verità assoluta" - e pensava ai cristiani), non è affatto tollerante con tutti, ma solo con coloro che reputa all'interno della sua ideologia. Sono emblematiche, in tutto l'occidente, le censure e le condanne sempre più feroci in nome dell'antirazzismo, dell'antifascismo, del femminismo, per "lottare" contro l'omofobia, l'islamofobia e via delirando.
Andate a parlare di "tolleranza" ai professori di Cambridge, ai quali sarà assegnato obbligatoriamente un tutor di colore che li indottrini sulla "correttezza politica" e vigili severamente sull'ortodossia antirazzista del loro pensiero e del loro linguaggio (Non ci credete? ecco l'autorevolissima fonte: https://www.telegraph.co.uk/news/2019/07/02/cambridge-university-run-reverse-mentoring-scheme-staff-combat/).
Silente

Japhet ha detto...

https://www.maurizioblondet.it/translatio-petri-ad-orientem/
Nel giorno in Vladimir Vladimirovic Putin visita Roma – Il Papa, Bergoglio, senza preavviso, ha regalato alcune reliquie di San Pietro all’arcivescovo Giobbe di Telmesso, capo della delegazione del patriarcato ortodosso di Costantinopoli. Sono reliquie che Paolo VI aveva voluto tenere nella sua cappella privata.

La decisione ha stupefatto tutti, anche perché, El Papa ha consegnato brevi manu e sbrigativamente la cassetta di bronzo con nove frammenti ossei del primo pontefice come un suo regalo privato – di solito il dono di reliquie segue un rituale solenne – ma soprattutto, come ha ben detto l’arcivescovo di Telmesso, “Le reliquie del santo apostolo Pietro furono sempre tenute a Roma. La Chiesa ortodossa non li ha mai richiesti perché non appartenevano mai alla Chiesa di Costantinopoli”, ha aggiunto l’arcivescovo”. Infatti è così. Accade che gli ortodossi rivogliano le reliquie che i Crociati rubarono in Costantiopoli, ma non hanno mai preteso di “avere” Petrus.


Catholicus ha detto...

Se Lucifero deve intronizzarso sul soglio perfino non vorrà certo avere sotto il sedere quelle reliquie, dato il loro potere esorcistico. Quindi il "suo vicario" le ha dovute rimuovere e spedirle lontano.

Catholicus ha detto...

Mannaggia, avevo scritto "deve intronizzarsi sul soglio perfino": mi sa che tornerò al cellulare a tasti. Questi smartphone sono sabotatori del pensiero.

tralcio ha detto...

Caro don Elia,
da qualche secolo l'umanità ha riposto la propria speranza nell'uomo e nel progresso che l'uomo può darsi con la propria ragione e la propria libertà. Malgrado le speranze abbiano lasciato il posto a più di una disillusione, i paladini di questo modo di pensare si sono riproposti in molti modi, mantenendo la stessa influenza che li aveva fatti preferire alle generazioni alle quali avevano inferto il danno delle proprie genialate.
Hanno l'orgoglio di essere "migliori", l'orgoglio di essere ragionevoli, l'orgoglio di essere concreti e pragmatici, di dare la libertà, di appoggiarsi alla scienza... E con questo orgoglio hanno proceduto nella storia, tra rivoluzioni, dittature, corruzione e sovvertimento della realtà, utilizzando l'idea per modificare la natura e il soggetto per negare la cosa.

Non devo certo dire a te, che me l'hai spiegato bene, quanto sia ingannevole e pieno di trappole questo percorso tutto teso a materializzare e a trasformare l'uomo in un contenitore di desideri e bisogni psichici e corporei, senza alcuna spiritualità che possa stare al di là di un'idealità capace di farsi ideologia e perciò negare a forza la realtà.
Voglio solo sottolineare che l'aver sperato nell'uomo (l'uomo iniquo, rimosso il katechon) è l'effetto della rimozione (anche tra troppi uomini di Chiesa propensi a dialogare acriticamente con questi paradigmi del pensiero) della speranza cristiana.
L'uomo, fino al tempo medioevale, era conscio di essere decaduto dall'Eden perduto e fidente nella redenzione operata da Nostro Signore. Questa cultura e questa fede aveva saputo sperare cristianamente contribuendo al vero progresso dell'umanità, sopravvissuta alla barbarie e rinata dai monasteri (celeberrimo discorso di Benedetto XVI ai Bernandins) e differente da ogni altra modalità religiosa incapace di amare il nemico (Benedetto XVI a Ratisbona). Con la modernità spera nella tecnica e nella politica nella quale riversa le certezze della ragione e della libertà, come assoluti, facendone "rivoluzione". Solo che questo sovvertire la natura modificando la prassi non è aperto a una sola soluzione e si palesano contraddizioni tragiche, nelle quali l'uomo è sempre ridotto a molto meno di come l'ha pensato Dio e i paradisi promessi si trasformano in altrettanti gironi infernali, ai quali gli stessi illuminati cercano di ovviare con ulteriori rivoluzioni e così via...
Oggi siamo arrivati al punto che molta parte della Chiesa si è assuefatta questo modo di sperare e si è adeguata al soggettivismo e alla tecnica (la sinodalità, i riunionifici, le assemblee pilotate) per modificare la prassi sperando comunque nell'uomo. Oggi siamo al punto che c'è un rifiuto del cristianesimo come "buono" (perchè ad essere buono è Dio come l'ha rivelato Gesù), credendo "buono" l'uomo qualunque "dio" preghi e creda, basta che lo metta insieme agli altri, federandosi in una "bontà universale autoprodotta".
Tutto questo non lo penso da me, perchè lo scrisse in un'enciclica Benedetto XVI, che già ipotizzava una speranza malriposta, dell'uomo, anche religioso, messosi al posto di Dio.

tralcio ha detto...

aggiungo (chiedo scusa per la lunghezza)

L'approdo finale di questa deriva in cui sulla costa sono stati spenti i fari è l'impatto con la scogliera... La speranza non è protesa al cielo, ma alla terra, come se toccare terra in queste condizioni fosse un paradiso terrestre e non un rovinoso naufragio. La speranza non si nutre di vita eterna, ma di "attese immediate" spacciate però per pazienza, quando invece si rinchiudono nel secolo, nella storia, avviando processi, con il tempo superiore allo spazio e altri simili concetti del divenire in mano al relativismo.

Ecco, in queste condizioni il progresso finirebbe per configurarsi necessariamente in un bene, ma potrebbe negare il cristianesimo. Negano Cristo affermerebbe l'anticristo e precipitare l'uomo poco avveduto in una fine perversa dei processi avviati. E' la verità dell'aldiqua, fattasi storia, secolo, psiche e materia corrompendo scienza, politica, prassi e costume.

I soliti noti sono i servi sciocchi del principe di questo mondo, perciò sono una minaccia per l'uomo. Divorzio, aborto, eutanasia, droga libera, perdita dell'identità, centratura su di sé, orgoglio nel vizio... Seminano e raccolgono da tempo. Chi avrebbe dovuto riconoscerli e cercare di aiutarli nella grazia della conversione, pare li abbia stimati fino a farsene convincere. Il Signore ci aiuti a riprenderci dallo svarione.

Elia ha detto...

Carissimo Tralcio, posso soltanto concordare con te. La permanente rivoluzione antropocentrica ha capovolto la traiettoria dell'umanità, che ora ha lo sguardo fisso a terra e si dibatte senza speranza in patologie indotte, dalle quali non si può guarire se non con un ritorno a Cristo, verità assoluta ed eterna.

Anonimo ha detto...

@Tralcio

L'approdo finale di questa deriva in cui sulla costa sono stati spenti i fari è l'impatto con la scogliera...
Non solo: urleranno alla scogliera di spostarsi...