I cardinali "del dissenso"
La continuità con la baraonda conciliare è l'humus della crisi post-conciliare. Con Paolo VI gli stessi Cardinali del dissenso, gli stessi Vescovi vindici della Collegialità, con le varie Conferenze episcopali, i medesimi “teologi", già periti conciliari, sono i fautori di questa crisi profonda che altera la dottrina e crea tanta confusione.
Il disordine è venuto dall'alto. Viene sempre più chiaramente rilevato il disegno attuato da Paolo VI nell'elezione dei cardinali, nella scelta dei vescovi: elementi che procedono irreversibilmente nell'attuazione delle riforme, delle "novità", appena abbozzate, introdotte magari subdolamente, nei testi conciliari.
Lo scrivono ad esempio Gordon Thomas e Max Morgan-Witts, Pontiff. Dentro il Vaticano, Tullio Pironti ed., Napoli 1989 (tr. it., l'originale è del 1983), pp. 597: Nel 1976 Paolo VI nominò venti nuovi cardinali. Molti di essi: - Evaristo Arns e Aloisio Lorscheide del Brasile - (difensori presso il S. Offizio dei teologi della liberazione); Bernardin Gantin del Benin; Jaime Sin delle Filippine; Eduardo Pironio dell'Argentina... - non particolarmente graditi alla Curia, sono progressisti, desiderosi di riforme, pronti a sfidare la Curia.
Col promuoverli, Paolo ... spera che i neo-eletti, quando si accingeranno a votare per il Suo successore cercheranno un candidato che continui le riforme da lui intraprese". (p. 51).
Mons. Pironio era noto come "il Vescovo dei Monteneros"... Paolo VI lo sistemò a Roma: ivi figura attualmente come presidente del pontificio consiglio per i Laici.
È soltanto un'indicazione "esemplare di una linea programmmatica, tenacemente perseguita. Cosi ancora per la ... "cernita" dei vescovi. Per questi, si senta quanto ha detto con l'autorevolezza a tutti nota, S. Em. il Cardinale Ratzinger (Rapporto sulla fede, di Vittorio Messori: ed. Paoline, 1985, p. 69 ss.): «Nei primi anni dopo il Vaticano II, il candidato all'episcopato sembrava essere un sacerdote che fosse anzitutto "aperto al mondo"; in ogni caso questo requisito veniva messo al primo posto.
«Dopo la svolta del '68 in poi, via via, con laggravarsi della crisi, si è capito che quella sola caratteristica non bastava. Ci si è accorti, cioè, anche attraverso esperienze amare, che occorrevano vescovi "aperti al mondo" ma al contempo in grado di opporsi al mondo e alle sue tendenze negative per guarirle, arginarle, metterne in guardia i fedeli. Il criterio di scelta, dunque, si è fatto via via più realistico, l'"apertura" come tale non parendo più, nelle mutate situazioni culturali, la risposta e la ricetta sufficienti.
«Del resto, una simile maturazione si è verificata anche in molti vescovi che hanno sperimentato duramente nelle loro diocesi che i tempi sono davvero cambiati rispetto a quelli dell'ottimismo un po' acritico dell'immediato post-Concilio». (p. 65 s.).
Principalmente, per Paolo VI, era essenziale per un eligendo al vescovado, la ... tendenza o pendenza a sinistra ... in tutti i campi, a cominciare da quello politico. Aperto al mondo": cioè politicamente impegnato ... "a sinistra'"; votato alla valorizzazione del ... "mondo", all'ottimismo, al "progressismo"; letteralmente veniva richiesto: "se attua il Concilio Vaticano II"! Paolo VI nei "suoi" cardinali, nei "suoi vescovi, voleva riscontrare, voleva fosse riflesso un altro ... "se stesso", e così fosse scongiurato il pericolo che la Chiesa ... "ritornasse indietro".
Tra i Cardinali "del dissenso", emergono gli olandesi Johannes Willebrands, Presidente Segretario Unione dei Cristiani (1909) e Bernard Jan Alfrink (1900), ex-alunno del P.I.B. [Pontificio Istituto Biblico]; ben noto, il primo, per le sue ... trovate, atte ad innocentizzare Martin Lutero ... ed aprire ... ai protestanti; e notoriamente collegato il secondo all'"eretico" Catechismo olandese ...
Del Cardinale Agostino Bea S.J., ho scritto in occasione della sua morte (16 nov. 1968): "Errare, humanum est"; in particolare, ho trattato della sua attività nello svolgimento del Concilio, nel volume precedente: La tradizione contro il Concilio (1989, passim): per i suoi rapporti con i Giudei, nel libro Cristianesimo e Giudaismo, edizioni Krinon, Caltanesetta 1987, pp. 126; elogio per la sua attività di Maestro e Rettore nel Pontificio Istituto Biblico, i suoi anni migliori dal 1924 al 1959. "Molti sono - scrivevo - i professori e i dottori in Sacra Scrittura in tutto il mondo, che devono a lui in buona parte la loro formazione biblica. Insuperabile nella chiarezza dell'esposizione ordinata, nella severità del metodo scientifico, nell'equilibrio e sicurezza di giudizio, il p. Bea li avvia teoricamente e praticamente alla ricerca scientifica, alla sana esegesi sempre cattolicamente sicura".
Adducevo come esempio la sua posizione nei confronti della composizione "critica" del Pentateuco, che così terminava: "Si comprende dunque senz'altro che la Pontificia Commissione Biblica, oggi più che mai, sia molto riservata riguardo alla teoria delle fonti, anche se proposta in una forma attenuata. Tale riserva di un Dicastero ecclesiastico si imporrebbe del resto anche se l'ipotesi fosse meno discussa e discutibile dal lato scientifico e per nulla viziata da presupposti e pregiudizi d'ordine filosofico, essendo compito dell'organo della Santa Sede di pronunziarsi sul valore scientifico delle varie teorie proposte per risolvere un problema critico". [Gianfranco Ravasi ora (1982-1987: La Bibbia, ed. Paoline) ritorna al superatissimo J. Wellhausen delle quattro fonti).
Durante il Concilio, il cardinale Bea intervenne nella Commissione teologica a difendere l'inerranza assoluta della Sacra Scrittura, e vi è ritornato lo scorso anno (La parola di Dio e l'umanità, Assisi 1967), contro i pervicaci tentativi fatti, in senso opposto, ad esempio dal padre Ignazio de la Potterie, presente purtroppo al Pontificio Istituto Biblico.
Con la lealtà al Magistero della Chiesa, e con la preparazione scientifica che si riscontrano in tutti i suoi scritti, il padre Bea ha sempre insegnato e ha diretto il Pontificio Istituto Biblico, affiancato dal vice Rettore, quel grandissimo e geniale erudito, che corisponde al nome del padre Alberto Vaccari, che l'ha preceduto di circa tre anni, nella pace dell'eternità.
E il Pontificio Istituto Biblico ha avuto appunto, in quegli anni del rettorato del padre Bea, il suo periodo più fulgido, per la cultura e per la sana formazione cattolica dei futuri professori e studiosi.
Dal 1949 fino al 1959, padre Bea continuò ad insegnare. Dinanzi all'insorgere della "nuova" esegesi, movimento entrato prima in sordina nello stesso Biblico ed esploso con la pubblicazione della Introduction à la Bible di Robert-Feuillet e con l'articolo del padre Alonso Schökel in La Civiltà Cattolica, settembre 1960, pagine 449-460, egli tacque ..., cioè nulla scrisse (a differenza del Reverendissimo padre Vaccari) contro tali pericolose innovazioni: se si eccettua l'accenno generico, ma grave, ad esse nel discorso da cardinale a chiusura della settimana Biblica, il 24 settembre 1960: "Queste parole che a taluno forse potrebbero sembrare piuttosto dure sono l'accorata espressione di una seria preoccupazione - preoccupazione non soltanto mia - causata da affermazioni e idee che affiorano in diverse parti del mondo nell'insegnamento, in conferenze e pubblicazioni, specialmente riguardo al Nuovo Testamento, affermazioni che rasentano quasi i limiti dell'eresia. Spiegare la Sacra Serittura come lo fanno questi autori, significa snaturarla e farla invece di un aiuto spirituale dato da Dio alle anime, piuttosto una tentazione e un pericolo per la fede".
(mons.Francesco Spadafora,
Il postconcilio. Crisi: diagnosi e terapia,
ed.Settimo Sigillo, Roma, 1991, pp.197-200)
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