Nella nostra traduzione da OnePeterFive la consueta meditazione di P. John Zuhlsdorf che ogni settimana ci consente di approfondire i tesori di grazia ricevuti nella domenica precedente qui. Importante anche per i riferimenti al superamento dei problemi attuali.
In Illo Tempore: Domenica di Settuagesima
P. John Zuhlsdorf, 31 gennaio 2026
Ci troviamo ora a nove domeniche dalla Pasqua, collocati in un punto di snodo dell’anno liturgico in cui memoria, attesa e disciplina convergono. Il contesto è decisivo. La Chiesa non attraversa il tempo come una mera successione di date, ma come una pedagogia della salvezza, una lenta educazione dell’anima mediante la ripetizione, l’anticipazione e la moderazione. Il grande ciclo iniziato con l’Avvento e dispiegatosi attraverso il Natale e l’Epifania giunge, per molti aspetti, al suo termine con la festa della Purificazione o Presentazione il 2 febbraio. L’Avvento ci ha formati in una penitenza gioiosa; il Natale e l’Epifania hanno rivelato il mistero per il quale ci eravamo preparati; e le manifestazioni della divinità del Signore ci sono state impresse settimana dopo settimana. Ora un altro grande arco si profila all’orizzonte: il ciclo che si estende dal Mercoledì delle Ceneri attraverso le austerità della Quaresima, esplode nella Pasqua e raggiunge la sua pienezza nella Pentecoste e nella sua Ottava. La Chiesa, conoscendo troppo bene la natura umana per supporre che possiamo passare istantaneamente dal tempo ordinario ai rigori della Quaresima, offre una soglia. Ci prepara a prepararci. O meglio, ci preparava. Le domeniche pre-quaresimali sono state abolite con il Novus Ordo, una perdita enorme che dovrebbe essere reintegrata. Fortunatamente, esse sono conservate nel calendario tradizionale del Rito Romano.
Le tre domeniche che precedono la Quaresima, già rivestite del viola penitenziale ma non ancora quaresimali, formano ciò che la tradizione ha a lungo chiamato Pre-Quaresima. Settuagesima, Sessagesima e Quinquagesima sembrano a prima vista un enigma numerico. I loro nomi, “Settantesima, Sessantesima, Cinquantesima”, non corrispondono con precisione matematica al calendario. Le settimane hanno sette giorni, non dieci, e non è necessario uno studio avanzato di matematica superiore per notare che i numeri non tornano esattamente. Ma la Chiesa non conta con una calcolatrice, bensì per “decadi”. La Settuagesima cade il 63° giorno prima del Triduo e quindi all’interno della settima “decade”, lo spazio dal 61° al 70° giorno. Si noti che in latino chiamiamo questa domenica Dominica in Septuagesima, “Domenica nella Settantesima”. La Sessagesima è il 56° giorno, nella sesta decade, e la Quinquagesima il 49°, nella quinta. La Quaresima stessa, Quadragesima, la “Quarantesima”, inizia dopo questo approccio misurato. I nomi hanno senso quando si comprende che indicano un’approssimazione entro limiti ordinati piuttosto che un’esattezza aritmetica.
Queste domeniche si spostano di anno in anno perché la stessa Pasqua si sposta. La data della Pasqua è governata dalla luna piena pasquale, la domenica successiva alla prima luna piena dopo l’equinozio di primavera. La Luna, come osservava la Giulietta di Shakespeare, è incostante, e così la Pasqua varia dal 22 marzo al 25 aprile. L’intervallo è ampio, trentacinque giorni, e gli effetti a catena si sentono in tutto il calendario. Si possono calcolare lune piene ecclesiastiche e mesi sinodici, ma il punto essenziale è più semplice. Poiché la Pasqua si muove, anche la Pre-Quaresima si muove, e ogni anno la Chiesa introduce di nuovo i suoi figli al digiuno per gradi, non a sorpresa.
Questo elemento di sorpresa è precisamente ciò che il calendario tradizionale impedisce. Con il Vetus Ordo, la Quaresima non arriva mai di nascosto. I segnali sono inequivocabili. Dai Primi Vespri della Settuagesima in poi, l’Alleluia tace. Il grido esuberante che ha punteggiato la liturgia dal Natale viene messo da parte, e al suo posto si canta il Tratto più austero. In alcune regioni si è sviluppata un’usanza toccante attorno a questo silenzio. Un “Alleluia” splendidamente scritto o scolpito veniva portato in processione e sepolto, talvolta letteralmente nel terreno vicino alla chiesa, per attendere la sua risurrezione nella Veglia Pasquale [qui]. La Chiesa non omette semplicemente una parola; ella drammatizza la sua assenza, imprimendo nei sensi che qualcosa di prezioso è stato trattenuto per un tempo. I paramenti diventano viola. La musica si oscura. Ancora prima che inizi la Quaresima, l’atmosfera è cambiata.
Queste domeniche non sono mai state marginali. Erano abbastanza importanti da avere le proprie chiese stazionali romane, e questo da solo dovrebbe far riflettere coloro che le immaginano come aggiunte tardomedievali di scarsa importanza. La stazione della Settuagesima è a San Lorenzo fuori le Mura. Lì, nello spirito, la Chiesa si riunisce con gli antichi catecumeni che stavano sulla soglia del battesimo. Sul giorno incombe la figura del diacono martire Lorenzo, disteso su una graticola di ferro sopra carboni ardenti, che serenamente confessa Cristo fino alla morte. La sua presenza è catechetica. Fin dall’inizio del loro cammino verso l’incorporazione nel Corpo Mistico di Cristo, ai catecumeni si ricordava che il cristianesimo è una cosa seria, che comporta la Croce, e che il battesimo è un passaggio nella morte e nella risurrezione, non un rito di appartenenza sociale.
Il formulario della Messa stessa rafforza questa gravità. L’Introito, tratto dal Salmo 17 o 18, grida: “I terrori della morte mi circondavano, le corde degli inferi mi avvolgevano”. Il latino canta “circumdederunt me dolores mortis”, e l’immagine è viscerale. Lorenzo può cantare queste parole dalla sua graticola. Cristo può cantarle mentre la Sua Passione inizia a profilarsi con forza. I catecumeni possono cantarle mentre percepiscono cosa significhi consacrarsi interamente al Signore. La Chiesa, in ogni epoca, è invitata a cantarle, perché la vita cristiana non cessa mai di essere una lotta verso la gloria.
L’Epistola, dalla Prima Lettera ai Corinzi, approfondisce il tema. San Paolo parla della corsa per una corona incorruttibile, del passaggio attraverso il mare, del mangiare la manna dal cielo e del bere dalla roccia spirituale. L’immaginario è tratto dall’Esodo e applicato al pellegrinaggio cristiano. La liberazione giunge attraverso la prova. Il nutrimento è dato lungo il cammino, e tuttavia non tutti coloro che iniziano il viaggio raggiungono la sua fine. Paolo conclude con la sobria frase: “Eppure la maggior parte di loro non piacque a Dio” (10,5). L’avvertimento è chiaro, soprattutto sulla soglia della Quaresima. Il privilegio non garantisce la perseveranza.
Il beato Ildefonso Schuster, grande liturgista e cardinale arcivescovo di Milano, spiega il peso della storia che si cela dietro questi formulari. Egli osservò che le Messe della Settuagesima, Sessagesima e Quinquagesima sembrano risalire al tempo di San Gregorio Magno (+604), riflettendo “il terrore e il dolore che riempivano le menti dei Romani in quegli anni in cui guerra, pestilenza e terremoti minacciavano la totale distruzione dell’antica padrona del mondo”.
La Roma di Gregorio era una città colpita da peste, carestia, invasioni e collasso amministrativo. Totila l’aveva saccheggiata. I Longobardi premevano. I profughi affollavano le sue strade. La sede formale del potere imperiale era lontana, a Costantinopoli. Gregorio, figlio di un senatore e già Prefetto di Roma, divenne papa da una cella monastica e si trovò a essere l’unica figura capace di ristabilire un certo ordine. Organizzò soccorsi, sfamò i poveri e ritardava i propri pasti finché gli indigenti non avessero mangiato. La liturgia che egli plasmò porta l’impronta di quegli anni duri. Il suo tono è energico, realistico e privo di sentimentalismo.
In nessun luogo questo è più chiaro che nella Colletta della Settuagesima:
Preces populi Tui,
quaesumus, Domine, clementer exaudi:
ut, qui iuste pro peccatis nostris affligimur,
pro Tui Nominis gloria misericorditer liberemur.
La preghiera si apre con urgenza. Nel preambolo chiediamo a Dio, il Creatore onnipotente, di ascoltare noi, piccole creature finite e peccatrici, in modo non solo attento ma anche paziente e indulgente. Preces, le preghiere, stanno all’inizio della frase, e l’imperativo exaudi, “ascolta attentamente”, conferisce forza alla supplica. L’avverbio clementer tempera l’audacia. Si chiede a Dio di ascoltare in modo indulgente e compassionevole verso le colpe del suo popolo. Nell’apodosi appare la logica della proporzione. Uno dei quindici significati della preposizione pro è “in proporzione a”. Siamo giustamente afflitti per i nostri peccati, “iuste affligimur pro peccatis nostris”, e tuttavia chiediamo di essere misericordiosamente liberati in proporzione alla gloria del Suo Nome, “pro Tui Nominis gloria misericorditer liberemur”. Il parallelismo, la ripetizione di pro, il chiasmo tra nostris e tui, tutto sottolinea il punto. I nostri peccati hanno una misura, e così la misericordia di Dio, ma la misura della Sua misericordia è la Sua stessa gloria, non il nostro merito. L’homoioteleuton (terminazioni simili) di affligimur e liberemur porta la preghiera alla conclusione con una risonanza destinata a persistere nell’orecchio.
Nella Tua clemenza, o Signore, ascolta
le preghiere del Tuo popolo:
affinché noi, che per i nostri peccati siamo giustamente afflitti,
siamo misericordiosamente liberati per la gloria del Tuo Nome.
Queste orazioni magistralmente costruite sono offerte dal sacerdote in persona Christi capitis e riprese dai fedeli attraverso una partecipazione attenta. In questo ascolto attento, tutt’altro che passivo, Cristo Capo e Cristo Corpo sono uniti. Scrivendo della voce di Cristo che risuona nei salmi, Sant’Agostino parlava del Christus Totus, il Cristo Totale, Capo e membra insieme. Durante tutta la Messa questa dinamica si dispiega, culminando nell’incontro fisico alla balaustra, quel luogo liminale dove sacerdote e comunicando si incontrano nello scambio sacramentale. Ogni parola della liturgia appartiene a Cristo, e poiché Cristo rende ciò che è Suo nostro, ogni parola appartiene anche a noi. In questo senso, noi siamo i nostri riti.
Il Vangelo assegnato alla Settuagesima è la parabola degli operai nella vigna (Matteo 20). Il contesto è il seguente: Gesù è in cammino verso Gerusalemme, con l’ombra della Sua Passione che incombe. Ha appena parlato con il giovane ricco e ha avvertito della difficoltà che i ricchi incontrano nell’entrare nel regno. I discepoli, sorpresi, chiedono allora chi possa essere salvato. Pietro, sempre pronto a parlare, ricorda al Signore che hanno lasciato tutto per seguirLo e chiede quale sarà la loro ricompensa. Gesù promette troni e una ricompensa centuplicata, poi aggiunge la frase destabilizzante: “Molti dei primi saranno ultimi, e molti degli ultimi primi”. È in immediata continuazione di questo scambio che viene raccontata la parabola.
Un padrone di casa esce a diverse ore del giorno per assumere operai per la sua vigna, accordandosi con ciascuno per il salario standard di un denaro. A fine giornata, paga per primi quelli assunti per ultimi, dando a ciascuno la stessa moneta. Quelli che hanno sopportato il peso del giorno mormorano. La risposta del padrone va al cuore della questione. Egli non ha commesso ingiustizia. Ha rispettato l’accordo. “Il tuo occhio è cattivo perché io sono buono?”. L’espressione greca parla dell’occhio come sede della percezione e del desiderio. La versione Douay conserva la crudezza. La RSV la attenua in “Ti dà fastidio la mia generosità?”. In ogni caso, la domanda smaschera il pericolo di giudicare l’azione divina secondo le aspettative umane.
Le parabole funzionano per rovesciamento. Il senso comune viene capovolto. Ciò che sembra giusto secondo il calcolo umano si rivela inadeguato per il regno. La tentazione è quella di forzare Dio all’interno delle nostre categorie di equità, misurare i Suoi doni secondo il nostro senso di proporzione. Ma Dio non è vincolato dalle nostre aspettative. Egli dona come vuole. Il denaro, come insegnava Agostino d’Ippona, significa la Visione Beatifica, l’unica ricompensa comune del cielo. Non importa quanto lunga sia la strada o quanto tardiva la conversione: coloro che entrano in cielo vedono Dio. In quella visione vi è uguaglianza, anche se vi sono diversi gradi di gloria secondo la carità vissuta. Una lunga vita di fedeltà, di lavoro sotto il sole fin dal mattino, dà maggiore gloria a Dio e forma l’anima più profondamente. Un pentimento tardivo, sinceramente abbracciato, può ancora ricevere la moneta, anche se è un cammino pericoloso su cui scommettere la propria anima.
San Gregorio Magno, predicando nella stessa basilica di San Lorenzo, la stazione romana di oggi, illustrò questa verità con la storia delle sue tre zie, tutte consacrate a Dio. Due perseverarono. Una no e finì nella miseria. La lezione era diretta. La misericordia di Dio è vasta, ma la presunzione è mortale. La grazia deve essere cercata continuamente e bisogna cooperare con essa mediante una vita disciplinata. L’abitudine plasma il destino. Tendiamo a morire come abbiamo vissuto.
La parabola getta luce anche all’indietro. La domanda di Pietro sulla ricompensa contiene in sé lo stesso impulso della protesta degli operai assunti per primi. Un servizio reso con l’occhio fisso sulla ricompensa rischia di perdere il senso della chiamata. La chiamata stessa a lavorare nella vigna del Signore è il dono. Essere con Lui più a lungo, condividere la Sua opera, è già un privilegio incalcolabile.
Tutto questo converge nella stagione che ora è su di noi. La Pre-Quaresima è una misericordia. Elimina le scuse. Nessun cattolico formato dal calendario tradizionale può dire di essere stato colto di sorpresa. I paramenti viola, l’Alleluia silenziato, i canti austeri, le stazioni romane, le preghiere severe ma piene di speranza, tutto pone la stessa domanda all’anima. Come ti preparerai? Non domani, non la mattina del Mercoledì delle Ceneri, ma ora. Il tempo di Carnevale, Shrovetide, il cui nome deriva da shriving, dall’assoluzione, ci ricorda che la confessione sta come una porta verso la Quaresima, una soglia e un inizio. Spazzare la casa, come la donna nella parabola di Luca che cerca la sua moneta perduta, è un lavoro appropriato per questi giorni.
È la Domenica di Settuagesima. La Chiesa ha iniziato il conto alla rovescia, non solo con numeri ma con segni, suoni e parole plasmate da secoli di fede sotto pressione. Prestarvi ascolto significa entrare nella Quaresima già svegli, già orientati, già impegnati nell’opera che conduce, per misericordia, alla gloria.
[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]

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