venerdì 9 dicembre 2022

Il vicolo cieco del conservatorismo

1. È identico pensare ed agire da conservatore, e pensare ed agire da cattolico? L’impostazione conservatrice e quella tradizionale si identificano? Che cosa distingue il conservatore da chi ama i principi perenni? La conservazione, come tale, è un criterio per se stessa, oppure il conservare è giudicato dal suo oggetto? Sono solo alcune tra le domande che si affacciano, allorché si cerca di uscire dalle maglie di un linguaggio approssimativo e di evitare equivoci ed errori, esiziali tanto per la conoscenza quanto per l’azione.

Si tratta di un problema che si è riproposto molte volte, a partire dai tornanti epocali che hanno visto le grandi trasformazioni imposte dalle rivoluzioni moderne, e particolarmente di fronte agli esiti della Rivoluzione francese. La questione si profilò istantemente – non nei suoi termini formali, ma nella sua sostanza – dopo la sconfitta di Napoleone a Waterloo, e la susseguente Restaurazione. L’interrogativo che affiora (e si ripropone di frequente) si potrebbe formulare in questi termini: allorquando la rivoluzione è in difficoltà o è arrestata, quale strada percorrere per superala non solo negli effetti, ma anche nelle cause? Di conseguenza, cosa pensare e come fare per risanare quello che è stato alterato forzosamente?

Il Congresso di Vienna scelse la strada della conservazione, piuttosto che quella della tradizione. La Restaurazione, infatti, conservò ampia parte degli ordinamenti napoleonici, mantenne nei ranghi già occupati le classi dirigenti civili e militari insediate dai regimi filofrancesi, fece proprie molte modifiche territoriali imposte dall’espansionismo rivoluzionario. Così, generalmente, si comportarono i re, una volta tornati sui rispettivi troni. La “politica dell’amalgama”, intrapresa dal ministro de’ Medici, ed avallata da Ferdinando I, nel Regno delle due Sicilie, ne costituisce, a suo modo, un caso esemplare. La volontà di conservare l’esistente, rese il ritorno all’ordine precedente, in ampia misura, solo apparente, e pose le premesse dei successivi rovesci.

Tale impianto fu (variamente) oggetto di critica da parte di autori come il principe di Canosa, Antonio Capece Minutolo, il conte Monaldo Leopardi, il conte Clemente Solaro della Margarita. Ne riprovarono il modello, ne mostrarono gli errori, ne indicarono la radice degli insuccessi. Conservando il passato prossimo (assolutistico o napoleonico), non si tornava alla tradizione, piuttosto si consolidava la rivoluzione – nei suoi esiti e nei suoi uomini – e si ponevano le premesse per la ripresa dei fermenti rivoluzionari e per l’indebolimento degli assetti politici, che pur si dichiarava di volere salvaguardare.

2. Se ci si sofferma a considerare la tipologia dell’atteggiamento conservatore, ci si accorge, già a prima vista, che esso tende a ritenere un fatto come un valore. Inclina, cioè, a preferire l’esistente in quanto esistente (apprezzato e difeso) e perciò un certo potere, in quanto effettivo. Tra chi vanta una legalità (positivisticamente intesa) e chi pone il problema della legittimità, la mens conservatrice esprime una sintonia col primo, piuttosto che prendere in considerazione il dilemma posto dal secondo. Analogamente, tra l’ordinamento vigente e l’esigenza della giustizia, il conservatorismo (generalmente) si adatta al primo, piuttosto che schierarsi per la seconda. Come potrebbe essere rappresentato dal dialogo sofocleo tra Creonte ed Antigone: in fondo il tiranno, richiamando all’osservanza dei suoi precetti (“umani editti”) invoca la conservazione di un assetto normativo, mentre Antigone lo contesta appellandosi ad una normatività superiore (le “leggi divine”), cioè a principi che trascendono e giudicano ogni potere.

La fenomenologia del conservatorismo si manifesta in una serie di atti e di tesi, che ne fissano alcuni tratti ricorrenti ed alcuni approdi rivelativi. È tipico del conservatore adottare come criterio il “cedere per non perdere”, salvo verificare successivamente, suo malgrado, che il cedimento stesso è stato il presupposto per la sconfitta (nonostante ogni intento contrario). Altresì, il conservatorismo si concreta (sovente) nell’opzione per il “male minore”, così nonostante ogni diversa intenzione, finisce per accettare e per consolidare il male, piuttosto che sostituirvi il bene (auspicato). D’altronde, il conservatore appare ipotecato dal timore dell’instabilità, dell’anarchia o del caos, al punto da ritenere preferibile un assetto istituzionale ritenuto (nel complesso) iniquo, rispetto ad una sua eventuale sua contestazione.

Fa da sfondo a tali quadri (teorico-pratici) – implicitamente o esplicitamente – una sorta di “debolezza spirituale”, che pone tra parentesi le grandi questioni di principio. Su questa premessa, viene ammesso che “i nemici di ieri sono gli alleati di oggi”, e teorizzato che le istituzioni nate dalla Rivoluzione (francese) e quanto ne consegue, nel processo di cui questa è parte, vadano esse stesse conservate, siano pienamente vincolanti o risultino apprezzabili in se medesime.

Tale attitudine presuppone (più o meno consapevolmente) la convinzione dell’irreversibilità della storia, ovvero del suo percorso univoco ed orizzontale. Per cui si potrebbe registrare solo un movimento “in avanti” o “all’indietro” (non “verso l’alto” o “verso il basso”). Il tempo stesso, nella sua successione, giunge ad essere assunto come veicolo di incremento qualitativo. Talché, successivamente ad una trasformazione rivoluzionaria, ogni “ritorno all’ordine” sarebbe impossibile (operativamente) od improponibile (teoricamente). Occorrerebbe, quindi, limitarsi ad evitare gli eccessi della prassi rivoluzionaria, esigendo tutt’al più il rispetto di determinati “valori” (come tali, inevitabilmente astratti).

3. Se si ricerca l’essenza del conservatorismo, considerato in se medesimo, non è arduo scorgere in esso una categoria del liberalismo. Come tale, esso costituisce un’ideologia, e non si confonde con il naturale spirito di conservazione del bene (e di tutto ciò che ne partecipa). Propriamente, cioè, si tratta di un punto di vista assolutizzato, non della responsabilità della custodia o della tendenza razionale a perseverare in ciò che è noto come valido.

Nel quadro del liberalismo, il conservatorismo intende sottrarre qualcosa al campo dell’opinabilità. Di fronte al convenzionalismo liberale, il conservatore ha l’obiettivo di “mettere al riparo” dalla possibilità di annichilimento (per via normativa, amministrativa o giudiziaria) qualche bene. Mira a stabilizzare le fluttuazioni inevitabili del sistema, facendosi sostenitore di un ancoraggio (in certo senso, inconcusso). In tal modo, però, incorre in una aporia esiziale: da un lato, accoglie il primato dell’opinione, e dall’altro lo esclude; o viceversa, sotto un versante difende alcuni beni come indipendenti da ogni volere, e sotto un altro accetta l’istituzionalizzazione del primato della libertà (quale criterio a se medesima).

Tipizzando l’esperienza storica, si può osservare che il conservatorismo costituisce la sostanza della Rivoluzione nella sua fase napoleonica. Infatti, una volta insediatasi al potere, la Rivoluzione fa appello alla conservazione (di se medesima), per consolidare quanto acquisito, per stabilizzare gli assetti che ha determinato, e per evitare eventuali ulteriori sussulti. Anzi, proprio avvertendo il pericolo di soccombere (di fronte all’inevitabile reazione), la rivoluzione vincente si presenta come portatrice di ordine e di pacificazione, ovviamente dell’ordine prodotto dalla rivoluzione. Offre agli antichi avversari la possibilità di una convivenza non conflittuale, ma alle proprie condizioni e nell’ambito dei propri ordinamenti.

In definitiva, il conservatorismo corrisponde alla pretesa di cristallizzare il processo rivoluzionario in una sua fase determinata, ignorandone o trascurandone la sua dinamica intrinseca. A ben vedere, si concreta nell’adesione alla parte perdente della rivoluzione stessa, quella cioè antecedente e “superata” dal suo successivo radicalizzarsi. Per lo più, fa proprio il liberalismo cristallizzato nella sua versione meno coerente con le premesse, travolta (storicamente) dal suo svolgimento nel democratismo e nel libertarismo. Con ciò, il conservatorismo presume di poter trovare una mediazione tra il primato dell’essere ed il primato del divenire. Ma tale mediazione, ancorché impossibile sotto il profilo teoretico, si appalesa viepiù illusoria sotto il profilo operativo. In questo quadro, il conservatorismo confonde ovvero assimila nozioni e realtà del tutto distinte, come quelle di potere e di autorità, o di organizzazione e di ordine.

Il conservatore, quindi, finisce per mirare a perpetuare un ordinamento particolare, senza obiettivamente trascenderlo. Lo difende a fondo senza valutarlo fino in fondo. Il suo orientamento epistemico, piuttosto che realistico, è empiristico.

Insomma, il conservatorismo si rivela come il “binario morto” su cui si esaurisce la reazione al sovvertimento programmatico, o il “vicolo cieco” che neutralizza (obiettivamente) l’opposizione alle trasformazioni rivoluzionarie. Esso, piuttosto che la premessa, costituisce “l’equivoco capitale” rispetto alla controrivoluzione (dal punto di vista tanto intellettuale quanto operativo). A maggior ragione, il conservatorismo risulta (obiettivamente ed al di là delle intenzioni) la “contraffazione radicale” della tradizione (intesa nel suo significato assiologico).

4. Una pur concisa analisi fa emergere che l’impostazione conservatrice è inconfondibile con la fondazione (del giudizio e dell’azione) nella tradizione. Questa richiede una valutazione, sulla base della quale distinguere l’accidentale e l’essenziale, il caduco ed il pregiato, il ripetitivo ed il tradizionale. Dove il secondo termine è il criterio del primo, e non viceversa. Sicché il primo va fa fatto oggetto di un discernimento selettivo, e giunge a rivelarsi (per se stesso) solo il simulacro del secondo.

Pensare la tradizione significa fare agio sul primato dell’essere, della contemplazione e della finalità, quindi sul primato dell’intelligenza, della verità e del bene. Al contempo, presuppone il vaglio dell’esperienza e la priorità noetica del “senso comune”, cioè dell’apprensione primaria della realtà (nei suoi diversi aspetti) e della natura delle cose.

La tradizione autentica (in qualsivoglia ambito, da quello politico a quello giuridico, da quello artistico a quello letterario) consegna ciò che vale, ciò che dura, ciò che resta, non ciò che prevale, ciò che era, o ciò che passa. In quanto trattiene il permanente nel transeunte, il più elevato nel più comune.

Si intende, quindi, che la tradizione non consiste nell’imitazione del già accaduto, o nella ipostatizzazione del passato. Essa piuttosto si sostanzia nella capacità di fare tesoro del legato di verità e di beni, di acquisizioni e di perfezioni. Perciò, piuttosto che un residuo vagheggiato (secondo una anteriorità orizzontale) costituisce un pegno fondato di speranza (per la sua elevatezza verticale).
Giovanni Turco - Fonte

15 commenti:

Anonimo ha detto...

Il punto centrale della questione sta nell equilibrio che deve essere tenuto tra ciò che muta e ciò che non muta. Un tempo la bilancia aveva due piatti mobili, su uno si ponevano pesi di metallo, sull'altro quello che si voleva pesare. Per strano che possa sembrare i valori sono i pesi di metallo perenni, sull'altro piatto si pone il transeunte. Perenne e transeunte devono sempre essere in equilibrio, che non vuol dire immobilità perpetua, ma equilibrio sempre a nuovo ricercato tra immutevole e mutevole. Ora noi stiamo comprendendo anostre spese che garante dei pesi di metallo può essere, vuoi o non vuoi, solo Dio. Il Nemico altera sempre pesi, misure, valori, confonde, inganna. Noi oggi siamo quasi completamente sotto l egemonia del Nemico, sta a noi aprire gli occhi ed essere conseguenti con
pesi misure reali, veri, perenni. Quelli che Dio, Uno e Trino, ha stabilito.








Anonimo ha detto...

Oggi si festeggia San Juan Diego, a cui apparve la Madonna di Guadalupe nel 1531! Nel santuario omonimo, in Messico, è conservata la veneratissima immagine della Madonna di Guadalupe, che si impresse miracolosamente sul mantello di Juan Diego.

Nostra Signora di Guadalupe, prega per noi!

Anonimo ha detto...

Esistono tre modi con cui l’uomo tenta di superare il senso di solitudine: la sessualità, il conformismo e l’attività creativa. Nel primo caso in risultato è un sempre crescente senso d’isolamento, poiché l’atto sessuale, senza amore, non riempie mai il baratro che divide due creature umane, se non in modo assolutamente momentaneo.

La soluzione più frequente scelta dall’uomo è l’unione col gruppo. Se io sono uguale agli altri, sia nelle idee che nei costumi, non posso avere la sensazione di essere diverso. Sono salvo: salvo dal terrore della solitudine. L’unione ottenuta mediante il conformismo, non è intensa né profonda; è superficiale e, poiché è il risultato della routine, è insufficiente a placare l’ansia della solitudine.

Un terzo modo per raggiungere l’unione è l’attività creativa: sia che il contadino coltivi il grano o il pittore dipinga un quadro, l’uomo si unisce col mondo nel processo di creazione. Questo, tuttavia, vale solo per il lavoro produttivo, per il lavoro nel quale io progetto, produco, vedo il risultato della mia fatica. Ma nel moderno processo di lavoro, il dipendente, anello di una catena senza fine, è un’appendice della macchina o dell’organizzazione burocratica.

Anonimo ha detto...

A taluni conservatori, infatti, di area cattolica, i quali con parole si professano per anti-liberali, piace molto il modello economico vigente, cioè, quello corruttore di anime, corpi, e nazioni intere, e fondato sul capitalismo industriale e finanziario. Temo, reputino tale suddetto modello economico ineluttabile...

Anonimo ha detto...

Ah, dimenticavo la cosa più importante: modello economico fondato sul capitalismo finanziario e industriale, e soprattutto sulla LIBERA IMPRESA, tanto cara ai liberali di lingua inglese...

Anonimo ha detto...

LA BEATIFICAZIONE DEL MALE?
Mons. Helder Câmara, l’Arcivescovo rosso, l’araldo delle dittature comuniste, il promotore della rivoluzione in Brasile per imporre una dittatura popolare, il partigiano della Teologia della liberazione marxista, il sostenitore dell’aborto e del divorzio, il nemico della Humanae Vitae, corre verso l’onore degli altari, avendo il suo processo di beatificazione ormai superato la “fase romana”.

https://www.atfp.it/notizie/305-chiesa/2400-la-beatificazione-del-male

Anonimo ha detto...


Conservatorismo o Tradizionalismo? Una contrapposizione che sembra troppo recisa. 1-

Come notava Julien Freund, uno dei massimi politologi del Novecento, accanto a Carl Schmitt e Raymond Aron, lo spirito della tradizione è uno spirito "conservatore" che, in quanto tale, "opera la trasmissione della tradizione nell'innovazione". La tradizione consiste, infatti, nel mantenere e trasmettere valori che non possono imbalsamarsi in una forma originaria ritenuta immutabile nei secoli, pena il loro progressivo inaridimento. Non deve cioè scadere la tradizione nel "tradizionalismo". (JF, Voci di teoria politica, a cura di A. Campi, A. Pellicani ed., 2001, voce Tradizione, pp. 129-138).

Naturalmente, questo vale (osservo) per le tradizioni create dall'uomo. Per la tradizione cattolica, essendo di origine divina, il discorso è in parte diverso: ci sono verità di fede assolutamente immutabili (indissolubilità del matrimonio; natura trinitaria di Dio; primato petrino etc) accanto a costumi e procedimenti mutevoli nel tempo - p.e. la scelta popolare dei vescovi (e dei papi) da consacrare nei primi tempi del cristianesimo, le modifiche subite da certe parti del rito - escluso il canone - in modo organico e spontaneo nel corso dei secoli, etc).
Il prof. Turco sembra intendere conservazione e tradizione come categorie assolute, contrapposte, ove la prima consisterebbe in una pedissequa volontà di conservare lo statu quo ante, almeno in gran parte, per evitare mali peggiori o altri motivi contingenti. La mentalità "conservatrice" sarebbe quella di chi non sa cogliere "l'essere" e si lascia guidare dalla logica del fatto, sociale, storico, immediato, senza una plausibile motivazione.
Esistono indubbiamente "conservatori" di questo tipo ma, noto, possiamo dire che essi siano dei cattivi conservatori, nella misura in cui sono privi di un concetto esatto della tradizione.

L'esempio storico addotto dal prof. Turco è quello della Restaurazione, nel 1815, dopo gli sconvolgimenti di 25 anni di guerre e rivoluzioni sociali, causate dalla Riv. Fr. e da Napoleone.
Quale sarebbe stato l'errore della Restaurazione? Quello di accettare in parte notevole, i cambiamenti provocati dal turbine rivoluzionario.
"Il Congresso di Vienna accettò molte modifiche territoriali imposte dall'espansione rivoluzionaria, mantenne nei ranghi classi dirigenti civili e militari create dal moto rivoluzionario", mostrò insomma una "volontà di conservare l'esistente" che impedì di restaurare la vera tradizione, a dire del prof. Turco.
In verità, ad esser precisi, dei mutamenti territoriali provocati dalla Francia rivoluzionaria non rimase praticamente nulla. Il Congresso riaffermò sì la "tradizione", quella della politica di rapina delle monarchie prerivoluzionarie di origine divina, che durava almeno dalle Guerre d'Italia, e che ebbe l'Italia di nuovo come una delle sue vittime preferite. Da provincia e satellite dell'impero napoleonico, divenne una "dipendenza austriaca", come fu detto, con la creazione del Lombardo-Veneto e altre indirette acquisizioni. (segue)
PP

Anonimo ha detto...


Conservatorismo o Tradizionalismo? 2-

La secolare tradizione della politica delle acquisizioni e spartizioni territoriali alla faccia dei popoli fu mantenuta dal Congresso di Vienna. La Repubblica di Venezia, abbattuta da Napoleone, non avrebbe dovuto esser restituita a se stessa? E invece no, fu data all'Austria, che si prese anche l'ambita Dalmazia e incorporò il Veneto nel Lombardo-Veneto. Così l'Austria realizzò finalmente, dopo 250 anni di inutili tentativi, il suo desiderio di impadronirsi di tutte le Venezie. E la Repubblica di Genova fu data al Piemonte, come premio per la sua lunga lotta contro il tirannno d'oltralpe.

In campo morale il divorzio, introdotto con il Codice Napoleone, fu ovviamente abolito assieme al Codice. Si ritornò all'antico.
Nelle classi dirigenti di origine napoleonica le epurazioni ci furono, anche se non totali. Queste nuove classi dirigenti (nel Regno, "i murattiani") costituivano un patrimonio di competenze cui non si poteva rinunciare di colpo e in blocco. L'ufficialità italiana, che aveva ben figurato negli eserciti napoleonici fu congedata dagli Austriaci.
Il fatto è che un ritorno puro e semplice all'antico era impossibile. Esisteva una borghesia intellettualmente vivace che non poteva esser contenuta nelle strutture fatiscenti degli antichi Stati ancien Régime. C'erano inoltre bisogni economici che richiedevano nuove strutture sociali, stava iniziando la rivoluzione industriale, l'inurbazione dei contadini; la cultura non ne voleva sapere di ritornare a verità ufficiali nelle quali nessuno credeva veramente più.
La soluzione di compromesso con il nuovo avanzante era l'unica possibile, in termini realistici. La critica del prof. Turco appare astratta. A quale "tradizione" avrebbe dovuto ritornare il Congresso di Vienna? Vale a dire: a quale forma di governo? La monarchia di diritto divino non fu forse restaurata in Francia con Luigi XVIII, non fu riaffermata con la vittoria militare in Austria, in Russia, nel Regno di Napoli, nello Stato pontificio? La monarchia inglese era costituzionale, ma la Restaurazione non poteva farci nulla. Insomma, andando sul concreto, non si comprende quale fosse l'alternativa auspicata dal prof. Turco, quale "tradizione" si fosse dovuta effettivamente restaurare al posto di quella effettivamente "restaurata" dal Congresso, che sarebbe stato "conservatore" ma non "tradizionalista" ossia fedele alla tradizione. Ma quale? Alla tradizione cattolica e cristiana in generale sul piano morale e religioso, fu certamente fedele.
Caduto il fascismo, Croce disse: "Heri dicebamus..", riprendiamo il discorso da dove l'aveva interrotto la dittatura mussoliniana, vent'anni prima. Ma si dovette mantenere molto dell'apparato sociale creato dal fascismo (contratto collettivo, libretto di lavoro, istituti per la tutela degli infortuni sul lavoro etc) e si dovettero mantenere i Patti Lateranensi, che avevano risolto la Questione Romana. Erano cose buone, positive per la Nazione e la religione, perché distruggerle?
Ma secondo il ragionamento del prof. Turco i Patti avrebbero dovuto esser dissolti (perché "consolidavano la rivoluzione") e la questione romana riaperta, si sarebbe dovuti tornare all'Italia di prima dell'unificazione...Una caduta nel baratro che il realismo da un lato, la saggezza politica della Chiesa dall'altro, ci hanno per fortuna evitato.
PP

Anonimo ha detto...

La critica del prof. Turco ben si addice al conservatorismo di oggi, che è targato PD. Il buon cristiano deve forse essere reazionario. Nel senso etimologico, di colui che reagisce. Non mi trova d'accordo invece la critica alla libera impresa. Il sistema economico globalista avversa la libera iniziativa e mira a creare una società di assistiti. È questo che vogliamo?
Io ritengo che al buon cristiano dovrebbe essere consentito essere liberale in economia e conservatore in fatto di morale.
Anzi ...reazionario.

Anonimo ha detto...


La critic del prof. Turco potrà addirsi al conservatorismo apparente di oggi, "targato PD".

Ma il prof. Turco fa una critica che mira al concetto, in generale, ossia al "conservatorismo" come categoria politica o addirittura dello Spirito. E difatti gli contrappone il "tradizionalismo" ossia la tradizione come intesa dai tradizionalisti, anzi dal tradizionalismo politico dei neo-carlisti, che sono appunto rappresentati da lui stesso, dal prof. Castellano, dal prof. Miguel Ayuso in Ispagna.
Ispirandosi alla visione politica del carlismo (forma ispanica della monarchia tradizionale c.d. "organica") e alla sua interpretazione politica della storia (vedi Elias de Tejada), auspicano una società cattolica priva di ogni compromesso con il "liberalismo", che sarebbe nient'altro che un prodotto dello spirito capitalista. In sostanza, ripropongono una società statica, fatta di comunità incentrate sulla famiglia, la religione cattolica, il lavoro all'insegna della solidarietà del gruppo sociale. Per questo sono contro "l'iniziativa privata", espressione dell'individualismo borghese.
Inoltre, nella loro visione non sembra esserci posto per un concetto autonomo dello Stato; lo Stato, intendo, come valore autonomo e superiore in quanto istituzione dedita per definizione al bene comune, al contrario delle altre istituzioni sociali (famiglia, sindacato, etc).
Circa il rapporto tra Stato e Chiesa, respingono lo strumento del Concordato. Per loro, la Conciliazione tra Stato e Chiesa realizzata da Mussolini sotto Pio XI è stata un errore, un danno per la Chiesa. La Conciliazione avrebbe secondo loro permesso allo Stato fascista di "rivendicare" la religione cattolica per utilizzarla come instrumentum regni ed impadronirsi delle coscienze della gioventù: interpretazione che non tiene conto dei fatti storici i quali mostrano come Mussolini abbia più volte dichiarato che il fascismo trovava determinati valori cattolici "consonanti" con i propri, ragion per cui lo Stato fascista aveva tutto da guadagnare dall'integrarsi alla religione (dal reintegrare il cattolicesimo nello Stato e nella società, p.e. con l'ora (facoltativa) di religione nella scuola - un fatto al tempo rivoluzionario).

L'esigenza fatta valere da questi intellettuali, tutti stimati accademici, la condividiamo tutti, credo: si tratta di ricostruire la società all'insegna dei valori cristiani (Dio, Patria e Famiglia, per sintetizzare). Che il neo-carlismo rappresenti tuttavia l'impostazione giusta, ciò è assai discutibile, a mio avviso: esso sembra imbalsamare un certo passato, ormai assai lontano, di origine medievale.

Nel merito poi della critica al "conservatorismo" attuale, unicamente proteso a giustificare l'esistente, secondo il prof. Turco, rammento che tra le due guerre ci sono stati in Germania i "conservatori rivoluzionari" (Th Mann, Spengler, C. Schmitt, Jünger e altri), i quali rifiutavano di accettare lo statu quo e proponevano modelli diversi di "nazione" (da conservare) per opporsi al dilagante bolscevismo (che in Germania ad un certo punto apparve vicino alla presa del potere). Su questo aspetto particolare della mentalità detta conservatrice, vedi il noto breve saggio dello scomparso illustre storico tedesco Ernst Nolte, "La rivoluzione conservatrice nella Germania della Repubblica di Weimar", a cura di L. Iannone, Rubbettino, 2009, pp. 76.
PP

Murmex ha detto...

il ragionamento del prof Turco non porta affatto a legittimare lo schema economico globalista, con la creazione di una società di assistiti. È grottesco pensarlo. Bensì di una società cattolica, basata su famiglia e lavoro all'insegna della solidarietà , dice il commento delle19: 23. Rispondo anche a lui :è "statico " questo?Ben venga allora la staticità. Il prof .Turco mi piace molto.

Murmex ha detto...

È chiaro , gentile. PP, che la mentalità conservatrice è generalmente tesa alla conservazione dell'attuale.Indipendentemente dal caso contingente dei "conservatori rivoluzionari" da lei citati( trovandoci su sito cattolico, non ne consiglio la lettura). Il discorso è più generale. Scendendo al pratico, e in campo ecclesiale, il piu importante, vediamo la dannosità,la pericolosità dei "conservatori conciliari". E che dire dei neo-con?

Anonimo ha detto...

LA BEATIFICAZIONE DEL MALE?
Mons. Helder Câmara, l’Arcivescovo rosso, l’araldo delle dittature comuniste, il promotore della rivoluzione in Brasile per imporre una dittatura popolare, il partigiano della Teologia della liberazione marxista, il sostenitore dell’aborto e del divorzio, il nemico della Humanae Vitae, corre verso l’onore degli altari, avendo il suo processo di beatificazione ormai superato la “fase romana”.
Aggiungo filo-nazista quando già era prete. E non un semplice militante, ma segretario della figura "BRASILEIRA" omologa a ciò che è stato in Italia Achille Starace .

Anonimo ha detto...

'esigenza fatta valere da questi intellettuali, tutti stimati accademici, la condividiamo tutti, credo: si tratta di ricostruire la società all'insegna dei valori cristiani (Dio, Patria e Famiglia, per sintetizzare). Che il neo-carlismo rappresenti tuttavia l'impostazione giusta, ciò è assai discutibile, a mio avviso: esso sembra imbalsamare un certo passato, ormai assai lontano, di origine medievale.
Le dispiacerebbe?
Il fatto che preghiamo e chi può, nei limiti di ciò che può, cerca di operare in tal senso, la infastidisce?
Se per un capriccio della Provvidenza ciò si potesse realizzare, non dicco in tutto il mondo (ma se dobbiamo sperare e pregare perché non farlo alla grande?!?); non dico nella nostra Italia (SPEREM!) magari anche solo a Andorra o San Marino, lei cosa ne penserebbe?

Murmex ha detto...

Le consiglio la visione del video, su youtube" Libertà e legge da Lutero a Kant" conferenza del prof Turco. Capirà come sia impossibile conciliare cattolicesimo e liberalismo, quest'ultimo ha le sue radici nel protestantesimo.Attenzione, esordisce il professore, spesso pensiamo da protestanti senza rendercene conto