Aggiornamento: Una grande foto di Papa Francesco e Benedetto XVI in preghiera nella Cappella del Monastero
Mater Ecclesiae è pubblicata oggi in prima pagina dall'Osservatore Romano.
Dell'incontro di ieri era stata diffusa finora solo la foto del momento dell'arrivo del Papa Emerito al Monastero, con Bergoglio che saluta Ratzinger tenendo la mano dei predecessore tra le sue ed ambedue sorridono.
Oggi il Pontefice Emerito e il successore sono ripresi di spalle, mentre entrambi sono in ginocchio. (AGI) - CdV, 3 maggio.
Evento di certo inedito. Da notare l'altare che rispecchia lo stile liturgico di Papa Benedetto, insieme alla presenza dell'inginocchiatoio.
Amo quel che scrive Marina Corradi e come lo esprime. Mi piace ricordare con le sue parole l'evento di ieri: il ritorno del Papa Benedetto nel «recinto di San Pietro», che segna comunque una vicenda insolita e per alcuni aspetti inquietante, che forse solo i posteri potranno decifrare appieno.
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È stato bello, ieri, vedere l’elicottero avvicinarsi e passare accanto al Cupolone, e abbassarsi nell’atterraggio. Come il fragore delle pale ha taciuto, ecco, ci siamo detti, contenti: è tornato a casa.
Avevamo ancora negli occhi l’alzarsi in volo di un altro elicottero, la sera del 28 febbraio; e quell’apparecchio che sorvolava Roma come in un addio ci aveva lasciato addosso la traccia di uno smarrimento e di un’angoscia. Ci era sembrato, l’andarsene il Papa da San Pietro, la scena di uno di quei film americani che raccontano venture ma non lontane apocalissi. Per un momento, nel rombo delle pale che si andava allontanando, avevamo perfino dubitato che il soglio di Pietro potesse vacillare, dopo duemila anni.

Due mesi dopo, alla stessa ora, un elicottero ha riportato Benedetto a casa. Lo ha accolto con un abbraccio Francesco, un Papa già profondamente amato dal popolo cristiano. E allora, in un momento abbiamo come rivisto il film di questi due mesi. La rinuncia, l’ultima udienza, il congedo. E poi i giorni del Conclave, e l’attesa, nella piazza battuta dalla pioggia, con gli occhi fissi al camino della Sistina. E la fumata bianca infine contro il cielo già buio, e quella folla che di corsa arrivava da tutta Roma, come presa da una collettiva viscerale contentezza: perché di nuovo Roma aveva un Papa. E l’innamorarsi della piazza, immediato, di quell’uomo che esordiva semplicemente: «Cari fratelli e sorelle, buonasera».
Sì, adesso, avendo visto e vissuto queste settimane, possiamo ripensare all’elicottero che lasciava il Vaticano, il 28 febbraio, senza più quel malessere addosso. Ora abbiamo visto quale disegno si è svolto sotto ai nostri occhi, ora cominciamo a capire che quella rinuncia si fondava su una profondissima fede: sulla assoluta certezza che la barca della Chiesa non è degli uomini, ma di Cristo, «che non la lascia affondare».
E abbiamo riletto e colmato di senso le parole di Benedetto al Seminario romano maggiore, due giorni prima dell’annuncio: «Essendo cristiani, sappiamo che nostro è il futuro e l’albero della Chiesa non è un albero morente, ma l’albero che cresce sempre di nuovo. Quindi, abbiamo motivo di non lasciarci impressionare - come ha detto papa Giovanni - dai profeti di sventura, che dicono: la Chiesa, bene, è un albero venuto dal grano di senape, cresciuto in due millenni, adesso ha il tempo dietro di sé, adesso è il tempo in cui muore. No. La Chiesa si rinnova sempre, rinasce sempre».
Ci sembrano queste parole, adesso, già tese a rincuorarci, a dirci in anticipo: non abbiate paura. E ci soffermiamo, ancora, proprio sull’ultima frase di Benedetto, nella Sala Clementina, quel promettere «incondizionata reverenza e obbedienza» al futuro Papa che, sconosciuto, già gli stava davanti, tra i cardinali; ma promettere con la formula della Regola Bollata numero 76 delle Fonti francescane, con cui san Francesco si sottometteva a papa Onorio. Il che, certo, può essere una coincidenza, però di quelle coincidenze che ci interrogano, perché sembrano un segno. E dunque ora che abbiamo visto e vissuto questi due mesi della Chiesa, quell’elicottero che se ne andava da Roma non ci sembra più un brutto sogno; e invece l’altro, che è arrivato ieri, sigilla in fondo queste settimane. Vivrà, il Papa emerito, in una clausura, in cui ha promesso di portare «tutti e tutto». Fra quattro mura, ma mai solo, nel respiro costante della preghiera. Non ci aveva abbandonati, e adesso lo sappiamo. Però come siamo stati contenti nel vedere, ieri, l’elicottero arrivare, e abbassarsi. Perché è nel «recinto di San Pietro», che quell’amato vecchio deve stare. Perché mancava ancora qualcosa, fino a ieri, quando ci siamo detti: è tornato a casa.
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© Copyright Avvenire, 3 maggio 2013