sabato 11 settembre 2021

La FSSPX tra fronte e retrovia. Intorno a una nota di don Gleize

Al momento l’Abbé Jean-Michel Gleize è probabilmente il teologo più rappresentativo della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Professore di Teologia fondamentale presso il seminario di Ecône, ha preso parte, in qualità di esperto di ecclesiologia, ai colloqui dottrinali con la Santa Sede tra il 2009 e il 2011. Di questo teologo, nel 2013, sono uscite in lingua italiana le Questioni disputate sul XXI Concilio Ecumenico (Editrice Ichtys, Albano Laziale, vedi qui) in cui Gleize, se da un canto individua in «testi come Nostra Aetate sulle religioni non cristiane, Unitatis redintegratio sull’ecumenismo e Dignitatis humanae sulla libertà religiosa», gli snodi della discontinuità tra Tradizione e Concilio Vaticano II, afferma, dall’altro, che questi testi «impongono una scelta: o il Vaticano II o la Tradizione». Sicché non si può non osservare che così la teologia ufficiale, ma non sempre comune, della FSSPX ripropone, quasi in un “divergente accordo”, la tesi progressista della monoliticità del ventunesimo Concilio della Chiesa, senza tener conto di ermeneutiche che distinguono, in base al costante parametro della Tradizione, diversi livelli di vincolatività nei documenti conciliari nei quali è subentrata la confusione tra dottrina e pastorale (così, per esempio, p. Serafino Lanzetta in Il Concilio Vaticano II, un concilio pastorale. Ermeneutiche delle dottrine conciliari, Cantagalli, Siena 2014 vedi qui) [e mons. Brunero Gherardini qui -ndr].

In uno scritto recente (vedi qui e qui l'originale francese) il medesimo aut-aut è applicato dall’Abbé Gleize alla lettura comparativa dei Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI (2010) e Traditionis custodes di Francesco (2021). Mentre il “conservatore” Benedetto XVI si limiterebbe a non decidere tra Novus e Vetus Ordo, proprio perché, a monte, non avrebbe deciso tra Concilio Vaticano II e Tradizione (così farebbe l’ermeneutica della continuità), Francesco assumerebbe coerentemente questa decisione in favore del Novus Ordo, dal momento che avrebbe già deciso per il Concilio Vaticano II. L’aut-aut di Gleize porta però il teologo all’omissione e all'oblivione dell’autentica decisione di Benedetto XVI nel senso della Tradizione liturgica e della sua non abrogabilità, decisione che costituisce il vero fondamento dogmatico e teologico del Summorum Pontificum e che rende questo documento solo superficialmente (su una superficie positivistica) paragonabile al procedere di Traditionis Custodes (vedi più ampiamente quanto abbiamo scritto qui). E, omesso il principio dogmatico, lo porta anche a opporre quasi positivisticamente testo a testo, rito a rito, laddove il discorso teologico, di per sé insufficiente (come ammette lo stesso Gleize nell’introduzione al libro appena citato), potrebbe servirsi del magistero. Nell’opposizione dialettica tra coloro che decidono per il Concilio Vaticano II e coloro che decidono per la Tradizione, tra coloro che decidono per la Messa tradizionale e coloro che decidono per la Messa di Paolo VI, l’Abbé Gleize non solo finisce per perdere di vista il fondamento certo del principio dogmatico dichiarato da Benedetto XVI (“la tradizione giuridica non può essere abrogata”), oltre che per contrapporsi così quasi occasionalisticamente alla decisione di Francesco, ma anche per collocare la FSSPX in una posizione, quella del fronte, che in questo momento non le spetta (e in cui la Provvidenza non sembra averla posta).

In realtà Traditionis Custodes aggredisce solo indirettamente la FSSPX: la aggredisce perché le Messe celebrate dai sacerdoti della FSSPX hanno (piaccia o no all'Abbé Gleize) la propria legittimità ultima nel principio dogmatico enunciato da Benedetto XVI, ma solo indirettamente perché la FSSPX, inserita in una missio atipica concessale da Francesco (su questo punto è tornato a esprimersi senza mezzi termini e in un modo che a taluni può sembrare ingiusto e crudele il Cardinale Burke, vedi qui [qui una sua dichiarazione più recente -ndr]), non è contemplata in termini normativi da Traditionis custodes. E sul fronte, perché invece direttamente colpiti dalle regole opposte al principio dogmatico della inabrogabilità della Tradizione giuridica, sono posti questa volta, diversamente dal 1971 e dal 1988, i parroci che si sono avvalsi fino a ieri delle regole ratzingeriane del Summorum Pontificum e ai quali è oggi interdetta la Messa nelle chiese parrocchiali, i neordinati che aspirano a un sacerdozio nella Tradizione liturgica, gli istituti ex Ecclesia Dei che si vedono minacciata la propria autonomia e la propria vocazione monoritualista, le abbazie, i conventi e le case religiose tradizionali. Tutto questo mondo è posto oggi sul fronte della Messa antica un tempo occupato dalla FSSPX, e si può credere che la vittoria di questo fronte sarà la vittoria di tutti, della Chiesa. E la Fraternità Sacerdotale San Pio X? A essa non è tolto un ruolo fondamentale, bensì necessariamente assegnata una nuova posizione, quella della retrovia. Una guerra senza retrovia è spesso perduta sin dal principio. Restare nel posto in cui la Provvidenza ora la pone, significa per la FSSPX portare acqua e sostegno al fronte, garantire, con la propria lunga esperienza, ogni aiuto spirituale e materiale. I modi potranno essere individuati. Certamente non si tratta di sottrarre fedeli e sacerdoti a chi sta al fronte, quasi approfittando di un fallimento non ancora dichiarato (nonostante le suggestioni del teologo di fiducia), bensì di incoraggiarli a rimanere dove già sono. In questo modo la FSSPX potrà ordinarsi proficuamente al principio della Tradizione liturgica ben al di là della opposizione positivistica di due riti, e potrà finalmente ordinarsi al bene della Chiesa tutta, ponendo le basi di un giusto e pieno riconoscimento canonico in un futuro migliore, che potrebbe non tardare, e meritandosi riconoscenza e amicizia future anche oltre le proprie mura.

In questo senso possono essere lette le parole del Superiore della FSSPX, don Davide Pagliarani, contenute nella lettera del 22 luglio “Sul motu proprio Traditionis custodes” (vedi qui), la quale, mentre evidentemente condivide alcune posizioni dell’Abbé Gleize, sembra maggiormente aperta alla cattolicità della Chiesa: «La Fraternità San Pio X ha il dovere di aiutare tutte queste anime che si trovano attualmente nella costernazione e nello sconforto. Abbiamo innanzitutto il dovere di offrire loro, con i fatti, la certezza che la Messa tridentina non potrà mai scomparire dalla faccia della terra: si tratta di un segno di speranza estremamente necessario. Inoltre, occorre che ognuno di noi, sacerdote o fedele, tenda loro una mano rassicurante, perché colui che non desidera condividere i beni che possiede è in realtà indegno di tali beni. Solamente così ameremo veramente le anime e la Chiesa. Perché ogni anima che guadagneremo alla croce di Nostro Signore, e all’immenso amore che ha manifestato con il suo Sacrificio, sarà un’anima veramente acquisita alla sua Chiesa, alla carità che la anima e che deve essere la nostra, soprattutto in questo momento». A.S. - Fonte

21 commenti:

Anonimo ha detto...

dall’altro, che questi testi «impongono una scelta: o il Vaticano II o la Tradizione».
Fin quando non vi renderete conto che le cose stanno così. girerete a vuoto.

Vigiliae Alexandrinae ha detto...

Grazie e cordiali saluti.
A. S.

Anonimo ha detto...


A cosa di ridurrebbe il "principio dogmatico" enunciato da Benedetto XVI?
Al dunque, a giustificare il biritualismo nella Chiesa cattolica?
Non è possibile. Vale a dire: non può trattarsi qui di un principio
dogmatico poiché nella Chiesa non possono coesistere il rito cattolico
di sempre, millenario, dogmaticamente ineccepibile, e un rito nuovo, imposto d'autorità, costruito a tavolino sentiti gli eretici, gravemente deficitario (vedi le osservazioni dei cardinali Ottaviani e Bacci, a suo tempo), un rito che ha cambiato il significato del "mistero della fede", trasferendolo dalla Croce alla Parusia.
Ratzinger ha voluto recuperare la tradizione al fine salvare il Novus Ordo dalla sua progressiva ed evidente degenerazione, causata in primo luogo dall'introduzione conciliare del principio di creatività nella liturgia, un'autentica bestemmia, cattolicamente parlando.
Egli si augurava che l'Ordo Vetus riammesso pur non essendo stato mai abrogato potesse contribuire a migliorare il Novus Ordo, magari integrandosi con esso in nuove forme liturgiche.
La visione di Ratzinger è sempre stata evoluzionistica, per così dire, espressione di un suo fondamentale storicismo, forse più heideggeriano che hegeliano (la Zeitlichkeit, la "temporalità" come modo di essere del Dasein, dell'Esistenza, sempre storicamente determinata dal suo interno, immanentisticamente). Ha sempre sostenuto il concetto errato di "tradizione vivente", insufflato dal Concilio, che giustifica (storicisticamente) tutte le aperture ecumeniche possibili ed immaginabili, dal bacio al Corano al segno di Shiva, dio indù della distruzione, sulla fronte felicemente protesa di Giovani Paolo II.

Anonimo ha detto...

Questo pessimo articolo è l'esaltazione acritica della mai troppo biasimata "ermeneutica della continuità".
Cosa sarebbe questa "opposizione positivistica" di cui blatera l'articolista?
Basta equilibrismi, ne abbiamo le tasche piene.

Anonimo ha detto...

https://fsspx.news/it/news-events/news/inquietanti-rivelazioni-di-francesco-sul-pre-conclave-del-2013-68609

Anonimo ha detto...

Qualcosa mi sfugge?
Quante volte l'artefice del Summorum Pontificum celebrò la da lui fantasiosamente denominata "forma extraordinaria"?
Che io sappia, nessuna.
Non è un gran ché come testimonianza rispetto al credere in quel che si dice e si fa.

Anonimo ha detto...

Papa Pio XII:

«Il cristiano, se fa onore al nome che porta, sempre è apostolo; disdice al soldato di Cristo il discostarsi dalla battaglia, perché solo la morte pone fine alla sua milizia».

Anonimo ha detto...

@ 11 settembre 2021 22:41

Perché non si dice apertamente che in un conclave o arriva la mano di qualche potente della terra o l'aum aum dei cardinali o rarissimamente lo Spirito Santo? Di questi tempi poi ne dovrà passare di acqua sotto i ponti prima che lo Spirito Santo torni nei pressi del Vaticano, di Roma, dell'Italia! Ormai residenza stabile delle più basse schiere demoniache.

Anonimo ha detto...


L'effettiva libertà nei Conclavi

Per diversi secoli nei Conclavi comandavano le potenze "cattoliche" e "cristianissime", ossia Francia e Spagna asburgica poi Austria. I cardinali erano in genere divisi in due fazioni predominanti, rappresentanti le due grandi potenze europee del tempo. Gli imperatori sacri e romani godevano anche di privilegi in senso formale, nel senso che potevano porre il veto su certi candidati, privilegi aboliti solo all'accessione al trono di san Pio X (controllare).
Il papato subiva quindi ricatti politico-religiosi di tutti i generi, soprattutto da parte delle grandi potenze del tempo.
Ciò dipendeva anche dal fatto che il Papato voleva mantenere un potere temporale evidentemente troppo esteso per i suoi mezzi reali, territori che non riusciva a difendere, abbisognando quindi dell'appoggio costante delle grandi potenze in lotta tra loro, che ovviamente non facevano nulla gratis et amore Dei.
Dopo il Sacco di Roma del 1527, tragica fine di quel minimo di indipendenza temporale che la Chiesa ancora riusciva ad avere, e l'inizio del dominio spagnolo in Italia, a Roma le ambasciate francesi e spagnole spadroneggiavano con le loro fitte scorte armate, formate anche da elementi locali, veri e propri bravacci. I "bravi" del Seicento, di manzoniana memoria, non c'erano solo nella Lombardia devastata da eserciti stranieri e pestilenze.

Ma in tutto questo allora lo Spirito Santo? Non dimentichiamo che Dio ci lascia l'uso del libero arbitrio, anche se non assoluto. Ha certamente impedito il Signore il tracollo della sua Chiesa, consentendole anzi di riprendersi, anche se mai del tutto. È riuscita comunque questa Chiesa temporalmente così umiliata dai Potenti e castigata per i suoi peccati temporali, ma ristabilita nella dottrina autentica, ad evangelizzare il resto del mondo, dopo la scoperta dell'America. IMpresa non da poco. Il suo dovere ha continuato a farlo e di certo non le è mancato l'aiuto dello Spirito Santo, sino al VAticano II.
Siamo adesso giunti al momento storico nel quale "si sono compiuti i tempi dei Gentili" (Lc 21, 24)? Sarà questo il momento nel quale si compirà il numero degli Eletti e verrà subito dopo improvvisa e terrificante la fine, con il ritorno del Cristo Giudice sulla terra?

Non lo sappiamo ovviamente e speriamo di no anche se i segni in questo senso non mancano, purtroppo.

giacomo muraro ha detto...

Questo articolo non mi convince. Ha ragione l’Abbé Gleize. Quando si tratta della Verità l’et et cattolico diventa aut aut.
La Santa Chiesa prima o poi si libererà sia del Concilio Vaticano II che della messa protestante di Paolo VI. E, sia chiaro, la FSSPX non farà mai battaglie di retroguardia, sarà sempre in prima fila.

Vigiliae Alexandrinae ha detto...

«E, omesso il principio dogmatico, lo porta anche a opporre quasi positivisticamente testo a testo, rito a rito, laddove il discorso teologico, di per sé insufficiente (come ammette lo stesso Gleize nell’introduzione al libro appena citato), potrebbe servirsi del magistero» (A.S.).

« Cosa sarebbe questa "opposizione positivistica" di cui blatera l'articolista?» (Anonimo)

Si ha opposizione positivista quando si contrappone testo a testo, rito a rito, solo in quanto posti prima e dopo, senza poter o voler attingere a una grammatica concettuale o dogmatica presupposta. Grammatica che evidentemente manca ad Anonimo (come gli manca un nome). Una piccola conferma del senso dell'articolo.

Cordialmente,

Andrea Sandri


Vigiliae Alexandrinae ha detto...

«Questo articolo non mi convince. Ha ragione l’Abbé Gleize. Quando si tratta della Verità l’et et cattolico diventa aut aut» (Giacomo Muraro)..

L'"ermeneutica della continuità" che è necessariamente ermeneutica della Tradizione, se esercitata correttamente e secondo una grammatica (vedi risposta precedente), porta con uguale necessità a un aut-aut.

A.S.

Vigiliae Alexandrinae ha detto...

Tutti questi Anonimi che affermano la franchezza, sono, a dire il vero, un po' imbarazzanti.

A. S.

giacomo muraro ha detto...

Ermeneutica, mi sembra una parola magica per confondere le idee. Ma, di grazia, cosa c'è da interpretare, da chiarire? Tutto è stato rivelato, tutto è stato chiarito, tutto è stato interpretato dagli Apostoli, da San Paolo, dai Padri della Chiesa, dai 20 Concili che hanno preceduto il Vaticano secondo, dai papi con le loro enciclicle, dalla proclamazione dei dogmi... Per me basta così. Non ho l'istruzione e la competenza per seguire disquisizioni di alta filosofia o teologia dogmatica. Maria, regina apostolorum et Auxilium christianorum, ora pro nobis.

Vigiliae Alexandrinae ha detto...

Giacomo Muraro,

mi sembra un criterio molto soggettivo.

A questo punto sarebbe più coerente chiudere il libro arrivati al secondo Concilio di Nicea.

Il resto è tutto ermeneutica e interpretazione.

giacomo muraro ha detto...

Eccessivo e fuorviante.

giacomo muraro ha detto...

Mi permetto ancora una considerazione sulla "ermeneutica della continuità" che si vorrebbe applicata al CV2. A mio parere sarebbe una pretesa di far rientrare gli errori del concilio nell'alveo della Tradizione, cioè far diventare verità l'errore.
Operazione nefasta, fuori da qualsiasi logica, fatica di Sìsifo, offesa alla ragione, offesa alla Verità, e, in definitiva, offesa a Colui che ha detto "Io sono la Verità".
Mater boni consilii, ora pro nobis.

mic ha detto...

Io ritengo valida la proposta di mons. Schneider, che richiama quella di Mons. Brunero Gherardini ("Concilio Vaticano II; un discorso da fare", che purtroppo è diventato "Il discorso mancato") e può essere connotata come "la richiesta di un nuovo Sillabo per il XXI secolo".

http://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2011/01/convegno-sul-vaticano-ii-proposte-per.html

Anonimo ha detto...

mic, un sogno ad occhi aperti. Al tempo in cui San Benedetto si allontanò dalla città per trovare quello che andava cercando, chi lo conosceva? Nessuno.

Così noi oggi non conosciamo gli uomini e le donne che ri/evangelizzeranno il mondo e come.

La testimonianza e gli spunti che ogni giorno semini e ognuno di noi semina è quanto possiamo fare, andranno distrutti? qualche riga si salverà? si conserveranno intatti? Non sappiamo. Quello che importa è tessere e ritessere tutti insieme la tunica inconsutile di NSGC con la nostra fede in Lui ed il nostro amore per Lui e per il nostro prossimo spesso così difficile da amare.

mic ha detto...

Grazie. Ne convengo e spero toto corde!

Vigiliae Alexandrinae ha detto...

Convengo. Ma, se si intende l'ermeneutica della continuità come un metodo che presuppone il canone della Tradizione, le due proposte non si oppongono, anzi.