giovedì 25 luglio 2019

Discorso di Pio XII in occasione del Congresso Internazionale di “liturgia pastorale” del 1956

Dissotterriamo i tesori della nostra tradizione
Pubblichiamo di seguito il discorso di Pio XII in occasione del Congresso Internazionale di “liturgia pastorale” del 1956, nel quale il Santo Padre, oltre a dare una magistrale interpretazione alla disciplina della Sacra Liturgia con ampi riferimenti alle principali fonti antiche e recenti, compresa la Mediator Dei, usa parole durissime contro le distorsioni dei teologi del tempo (poi confluite nei documenti conciliari che ne hanno permesso la nefasta attuazione di cui stiamo soffrendo le conseguenze), affrontando i punti più importanti dibattuti in materia liturgico-dogmatica. Un discorso che acquista una duplice rilevanza, sia come lectio impareggiabile proprio in ragione del nostro impegno per il ripareggiamento della Verità, che per il fatto che purtroppo risulta non abbastanza noto, visto che sul sito del Vaticano c'è solo il testo originale in francese [qui]; e dunque il testo che segue lo mettiamo a disposizione grazie al solerte impegno del nostro traduttore.

DISCORSO DI PAPA PIO XII
AI PARTECIPANTI AL CONGRESSO INTERNAZIONALE
DI LITURGIA PASTORALE*
Sala delle Benedizioni – Sabato 22 settembre 1956

Ci avete chiesto di rivolgervi la parola per la chiusura del Congresso Internazionale di Liturgia Pastorale che si è appena svolto ad Assisi. Accogliamo la vostra richiesta di tutto cuore e vi diamo il Nostro benvenuto.

Se si paragona la situazione attuale del movimento liturgico con quella che vigeva trent’anni fa, si può constatare un progresso innegabile, tanto nella sua estensione quanto nella sua profondità. L’interesse nei confronti della liturgia, le attività pratiche e la partecipazione attiva dei fedeli hanno assunto uno sviluppo che all’inizio era impossibile prevedere. L’impulso principale – tanto in materia dottrinale come nelle applicazioni pratiche – proviene dalla Gerarchia e, in particolare, dal Nostro santo Predecessore Pio X, il quale, con il suo Motu Proprio “Abhinc duos annos” del 23 ottobre 1913 (Acta Ap. Sedis, a. 5, 1913, pag. 449-451) ha infuso al movimento liturgico uno slancio decisivo. Il popolo dei credenti ha accolto queste direttive con riconoscenza e si è dimostrato pronto a rispondervi; i liturgisti si sono messi al lavoro con zelo, e subito sono nate iniziative interessanti e feconde, anche se a volte alcune deviazioni hanno richiesto correzioni da parte dell’Autorità ecclesiastica. Basti ricordare tre tra i numerosi documenti pubblicati recentemente su questo tema: l’Enciclica “Mediator Dei”, “De sacra liturgia” del 20 novembre 1947 (Acta Ap. Sedis, a. 39, 1947, pag. 522-595); la nuova disposizione della Settimana Santa, pubblicata il 16 novembre 1955 (Acta Ap. Sedis, a. 47, M55, pag. 838-847), che ha aiutato a comprendere meglio e a partecipare di più all’amore, alle sofferenze e alla glorificazione di Nostro Signore; e infine l’Enciclica “De musica sacra” del 25 dicembre 1955 (Acta Ap. Sedis, a. 48, 1956, pag. 5-25). Così, il movimento liturgico è apparso un segno delle disposizioni provvidenziali di Dio per il tempo presente, un passaggio dello Spirito Santo all’interno della Sua Chiesa per avvicinare di più gli uomini ai misteri della fede e alle ricchezze della grazia, che emanano dalla partecipazione attiva dei fedeli alla vita liturgica.

Il Congresso che si sta concludendo aveva appunto l’obiettivo di mostrare l’inestimabile valore della liturgia per la santificazione delle anime e quindi per l’azione pastorale della Chiesa. Voi avete studiato come questo aspetto della liturgia si è manifestato nel corso della storia e come continua attualmente a operare; avete esaminato anche come è fondato sulla natura delle cose, vale a dire come emana dagli elementi costitutivi della liturgia. Il vostro Congresso ha implicato quindi uno studio dello sviluppo storico, riflessioni sulla situazione attuale e un esame degli obiettivi da raggiungere in futuro e dei mezzi necessari per arrivarvi. Dopo aver preso attentamente in considerazione il vostro programma di lavoro, formuliamo i Nostri auspici affinché questo nuovo seme, unito a quello del passato, produca ricche messi in beneficio degli individui e di tutta la Chiesa.

In questa Allocuzione, invece di presentarvi norme più dettagliate – sulle quali la Santa Sede si è già pronunciata in modo esaustivo – abbiamo giudicato più utile affrontare punti importanti che sono attualmente dibattuti in materia liturgico-dogmatica e che abbiamo più a cuore. Raggrupperemo queste considerazioni sotto due titoli, che serviranno come mere indicazioni piuttosto che esprimere le tesi stesse dei Nostri sviluppi: La Liturgia e la Chiesa; La Liturgia e il Signore.

I. - LA LITURGIA E LA CHIESA

Come vi abbiamo detto nell’Enciclica “Mediator Dei”, la liturgia costituisce una funzione vitale di tutta la Chiesa, e non solo di un gruppo o di un movimento determinato. “Sacra Liturgia integrum constituit publicum cultum mystici Iesu Christi Corporis, capitis nempe membrorumque eius” (Acta Ap. Sedis, a. 39, 1947, pag. 528-529). Il Corpo Mistico del Signore vive della verità di Cristo e delle grazie che si spandono nelle membra, le animano e le uniscono tra di loro e col loro Capo. È questo quanto San Paolo ha in mente quando afferma, nella sua prima Epistola ai Corinzi: “Omnia vestra sunt, vos autem Christi, Christus autem Dei” (1 Cor. 3, 23). Tutto dunque tende a Dio, al Suo servizio e alla Sua gloria. La Chiesa, ricolma dei doni e della vita di Dio, si slancia con un movimento intimo e spontaneo verso l’adorazione e la lode del Dio infinito e, attraverso la liturgia, Gli rende come società il culto che Gli deve.

A quest’unica liturgia ognuno dei membri – tanto quelli che sono rivestiti del potere gerarchico come la folla dei fedeli – apporta tutto ciò che ha ricevuto da Dio, tutte le risorse del suo spirito, del suo cuore e delle sue opere. A cominciare dalla Gerarchia, che detiene il “depositum fidei” e il “depositum gratiae”. È dal “depositum fidei”, dalla verità di Cristo contenuta nella Scrittura e nella Tradizione, che essa estrae i grandi misteri della fede e li fa passare all’interno della liturgia, in particolare quelli della Trinità, dell’Incarnazione e della Redenzione. Ma è impossibile trovare una verità della fede cristiana che non sia espressa in qualche modo nella liturgia, si tratti delle letture dell’Antico e del Nuovo Testamento – durante la Santa Messa e nell’Ufficio divino – o delle ricchezze che lo spirito e il cuore scoprono nei Salmi. Le cerimonie liturgiche solenni sono inoltre una professione di fede in atto; realizzano le grandi verità della fede sui disegni impenetrabili della generosità di Dio e i Suoi favori inesauribili per gli uomini, sull’amore e sulla misericordia del Padre celeste nei confronti del mondo, per la salvezza del quale Egli ha inviato Suo Figlio e Lo ha consegnato alla morte. È così che la Chiesa comunica in abbondanza, nella liturgia, i tesori del “depositum fidei”, della verità di Cristo. – Per mezzo della liturgia si spandono anche i tesori del “depositum gratiae”, che il Signore ha trasmesso ai Suoi Apostoli: la grazia santificante, le virtù, i doni, il potere di battezzare, di conferire lo Spirito Santo, di rimettere i peccati attraverso la penitenza, di consacrare sacerdoti. È in seno alla liturgia che si svolge la celebrazione dell’Eucarestia, sacrificio e alimento: è in essa altresì che sono conferiti tutti i sacramenti e che, per mezzo dei sacramentali, la Chiesa moltiplica ampiamente i benefici della grazia nelle circostanze più varie. La Gerarchia dedica inoltre la sua sollecitudine a tutti coloro che contribuiscono a rendere più belle e più degne le cerimonie liturgiche, si tratti dei luoghi di culto o dell’arredamento, delle vesti liturgiche, della musica sacra o dell’arte sacra.

Se da una parte la Gerarchia comunica per mezzo della liturgia la verità e la grazia di Cristo, i fedeli, da parte loro, hanno il compito di riceverle, di consentirvi con tutta la loro anima, di trasformarle in valori di vita. Tutto quanto viene loro offerto – le grazie del sacrificio dell’altare, dei sacramenti e dei sacramentali – essi lo accettano, non in modo passivo, scivolando semplicemente in esso, ma collaborandovi con tutta la loro volontà e con tutte le loro forze, ma soprattutto partecipando agli uffici liturgici o almeno seguendo il loro sviluppo con fervore. Essi hanno contribuito e continuano a contribuire in grande misura e con uno sforzo costante all’accrescimento dell’apparato esteriore del culto, alla costruzione di chiese e cappelle, alla loro decorazione, all’elevazionde della bellezza delle cerimonie liturgiche per mezzo dello splendore dell’arte sacra.

Il contributo alla liturgia della Gerarchia e quello dei fedeli non si sommano come due quantità separate, bensì rappresentano la collaborazione delle membra di uno stesso organismo, che agisce come un solo essere vivente. I pastori e il gregge, la Chiesa docente e la Chiesa discepola formano un solo e unico Corpo di Cristo. Non vi è pertanto alcuna ragione di nutrire diffidenze, rivalità, opposizioni aperte o latenti, nei pensieri e nel modo di parlare o di agire. Tra le membra di uno stesso corpo deve regnare innanzitutto la concordia, l’unione, la collaborazione. È in quest’unità che la Chiesa prega, offre, si santifica e può dunque affermare a giusto titolo che la liturgia è opera dell’intera Chiesa.

Ma dobbiamo anche aggiungere che tuttavia la liturgia non è tutta la Chiesa; essa non esaurisce il suo campo di attività. A fianco del culto pubblico, quello della comunità, vi è spazio per il culto privato che l’individuo rende a Dio nel segreto del suo cuore o esprime attraverso atti esteriori, e che possiede tante varianti quanti cristiani esistono al mondo, benché emani dalla stessa fede e dalla stessa grazia di Cristo. La Chiesa non solo tollera questa forma di culto, ma anzi la riconosce pienamente e la raccomanda, senza però nulla togliere alla preminenza del culto liturgico.

Ma quando affermiamo che la liturgia non esaurisce il campo delle attività della Chiesa, pensiamo soprattutto al suo compito docente e pastorale, al “Pascite qui in vobis est gregem Dei” (1 Petr. 5, 2). Abbiamo ricordato il ruolo che il Magistero depositario della verità di Cristo esercita per mezzo della liturgia; anche l’influenza su di essa del potere di governare è evidente, poiché spetta ai papi il riconoscere i riti in vigore, l’introduzione di nuovi riti e il regolamento dell’ordine del culto, e agli altri vescovi il vigilare con cura affinché le prescrizioni canoniche concernenti il culto divino siano osservate (Acta Ap. Sedis, a. 39, 1947, pag. 544). Ma le funzioni di insegnamento e di governo si estendono ben al di là. Per comprenderlo è sufficiente dare uno sguardo al Diritto Canonico e a quanto esso dichiara a proposito del Papa, della Congregazioni romane, dei Vescovi, dei Concili, del Magistero e della disciplina ecclesiastica. Si arriva alla stessa conclusione osservando la vita della Chiesa, e nelle Nostre due Allocuzioni del 31 maggio e del 2 novembre 1954 sulla triplice funzione del Vescovo abbiamo espressamente insistito sull’estensione dei suoi incarichi, che non si limitano all’insegnamento e al governo, ma comprendono anche tutto il resto dell’attività umana nella misura in cui siano in gioco interessi religiosi e morali (Acta Ap. Sedis, a. 46, 1954, pag. 313-317; 666-677).
Se dunque i compiti e gli interessi della Chiesa sono così universali, i sacerdoti e i fedeli si guarderanno bene – nel loro modo di pensare e di agire – dal cadere nella ristrettezza di vedute o nell’incomprensione. La Nostra Enciclica “Mediator Dei” ha già corretto alcune affermazioni erronee che tendevano o a orientare l’insegnamento religioso e la pastorale in un senso esclusivamente liturgico, o a suscitare ostacoli a un movimento liturgico che non era ben compreso. Infatti, non esiste alcuna divergenza oggettiva tra il fine perseguito dalla liturgia e quello delle altre funzioni della Chiesa; per quanto riguarda la diversità delle opinioni, essa è senz’altro reale, ma non presenta ostacoli insormontabili. Queste considerazioni saranno sufficienti per dimostrarlo. Noi lo speriamo, giacché la liturgia è opera di tutta la Chiesa e giacché tutti i fedeli, in quanto membra dal Corpo Mistico, devono amarla, stimarla e parteciparvi, comprendendo tuttavia che i compiti della Chiesa si estendono ben al di là di essa.

II. - LA LITURGIA E IL SIGNORE

Vorremmo ora prendere in considerazione in modo particolare la liturgia della Messa e il Signore, Che ne è allo stesso tempo il sacerdote e l’offerta. Dato che sorgono di quando in quando incomprensioni su alcuni punti particolari, dedicheremo alcune parole all’“actio Christi”, alla “praesentia Christi” e all’“infinita et divina maiestas Christi”.

I . “ACTIO CHRISTI”.

La liturgia della Messa ha il fine di esprimere in modo sensibile la grandezza del mistero che vi si compie, e gli sforzi attuali tendono a farvi partecipare i fedeli nel modo più attivo e intelligente possibile. Nonostante questo obiettivo sia giustificato, si rischia di diminuire il rispetto che le è dovuto se si distoglie l’attenzione dall’azione principale per dirigerla verso la vistosità di altre cerimonie.

Qual è dunque questa azione principale del sacrificio eucaristico? Ne abbiamo parlato esplicitamente nell’Allocuzione del 2 novembre 1954 (Acta Ap. Sedis, a. 46, 1954, pag. 668-670), in cui citavamo in primo luogo l’insegnamento del Concilio di Trento: “In divino hoc sacrificio, quod in Missa peragitur, idem ille Christus continetur et incruente immolatur, qui in ara crucis semel se ipsum cruente obtulit ... Una enim eademque est hostia, idem nunc offerens sacerdotum ministerio, qui se ipsum tunc in cruce obtulit, sola offerendi ratione diversa” (Conc. Trid., Sessio XXII, cap. 2). E abbiamo continuato in questi termini: “Itaque sacerdos celebrans, personam Christi gerens, sacrificat, isque solus, non populus, non clerici, ne sacerdotes quidem, pie religiose que qui sacris operandi inserviunt; quamvis hi homnes in sacrificio activas quasdam partes habere possint et habeant” (Acta Ap. Sedis, 1. c. p. 668). Abbiamo poi sottolineato che, se non si distingue tra la questione della partecipazione del celebrante ai frutti del sacrificio della Messa e quella della natura dell’azione che egli compie, si arriva alla conclusione: “Idem esse unius Missae celebrationem, cui centum sacerdotes religioso cum obsequio adstent atque centum Missas a centum sacerdotibus celebratas”. A proposito di questa affermazione, Noi abbiamo detto: “Tamquam opinionis error reici debet”. E abbiamo poi aggiunto, a guisa di spiegazione: “Quoad sacrificii Eucharistici oblationem tot sunt actiones Christi Summi Sacerdotis, quot sunt sacerdotes celebrantes, minime vero quot sunt sacerdotes Missam episcopi aut sacri presbyteri celebrantis pie audientes; hi enim, cum sacro intersunt, nequaquam Christi sacrificantis personam sustinent et agunt, sed comparandi sunt christifidelibus laicis, qui sacrificio adsunt” (Acta Ap. Sedis, 1. c., pag. 669). A proposito dei congressi liturgici, abbiamo affermato in quella stessa cccasione: “Hi cœtus interdum propriam sequuntur regulam, ita scilicet, ut unus tantum sacrum peragat, alii vero (sive omnes sive plurimi) huic uni sacro intersint in eoque sacram synaxim e manu celebrantis sumant. Quod si hoc ex iusta et rationabili causa fiat, … obnitendum non est, dummodo huic modo agendi ne subsit error iam supra a Nobis memoratus”; vale a dire l’errore dell’equivalenza tra la celebrazione di cento Messe officiate da cento sacerdoti e una Messa cui assistono in modo pio cento sacerdoti.

In base a quanto detto, l’elemento centrale del sacrificio eucaristico è quello in cui Cristo interviene come “se ipsum offerens”, per riprendere gli stessi termini utilizzati dal Concilio di Trento (Sess. XXII, cap. 2). Ciò avviene al momento della consacrazione, in cui – nell’atto stesso della transustanziazione operato dal Signore (cfr. Conc. Trid. Sessio XIII, cap. 4 et 3) – il sacerdote celebrante è “personam Christi gerens”. Anche se la consacrazione si svolge senza fasti e in tutta semplicità, essa è il punto centrale di tutta la liturgia del sacrificio, il punto centrale dell’“actio Christi cuius personam gent sacerdos celebrans”, o i “sacerdotes concelebrantes” nel caso di una concelebrazione reale.

Avvenimenti recenti Ci danno l’opportunità di precisare alcuni punti a tal proposito. Quando la consacrazione del pane e del vino è realizzata validamente, tutta l’azione di Cristo Stesso è compiuta. Anche se tutto ciò che segue non potesse essere compiuto, non mancherebbe nulla di essenziale all’offerta del Signore.

Quando la consacrazione è terminata, l’“oblatio hostiae super altare positae” può essere fatta ed è fatta dal sacerdote celebrante, dalla Chiesa, dagli altri sacerdoti, da ogni fedele. Ma quest’azione non è un’“actio ipsius Christi per sacerdotemt ipsius personam sustinentem et gerentem”. In realtà l’azione del sacerdote che consacra è la stessa azione di Cristo, Che agisce per mezzo del Suo ministro. Nel caso di una concelebrazione nel senso proprio del termine, Cristo, invece di agire per mezzo di un solo ministro, agisce per mezzo di vari. Invece, nella concelebrazione meramente cerimoniale, che potrebbe essere fatta anche da un laico, non vi è consacrazione simultanea, e sorge quindi un quesito importante: “Quale intenzione e quale azione esteriore sono richieste affinché vi sia veramente concelebrazione e consacrazione simultanea?”.

Ricordiamo a tal proposito quanto abbiamo dichiarato nella Nostra Costituzione Apostolica “Episcopalis Consecrationis” del 30 novembre 1944 (Acta Ap. Sedis, a. 37, 1945, pag. 131-132): ivi asserivamo che nella consacrazione episcopale i due Vescovi che accompagnano il Consacratore devono avere l’intenzione di consacrare l’Eletto e devono di conseguenza compiere gli atti esteriori e pronunciare le parole attraverso cui il potere e la grazia che devono essere trasmessi sono significati e trasmessi. Non è quindi sufficiente che essi uniscano la loro volontà a quella del Consacratore principale e che dichiarino di far loro le sue parole e le sue azioni: anche loro devono compiere gli atti e pronunciare le parole essenziali.
Lo stesso vale per la concelebrazione in senso proprio. Non è sufficiente avere e manifestare la volontà di far proprie le parole e le azioni del celebrante. Anche i concelebranti devono dire sul pane e sul vino: “Questo è il Mio Corpo”, “Questo è il Mio Sangue”; in caso contrario, la loro concelebrazione è puramente cerimoniale.

Non è quindi lecito affermare che “in ultima analisi l’unica questione decisiva è quella di sapere in quale misura la partecipazione personale – sostenuta dalla grazia – che si dedica a questa offerta cultuale accresca la partecipazione alla croce e alla grazia di Cristo, Che ci unisce a Lui e tra di noi”. Questo modo inesatto di porre la questione Noi l’avevamo già respinto nell’Allocuzione del 2 novembre 1954; ma vi sono teologi che ancora non vi si adeguano, e quindi lo ripetiamo: la questione decisiva (tanto per la concelebrazione come per la Messa officiata da un solo sacerdote) non è quella di sapere quale frutto l’anima ne mieta, bensì quale sia la natura dell’atto che viene compiuto: ossia se il sacerdote, in quanto ministro di Cristo, realizzi o no l’“actio Christi se ipsum sacrificantis et offerentis ». Anche nel caso dei sacramenti, la questione non è sapere quale sia il frutto che essi producono, ma se gli elementi essenziali del segno sacramentale (la realizzazione del segno da parte dello stesso ministro, che compie i gesti e pronuncia le parole con l’intenzione saltem faciendi quod facit Ecclesia) siano stati realizzati validamente. E anche nel caso della celebrazione e della concelebrazione bisogna vedere se il celebrante – con l’intenzione interiore necessaria – compie l’azione esteriore e soprattutto pronuncia le parole che costituiscono l’“actio Christi se ipsum sacrificantis et offerentis”. Ciò non si verifica se il sacerdote non pronuncia sul pane e sul vino le parole del Signore: “Questo è il Mio Corpo”, “Questo è il Mio Sangue”.

2. “PRAESENTIA CHRISTI”. 

Così come l’altare e il sacrificio dominano il culto liturgico, si deve affermare, a proposito della vita di Cristo, che essa è interamente ordinata dal sacrificio della croce. Le parole dell’Angelo al Suo padre putativo: “Salvum faciet populum suum a peccatis eorum” (Matth. 1, 21), quelle di San Giovanni Battista: “Ecce Agnus Dei, ecce qui tout peccatum mundi” (Io. 1, 29), quelle di Cristo stesso rivolte a Nicodemo: “Exaltari oportet Filium hominis, ut omnis qui credit in ipsum, … habeat vitam aeternam”. (Io. 3, 14-15), ai suoi discepoli: “Baptismo ... habeo baptizari, et quomodo coarctor usquedum perficiatur?” (Luc., 12, 50), e soprattutto quelle che Egli ha pronunciato nell’ultima Cena e sul Calvario, tutto indica che il centro del pensiero e della vita del Signore è stato la croce e l’offerta di Se Stesso al Padre per riconciliare gli uomini con Dio e salvarli.

Ma Colui che offre il sacrificio non è in un certo qual modo ancora più grande del sacrificio stesso? Vogliamo quindi ora parlarvi del Signore stesso e richiamare la vostra attenzione sul fatto che, nell’Eucarestia, la Chiesa possiede il Signore con la Sua Carne e con il Suo Sangue, col Suo Corpo, con la Sua Anima e la Sua Divinità. Il Concilio di Trento lo ha sancito solennemente nel can. I della XIII sessione; è peraltro sufficiente interpretare in senso letterale, chiaramente e senza equivoci, le parole pronunciate da Gesù per arrivare alla stessa conclusione: “Prendete e mangiate! Questo è il Mio Corpo, offerto in sacrificio per voi! Prendete e bevete, questo è il Mio Sangue, versato per voi”. E San Paolo, nella sua prima Epistola ai Corinzi (1 Cor. 11, 23-25), riprende gli stessi termini semplici e chiari.

Senza dubbio, su questo soggetto non vi è tra i cattolici alcuna divergenza d’opinione. Ma nel momento in cui la speculazione teologica comincia a dibattere sul modo in cui Cristo è presente nell’Eucarestia, appaiono serie differenze di punti di vista su molti punti. Non vogliamo entrare nel merito di queste controversie speculative, ma solo indicare alcuni limiti e insistere su un principio fondamentale di interpretazione, l’oblio del quale Ci suscita preoccupazioni.

La speculazione deve assumere come norma che il senso letterale dei testi della Scrittura, la fede e l’insegnamento della Chiesa hanno la precedenza sui sistemi scientifici e sulle considerazioni teoriche; è la scienza che si deve conformare alla rivelazione, non il contrario. Quando una nozione filosofica deforma il senso naturale di una verità rivelata, vuol dire che è inesatta o che non viene applicata correttamente. Questo principio trova la sua applicazione anche nella dottrina della presenza reale. Alcuni teologi, pur accettando la dottrina del Concilio sulla presenza reale e sulla transustanziazione, interpretano le parole di Cristo e quelle del Concilio in modo tale che della presenza di Cristo non rimane che un involucro svuotato del suo contenuto naturale. A loro avviso, il contenuto essenziale e attuale delle specie del pane e del vino sarebbe “il Signore in cielo”, con Il Quale le specie avrebbero una relazione cosiddetta reale ed essenziale di contenitore e di presenza. Questa interpretazione speculativa solleva serie obiezioni quando la si presenta come pienamente sufficiente, poiché il senso cristiano del popolo dei fedeli, l’insegnamento catechetico costante della Chiesa, i termini del Concilio e soprattutto le parole del Signore esigono che l’Eucarestia contenga il Signore Stesso. Le specie sacramentali non sono il Signore, anche se hanno con la sostanza di Cristo Che è in cielo una relazione cosiddetta essenziale di contenitore e di presenza. Il Signore ha affermato: “Questo è il Mio Corpo! Questo è il Mio Sangue!”. Non ha detto: “Questa è un’apparenza sensibile che significa la presenza del Mio Corpo e del Mio Sangue”. Ovviamente avrebbe potuto anche fare in modo che i segni sensibili di una relazione reale di presenza fossero segni sensibili ed efficaci della grazia sacramentale; ma ciò che è importante in questo caso è il contenuto essenziale delle species eucharisticae, non la loro efficacia sacramentale. Non si può dunque ammettere che la teoria che abbiamo appena menzionato renda pienamente giustizia alle parole di Cristo, le quali non indicano nient’altro che la presenza di Cristo stesso nell’Eucarestia e sono sufficienti per poter affermare in tutta verità a proposito dell’Eucarestia: “Dominus est” (cfr. Io. 21, 7).

Indubbiamente la massa dei fedeli non è in grado di comprendere difficili problemi speculativi e i saggi che contengono spiegazioni sulla natura della presenza di Cristo. Peraltro, il Catechismo Romano invita a non discutere su queste questioni di fronte a loro (cfr. Catech. Rom. pars. II, cap. IV, n. 43 sq.); non propone né menziona la teoria abbozzata qui sopra; e men che meno afferma che essa esaurisca il senso delle parole di Cristo e le spieghi pienamente. Si può continuare a cercare spiegazioni e interpretazioni scientifiche, ma queste ultime non devono bandire – per così dire – Cristo dall’Eucarestia o lasciare nel tabernacolo solamente specie eucaristiche che conservino una relazione cosiddetta reale ed essenziale col vero Signore che è in cielo.

È sorprendente il fatto che quanti non accettano la teoria esposta qui sopra vengano messi nel novero degli avversari, tra i “fisicisti” non scientifici, o che non si esiti a dichiarare – a proposito della nozione cosiddetta scientifica della presenza di Cristo: “Questa verità non è per le masse”.

A tutte queste considerazioni dobbiamo ancora aggiungerne altre sul tabernacolo. Così come abbiamo affermato poco fa: “Il Signore è in un certo qual modo più grande dell’altare e del sacrificio”, possiamo dire chiederci: “Il tabernacolo in cui dimora il Signore Che è disceso presso il Suo popolo è superiore all’altare e al sacrificio”? L’altare è superiore al tabernacolo, perché vi si offre il sacrificio del Signore. Il tabernacolo possiede senza dubbio il “Sacramentum permanens”, ma non è un “altare permanens”, perché il Signore Si offre in sacrificio solo sull’altare durante la celebrazione della Santa Messa, ma non dopo o al di fuori della Messa. Nel tabernacolo, invece, Egli è presente per tutto il tempo che durano le specie consacrate, senza tuttavia offrirSi permanentemente. Con pieno diritto si può operare una distinzione tra l’offerta del sacrificio della Messa e il “cultus latreuticus” offerto all’Uomo-Dio celato nell’Eucarestia. Una decisione della Santa Congregazione dei Riti del 27 luglio 1927 limita al minimo l’esposizione del Santo Sacramento durante la Messa (Acta Ap. Sedis, a. 19, 1927, pag. 289): la ragione di tale prescrizione è agevolmente riferibile alla premura di mantenere abitualmente separati l’atto del sacrificio e il culto della semplice adorazione, affinché i fedeli ne comprendano chiaramente il carattere specifico.

Ma ancor più importante della consapevolezza di questa diversità è quella dell’unità: un solo e unico Signore è immolato sull’altare ed è onorato nel tabernacolo, da cui sparge le Sue benedizioni. Se si è pienamente convinti di ciò, si eviteranno molte difficoltà e ci si guarderà bene dall’esagerare il significato dell’uno a scapito dell’altro e di opporsi alle decisioni della Santa Sede.
Il Concilio di Trento ha spiegato quali disposizioni deve avere l’anima di fronte al Santo Sacramento: “Si quis dixerit, in sancto Eucharistiae sacramento Christum unigenitum Dei Filium non esse cultu latreutico, etiam externo, adorandum, atque ideo nec festiva peculiari celebritate venerandum, neque in processionibus, secundum laudabilem et universalem Ecclesiae sanctae ritum et consuetudinem, sollemniter circumgestandum, vel non publice, ut adoretur, populo proponendum, et eius adoratores esse idololatras : anathema sit” (Conc. Trid., Sessio XIII can. 6). “Si quis dixerit, non licere sacram Eucharistiam in sacrario reservari, sed statim post consecrationem necessario adstantibus distribuendam, aut non licere, ut illa ad infirmos honorifice deferatur: anathema sit” (Conc. Trid., l. c., can. 7). A chi aderisce con tutto il cuore a questa dottrina non verrà mai in mente di formulare obiezioni contro la presenza del tabernacolo sull’altare. Nell’Istruzione del Sant’Ufficio “De arte sacra” del 30 giugno 1952 (Acta Ap. Sedis, a. 44, 1952, pag. 542-546), la Santa Sede ha insistito, tra gli altri, su questo punto: “Districte mandat haec Suprema S. Congregatio ut sancte serventur praescripta canonum 1268, § 2 et 1269, § 1: ‘SSma Eucharistia custodiatur in praecellentissimo ac nobilissimo ecclesiae loco ac proinde regulariter in altari majore, nisi aliud venerationi et cultui tanti sacramenti commodius et decentius videatur’ ... ‘SSma Eucharistia servari debet in tabernaculo inamovibili in media parte altaris posito’” (Act. Ap. Sedis, l. c., pag. 544).

Vogliamo richiamare la vostra attenzione non tanto sulla presenza materiale del tabernacolo sull’altare quanto sulla tendenza ad attribuire una stima minore per la presenza e l’azione del Cristo nel tabernacolo. Ci si accontenta del sacrificio dell’altare e si diminuisce l’importanza di Colui che lo realizza. Ora, la Persona del Signore deve occupare il centro del culto, perché è essa che unifica le relazioni che esistono tra l’altare e il tabernacolo e dà loro senso.

È innanzitutto per mezzo del sacrificio dell’altare che il Signore Si rende presente nell’Eucarestia, e nel tabernacolo Egli è presente solo come “memoria sacrificii et passionis suae”. Separare il tabernacolo dall’altare significa separare due cose che devono restare unite attraverso la loro origine e la loro natura. Si possono trovare diverse soluzioni – su cui gli specialisti esprimeranno le loro opinioni – per il modo in cui si può porre il tabernacolo sull’altare senza impedire la celebrazione di fronte al popolo. L’essenziale è aver compreso che lo Stesso Signore è presente sull’altare e nel tabernacolo.
Si potrà anche sottolineare l’atteggiamento della Chiesa nei confronti di certe pratiche di pietà: le visite al Santo Sacramento, che essa raccomanda vivamente; la preghiera delle quaranta ore o “adorazione perpetua”; l’ora santa; il trasporto solenne della comunione ai malati; le processioni del Santo Sacramento. Il liturgista più entusiasta e convinto deve poter comprendere e carpire cosa rappresenta il Signore nel tabernacolo per i fedeli profondamente pii, siano essi persone semplici o istruite. Egli è il loro consigliere, il loro consolatore, la loro forza, il loro ricorso, la loro speranza tanto in vita come nella morte. Non pago di permettere ai fedeli di avvicinarsi al Signore nel tabernacolo, il movimento liturgico si sforzerà pertanto di attrarli sempre di più verso di esso.

3. “INFINITA ET DIVINA MAIESTAS CHRISTI”. 

Il terzo e ultimo punto che vogliamo trattare è quello dell’“infinita et divina Maiestas”di Cristo, che traducono: del Cristo “Christus Deus”. Ovviamente il Verbo incarnato è il Signore e il Redentore degli uomini; ma Egli è e resta il Verbo, il Dio infinito. Nel simbolo di Sant’Atanasio si afferma: “Dominus noster Iesus Christus Dei Filius, Deus et homo est”. Anche l’umanità di Cristo ha diritto al culto di latria a causa della sua unione ipostatica col Verbo, ma la Sua divinità è la ragione e la fonte di questo culto. La divinità di Cristo non può restare in un certo qual modo alla periferia del pensiero liturgico. È normale che si vada “ad Patrem per Christum”, poiché Cristo è il Mediatore tra Dio e gli uomini. Ma Egli non è solamente Mediatore; Egli si trova anche nella Trinità, uguale al Padre e allo Spirito Santo. Basti ricordare il grandioso prologo del Vangelo di San Giovanni: “Il Verbo era Dio ... Tutto è stato fatto per mezzo di Lui, e senza di Lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste” (Io. 1,1-3). Cristo è il Primo e l’Ultimo, è l’Alfa e l’Omega. Alla fine del mondo, quando tutti i nemici saranno stati sconfitti, e la morte per ultima, Cristo – vale a dire il Verbo che sussiste nella natura umana – consegnerà il Regno a Dio Suo Padre, e il Figlio Stesso Si sottometterà a Colui che ha sottomesso tutto a Lui, affinché “Dio sia tutto in tutti” (1 Cor. 15, 28). La meditazione dell’“infinita, summa, divina Maiestas” di Cristo può certamente contribuire all’approfondimento del senso liturgico, ed è per questo che abbiamo voluto richiamare su di essa la vostra attenzione.

Per concludere, vorremmo aggiungere due osservazioni su “la liturgia e il passato” e su “la liturgia e il tempo presente”.

La liturgia e il passato. In materia di liturgia – come in molti altri ambiti – bisogna evitare due atteggiamenti eccessivi nei confronti del passato: l’attaccamento cieco e il disprezzo totale. Nella liturgia esistono elementi immutabili, un contenuto sacro che trascende il tempo, ma anche elementi variabili, transitori, a volte persino impropri. Ci sembra che l’atteggiamento attuale degli ambienti liturgici nei confronti del passato sia del tutto giusto: si ricerca, si studia in modo serio, si aderisce a ciò che è realmente meritevole senza però cadere in eccessi. Tuttavia, appaiono qua e là idee e tendenze aberranti, resistenze, entusiasmi o condanne le cui forme concrete vi sono ben note e a cui Noi abbiamo accennato qui sopra.

La liturgia e il tempo presente. La liturgia conferisce alla vita della Chiesa, e financo a tutto l’atteggiamento religioso odierno, un’impronta caratteristica. Si prenda in considerazione soprattutto la partecipazione attiva e consapevole dei fedeli agli atti liturgici. Da parte della Chiesa, la liturgia attuale comporta un ansia di progresso ma anche di conservazione e di difesa. Essa ritorna al passato senza copiarlo servilmente, e crea novità nelle stesse cerimonie, nell’uso della lingua volgare, nei canti del popolo e nella costruzione delle chiese. Sarebbe tuttavia superfluo ricordare ancora una volta che la Chiesa ha seri motivi nel mantenere fermamente, nel rito latino, l’obbligo assoluto per il sacerdote celebrante di utilizzare la lingua latina, e inoltre, quando il canto gregoriano accompagna il Santo Sacrificio, che ciò sia fatto nella lingua della Chiesa. Da parte loro, i fedeli si preoccupano di rispondere alle misure prese dalla Chiesa, ma adottano in ciò atteggiamenti profondamente differenti: alcuni mostrano prontezza, entusiasmo, a volte persino una passione troppo viva che provoca interventi da parte dell’autorità; altri testimoniano indifferenza e persino opposizione. In questo modo si manifestano le differenze dei temperamenti, nonché la preferenza per la pietà individuale o per il culto comunitario.
La liturgia attuale si preoccupa anche di numerosi problemi particolari che riguardano per esempio i rapporti della liturgia con le idee religiose del mondo attuale, con la cultura contemporanea, con le questioni sociali, con la psicologia del profondo.

Questa semplice menzione sarà sufficiente per mostrarvi che i diversi aspetti della liturgia odierna non solo suscitano il Nostro interesse, ma mantengono viva la Nostra vigilanza. Desideriamo in modo sincero che il movimento liturgico progredisca e vogliamo aiutarlo; ma spetta a Noi anche prevenire tutte le possibili fonti di errore e tutti i pericoli. È peraltro una consolazione e una gioia per Noi sapere di poter contare sul vostro aiuto e sulla vostra comprensione.

Che queste considerazioni possano, insieme ai lavori che vi hanno mantenuti occupati nei giorni passati, portare frutti abbondanti e contribuire a raggiungere in modo più sicuro l’obiettivo a cui tende la liturgia sacra. Come pegno delle benedizioni divine, che Noi imploriamo per voi e per le anime che vi sono affidate, vi impartiamo di tutto cuore la Nostra Benedizione Apostolica.

* Discorsi e messaggi radio di S.S. Pio XII, XVIII,
Diciottesimo anno di Pontificato, 2 marzo 1956 – 1 marzo 1957, pp. 465-479
Tipografia Poliglotta Vaticana

[Traduzione per Chiesa e post-concilio di Antonio Marcantonio]

13 commenti:

mic ha detto...

Come, un tempo, 'lavorava' insegnava governava e si esprimeva un Papa...

Anonimo ha detto...

Así habló Paulo VI en la "Mysterium Fidei", así habló Juan Paulo II en la "Dominicae Coenae". Así hablaron las Instrucciones "Inaestimabile Donum" y "Redemptionis Sacramentum". Ha habido una continuidad, un desarrollo homogéneo en la Doctrina inmutable y perenne de la Iglesia. Hasta que llegó quien llegó.
El célebre Discurso de Pío XII al Congreso de Asís es de una actualidad impresionante. Tanta es su moderación y su equilibrio. Por ese camino iba el Papa Benedicto XVI cuando se produjo su inexplicable Renuncia. Y no quiero decir más. Ahí me quedo.

irina ha detto...

Dallo scritto trapelano le varie interpretazioni dei teologi, che tendono ad una nuova comprensione e ad una rinnovata azione liturgica, come poi avverrà. Ora siccome questo vizietto delle 'pensate' non è solo dei teologi di Santa Romana Chiesa, ma in tutti i campi furoreggia la 'pensata' di qualcuno, vorrei sottolineare alcuni punti:
1) il pensatore deve essere in grado di capire la sua formazione su quali rocce poggia;
2) il pensatore deve essere in grado di riconoscere in che stato è la sua spiritualità;
3) il pensatore deve essere ben consapevole che se vive in una condizione di peccato, cominciando dalla superbia per finire nell'accidia, se trascura le sue devozioni, se peccati veniali sono diventati abituali, il suo pensiero non rispecchia la verità, anche se specula molto.
Questo vale per i contemporanei e per i trapassati.
Sono grata al Buon Dio di aver ricevuto Battesimo, prima Confessione, prima Comunione, Cresima regnante Papa Pio XII, per il rotto della cuffia ma, tant'è! Grande dono, privilegio immeritato.

Unam Sanctam ha detto...

Un testo che esordisce inneggiando alla riforma della Settimana Santa non è un tesoro della nostra tradizione, ma un invito alla sua distruzione.

Epiphanio ha detto...

Concordo con Unam Sactam.

mic ha detto...

Effettivamente la riforma della Settimana Santa presenta diverse incongruenze (per capir meglio: http://www.unavoce-ve.it/04-10-9.htm ). Molte attribuibili al cosiddetto "archeologismo liturgico" già condannato da Pio XII il quale, se non ricordo male, aveva recepito l'operazione come 'sperimentale'. Da considerare che la riforma fu adottata e partire dal 1956 e due anni dopo Pio XII morì. L'ideale sarebbe tornare al Messale del 1952, con relativi aggiornamenti, e opportuni sfoltimenti, a cura di liturgisti non sospetti.

Il problema fu che a portare avanti la riforma della Settimana Santa è stato quell'Annibale Bugnini, successivamente Segretario della Commissione preparatoria del Concilio, poi Segretario del Consilium ad exsequendam Constitutionem de sacra Liturgia (che portò a compimento la riforma di Paolo VI) e infine Segretario della Sacra Congregazione per il Culto Divino (fino al 1975).

In ogni caso chiediamoci perché i Padri conciliari approvarono i documenti del Vaticano II. Credo che sia stato perché indotti a considerarli documenti pastorali che mediavano tra diverse posizioni. visto che allora era ben chiaro, per loro, che erano vincolanti solo le verità già definite. Se sbagliarono fu perché in qualche modo furono ingannati, ma sempre nell'ottica che il concilio fosse solo pastorale e che la garanzia fosse nel Papa.
Se ci fossero stati i canoni definitori il risultato sarebbe stato certamente diverso.

Perché non concedere attenuanti analoghe a un Papa come Pio XII il cui pontificato fu uno dei più tormentati e difficili, ma anche dei più ricchi quanto a insegnamenti?

fabrizio giudici ha detto...

OT Alcuni articoli sull'"effetto CVII" e la caduta delle comunità cattoliche:

1. https://www.lifesitenews.com/blogs/why-catholics-started-leaving-the-church-in-droves-after-vatican-ii
2. http://wdtprs.com/blog/2019/07/new-survey-50-percent-of-us-catholics-know-what-transubstantiation-is/

Il primo è particolarmente vero per gli USA, dove la cultura cattolica è una delle tante, a differenza dell'Italia. Ma i meccanismi sono gli stessi.

Nel secondo articolo si fa presente che solo il 50% dei cattolici USA crede nella transustanziazione. Father Z. individua correttamente il fatto che la celebrazione della Messa è primaria. Tuttavia fallisce di comprendere il problema del NO, e anzi conclude con un paradossale: "Quel che abbiamo fatto per cinquant'anni - almeno - non è ancora completo.".


Anonimo ha detto...

Me parece que no se ha leído bien este gran Discurso del Papa Pío XII a los congresistas de Asís.
En primer lugar es un Discurso Dogmático. Habla de la esencia del Sacrificio, de la Concelebración -tema actualísimo-. El Papa Pacelli afirma que aun cuando sean muchos Sacerdotes los que concelebran sólo hay un Sacrificio (Una "Actio Christi" que obra por varios Ministros "in persona Christi"). Habla de la Presencia Real, "Dominus est". De la "Infinita et Divina Maiestas Christi".
Pienso que es reductivo fijarse tan sólo en las reformas litúrgicas. Porque la Liturgia, como afirma el Papa Pío XII contiente todo el Dogma y la Gracia: es "Depositum Fidei" y "Depositum Gratiae".

Anonimo ha detto...

Mi dispiace non vedere il mio commento pubblicato per "un attacamento eccesivo nei confronti del passato"

fabrizio giudici ha detto...

OT Nel frattempo, in Gran Bretagna, Jacob Rees-Mogg è stato nominato "leader" (immagino corrisponda alla nostra presidenza) della Camera dei Comuni. Ci sono già sinistri che stanno sclerando perché la carica è ricoperta da un cattolico, contrario al gender e all'aborto, e per di più che va alla TLM...

Anonimo ha detto...

"È stato nominato 'leader' ..."

Non ho letto la notizia, ma immagino che lei volesse intendere "speaker". O mi sbaglio?

fabrizio giudici ha detto...

Premetto che del sistema di governo britannico so poco (mentre di quello USA p.es. capisco di più). Ho copiato il termine che vedo usato dai giornali e agenzie:

https://uk.reuters.com/article/uk-britain-eu-leader-reesmogg/pm-johnson-appoints-rees-mogg-as-leader-of-the-house-of-commons-idUKKCN1UJ31G

fabrizio giudici ha detto...

http://www.lafedequotidiana.it/camera-dei-comuni-il-nuovo-leader-e-cattolico-anti-gender-e-aborto-pro-messa-in-latino/