Nella nostra traduzione da FSSPX.News Intervista al Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, fondamentale per comprendere la mentalità della Fraternità; in effetti, è una delle migliori sintesi complessive della loro posizione che abbia mai letto.
Intervista al Superiore Generale
della Fraternità Sacerdotale San Pio X
FSSPX.News: Reverendo Superiore Generale, lei ha appena annunciato pubblicamente la sua intenzione di procedere alle consacrazioni episcopali per la Fraternità Sacerdotale San Pio X il prossimo 1° luglio.
Perché ha scelto di fare questo annuncio proprio oggi, 2 febbraio?Don Davide Pagliarani: La festa della Purificazione della Beata Vergine Maria ha un grande significato all’interno della Fraternità. È il giorno in cui i candidati al sacerdozio ricevono la tonaca. La Presentazione del Signore al Tempio, che celebriamo oggi, ricorda loro che la chiave della loro formazione e preparazione agli ordini sacri sta nel dono di sé, che passa attraverso le mani di Maria. È una festa mariana importante perché, annunciando alla Madonna una spada di dolore, Simeone mostra chiaramente il suo ruolo di Corredentrice accanto al suo divino Figlio. La vediamo associata a Nostro Signore fin dall’inizio della sua vita terrena fino al compimento del suo sacrificio sul Calvario. Allo stesso modo, la Madonna accompagna il futuro sacerdote nella sua formazione e per tutta la sua vita: è lei che continua a formare Nostro Signore nella sua anima.
Questo annuncio è stato oggetto di voci insistenti negli ultimi mesi, soprattutto dopo la morte del vescovo Tissier de Mallerais nell’ottobre 2024. Perché avete aspettato fino ad ora?
Come l’arcivescovo Lefebvre ai suoi tempi, la Fraternità ha sempre cercato di non precedere ma di seguire la Provvidenza, lasciandosi guidare dai suoi segnali. Una decisione di tale importanza non può essere presa con leggerezza o fretta.
In particolare, poiché questa decisione riguarda chiaramente l’autorità suprema della Chiesa, si è ritenuto necessario prima rivolgersi alla Santa Sede – cosa che abbiamo fatto – e attendere un periodo di tempo ragionevole per una risposta. Non era una decisione che potevamo prendere senza manifestare concretamente il nostro riconoscimento dell’autorità del Santo Padre.
Nella sua omelia, lei ha affermato di aver effettivamente scritto al Papa. Può dirci qualcosa di più al riguardo?
L’estate scorsa ho scritto al Santo Padre per chiedere un’udienza. Non avendo ricevuto risposta, gli ho scritto di nuovo alcuni mesi dopo, in modo filiale e diretto, senza nascondere alcuna delle nostre esigenze. Ho menzionato le nostre divergenze dottrinali, ma anche il nostro sincero desiderio di servire la Chiesa cattolica senza sosta, poiché siamo servitori della Chiesa nonostante il nostro status canonico irregolare.
A questa seconda lettera, pochi giorni fa ci è giunta una risposta da Roma, dal cardinale Fernández. Purtroppo, essa non ha tenuto in alcun conto la proposta che abbiamo avanzato e non offre nulla che risponda alle nostre richieste.
Questa proposta, date le circostanze molto particolari in cui si trova la Fraternità, consiste concretamente nel chiedere alla Santa Sede di acconsentire a permetterci di continuare il nostro lavoro – temporaneamente, nella nostra situazione eccezionale – per il bene delle anime che si rivolgono a noi. Abbiamo promesso al Papa di dedicare tutte le nostre energie alla salvaguardia della Tradizione e di fare dei nostri fedeli dei veri figli della Chiesa. Mi sembra che una tale proposta sia realistica e ragionevole e che, di per sé, potrebbe essere approvata dal Santo Padre.
Ma allora, se non avete ancora ricevuto questa approvazione, perché ritenete comunque necessario procedere con le consacrazioni episcopali?
Si tratta di un mezzo estremo, proporzionato a una necessità reale e altrettanto estrema. Infatti, la semplice esistenza di una necessità per il bene delle anime non significa che, per rispondere ad essa, qualsiasi iniziativa sia automaticamente giustificata. Ma nel nostro caso, dopo un lungo periodo di attesa, di osservazione e di preghiera, sembra che lo stato oggettivo di grave necessità in cui si trovano oggi le anime, la Fraternità e la Chiesa richieda una tale decisione.
Con l’eredità che ci ha lasciato Papa Francesco, le ragioni fondamentali che hanno giustificato le consacrazioni del 1988 esistono ancora e, sotto molti aspetti, ci spingono con rinnovata urgenza. Il Concilio Vaticano II rimane più che mai la bussola che guida gli ecclesiastici di oggi, ed è improbabile che cambino rotta nel prossimo futuro. Inoltre, i principali orientamenti che stanno già prendendo forma in questo nuovo pontificato – in particolare attraverso il più recente concistoro – non fanno che confermarlo. È evidente la determinazione esplicita a preservare la linea di Papa Francesco come traiettoria irreversibile per tutta la Chiesa.
È triste riconoscerlo, ma è un dato di fatto che, in una parrocchia ordinaria, i fedeli non trovano più i mezzi necessari per assicurarsi la salvezza eterna. Mancano, in particolare, sia la predicazione integrale della verità e della morale cattolica, sia la degna amministrazione dei sacramenti come la Chiesa ha sempre fatto. Questa privazione è ciò che costituisce lo stato di necessità. In questo contesto critico, i nostri vescovi stanno invecchiando e, con il continuo espandersi dell’apostolato, non sono più sufficienti a soddisfare le esigenze dei fedeli in tutto il mondo.
In che modo ritiene che il concistoro del mese scorso confermi la direzione intrapresa da Papa Francesco?
Il cardinale Fernández, parlando a nome di Papa Leone, ha invitato la Chiesa a tornare all’intuizione fondamentale di Papa Francesco espressa nella sua enciclica chiave, Evangelii gaudium. In parole povere, egli ritiene che il Vangelo debba essere proclamato riducendolo a un’espressione primitiva ed essenziale, una serie di formule concise e incisive – il «kerygma» – con l’obiettivo di suscitare un’«esperienza», un incontro immediato con Cristo. Tutto il resto dovrebbe essere messo da parte, per quanto prezioso possa essere. In termini concreti, tutto ciò che è Tradizione è considerato accessorio e secondario. È questo metodo della nuova evangelizzazione che ha prodotto il vuoto dottrinale caratteristico del pontificato di Papa Francesco, e che è profondamente sentito da molti nella Chiesa.
Allo stesso modo, è necessario fornire risposte nuove e pertinenti alle questioni emergenti del nostro tempo, ma, secondo il cardinale Fernández, ciò deve essere fatto attraverso la riforma sinodale, piuttosto che riscoprendo le risposte classiche e sempre valide fornite dalla Tradizione della Chiesa. È con questi mezzi, nel «soffio dello Spirito» di questa riforma sinodale, che Papa Francesco è stato in grado di imporre decisioni catastrofiche all’intera Chiesa, come l’autorizzazione alla Santa Comunione per i divorziati e i risposati civilmente, o la benedizione delle coppie omosessuali.
In sintesi, attraverso il «kerygma», l’annuncio del Vangelo viene isolato dall’intero corpus della dottrina e della morale tradizionali. E attraverso la sinodalità, le risposte tradizionali vengono sostituite da decisioni arbitrarie, con un alto rischio di essere assurde e dottrinalmente ingiustificabili. Lo stesso cardinale Zen considera questo metodo manipolatorio e ritiene blasfemo attribuirlo allo Spirito Santo. Purtroppo, temo che abbia ragione.
Lei parla di servizio alla Chiesa, ma in pratica la Fraternità può dare l’impressione di sfidare la Chiesa, soprattutto se si prevedono consacrazioni episcopali. Come lo spiega al Papa?
Noi serviamo la Chiesa prima di tutto servendo le anime. Questo è un fatto oggettivo, indipendente da qualsiasi altra considerazione. Fondamentalmente, la Chiesa esiste per le anime; il suo scopo è la loro santificazione e la loro salvezza. Tutti i bei discorsi, i vari dibattiti, i grandi temi su cui si discute o si potrebbe discutere, non hanno alcun significato se non hanno come finalità la salvezza delle anime. È essenziale ricordarlo perché la Chiesa rischia di occuparsi di tutto e di niente. Le preoccupazioni ecologiche, ad esempio, o l’attenzione ai diritti delle minoranze, delle donne o dei migranti, rischiano di far perdere di vista la missione essenziale della Chiesa. Se la Fraternità San Pio X si sforza di preservare la Tradizione, con tutto ciò che ciò comporta, è solo perché questi tesori sono vitali per la salvezza delle anime e perché non mira ad altro che al bene delle anime e a quello del sacerdozio, ordinato alla loro santificazione.
In questo modo, mettiamo ciò che preserviamo al servizio della Chiesa. Offriamo alla Chiesa non un museo di cose vecchie e polverose, ma la Tradizione nella sua pienezza e fecondità. La Tradizione, che santifica le anime, le trasforma e fa nascere vocazioni e famiglie autenticamente cattoliche. In altre parole, è per il Papa stesso, in quanto tale, che conserviamo questo tesoro fino al giorno in cui il suo valore sarà nuovamente compreso e quando un Papa vorrà utilizzarlo per il bene di tutta la Chiesa. Perché è alla Chiesa che appartiene la Tradizione.
Lei parla del bene delle anime, ma la Fraternità non ha alcuna missione sulle anime. Al contrario, è stata soppressa canonicamente più di cinquant’anni fa. Su quale base si può giustificare una missione della Fraternità verso le anime?
È semplicemente una questione di carità. Non vogliamo attribuirci una missione che non abbiamo, ma allo stesso tempo non possiamo rifiutarci di rispondere all’angoscia spirituale di anime sempre più perplesse, disorientate e smarrite. Chiedono aiuto. E, dopo aver cercato a lungo, è del tutto naturale che trovino profonda gioia, luce e consolazione nelle ricchezze della Tradizione della Chiesa. Verso queste anime abbiamo una vera responsabilità, anche se non possediamo una missione ufficiale. È lo stesso per chiunque si trovi per strada: se vede un altro in pericolo, è tenuto ad aiutarlo secondo i propri mezzi, anche se non è né un pompiere né un poliziotto.
Il numero di anime che si sono rivolte a noi in questo modo è aumentato nel corso degli anni, in particolare nell’ultimo decennio. Ignorare i loro bisogni e abbandonarle significherebbe tradirle e quindi tradire la Chiesa stessa, perché, ancora una volta, la Chiesa esiste per le anime e non per alimentare discorsi vani e futili.
Questa carità è un dovere che prevale su tutti gli altri. La stessa legge della Chiesa lo prevede. Nello spirito del diritto ecclesiastico, che è l’espressione giuridica di questa carità, il bene delle anime viene prima di ogni altra cosa. Rappresenta veramente la legge delle leggi, alla quale tutte le altre sono subordinate e contro la quale nessuna legge ecclesiastica può prevalere. L’assioma «suprema lex, salus animarum» — « la legge suprema è la salvezza delle anime» — è una massima classica della tradizione canonica che è esplicitamente ripresa dal canone finale del Codice del 1983. Nello stato attuale di necessità, è su questo principio supremo che dipende l’intera legittimità del nostro apostolato e della nostra missione verso le anime che si rivolgono a noi. Per noi, il nostro ruolo è quello di supplire a una carenza, in nome di quella stessa carità.
Siete consapevoli che contemplare le consacrazioni episcopali potrebbe porre i fedeli che ricorrono alla Fraternità di fronte a un dilemma: o la scelta della Tradizione integrale con tutto ciò che essa implica, o la “piena” comunione con la gerarchia della Chiesa?
In realtà, questo dilemma è solo apparente. Un cattolico deve preservare sia la Tradizione integrale sia la comunione con la gerarchia. Non può scegliere tra questi beni, perché entrambi sono necessari.
Ma troppo spesso si dimentica che la comunione si fonda essenzialmente sulla fede cattolica con tutto ciò che essa comporta – a cominciare da una vera vita sacramentale – e questo richiede l’esercizio di un governo che predichi questa stessa fede e ne assicuri la pratica, usando la sua autorità non in modo arbitrario, ma veramente in vista del bene spirituale delle anime affidate alle sue cure.
È proprio per salvaguardare questi fondamenti – queste condizioni necessarie per l’esistenza della comunione nella Chiesa – che la Fraternità non può accettare ciò che si oppone e distorce tale comunione, anche quando proviene da coloro che esercitano di diritto l’autorità nella Chiesa.
Potrebbe fornire un esempio concreto di ciò che la Fraternità non può accettare?
Il primo esempio che mi viene in mente risale al 2019, quando Papa Francesco, in occasione della sua visita nella penisola arabica, ha firmato, insieme a un imam, la nota dichiarazione di Abu Dhabi. Insieme al leader musulmano, ha affermato che la pluralità delle religioni è stata voluta come tale dalla Sapienza divina.
È evidente che una comunione fondata sull’accettazione di una tale affermazione, o che la includesse, semplicemente non sarebbe cattolica, poiché costituirebbe un peccato contro il Primo Comandamento e la negazione del primo articolo del Credo. Considero tale affermazione più che un semplice errore. È semplicemente inconcepibile. Non può essere il fondamento della comunione cattolica, ma piuttosto la causa della sua dissoluzione. Credo che un cattolico dovrebbe preferire il martirio piuttosto che accettare una simile affermazione.
In tutto il mondo sta crescendo la consapevolezza degli errori da tempo denunciati dalla Fraternità, in particolare su Internet. Non sarebbe meglio lasciare che questo movimento si sviluppi e confidare nella Provvidenza piuttosto che intervenire con un gesto pubblico forte come le consacrazioni episcopali?
Questo movimento è certamente positivo e non si può che rallegrarsene. Indubbiamente, esso illustra la validità di ciò che la Fraternità difende, e vi sono tutte le ragioni per incoraggiare questa diffusione della verità con tutti i mezzi disponibili. Detto questo, si tratta di un movimento con dei limiti, poiché la battaglia della fede non può essere limitata né esaurita da discussioni e prese di posizione su Internet.
La santificazione di un’anima dipende certamente da un’autentica professione di fede, ma questa deve condurre a una vita cristiana devota. La domenica, le anime non hanno bisogno di consultare Internet; hanno bisogno di un sacerdote che ascolti le loro confessioni e le istruisca, che celebri per loro il Santo Sacrificio della Messa, che le santifichi veramente e le conduca a Dio. Le anime hanno bisogno di sacerdoti. E per avere sacerdoti, occorrono vescovi, non “influencer”. In altre parole, dobbiamo tornare alla realtà, cioè alla realtà delle anime e dei loro bisogni concreti e oggettivi. Le consacrazioni episcopali non hanno altro scopo se non quello di garantire, ai fedeli attaccati alla Tradizione, l’amministrazione del sacramento della Cresima, dell’Ordine Sacro e di tutto ciò che ne deriva.
Non pensa che, nonostante le sue buone intenzioni, la Fraternità potrebbe in qualche modo finire per considerarsi la Chiesa, o attribuirsi un ruolo insostituibile?
La Fraternità non pretende in alcun modo di sostituirsi alla Chiesa o di assumerne la missione. Al contrario, essa conserva la profonda consapevolezza di esistere unicamente per servirla, basandosi esclusivamente su ciò che la Chiesa stessa ha sempre e ovunque predicato, creduto e praticato.
La Fraternità è altresì profondamente consapevole che non è lei a salvare la Chiesa, poiché solo Nostro Signore preserva e salva la Sua Sposa, Lui che non cessa mai di vegliare su di lei.
In circostanze che non ha scelto, la Fraternità è semplicemente un mezzo privilegiato per rimanere fedele alla Chiesa. Attenta alla missione della sua Madre, che da venti secoli nutre i suoi figli con la dottrina e i sacramenti, la Fraternità si dedica con spirito filiale alla conservazione e alla difesa della Tradizione integrale, approfittando di una libertà senza pari per rimanere fedele a questa eredità. Secondo l’espressione dell’arcivescovo Lefebvre, la Fraternità non è altro che un’opera «della Chiesa cattolica, che continua a trasmettere la dottrina»; il suo ruolo è quello di un «inviato». E non desidera altro che vedere tutti i pastori cattolici unirsi a lei nell’adempimento di questo dovere.
Torniamo al Papa. Ritiene realistico credere che il Santo Padre possa accettare, o almeno tollerare, che la Fraternità consacri vescovi senza un mandato pontificio?
Un Papa è prima di tutto un padre. In quanto tale, è capace di discernere una giusta intenzione, una sincera volontà di servire la Chiesa e, soprattutto, un autentico caso di coscienza in una situazione eccezionale. Questi elementi sono oggettivi e tutti coloro che conoscono la Fraternità possono riconoscerli, anche senza necessariamente condividerne le posizioni.
Questo è comprensibile in teoria. Ma pensa che, in pratica, Roma potrebbe tollerare una tale decisione da parte della Fraternità?
Il futuro rimane nelle mani del Santo Padre e, naturalmente, della Provvidenza. Tuttavia, bisogna riconoscere che la Santa Sede è talvolta capace di mostrare un certo pragmatismo, e persino una sorprendente flessibilità, quando è convinta di agire per il bene delle anime.
Prendiamo il caso attuale delle relazioni con il governo cinese. Nonostante un vero e proprio scisma della Chiesa patriottica cinese, nonostante la persecuzione ininterrotta della Chiesa clandestina fedele a Roma, nonostante gli accordi regolarmente rinnovati e poi violati dalle autorità cinesi, nel 2023 Papa Francesco ha approvato, a posteriori, la nomina del vescovo di Shanghai da parte di quelle autorità. Più recentemente, lo stesso Papa Leone XIV ha finito per accettare, a posteriori, la nomina del vescovo di Xinxiang, designato allo stesso modo durante la vacanza della Sede Apostolica, mentre il vescovo fedele a Roma – che era stato imprigionato più volte – era ancora in carica. In entrambi i casi, si trattava chiaramente di prelati filogovernativi, imposti unilateralmente da Pechino per controllare la Chiesa cattolica in Cina. Va chiaramente sottolineato che non si trattava semplicemente di vescovi ausiliari, ma di vescovi residenti, cioè di pastori ordinari delle rispettive diocesi (o prefetture), con giurisdizione sul clero e sui fedeli locali. A Roma è perfettamente noto per quale scopo questi pastori sono stati scelti e imposti unilateralmente.
Il caso della Fraternità è completamente diverso. Per noi non si tratta ovviamente di favorire un potere comunista o anticristiano, ma solo di salvaguardare i diritti di Cristo Re e della Tradizione della Chiesa, in un momento di crisi e confusione generale in cui questi sono gravemente compromessi. Le intenzioni e i fini non sono chiaramente gli stessi. Il Papa lo sa. Inoltre, il Santo Padre sa bene che la Fraternità non ha alcuna intenzione di concedere alcuna giurisdizione ai suoi vescovi, il che equivarrebbe a creare una Chiesa parallela.
Francamente, non vedo come il Papa possa temere un pericolo maggiore per le anime proveniente dalla Fraternità piuttosto che dal governo di Pechino.
Per quanto riguarda la Messa tradizionale, ritiene che la necessità delle anime sia oggi grave come lo era nel 1988? Dopo le ben note vicissitudini del rito di San Pio V, la sua liberazione da parte di Benedetto XVI nel 2007 e le restrizioni imposte da Francesco nel 2021, in quale direzione stiamo andando con il nuovo Papa?
Per quanto ne so, Papa Leone XIV ha mantenuto una certa discrezione su questo argomento, che suscita grandi aspettative nel mondo conservatore. Molto recentemente, tuttavia, è stato reso pubblico un testo del cardinale Roche sulla liturgia, inizialmente destinato ai cardinali che hanno partecipato al concistoro del mese scorso. Non c’è motivo di dubitare che esso corrisponda, nelle sue linee generali, all’orientamento desiderato dal Papa. Si tratta di un testo inequivocabile e, soprattutto, logico e coerente. Purtroppo, si basa su una premessa falsa.
Concretamente, questo testo, in perfetta continuità con Traditionis custodes, condanna il progetto liturgico di Papa Benedetto XVI, secondo il quale il rito antico e il rito nuovo sono due forme più o meno equivalenti, che esprimono la stessa fede e la stessa ecclesiologia, e quindi capaci di arricchirsi reciprocamente.
Preoccupato per l’unità della Chiesa, Benedetto XVI ha cercato di promuovere la coesistenza dei due riti e, nel 2007, ha pubblicato la Summorum Pontificum. Per molti, ciò ha determinato una provvidenziale riscoperta della Messa di sempre; ma col tempo ha anche dato origine a un movimento che metteva in discussione il nuovo rito, un movimento ritenuto problematico e che la Traditionis custodes, nel 2021, ha cercato di arginare.
Fedele a Papa Francesco, il cardinale Roche sta ora cercando di promuovere un’unità sfuggente della Chiesa secondo un’idea contraddittoria rispetto a quella di Benedetto XVI. Pur mantenendo l’affermazione di una continuità da un rito all’altro attraverso la riforma, il cardinale Roche si oppone fermamente alla loro coesistenza. Egli vede in essa una fonte di divisione, una minaccia all’unità, che deve essere superata tornando a un’autentica comunione liturgica. «Il bene primario dell’unità della Chiesa non si ottiene congelando la divisione, ma ritrovandoci nella condivisione di ciò che non può che essere condiviso». Nella Chiesa «dovrebbe esserci un solo rito», in piena sintonia con il vero significato della Tradizione.
Si tratta di un principio giusto e coerente, poiché la Chiesa, avendo una sola fede e una sola ecclesiologia, può avere una sola liturgia in grado di esprimerle adeguatamente. Ma è un principio applicato a una concezione errata della Tradizione. In linea con la nuova ecclesiologia postconciliare, il cardinale Roche concepisce la Tradizione come qualcosa di evolutivo e il nuovo rito come sua unica espressione viva per il nostro tempo. Il valore del rito tridentino può quindi essere considerato solo obsoleto e il suo uso, al massimo, una «concessione» e «in nessun modo una promozione».
Che vi sia una «divisione» e un’incompatibilità tra i due riti appare ora più evidente che mai. Ma non ci si illuda: l’unica liturgia che esprime adeguatamente, in modo immutabile e non evolutivo, la concezione tradizionale della Chiesa, della vita cristiana e del sacerdozio cattolico – cioè la Tradizione – è la liturgia di tutti i tempi. Su questo punto, l’opposizione della Santa Sede appare più irrevocabile che mai.
Il cardinale Roche ha tuttavia l’onestà di riconoscere che esistono ancora problemi specifici nell’attuazione della riforma liturgica. Ritiene che ciò possa portare a una presa di coscienza dei limiti di tale riforma?
È sorprendente che, dopo sessant’anni, si ammetta ancora una reale difficoltà nell’applicazione della riforma liturgica e che le sue ricchezze siano ancora da scoprire. È un ritornello che si sente ogni volta che si affronta questo argomento e che il testo del cardinale Roche non elude. Ma invece di mettere sinceramente in discussione le carenze intrinseche della nuova Messa, e quindi il fallimento complessivo della riforma, invece di affrontare la realtà che le chiese si stanno svuotando e le vocazioni sono in declino, invece di chiedersi perché il rito tridentino continui ad attrarre così tante anime, il cardinale Roche non vede altra soluzione che una formazione preliminare urgente dei fedeli e dei seminaristi.
Senza rendersene conto, entra così in un circolo vizioso, poiché è la liturgia stessa che ha lo scopo di formare le anime. Per quasi duemila anni, le anime – spesso analfabete – sono state edificate e santificate dalla liturgia, senza bisogno di alcuna formazione preliminare. Non riconoscere l’intrinseca incapacità del Novus Ordo di formare ed edificare le anime e continuare a richiedere una formazione preliminare sempre migliore mi sembra il segno di una cecità irrimediabile. Si arriva a paradossi sconcertanti: la riforma aveva lo scopo di favorire una maggiore partecipazione dei fedeli; eppure i fedeli hanno abbandonato la Chiesa in massa, perché questa liturgia insipida non riusciva a nutrirli – e questo non avrebbe nulla a che vedere con la riforma?
Oggi, in molti paesi, gruppi esterni alla Fraternità usano ancora il Messale del 1962. Tali possibilità non esistevano quasi nel 1988. Non sarebbe questa un’alternativa sufficiente per il momento, rendendo premature nuove consacrazioni episcopali?
La domanda che dobbiamo porci è questa: queste possibilità corrispondono a ciò di cui la Chiesa e le anime hanno veramente bisogno? Rispondono in modo sufficiente alle necessità delle anime?
È innegabile che, ovunque venga celebrata la Messa tradizionale, è il vero rito della Chiesa che risplende con un profondo senso del sacro, che non si trova nel nuovo rito. Tuttavia, non si può prescindere dal contesto in cui si svolgono queste celebrazioni. Indipendentemente dalla buona volontà dell’una o dell’altra parte, e soprattutto dopo la pubblicazione di Traditionis custodes e la sua conferma da parte del cardinale Roche, il contesto è quello di una Chiesa in cui l’unico rito ufficiale e «normale» è quello di Paolo VI. La celebrazione del rito di sempre, quindi, si svolge in regime di eccezione. I sacerdoti legati a questo rito ricevono, per benevolenza gratuita, dispense che consentono loro di celebrarlo, ma queste dispense si inseriscono nella logica della nuova ecclesiologia. Essi accettano quindi tacitamente che la nuova liturgia rimanga il criterio della pietà dei fedeli e l’espressione autentica della vita della Chiesa.
Perché dice che non si può prescindere da questo quadro eccezionale? Non si sta comunque facendo del bene? Quali conseguenze concrete sarebbero deplorevoli?
Da questa situazione derivano almeno tre conseguenze dannose. La più immediata è una profonda fragilità strutturale. I sacerdoti e i fedeli che beneficiano di alcuni privilegi che consentono loro di utilizzare la liturgia tridentina vivono nell’ansia per il futuro: un privilegio non è un diritto.
Finché l’autorità li tollera, possono continuare la loro pratica religiosa senza essere disturbati. Ma non appena l’autorità formula richieste particolari, impone condizioni o revoca improvvisamente, per un motivo o per l’altro, le autorizzazioni concesse, i sacerdoti e i fedeli si trovano in conflitto, senza alcun mezzo per difendersi e garantire efficacemente l’assistenza tradizionale che le anime hanno il diritto di aspettarsi. Come si possono quindi evitare a lungo termine questi casi di coscienza, quando, tra due concezioni inconciliabili della vita della Chiesa – incarnate in due liturgie incompatibili – una gode di completa legittimità mentre l’altra è semplicemente tollerata?
Inoltre – e questo è probabilmente più grave – non si comprende più il motivo dell’attaccamento di questi gruppi alla liturgia tridentina. Ciò compromette gravemente i diritti pubblici della Tradizione della Chiesa e quindi il bene delle anime. Infatti, se si ritiene che coloro che sono attaccati alla Messa di sempre accettino che la Messa moderna sia celebrata in tutta la Chiesa, e se si crede che essi rivendichino per sé solo un privilegio particolare legato a una preferenza o a un carisma proprio, come si può allora comprendere che questa Messa di sempre si oppone in modo irriducibile alla nuova Messa, rimane l’unica vera liturgia di tutta la Chiesa e che nessuno può essere impedito di celebrarla? Come si può sapere che la Messa di Paolo VI non può essere riconosciuta, perché costituisce un notevole allontanamento dalla teologia cattolica del Santo Sacrificio della Messa, e che nessuno può essere costretto a celebrarla? E come si possono allontanare efficacemente le anime da questa liturgia avvelenata, per farle bere alle pure fonti della liturgia cattolica?
Infine, una conseguenza più remota che deriva dalle due precedenti: il timore di rompere una fragile stabilità con comportamenti ritenuti «disturbanti» riduce molti pastori a un silenzio costretto, quando invece dovrebbero alzare la voce contro insegnamenti scandalosi che corrompono la fede o la morale. La necessaria denuncia degli errori che minano la Chiesa – richiesta dal bene stesso delle anime minacciate da questo nutrimento avvelenato – rimane così incompiuta. Si può illuminare un altro in privato, se si è in grado di discernere la nocività di un dato errore, ma può essere solo un timido sussurro, in cui la verità fatica ad esprimersi con la necessaria libertà – specialmente all’ombra di principi contraddittori tacitamente accettati.
Ancora una volta, le anime non vengono più illuminate e sono private del pane della dottrina di cui rimangono affamate. Col tempo, ciò altera progressivamente le mentalità e porta gradualmente ad un’accettazione generale e inconscia delle varie riforme che interessano la vita della Chiesa. Anche verso queste anime la Fraternità sente la responsabilità di illuminare e di non abbandonare.
Non si tratta di giudicare e condannare, ma di aprire gli occhi e riconoscere i fatti. Siamo obbligati a riconoscere che, nella misura in cui l’uso della liturgia tradizionale rimane condizionato da un’accettazione almeno implicita delle riforme conciliari, i gruppi che ne beneficiano non possono costituire una risposta adeguata alle profonde necessità sperimentate dalla Chiesa e dalle anime. Al contrario, per riprendere un’idea già espressa, ai cattolici di oggi deve essere offerta una verità senza compromessi, servita senza condizionamenti, insieme ai mezzi per viverla pienamente, per la salvezza delle anime e il servizio di tutta la Chiesa.
Detto questo, non crede che Roma potrebbe mostrarsi più generosa in futuro riguardo alla Messa tradizionale?
Roma potrebbe adottare un atteggiamento più aperto in futuro, come è avvenuto nel 1988 in circostanze analoghe, quando il vecchio Messale fu concesso a gruppi specifici nel tentativo di allontanare i fedeli dalla Fraternità. Se ciò dovesse ripetersi, sarebbe ancora una volta una decisione più politica che dottrinale. Il Messale tridentino ha il solo scopo di adorare la maestà divina e di nutrire la fede; non deve essere strumentalizzato come strumento di adeguamento pastorale o come variabile di appeasement.
Tuttavia, una maggiore o minore benevolenza non cambierebbe nulla della nocività del quadro sopra descritto e quindi non modificherebbe sostanzialmente la situazione.
Inoltre, lo scenario è più complesso nella realtà. A Roma, sia Papa Francesco che il Cardinale Roche hanno capito che ampliare l’uso del Messale di San Pio V inevitabilmente innesca una messa in discussione della riforma liturgica e del Concilio su una scala che è sia problematica che, soprattutto, incontrollabile. È quindi difficile prevedere cosa accadrà, ma il pericolo di rimanere intrappolati in una logica più politica che dottrinale è reale.
Cosa vorrebbe dire in particolare ai fedeli e ai membri della Fraternità?
Vorrei sottolineare che questo è un momento di preghiera e di preparazione dei cuori, delle anime e delle menti. Dobbiamo prepararci a ricevere la grazia che queste consacrazioni porteranno a tutta la Chiesa. Questo deve essere fatto con raccoglimento, pace e fiducia nella Provvidenza, che non ha mai abbandonato la Fraternità e non la abbandonerà ora.
Spera ancora di incontrare il Papa?
Sì, certamente. Mi sembra estremamente importante parlare con il Santo Padre. Ci sono molte cose che vorrei condividere con lui e che non ho potuto includere nelle mie lettere. Purtroppo, la risposta del cardinale Fernández non affronta la possibilità di un’udienza con il Papa. Evoca anche la possibilità di nuove sanzioni.
Cosa farà la Fraternità se la Santa Sede decidesse di condannarla?
Innanzitutto, ricordiamo che in tali circostanze eventuali sanzioni canoniche non avrebbero alcun effetto reale.
Tuttavia, se fossero pronunciate, la Fraternità accetterebbe certamente questa nuova sofferenza senza amarezza, come ha accettato le sofferenze passate, e la offrirebbe sinceramente per il bene della Chiesa. È per la Chiesa che la Fraternità lavora. E non c’è dubbio che, se una tale situazione dovesse verificarsi, potrebbe essere solo temporanea, perché la Chiesa è divina e Nostro Signore non l’abbandonerà.
La Fraternità continuerà a lavorare al meglio delle sue capacità per essere fedele alla Tradizione cattolica e per servire umilmente la Chiesa rispondendo ai bisogni delle anime. Continuerà anche a pregare con devozione filiale per il Papa, come ha sempre fatto, in attesa del giorno in cui potrà essere liberata da ogni sanzione ingiusta, come è avvenuto nel 2009. Siamo certi che un giorno le autorità romane riconosceranno con gratitudine che queste consacrazioni episcopali hanno provvidenzialmente contribuito a preservare la fede, per la maggiore gloria di Dio e la salvezza delle anime.
Intervista rilasciata a Flavigny-sur-Ozerain il 2 febbraio 2026, nella festa della Purificazione della Beata Vergine Maria

1 commento:
C'è chi considera ingenuità il dire la verità senza preoccuparsi di aspetti strategici, tattici, diplomatici, finestre di dialogo, ecc..
La FSSPX, che chiamano "trad.", non è legalista, perché difende semplicemente la religione cattolica dei duemila anni precedenti al CVII.
È fedele al Papa, ma non ai Suoi errori, che ha il coraggio di denunciare pubblicamente.
Per questo è sicuramente cristiana, anche se non si comporta come i "noialtri" in cui si include chi li considera scismatici.
Si interrogassero i "noialtri", se appoggiare tutte gravi deviazioni dalla religione cristiana di Francesco e di chi lo sostiene e lo conferma sia cristiano.
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