sabato 3 dicembre 2022

Intervista a P. Pasqualucci sul Vaticano II - 'Radici Cristiane', n. 177, ottobre 2022.

INTERVISTA a Paolo Pasqualucci sul Vaticano II, apparsa su ‘RADICI CRISTIANE’ N. 177 ottobre 2022 – Mensile on line e cartaceo diretto dal prof. Roberto De Mattei.
P. Pasqualucci : Il 13 ottobre 1962, sessant'anni fa, l'inizio del Concilio all'insegna dell'illegalità e della rivoluzione.

1. Lei parla di un Concilio “parallelo”. Perché “parallelo”?
Il titolo originale del mio libro era : Il Concilio parallelo di Giovanni XXIII. L’inizio anomalo del Vaticano II. Il titolo, modificato su richiesta dell’editore, faceva capire che Giovanni XXIII aveva impostato un “concilio parallelo” implicato nello “inizio anomalo” del Vaticano II. “Parallelo” il suo Concilio a quello ufficiale preparato sotto la direzione della Commissione dottrinale centrale presieduta dal Papa ma diretta dal cardinale Ottaviani, Prefetto della Congregazione del Sant’Uffizio, custode della purezza dottrinale. La fase preparatoria durò tre anni, nel primo dei quali si raccolsero in diecimila pagine le opinioni (vota) di tutti i vescovi, delle Facoltà di Teologia, delle Congregazioni della Curia e le analisi dei vota (i quali in gran maggioranza volevano la condanna dei mali del secolo, del comunismo, il dogma di Maria Mediatrice – De Mattei). All’apertura del Concilio erano pronti ben venti schemi di costituzioni e decreti, incluse quattro costituzioni dogmatiche. Un lavoro gigantesco, serissimo, fatto da dieci Commissioni preparatorie, nelle quali i Novatori erano in netta minoranza, tranne che in quella sulla liturgia. Ma l’impostazione ortodossa data dalla Curia, riaffermante le verità di fede tradizionali, censurante le tendenze ereticali serpeggianti nell’esegesi e nella teologia, denunciante la grave decadenza dei costumi che stava iniziando in Occidente con l’edonismo di massa, non piaceva ai Novatori, influenzati dalla neo-modernistica Nouvelle théologie, cioè dai vari de Lubac, Karl Rahner, Congar, Chenu etc. Nella fase preparatoria, i Novatori si erano raggruppati soprattutto nel Segretariato per l’unità dei cristiani, organo “tecnico” in apparenza dedito solo ad organizzare incontri ecumenici, guidato da Agostino Bea SI, potente prelato d’apparato e uomo di fiducia di Giovanni XXIII, che lo fece subito cardinale. In questa fase, si verificarono già ripetuti scontri tra Bea e Ottaviani (uno durissimo sulla libertà religiosa). Bea accusava Ottaviani di non collaborare con il suo Segretariato nell’elaborazione degli schemi, di non voler fare commissioni miste (teologicamente non rigorose), di non attuare le direttive del Papa per il Concilio, improntate alla “pastoralità”, alle “aperture ecumeniche”, al rifiuto di esposizioni dai Novatori (e dal Papa) ritenute ingiustamente “intellettualistiche”, “scolastiche”, “con il tono dei decreti del Vaticano I”. Si delineava quindi un indirizzo conciliare “parallelo” a quello ufficiale, che metteva lo spirito e il fine del Concilio, come auspicati dal Papa, c o n t r o lo spirito e la lettera degli schemi dottrinalmente ortodossi elaborati dai teologi ligi al dogma, sotto la guida di Ottaviani e di mons. Tromp SI.

2. In che senso definisce “anomalo” l’inizio del Vaticano II?
Nel senso che fu macchiato da gravi illegalità iniziali, documentate soprattutto da Amerio e dagli storici del Concilio non di regime, quali ad esempio il prof. De Mattei. Il Papa lasciò via libera alle iniziative non regolamentari prese sin dal primo giorno (13.10.1962) dai cardinali progressisti presenti fra i nove della Presidenza del Concilio: concesse che si rinviassero le votazioni dei 16 membri (su 24) di spettanza al Concilio nelle dieci Commissioni conciliari per dar modo alle Conferenze episcopali di presentare loro liste, piene zeppe di Novatori; nelle successive votazioni d o p o il voto fece dichiarare in Aula (20.10.1962) che aveva sospeso (a voce) il principio della maggioranza assoluta (della metà più uno) per essere eletti, autorizzando quello della maggioranza relativa (il maggior numero di voti bastava, quale che fosse), disinvolto procedere che favorì i Novatori, i quali giunsero così ad occupare il 49% dei posti. Concesse l’inversione dell’ordine del giorno, in modo da iniziare dal quinto schema, sulla liturgia, l’unico gradito ai Novatori. Concesse, infine, la sospensione del dibattito accesissimo sullo schema De fontibus revelationis, che i Novatori volevano o riscrivere o abolire perché sostenevano la tesi dell’unica fonte della Rivelazione, contro il Tridentino e il Vaticano I. Il dibattito fu ripreso immediatamente ma con una Commissione mista, imposta dal Papa, composta dalla Commissione teologica e dal Segretariato di Bea, nel frattempo promosso a Commissione conciliare dal Papa con spiccia procedura. La Commissione teologica veniva di fatto posta sotto il controllo di quella di Bea, non competente per le questioni teologiche!! Tutto il lavoro preparatorio fu lasciato cadere dalle nuove Commissioni, si impose il sistema perverso delle sottocommissioni miste. Era la vittoria di Bea su Ottaviani, del Concilio “parallelo” su quello ufficiale e fedele alla Tradizione, del Concilio “pastorale ed ecumenico” voluto da Giovanni XXIII.

3. Quell’inizio anomalo è stato secondo Lei in grado di condizionare ed influenzare il resto del Concilio?
Certamente. La ribellione del primo giorno (quando il cardinale Liénart si prese a sorpresa la parola chiedendo di non iniziare le votazioni e di cambiare il meccanismo di scelta dei candidati) fu un grande shock, testimoniato p.e. dal Cardinale Siri nel suo diario. La gran maggioranza guardava naturalmente solo a quello che avrebbe fatto il Papa: capì presto che il Papa appoggiava i ribelli e cominciò essa stessa ad appoggiarli. Senza l’inizio “anomalo” il Concilio non sarebbe diventato “autogenetico, improvviso, atipico“(Amerio), sempre in bilico tra legalità e anarchia. Solo grazie all’inizio anomalo i Novatori, mobilitando le Conferenze Episcopali, riuscirono ad impadronirsi delle Commissioni (alle quali Giovanni XXIII fece aggregare come periti tutti i teologi in odor di eresia in vario modo censurati da Pio XII), facendo in tal modo penetrare nei testi le loro prospettive eterodosse.

4. Quale il suo giudizio sul Vaticano II?
Com’è ridotta oggi la Chiesa, dopo sessant’anni di Papi zelanti esecutori delle “riforme” promosse da un Concilio pastorale, esaltato tuttavia come più importante del Niceno (Paolo VI) e propostosi addirittura come una Nuova Pentecoste per la Chiesa e l’Umanità, già a partire dalla Allocuzione inaugurale di Giovanni XXIII? C’è forse bisogno di fare l’ennesimo elenco dei tanti mali, anche turpi, che affliggono oggi la Chiesa visibile e la Cattolicità tutta? I frutti amarissimi del Vaticano II (Mt 7,20) ne dimostrano la natura nefasta.
Paolo Pasqualucci, 30 novembre 2022
[Ringrazio la Direzione di 'Radici Cristiane' per aver gentilmente concesso di riprodurre questa intervista]. 

Paolo Pasqualucci : Il 13 ottobre 1962, sessant’anni fa, l’inizio del Concilio all’insegna dell’illegalità e della rivoluzione

I.

L’Allocuzione pontificia di apertura ebbe luogo l’11 ottobre 1962, il 13 cominciarono i lavori. Si iniziava la prima Sessione del Concilio. Come da regolamento, emanato dal Papa, si dovevano solamente eleggere i sedici membri di spettanza dell’assise (sedici su ventiquattro) per ognuna delle dieci commissioni conciliari. Le Commissioni conciliari, diceva il regolamento, “emendano e preparano, secondo il parere espresso dai Padri durante le Congregazioni generali le sedute dell’assemblea], gli schemi dei decreti e dei canoni” (art. 5). Giovanni XXIII aggiunse poi un membro ad ogni commissione, portandone il numero legale a venticinque. Tutti i vescovi erano eligibili. La Curia aveva, però, fornito anche un elenco di esperti, in gran parte già impiegati nelle commissioni preparatorie, che ai novatori non poteva piacere.

Yves Congar OP, uno degli esponenti della neo-modernistica nouvelle théologie, oggetto di censure sotto Pio XII, scriveva nel suo bilioso Mon journal du Concil : “Alla fine della cerimonia di stamattina [era l’apertura solenne dell’11 ottobre] hanno distribuito ai vescovi una busta contenente dei fogli per eleggere 16 dei loro in ognuna delle dieci commissioni; un opuscolo con la lista integrale e aggiornata dell’episcopato cattolico; la lista, suddivisa per commissioni e in formato simile alle schede per la votazione, dei vescovi che facevano parte delle commissioni preparatorie. È un invito a eleggerli…È auspicabile del resto che esista una certa continuità fra i lavori del Concilio e quelli delle commissioni preparatorie. Ma è altrettanto auspicabile che ora si faccia qualcosa d’altro e di meglio rispetto a quanto è stato preparato, qualcosa di pastorale, di meno scolastico..”(Chenu).

Anche per un “progressista” e ribelle come Congar OP, dunque, si doveva ammettere che, in linea di principio, il procedimento adottato dalla Curia, del resto mettendo a frutto l’esperienza del Vaticano I, era del tutto legittimo. Ma si vede bene che per i novatori non si trattava di una questione di metodo bensì di sostanza. Ciò che non andava bene per loro era la qualità del lavoro svolto dalle commissioni, considerato “troppo scolastico”, termine che nel linguaggio della nouvelle théologie designava sprezzantemente il patrimonio di concetti con i quali il Magistero ha esposto e difeso nei secoli il Deposito della Fede. Bisognava dunque fare “qualcos’altro e di meglio”, qualcosa di “pastorale”, adatto alla mentalità moderna, e per giungere a ciò bisognava impedire le programmate votazioni e far in modo di avere la maggioranza nelle costituende commissioni.

Le affermazioni private di Congar riflettevano quelle espresse pubblicamente dall’elemento innovatore già nei lavori della fase preliminare, a volte in toni fortemente polemici (famoso uno scontro tra il cardinale Alfredo Ottaviani e il cardinale Agostino Bea SI, leader di fatto della fazione ammodernante della Curia ed eminenza grigia dello stesso Concilio dopo la rivoluzione iniziale – scontro durante i lavori preparatori di cui fu testimone mons. Marcel Lefebvre, provocato dall’arroganza di Bea – De Mattei). Per capirne tutta la gravità di un’opposizione così radicale all’intero lavoro preparatorio bisogna aver presente in cosa sia consistito questo lavoro preliminare.

Raramente un Concilio ecumenico fu preparato con maggior scrupolo, coscienziosità e rispetto dei diritti e delle opinioni di tutti. Si seguì la prassi del Vaticano I, elaborandola e perfezionandola.

La preparazione al Concilio durò ben tre anni. La fase ante-preparatoria (un anno) si concluse con sedici volumi di circa 10.000 pagine, che raccoglievano le opinioni o vota dei vescovi (circa tremila), delle Facoltà di Teologia, delle Congregazioni della Curia e l’analisi delle suddette opinioni dei vescovi. La fase preparatoria (altri due anni) si concluse alla vigilia del Concilio con venti schemi di costituzioni e decreti elaborati dalle dieci commissioni preparatorie, che avevano lavorato sotto la supervisione di una Commissione preparatoria centrale, il cui presidente era formalmente il Papa. Era ovvio che i membri della Curia predominassero nelle commissioni preparatorie, dato che essi rappresentavano l’elemento teologicamente più competente e la continuità nell’insegnamento del magistero pontificio. Anche tra loro c’erano, comunque, dei novatori, quali ad esempio i cardinali Bea e Tisserant.

Tra le commissioni, la più importante era quella teologica, detta anche dottrinale proprio perché si occupava esclusivamente del profilo dottrinale dei documenti. Era necessariamente presieduta dal cardinale Alfredo Ottaviani, poiché da alcuni secoli spettava al Sant’Uffizio di vegliare sulla purezza della dottrina cattolica. Poiché in pratica tutte le questioni trattate dalle altre commissioni avevano dei risvolti dottrinali, come tali di competenza esclusiva della Commissione Teologica, chi controllava quest’ultima di fatto controllava tutte le altre commissioni. A suggellare lo stravolgimento del corso normale del Concilio, la Commissione Teologica sarebbe stata costretta da Giovanni XXIII a formare una commissione mista con il Segretariato per l’unità dei cristiani diretto da Bea, roccaforte progressista, trasformato a sorpresa da Giovanni XXIII in commissione conciliare con procedura irrituale: la commissione teologica venne in tal modo privata della sua autonomia e di fatto controllata da Bea, cosa che avvenne per gradi regnante Paolo VI.

Su un totale di venti schemi, i primi sette furono inviati a tutti i vescovi nell’estate del 1962, tre mesi prima dell’apertura del Concilio. Tra di essi, lo schema De fontibus revelationis, che sarebbe stato rigettato dopo drammatici dibattiti e in modo illegale. Lo schema esponeva la dottrina delle due fonti sempre riconosciute della Rivelazione: Tradizione e Sacra Scrittura. Completamente rifatto, è l’odierna e controversa costituzione Dei Verbum de divina Revelatione. Nello schema originale era esposto con assoluta correttezza l’insegnamento plurisecolare della Chiesa: Tradizione apostolica e Sacra Scrittura; ispirazione divina; inerranza assoluta dei Libri Sacri; gli Evangeli e i loro autori; loro piena storicità; rapporto tra il Vecchio e il Nuovo Testamento; l’insegnamento della Sacra Scrittura.

II.

Questo schema, in particolare, suscitò la reazione durissima di tutto lo schieramento progressista, i cui leaders erano in prevalenza cardinali, vescovi, teologi di Paesi prospicienti il Reno (Olanda, Belgio, Francia, Germania, Svizzera). l’Austria era attivamente presente nella persona del cardinale Koenig mentre l’Italia offriva l’appoggio sfumato dei cardinali Lercaro e Montini. A questo schieramento il Padre Wiltgen, nel suo ottimo libro sul Concilio intitolato Il Reno straripa nel Tevere, affibbiò il nome di “Alleanza Europea”, in realtà soprattutto “centro-europea” (De Mattei).

Elemento di punta ne fu, come si sa, il domenicano belga Edward Schillebeeckx, professore di teologia dogmatica all’Università cattolica di Nimega, presente al Concilio come teologo del cardinale olandese Alfrink. Schillebeecks metteva in discussione il celibato ecclesiastico, negava la Resurrezione del Signore, l’esistenza della successione apostolica e voleva sostituire il concetto di “transustanziazione” con quello inane e persino ridicolo di “transsignificazione”: voleva sostituire cioè il nesso stabilito da Aristotele tra la sostanza dell’ente e l’apparenza dovuta alle sue qualità esteriori, con un nebuloso concetto tratto dalla fenomenologia, noto filone del pensiero contemporaneo, in modo da sostituire il miracolo della transustanziazione con un semplice “significato”: la transustanziazione sarebbe il significato che noi vogliamo dare alla consacrazione delle Sacre Specie, non sarebbe la realtà stessa sovrannaturale del Signore che si materializza nell’Ostia per effetto della consacrazione, che non ne modifica l’apparenza esteriore.

Un seminatore di eresie della peggior specie, Schillebeeckx, che fu chiamato più volte a chiarire la sua posizione a Roma ma non fu mai censurato ufficialmente, mai punito in nessun modo. L’atletico e azzimato Schillebeeckx, spesso in abiti civili, fu l’autore principale del famigerato e contestato Catechismo olandese, zeppo di errori ed orrori. È anche passato alla storia come il distruttore del cattolicesimo in Belgio e Olanda, in quei Paesi oggi praticamente estinto, validamente coadiuvato nell’impresa dal cardinale Suenens, altro celebrato innovatore, un fanatico delle liturgie interconfessionali, dei “sabba liturgici”.

I sette schemi di costituzione inviati, gli unici all’epoca ultimati, riguardavano: Le fonti della rivelazione; Mantenere puro il Deposito della fede; L’ordine morale cristiano; Castità, matrimonio, famiglia e verginità; la Sacra Liturgia; i mezzi di comunicazione; L’unità della Chiesa con le chiese orientali.

Le prime quattro costituzioni erano concepite come costituzioni dogmatiche. Gli schemi sul Deposito della fede e sull’ordine morale cristiano condannavano numerosi errori circolanti in campo filosofico, teologico, morale, cogliendo con preoccupazione i segni dell’inizio di una crisi di valori che alimentava un edonismo sempre più diffuso e preannunciava una preoccupante decadenza morale di tutto l’Occidente. Questo indubbiamente era e avrebbe comunque dovuto essere il vero Concilio Vaticano II se i Pontefici al tempo regnanti, Giovanni XXIII e Paolo VI, non avessero invece appoggiato l’azione eversiva dei “nuovi teologi” e loro adepti nel clero, consentendo loro di gettare alle ortiche il “Concilio preparato” (Amerio) per sostituirlo con uno riflettente le loro convinzioni.

Le tematiche appena richiamate, esponenti con sufficiente chiarezza e precisione la dottrina tradizionale della Chiesa, non potevano piacere agli ammodernanti. Schillebeeckx in particolare si diede molto da fare. Elaborò un commento fortemente negativo, che rigettava tutte e quattro le prime costituzioni proposte. Egli salvava solo il quinto schema, quello sulla Liturgia, all’elaborazione del quale avevano preso parte anche teologi novatori. Come detto, costoro si trovavano anche nella Commissione Teologica preparatoria, sia pure in minoranza. Ottaviani e il segretario della commissione P. Sebastiaan Tromp SI, olandese, ebbero il loro da fare nell’imporre l’esposizione corretta della dottrina della Chiesa, ostacolati anche dal linguaggio “irenico” imposto da Giovanni XXIII. Va anche ricordato che Giovanni XXIII, con l’alibi della “riconciliazione”, autorizzò che venissero accolti come periti o consultores (esperti senza diritto di voto) presso la Commissione Teologica preparatoria molti fra i teologi le cui dottrine erano state implicitamente condannate dall’Enciclica Humani generis di Pio XII, nel 1950. Si trattava dei vari de Lubac, Rahner, Congar, Küng, e consorti, insomma del Gotha dell’eterodossia teologica internazionale, una vera e propria “associazione eversiva”, dal punto di vista teologico, cui partecipava come recluta defilata anche il teologo del cardinale Frings al Concilio, il giovane professore di teologia Joseph Ratzinger. Un gesto molto grave, questo di Giovanni XXIII, che seminò lo sconcerto fra chi ne capiva la portata. Quei teologi non si erano mai pentiti delle loro ereticali teorie, non avevano mai abiurato i loro errori, nonostante le censure legalmente loro imposte (sospensioni dall’insegnamento, messe all’indice, richiami, silenziamenti). Agendo in quel modo, Giovanni XXIII, dietro il paravento di una falsa misericordia, non riconciliava costoro con la Chiesa bensì “conciliava” di fatto la Chiesa con l’Errore. Come tante tossine, quei teologi fedifraghi furono poi distribuiti come periti fra varie commissioni e sottocommissioni conciliari.

Il commento negativo di Schillebeeckx fu stampato e distribuito in opuscolo ai Padri che cominciavano ad affluire a Roma per il Concilio e subito singole Conferenze Episcopali presero ad inviare alla Presidenza del Concilio petizioni per rinviare la discussione sui primi quattro schemi, iniziando invece dal quinto, dedicato come si è visto alla Liturgia. Schillebeeckx, sia pure come sola ipotesi, chiedeva che i primi quattro schemi venissero addirittura riscritti. Le critiche agli schemi non si distinguevano per particolare originalità di pensiero. Ribattevano ossessivamente che gli schemi erano “scolastici” e mancavano di “pastoralità”. Ma, questo è il punto, si autogiustificavano, le critiche, con l’idea dell’apertura ecumenica all’insegna della misericordia e della messa in soffitta delle condanne, concetti che Giovanni XXIII aveva posto ripetutamente a fondamento del Concilio e che avrebbe consacrato nella Allocuzione dell’ 11 ottobre. Si ripeteva ossessivamente sempre lo stesso ritornello: gli schemi proposti non rispettavano le “direttive ecumeniche” espressamente fornite dal Papa. Il che era come dire che Ottaviani andava contro le intenzioni del Papa e quindi il lavoro fatto sotto la sua supervisione non era buono: bisognava ripartire da zero, scrivere degli schemi per l’appunto “pastorali” per rispondere alle esigenze del mondo moderno (vedi Congar, supra).

L’inversione dell’ordine del giorno e l’inizio della discussione dallo schema sulla Liturgia, Giovanni XXIII li avrebbe poi concessi, subito dopo aver accettato la rottura della legalità conciliare, avvenuta nel primo giorno del Concilio.

Mi sono soffermato su questi aspetti preliminari al fatto del 13 ottobre per cercare di far capire quanto grande fosse la posta in gioco quel giorno: tanto grande da far echeggiare un terrificante NON SERVIAM sotto le volte stesse della Basilica di san Pietro da parte di una minoranza di cardinali scatenati, decisi ad imporsi a tutti i costi, fors’anche perché intuitivamente consapevoli del fatto che la loro azione eversiva non sarebbe dispiaciuta al Papa.

III.

Tutto ciò visto, torniamo alla giornata fatale del 13 ottobre 1962. Mentre mons. Pericle Felici, segretario generale del Concilio, stava spiegando la procedura da seguire per le votazioni previste dal regolamento, si levò inaspettatamente il cardinale Achille Liénart, arcivescovo di Lilla, uno dei dieci cardinali membri della Presidenza del Concilio, e chiese la parola, interrompendo l’oratore. Il primo presidente del Concilio, primo perché il più anziano, il cardinale Tisserant, che presiedeva la Congregazione (nome, lo ricordo ancora, che si dava alle sedute dell’augusta assise), glela negò a norma di regolamento, perché la Congregazione era stata riunita per votare e non per decidere se votare o meno o comunque per discutere di qualsiasi argomento estraneo all’ordine del giorno. Il porporato francese, allora, afferrò il microfono dicendo, a quanto sembra: “Excusez moi, je vais la prendre quand-même! [Scusatemi, me la prenderò lo stesso!]”. E immediatamente lesse, ricevendo l’applauso di una parte dell’assemblea, una dichiarazione nella quale chiedeva che la votazione fosse rimandata e si concedesse alle Conferenze Episcopali il tempo di consultarsi sull’idoneità dei candidati e di ampliare la rosa degli stessi. Si voleva, evidentemente, avere il tempo di proporre nuove liste di candidati, quelli graditi alla fazione novatrice: in diverse e importanti Conferenze episcopali serpeggiava la fronda e persino l’odio contro la Curia conservatrice composta in gran maggioranza da italiani (De Mattei). La richiesta del cardinale Liénart fu immediatamente appoggiata dal cardinale tedesco Frings anche a nome dei cardinali Kõnig e Dõpfner e accolta, dopo febbrili consultazioni tra i dieci porporati della Presidenza, dal cardinale Tisserant, che aveva appena fatto il gesto (ma solo il gesto) di applicare il regolamento nei confronti dell’illegittima richiesta del suo collega (Wiltgen, Amerio, Levillain, De Mattei).

A conferma della gravità dell’episodio, che non si può e non si deve dimenticare, rammentiamo le parole appuntate dal cardinale Siri nel suo diario: “È difficile dire dello stupore e del disagio creato da questa vicenda. In un’aria di evidente e concitato malessere si disperdono i partecipanti”(Chenu, nota del curatore; De Mattei). Compiacimento espressero, al contrario, la sera stessa al P. Chenu, in un incontro privato, i due “monaci” protestanti della ecumenicamente variegata comunità di Taizé, Schutz e Thurian, presenti al Concilio come osservatori ufficiali: quel “Non serviam” manifestatosi inaspettatamente in aula fin dalla prima seduta e nei vertici stessi della gerarchia cattolica, non poteva non riempire di satanica soddisfazione i figli di Lutero. Compiacimento sembra aver espresso privatamente anche Giovanni XXIII, secondo quando riportato dal cardinale Suenens in suo libro di ricordi sul Concilio: “Felice colpo di scena e audace violazione del regolamento […] In buona parte le sorti del Concilio vennero decise in quel momento. Giovanni XXIII ne fu lieto” (Chenu; De Mattei). C’è anche la testimonianza dell’amico di un vescovo olandese, di orientamento novatore evidentemente: quest’ultimo, uscendo dall’Aula, gli avrebbe gridato tutto giulivo: “È la nostra prima vittoria!” (Wiltgen).

Successivamente il cardinale Liénart scrisse di aver agito per un’improvvisa ispirazione dello Spirito Santo. Lo stesso aveva detto Papa Roncalli, quando annunziò di voler indire un Concilio ecumenico: sarebbe stato il frutto di un’improvvisa ispirazione dello Spirito Santo. L’affermazione del cardinale Liénart è stata ridicolizzata dal Levillain, un autore simpatizzante per il nuovo corso. Il suo intervento era stato febbrilmente preparato nei giorni immediatamente antecedenti, su iniziativa dell’allora mons. Gabriel-Marie Garrone, francese, dopo ripetuti incontri con diverse personalità, quasi sicuramente della Alleanza Europea. Lo schema dell’intervento, preparato materialmente in latino da mons. Garrone e da tre sacerdoti francesi al Seminario francese di Santa Chiara, fu consegnato al cardinale Joseph-Charles Lefebvre, cugino di mons. Marcel Lefebvre, nella notte tra il 12 e il 13 ottobre. Costui lo diede la mattina dopo a Liénart, che lo imparò a memoria mentre si dirigeva in macchina a San Pietro la mattina del 13, giorno delle votazioni (Levillain). Altro che Spirito Santo! Si trattò dell’azione ben coordinata di una lobby, che preparò il colpo in fretta e furia ma lo piazzò con estrema lucidità. In modo forse più preciso il fatto viene ricostruito da De Mattei: il testo scritto dell’intervento in latino venne consegnato a mano al cardinale Liénart dal cardinale Lefebvre, all’ingresso della Basilica di San Pietro (De Mattei). Giova ricordare che mons. Garrone, uno degli artefici principali dell’improvvisato complotto, successivamente cardinale e prefetto della Congregazione dei Seminari e delle Università dal 1966 al 1990, si applicò con estremo zelo ad applicare le riforme suggerite dal Concilio ai seminari francesi, riducendoli ad un deserto: all’inizio degli anni Cinquanta del XX secolo si ordinavano in Francia circa mille preti l’anno; nel 2006 ne furono ordinati 98 (e si tace sulla qualità dell’insegnamento).

Quali furono le conseguenze immediate di questa “prima vittoria” dello schieramento progressista? Nel pomeriggio dello stesso 13 ottobre, in una riunione dei dieci membri della Presidenza del Concilio, i cardinali Frings, Liénart e Alfrink insistettero perché si invertisse l’ordine della discussione sugli schemi. Il giorno successivo, 14 ottobre, i dieci furono ricevuti dal Papa il quale accordò l’inversione richiesta, anche se sembra che solo cinque cardinali la sostenessero (Wiltgen). La decisione fu annunziata ufficialmente il 15 ottobre: la discussione sarebbe cominciata dal quinto schema, quello sulla Liturgia, e non più dal primo, sulle Fonti della Rivelazione (Wiltgen). Rientrava certamente nei poteri del Papa accettare o meno le richieste modifiche e persino modificare il regolamento del Concilio in itinere. Resta il fatto che l’azione eversiva dei cardinali ammodernanti, il cui scopo si intuiva esser assai più ampio di quello di una semplice modifica delle procedure del Concilio, aveva abbondantemente pagato: Giovanni XXIII aveva fatto sua l’impostazione rivoluzionaria invece di richiamare all’ordine i cardinali eversori.

L’ulteriore e più grave conseguenza ricadde sulle elezioni delle Commissioni conciliari. Le elezioni furono spostate al giorno 16 ottobre. I novatori, anteriormente presenti solo in numero ridotto negli elenchi forniti dalla Curia, ottennero il 49% dei seggi disponibili. Arrivarono a conquistare la metà della Commissione Teologica e ad avere la maggioranza di quella sulla Liturgia. È stata questa maggioranza a fabbricare la Sacrosanctum Concilium, la costituzione sulla riforma liturgica, che ha posto le premesse di quella mostruosità che è la Messa Novus Ordo. A fabbricarla, vivente ancora Giovanni XXIII, per quanto durante le discussioni il suo schema fosse stato demolito in più punti dall’Arcivescovo Enrico Dante, Prefetto della Congregazione dei Riti, appoggiato dal cardinale Bacci, da mons. Pietro Parente, da mons. Vagnozzi, dall’Arcivescovo Dino Staffa, dal cardinale Ottaviani, dal cardinale Siri (Wiltgen; De Mattei). Questo va ricordato contro coloro che ritengono ancor oggi esser la Sacrosanctum Concilium una costituzione nell’insieme accettabile, solo fraintesa o male applicata.

Come fu possibile ai novatori piazzare tanti loro uomini nelle Commissioni conciliari? Questo risultato era stato reso possibile anche dal fatto che il giorno stesso della proclamazione dei risultati, il 20 ottobre, Giovanni XXIII aveva fatto sapere, per bocca del segretario generale mons. Felici, di aver sospeso l’applicazione dell’art. 39 del regolamento, che esigeva la maggioranza assoluta (della metà più uno) per esser eletti, permettendo così l’adozione del criterio della maggioranza relativa (ovvero quella del candidato che, senza raggiungere la maggioranza assoluta, avesse raccolto il maggior numero di voti). Grazie a questo criterio, bastava una qualsiasi maggioranza, anche minima, per esser eletti.
Nell’apportare questa modifica al regolamento “vivae vocis oraculo”, e con una procedura alquanto disinvolta, Giovanni XXIII fece sapere di aver accolto un suggerimento della Presidenza del Concilio (Wiltgen). Nel suo diario Chenu scrive: “I padri entrano in seduta [per iniziare i lavori] senza sapere ancora se il papa, modificando la legge, deciderà in un solo turno con maggioranza relativa o se la conserverà per un secondo turno, in vista di una maggioranza assoluta. Senza alcuna deliberazione, Felici dà i risultati del primo turno, con elezioni immediata di sedici membri, a sola maggioranza relativa. I suffragi vanno da 1.800-1700 a 700, e ancora meno in molti casi” (Chenu). L’impressione è che, senza la modifica attuata da Giovanni XXIII non prima delle elezioni ma dopo aver conosciuto il loro esito, come si evince dal fatto di esser stata annunziata contestualmente ai risultati stessi, molti candidati progressisti non sarebbero riusciti a raggiungere il quorum richiesto dal regolamento, quello della maggioranza assoluta.

Persino Giuseppe Dossetti, perito e consigliere teologico del cardinale Lercaro al Concilio, cattolico di sinistra, ex presidente della Democrazia Cristiana, ex parlamentare, ex docente di diritto canonico (è stato uno degli artefici dell’attuale Costituzione repubblicana), in un memorandum intitolato Osservazioni e proposte sul regolamento del Concilio, deplorò il clima di anarchia e sostanziale illegalità che si era instaurato sin dall’inizio dell’assise: “… si può capire che nelle prime settimane si sia reso necessario qualche ritoco al regolamento e altri possa consigliarne l’esperienza futura [un ritocco al regolamento ci fu anche durante il Vaticano I]. Ma è di importanza capitale che le modificazioni non avvengano quotidianamente ma solo in occasioni sempre più rare, e soprattutto non avvengano in modo informe per decisioni date vivae vocis oraculo ma solo in modo formale con ponderate e organiche norme scritte” (Chenu – testo aggiunto dal curatore; De Mattei). Va sottolineato che le modifiche “quasi quotidiane” e “informi” della procedura erano provocate dall’illecita pressione dei novatori sul Concilio, per impadronirsi dei suoi meccanismi e modificarne le procedure a loro vantaggio.
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Bibliografia
1. Ralph M. Wiltgen, The Rhine flows into the Tiber. A History of VaticanII, Devon 1979, 1a ed. 1967.
2. Romano Amerio, Iota unum. Studio sulle variazioni della Chiesa cattolica nel secolo XX, Ricciardi, Milano-Napoli, 19862.
3. Etienne Fouilloux, Vatican II commence, Univ. Cath. de Louvain, 1993.
4. Marie-Dominique Chenu, Diario del Vaticano II. Note quotidiane al Concilio 1062-1963, tr. it. di Roberta Ferrara e Monica Marzaduri, edizione ed introduzione di Alberto Melloni, il Mulino, Bologna, 1996 (l’originale è del 19950.
5. Philippe Levillain, La mécanique politique de Vatican II. La majorité et l’unanimité dans un concile, Beauchesne, Paris 1975.
6. Giuseppe Alberigo (a cura di), Storia del Concilio Vaticano II, in cinque volumi, il Mulino, Bologna, 1995 ss., in particolare il I volume.
7. Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Lindau, Torino 2010.
8. Paolo Pasqualucci, Il Concilio parallelo. L’inizio anomalo del Vaticano II, Fede & Cultura, Verona, 2014.

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Anonimo ha detto...

Papa Francesco su Benedetto XVI - 1° dicembre 2022 (1/4)

"Non mancano per me momenti di incontro personale, fraterno e affettuoso, con il Papa emerito. Inoltre tutti sentiamo la sua presenza spirituale e il suo accompagnamento nella preghiera per la Chiesa intera: quegli occhi contemplativi che sempre mostra. Ma questa occasione è importante per riaffermare che anche il contributo della sua opera teologica e più in generale del suo pensiero continua ad essere fecondo e operante.

Abbiamo recentemente commemorato il 60° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II. Come sappiamo, Benedetto XVI vi ha partecipato personalmente come esperto e ha avuto un ruolo importante nella genesi di alcuni documenti; e poi è stato chiamato a guidare la comunità ecclesiale nella sua attuazione, sia al fianco di San Giovanni Paolo II, sia come Pastore della Chiesa universale. Egli ci ha aiutato a leggere i documenti conciliari in profondità, proponendoci una 'ermeneutica della riforma e della continuità'. Ancora molto recentemente ha voluto evidenziare come il Concilio eserciti in modo durevole la sua funzione cruciale, poiché ci ha dato gli orientamenti necessari per riformulare la questione centrale della natura e della missione della Chiesa nel nostro tempo (cfr Messaggio per il X Simposio internazionale della Fondazione Ratzinger, 7 ottobre 2022)"

Anonimo ha detto...

Non ho terminato la lettura per questioni di tempo. Ormai si può ipotizzare che lo spirito ispiratore, vuoi di Roncalli vuoi di Montini, fosse altro che santo e che invece assomigliasse più alla attuazione di un piano politico complesso, non certamente Cattolico, ma globalista sicuramente.

Anonimo ha detto...

IL DIALOGO PRODUCE CONVERSIONI?

"Ma no, per caritá.... non è questa la sua finalita! "
"Allora a che cosa serve dialogare con persone atee o appartenenti ad altre (fasulle) religioni?"
"Serve ad ottenere tanti bei frutti dello spirito......"
""Da di quale "spirito" parla? Non certo di quello Santo!"
"Ma non sarai mica pure tu un pelagiano, tradizionalista, arretrato, fariseo......"
"....Comunque io, umilmente, ritengo che il vostro dialogare produca conversioni".
"Ma sei proprio da medioevo, tutte le fedi sono nobili e portano a Dio... ancora con questa pretesa anacronistica di voler credere di avere la verità in tasca. Ma poi, di quali conversioni blateri?!"
"Di quelle di poveri cattolici che, grazie a prelati come lei, si "convertono" all'ateismo o ad altre (false) religioni!"
RB

Anonimo ha detto...

Nel suo diario del Concilio, in data 3 dicembre 1962, mons. Borromeo, vescovo di Pesaro, chiudeva il racconto dell’intervento del Cardinale di Monaco a proposito di collegialità con una acutissima riflessione sul modernismo: «Siamo in pieno modernismo. Non il modernismo ingenuo, aperto, aggressivo e battagliero dei tempi di San Pio X, no. Il Modernismo di oggi è più sottile, più camuffato, più penetrante e più ipocrita. Non vuole sollevare un’altra tempesta, vuole che tutta la Chiesa si trovi modernista senza che se accorga».
https://www.radiospada.org/2022/09/capire-il-modernismo-del-concilio-per-capire-la-crisi-ecclesiale-di-oggi/

Anonimo ha detto...

Sarebbe auspicabile un concilio o una presa di posizione che chiarisca e condanni gli errori. Ma con la gerarchia attuale la vedo grama…
Tommaso Berletti

Anonimo ha detto...

Domenico Condito
CHIESA IN USCITA O CHIESA IN RITIRATA?

Con il Concilio Vaticano II e, massimamente, con il pontificato di Francesco, si è affermato, di fatto, il primato della pastorale sulla dottrina. Gli effetti nefasti di questo capovolgimento di prospettiva, assolutamente inedito nella storia della Chiesa, sono sotto gli occhi di tutti... Le chiese sono semivuote, la frequenza ai sacramenti è al minimo storico e l'impatto dei cattolici sulla società è ormai irrilevante. Sul piano dottrinale va ancora peggio: in pochi, fra gli stessi sacerdoti, hanno una conoscenza profonda del Magistero della Chiesa e dello stesso Catechismo Cattolico, entrambi vincolanti per i fedeli, mentre prevalgono orientamenti personali francamente eterodossi e biasimabili, dalla teologia dogmatica alla morale, dalla liturgia alla dottrina sociale della Chiesa, eccetera eccetera. In definitiva, l'impoverimento dottrinale non ha reso la Chiesa più "pastorale", ma semplicemente più ignorante, come sosteneva già il cardinale Caffarra. Proprio nel momento in cui le sfide epocali della modernità richiedono una dottrina ancora più solida e fedele al mandato ricevuto da Cristo. E così i cattolici, e primi fra questi i pastori, poveri in armi, spogli della corazza della Verità, battono in ritirata o, peggio, aderiscono acritamente a ogni stravaganza mondana, confondendo l'olezzo del mondo con il vento dello Spirito Santo. In realtà, la Chiesa "in uscita" è solo una caricatura, è il triste epigono di un'armata che si è arresa. È il preambolo della fine? No, fioriranno nuovi Santi, dotati di "spirito profetico", ma ci aspettano prove terribili. E siamo solo all'inizio.

Anonimo ha detto...


"È il preambolo della fine?"

No, fioriranno nuovi Santi, dotati di "spirito profetico" etc.
Nonostante tutto ci sostiene la fede in una ripresa della Chiesa e delle nazioni cattoliche. Il Signore ha detto: "Le porte dell'inferno non prevarranno" nei confronti della Chiesa da Me fondata. Ma ha anche detto : "Quando il Figlio dell'Uomo tornerà, credi che troverà la fede sulla terra?" (citazione a memoria).
Come si conciliano le due affermazioni?
Credo l'interpretazione tradizionale sia la seguente: la fede sarebbe andata progressivamente declinando, tra alti e bassi, cadute e riprese, fino al punto di quasi scomparire dalla faccia della terra, a causa dei tradimenti e delle persecuzioni: a quel punto ci sarebbe stato l'avvenimento cosmico improvviso come il lampo del ritorno sconvolgente del Cristo Giudice dell'intero genere umano.
In questo senso le porte dell'Inferno non avrebbero prevalso.
Giusta quest'interpretazione? Sembra la più probabile.
Diverso è capire i segni dei tempi al punto da stabilire con ragionevole certezza in quale momento nel tempo (kairos) noi ci troviamo. Questo è sempre difficile.
Tuttavia, possiamo asseverare con assoluta certezza che ci troviamo a vivere in un momento di decadenza estrema della religione cattolica, quale non si era mai vista nei secoli precedenti, nemmeno nei momenti peggiori. La fine del mondo è allora vicina? È possibile, visto che la Chiesa non dà, a ben vedere, autentici segni di ripresa, se non piuttosto flebili e il mondo sembra stia precipitando in una crisi distruttiva come non mai. Possibile ma non certo.

Non dobbiamo comunque pensare all'esito finale, è un pensiero terrificante, troppo grande per noi. Dobbiamo cercare tutti di capire che cosa vuole il Signore da noi, in quanto milites Christi, e chiedere il suo aiuto per adempiere.
Per il resto, rimetterci a Lui, pur intuendo che l'ora di un tremendo e giusto castigo (non sappiamo se finale o no) si sta comunque avvicinando.
Che il Signore ci dia la forza di restare fedeli sino alla fine:
"Sii fedele sino alla morte e ti darò la corona della vita" (Ap 2, 10).
PP

Anonimo ha detto...

PERCORSI TRACCIATI

Davvero solo con Francesco si inizia a parlare "bene" delle altre religioni e si partecipa a culti non cattolici?

«Venerati fratelli in Cristo (riferendosi ai "vescovi" luterani danesi).
1. Con immensa gratitudine ho accettato l’invito fattomi dal Vescovo Wiberg e dagli altri Vescovi della Chiesa luterana danese di partecipare ad una funzione serale qui nel duomo di Roskilde e ad un incontro in un luogo così ricco di tradizione.»

«Nel giorno in cui il Vescovo di Roma viene a rendere visita per la prima volta a questo luogo, è mia intima speranza che questo incontro possa contribuire ad abbattere quegli steccati che sorti nel
corso di questi cinquecento anni, ci dividono e che ci rendono ancora ostili gli uni verso gli altri. Incontrandovi in questo luogo, venerati Vescovi, io invoco la benedizione del Signore su di voi e
sul vostro servizio in favore dei cristiani che vi sono affidati. Nonostante le asprezze che la divisione di fede tra di noi ha generato, nonostante tutte le divisioni che sono state espresse, io
riaffermo con gratitudine e gioia che, a motivo del dono della grazia del Battesimo e dell’annuncio del Vangelo che Cristo ci ha portato, rimaniamo legati l’un l’altro da una comune eredità. Per
questo, con gratitudine, posso rivolgermi a voi con le stesse parole del Concilio Vaticano II sulle Chiese e le comunità cristiane che non sono in piena comunione con Roma.

Nonostante le differenze che ancora esistono tra voi e la Chiesa cattolica in materia di morale e di disciplina, che noi consideriamo ostacoli per una piena comunione, il Concilio afferma con chiarezza che queste Chiese e comunità cristiane “quantunque crediamo che abbiano delle carenze nel mistero della salvezza non sono affatto spoglie di significato e di peso. Poiché lo spirito di Cristo non ricusa di servirsi di esse come di strumenti di salvezza, di cui il valore deriva dalla stessa premessa della grazia e della virtù che è stata affidata alla Chiesa cattolica” (Unitatis Redintegratio, 3).»

«A partire dal Concilio Vaticano II sono cominciati importanti dialoghi ecumenici. Il primo dei colloqui bilaterali ha segnato l’inizio del dialogo tra la Chiesa cattolica e la Federazione mondiale
luterana. Il professore danese Kristen Skydsgaard, che aveva partecipato in qualità di osservatore al Concilio Vaticano II, è stato uno dei promotori di questo dialogo.
Questi colloqui hanno incrementato in vari modi la collaborazione tra le nostre Chiese. Tuttavia esistono ancora, in tempi di dialogo ecumenico, dei grandi ostacoli. Molti ne individuano uno nella
persona di Martin Lutero e nella condanna di alcuni suoi insegnamenti che la Chiesa cattolica aveva in quei tempi pronunciato. I risultati della sua scomunica hanno prodotto ferite profonde che, ancora, dopo più di quattrocentocinquant’anni non si sono rimarginate e che non possono esser sanate attraverso un atto giuridico. Dopo che la Chiesa cattolica ha compreso che la
scomunica ha fine con la morte di ogni uomo questo tipo di provvedimenti sono visti come misure nei confronti di qualcuno finché è in vita. Quello di cui oggi noi abbiamo bisogno soprattutto è una valutazione nuova e comune dei molti interrogativi che sono sorti da Lutero e dal suo messaggio.
Per questo motivo ho potuto affermare nel corso della ricorrenza dei cinquecento anni della nascita di Martin Lutero: “Nella pratica gli sforzi scientifici dei ricercatori evangelici e di quelli
cattolici, che, nel frattempo, hanno raggiunto lusinghieri risultati, hanno condotto ad un pieno e differenziato panorama della personalità di Lutero e ad un complicato intreccio degli eventi storici nella società, nella politica e nella Chiesa della prima metà del XVI secolo. Ciò che è comunque emerso in modo convincente è la profonda religiosità di Lutero che ardeva dell’ansia bruciante per
il problema della salvezza eterna” (Epistula Em.mo P. O. Ioanni Willebrands, V expleto saeculo ab ortu Martini Luther, missa, die 31 oct. 1983: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VI, 2 [1983] 980).»
Roskilde (Danimarca) - Martedì, 6 giugno 1989

Anonimo ha detto...

“San Giovanni Battista protegga l’Islam" (Giovanni Paolo II, 21 marzo 2000).
"Cristiani e musulmani, abbiamo molte cose in comune… Noi crediamo nello STESSO DIO, l’unico Dio, il Dio vivente, il Dio che crea i mondi e porta le sue creature alla loro perfezione". (Giovanni Paolo II, 27 agosto 1985)
"Occorre riconoscere più chiaramente l’alta importanza della richiesta di Lutero di una teologia vicina alle Sacre Scritture e della sua volontà di un rinnovamento spirituale della Chiesa". (Giovanni Paolo II, 22 giugno 1996)

Anonimo ha detto...

Io potrei sbagliarmi (abbiate pazienza, non sono un teologo) ma mi pare di ricordare che lo stesso Ratzinger, a suo tempo, nella Dominus Jesus cercò di risolvere la questione in questo modo: il cattolicesimo è un'autostrada e la strada più sicura per essere salvati ed arrivare in Paradiso, ciò non toglie che per grazia Dio conceda anche ad anime di altre religioni una via per salvarsi attraverso strade che Lui solo conosce. Ripeto, potrei sbagliarmi ma mi pare di ricordare questo. Detto ciò, Laddove è evidente che solo Cristo salva, e non i vari Budda, Maometto etc è anche vero che ogni religione ha tra i suoi fedeli persone pure di cuore che realmente cercano Dio e lo onorano al meglio delle proprie possibilità conoscenze e convizioni. Un conto è non essere d'accordo sul piano dottrinale su questa o su quella cosa, ma la religiosità delle persone, quella vera, sincera, genuina, va rispettata. E' difficile se non impossibile entrare a gamba tesa a casa di chiunque e dire "tu ti sbagli, io ho ragione, se non ti converti andrai all'inferno" Ricordiamoci che Gesù ha PROPOSTO il suo insegnamento ai piccoli e ha invece REDARGUITO E SGRIDATO i sommi sacerdoti e gli scribi perchè lo traviavano. Anche dalle vite dei Santi risulta che alcuni Papi o sacerdoti siano in Purgatorio o anche all'inferno in virtù delle enormi responsabilità che avevano verso il gregge che era stato loro affidato. Veramente si realizza la parabola dei talenti: a chi è stato dato molto sarà chiesto molto. Non so se ho ragione ma mi piace pensare che non perchè uno sia di un'altra religione questo vada automaticamente all'inferno, bensì, in punto di morte, possa anche lui, come quelli chiamati alle 5 del pomeriggio, udire la voce di Gesù che lo chiama e in modo che Lui solo conosce, si presenta all'anima, chiedendole di riconoscerlo. Il nostro impegno come Cristiani è fare in modo che sempre più persone scelgano Cristo come unica via di salvezza, ma la forzatura non è mai una soluzione. In ogni caso, Wojtyla era anche conscio delle immani problematiche che venivano dalla fine della guerra fredda, realmente dalla fine di un mondo e ha cercato comunque di stabilire un dialogo con chi come lui cercava Dio. Lasciamo a Dio il giudizio sulle altre religioni, e preghiamo per il Santo Padre (sa Dio qual è) affinchè sia illuminato e forte in un momento di enorme deriva morale come quello attuale. Ricordate Gesù "il vostro parlare sia sì sì no no" (cioè sincero ed essenziale) "il di più viene dal maligno". Spero sia utile. Per la cronaca una mia amica Musulmana in Asia Centrale mi ha confessato di aver sognato due volte Gesù (cosa che non può fare con la propria famiglia). Io la sto incoraggiando ed ha accettato una croce da parte mia che ora porta con sé.

Anonimo ha detto...

MODO E MODO

«Risulta quindi evidente, venerabili fratelli, il motivo del permanente divieto posto da questa Sede Apostolica ai fedeli di partecipare a riunioni degli acattolici. Ché l’unico modo possibile di favorire l’unità dei cristiani si è di agevolare il ritorno dei dissidenti alla unica vera Chiesa di Cristo, a tutti ben nota e, per volontà del proprio fondatore, destinata a rimaner in eterno tale come Egli la istituì per la comune salvezza di tutti. Che mai nel volgere dei secoli la mistica Sposa di Cristo fu contaminata né mai potrà contaminarsi secondo le belle parole di Cipriano: "Non può adulterarsi la Sposa di Cristo; è incorrotta e pudica; una sola casa conosce, di una sola stanza custodisce con casto pudore: la santità". E il medesimo santo martire bene a ragione si meravigliava che ci fosse qualcuno capace di credere che "questa unità proveniente dalla divina stabilità e saldata per mezzo dei sacramenti celesti possa nella Chiesa infrangersi ed esser sciolta per il dissenso di volontà discordanti"

Se infatti il mistico corpo di Cristo, cioè la Chiesa, è ben connesso e solidamente collegato come il fisico suo corpo, sarebbe sciocchezza fallace il dire che il mistico corpo si risolva in membri separati e distinti.
Chiunque ad esso non è congiunto non può esserne membro né comunica con il capo che è Cristo.
Ora nessuno partecipa a questa unica Chiesa di Cristo, come nessuno vi rimane, se non conoscendo ed accogliendo con l’obbedienza la suprema autorità di Pietro e dei suoi legittimi successori.
Non fu forse al Vescovo di Roma che obbedirono gli antenati degli odierni seguaci degli errori di Fozio e dei Protestanti?
I figli si allontanarono purtroppo dalla casa paterna ma non per questo essa andò in rovina sostenuta com’era dal continuo aiuto di Dio. Ritornino dunque al padre comune ed Egli dimentico delle precedenti ingiurie contro la Sede Apostolica li accoglierà con tutto l’affetto del cuore. Ché se desiderano, come ripetono, unirsi con Noi e con i Nostri, perché non si affrettano a venire alla Chiesa " Madre e maestra di tutti i seguaci di Cristo?".
Ascoltino la dichiarazione di Lattanzio: "La sola... Chiesa Cattolica è quella che mantiene il culto vero. Questa è la fonte della verità, questa la dimora della Fede, questo il tempio di Dio. E chiunque non v’è entrato o ne sia uscito rimane privo della speranza di salvezza. Nessuno deve cercare d’ingannare sé stesso con dispute pertinaci: qui si tratta della vita, e se non vi si pensa e provvede, la si perde irreparabilmente".

Tornino dunque i Nostri figli dissidenti alla Sede Apostolica, posta nell’Urbe che i principi degli apostoli, Pietro e Paolo, consacrarono col loro sangue, alla sede "Radice e matrice della Chiesa cattolica": non già con l’idea o la speranza che la "Chiesa del Dio vivo, colonna e fondamento della verità" faccia getto dell’integrità della fede per tollerare i loro errori, ma per sottomettersi al suo magistero e governo».

Pio XI