10 - Che documenti quali la Gaudium et spes e la Dignitatis humanæ abbian sollecitato l'autorevole giudizio di «contro-Sillabo», sembra a me un motivo più che sufficiente per una proporzionata riflessione. «Contro Sillabo» signífica che il famoso o documento del beato Pio IX è dialetticamente superato, ossia controbattuto e almeno intenzionalmente annullato. Un fatto nuovo lo scalza dal suo píedístallo dogmatícamente víncolante e gli dà l'ostracismo, collocandosi al suo posto. La forza di quel «contro» mette in irriducibile antitesi l'insegnamento nel quale il beato Pio IX aveva raccolto la Tradizíone di sempre, e l'insegnamento nel quale, sia pur dichiarando d'aderir alla medesima Tradizione, il Vaticano II ribalta e contrappone le posizioni. Va pure notato che si tratta non di pur sempre gravi «decisioni storiche», ma di due contrapposte trasmissioni dottrinali d'un contenuto tradizionale che vien frantumato da antitetiche interpretazioni. II risultato di tale antitesi è la Chiesa-contro-se-stessa. Non una ragione storica, infatti, bensì la Fede nella divina Rivelazione aveva guidato Pio IX fin alla decisione di proscrivere, tra l'altro, l'indifferentismo e il latitudinarismo in materia religiosa; non è più la medesima Fede - oggettivamente parlando e al di fuori d'ogni soggettiva convinzione - quella che porta la Dignitatis humanæ su posizioni radicalmente diverse". So bene che, in forma diretta ed esplicita, la Dignitatis humanæ è ben lungi dal contraddire alla condanna della seguente proposizione: «Gli uomini posson trovare nel culto d'ogni religione la via dell'eterna salvezza e conseguirla», Ma quando, in forma assoluta, perentoria e di principio, dichiara che «l'uomo non dev'esser impedito d'agire secondo coscienza, soprattutto in materia religiosa», indirettamente e implicitamente lascia intendere che la condanna di Pio IX, pur avendo il suo valore in astratto, lo perde nel sacrario della libertà individuale.
11 - Si tratta, dunque, di due dottrine che, anche là dove dan l'impressione d'incontrarsi - la divina Rivelazione e la sua Tradizione - percorrono strade diverse ed esse stesse diventan due diverse dottrine. È allora inutile un'ulteriore esemplificazione. Sembra, invece, preferibile tentar una parola conclusiva.
I tre livelli qui già rilevati avrebbero dovuto guidare la lettura del Vaticano II verso la tripartizione della sua validità. Fermo restando che quello del Vaticano II è senz'ombra di dubbio magistero conciliare con tutte le sue conseguenze e i suoi limiti, va ripetuto che non ogni magistero conciliare è necessariamente dogmatico. Dogmatica infatti è la carateristica di quei Concili che, appellandosi alle fonti della divina Rivelazione scritta e orale, solennemente ed esplicitamente definiscono una determinata dottrina come in qualche modo contenuta nelle fonti stesse, «scritte e non scritte», della Fede. Una tale caratteristica è pure del Vaticano II limitatamente alle dottrine precedentemente definite, ch'esso fa proprile. Nel farle proprie, il Vaticano II si rivela Voce autentica deltla Tradizione ecclesiastica.
C'è una parte del Vaticano II che, senza riproporre dottrine già definite, segnala posizioni o dottrinali pastorali che potrebbero aver un indiretto e implicito riferimento alle fonti della Rivelazione. Soprattutto sul piano pastorale s'esprime il più - non so se anche e sempre il meglio – del Vaticano II. Il valore formalmente dogmatico è assente da codeste posizioni, le quali son peraltro teologia del Vaticano II e potrebbero, almen in quei casi che si ricollegassero oggettivamente alle fonti della Rivelazione, assurgere a validità dogmatica in seguito alla loro proposizione conciliare. E un'ipotesi da verificare. Se fondata, vale a dire se c'è e ha «il senso che la Chiesa le ha sempre dato e tuttora le dà», anche in questo caso la Tradizione risuonerebbe nella voce del Vaticano II.
C'è poi quel terzo livello che presenta non poche innovazioni, dottrinali o no, che nessun gioco di prestigio è in grado di ricondurre alla Tradizione divina, divino-apostolica, ecclesiastica e via dicendo. Mi pare che, proprio per questo, l'attenzione al terzo livello dovrebbe cambiar registro. Aveva tentato di farlo, nel 1985, R. Amerio; ci tentò pure il card. Siri; fra i filosofi-teologi, fu un americano, Ralf McInerny, ad aprire le speranze con un titolo mozzafiato: Che cosa andò storto al Vaticano II? Speranze da lui stesso deluse per aver ridotto tutto alla contestata accettazione dell'Humanæ vitæ di Paolo VI. Ultimamente e con l'insipienza di cui in 2Cor 11,17, mi ci son provato anch'io.
È difficile dire con quali esiti. Il «post hoc» non sempre sottintende il «propter hoc». Qualcosa è avvenuto: edizioni a brevissima distanza l'una dall'altra, traduzioni in varie lingue, discorsi, dibattiti. Non è avvenuto - e probabilmente non avverrà – quel che chiedevo: o una presa di posizione ufficiale o un incontro fra specialisti di tutt'il mondo. Ma acque si son mosse. Secondo il mio modestissimo giudizio, alcune volte nella giusta direzione, altre no.
Io stesso ho partecipato a qualche incontro su continuita o discontinuità; ma un'alternativa del genere disorienta i fedeli ed entusiasti seguaci del Vaticano II. Già l'aprirla è un attacco al Vaticano II. Per John O'Malley l'attuale orientamento è quello che, partendo dalle risposte inadeguate della Chiesa preconciliare alle sfide (?) della modernità illuminista, trova la sua giusta direzione nelle parole-chiave (aggiornamento, sviluppo, ritorno alle fonti) del Vaticano II. «L'Osservatore Romano» dell'8 aprile 2010 pubblicò la prolusione poco prima tenuta dall'Ecc.mo Segretario della Congregazione per l'Educazione Cattolica all'Università del Sacro Cuore su Il Vaticano II dinanzi a noi: un ditirambo. Pregiudizi finalmente caduti e ponti finalmente innalzati; comprensione più profonda delle relazioni tra Scrittura e Tradizione, della natura della Chiesa, del battesimo e dell'eucaristia; un'etica dei diritti umani che ha fecondato la coscienza delle nazioni, e via di questo passo. Mi chiedo se la vecchiaia ottunda a tal punto i miei sensi e la mia intelligenza da chiudermi ermeticamente a un ditirambo del genere: ma mi chiedo pure se ottusa non sia l'altrui intelligenza. M'è difficile perfino capire come mai non si veda che ditirambi del genere sovverton il bianco in nero; e come mai l'evidenza delle strade storte e dei non pochi trabocchetti renda sempre più spedito e disinvolto il passo verso il pericolo mortale?
12 - Poco tempo fa, la Pontificia Commissione Biblica si riunì nella sua annuale assemblea plenaria per metter a fuoco il delicato problema dell'ispirazione e dell'inerranza biblica. Non so come sian andate le cose; ma il solo ritorno al tema dell'ispirazione e dell'inerranza appare già una sorta di resipiscenza. Certo è che le acque si son mosse davvero, anche se non tutte nel senso che a me - e non soltanto a me - parrebbe giusto. Qualcuno tenta d'incanalarle nella fiumana dell'esaltazione acritica che dura da ben cinquant'anni: «Una cosa viva, in parte ancora da capire e da applicare [...] una formidabile esperienza di dialogo della Chiesa col mondo e della Chiesa al suo stesso interno». Semnbra che s'abbia paura d'un cambiamento di rotta e debba esser finalmente corretta la superficiale dichiarazione, diventata luogo comune, secondo la quale dopo il Vaticano II «la Chiesa non fu più la stessa». Si fa di tutto perché ciò possa dirsi ancora: «Jesus», nel numero di novembre 2009, annunciava che per nove mesi consecutivi alla rivista si sarebbe aggiunto un volume sul Vaticano II: una vera collana per leggerlo e capirlo. Ovviamente nell'ottica di chi ha staccato il Vaticano Il dalla Tradizione e vorrebbe oggi impedirgli di ricuperarla. L'ottica, per esempio, di quella «Cattedra del dialogo», fondata qualche tempo fa a Milano, dalla quale scende il verbo dei grandi «maîtres-à-penser» dell'avanguardismo postconciliare: il card. Martini, membri di San Fedele e di Sant'Egidio, filosofi, sociologi, giornalisti, tra i quali addirittura Gad Lerner. L'ottica, dico, di chi, per difendere il Vaticano II dalle «ossessioni dottrinarie e centralistiche della Curia Romana», inneggia all'era nuova inaugurata dall'ultimo Concilio, alla liberazione dall'ingombrante centralismo romano, all'emancipazione dall'incomunicabilità col pluralismo odierno, alla perfetta armonizzazione fra Chiesa e mondo, Fede e cultura, pratica religiosa e libertà «laica».
Una proposta come la mia, per codesto sfrenato avanguardismo, è quasi blasfema. Perciò tanto il resisterle quanto il suo rifiuto non mi sorprendono: eran già nel preventivo. Mi sorprendon invece le dichiarazioni d'assenso: numerose e, in qualche caso, autorevoli. E mi conforta la costatazione che il rifiuto del luogo comune e dell'ufficialità di comodo son più diffusi di quanto pensassi. Ciò significa che, nonostante cinquant'anni di spostamento sempre più pronunciato dalla li nea maestra della Tradizione di sempre, è vivo il desiderio d'una Chiesa fortemente ancorata al senso della propria inconfondibile identità: d'una Chiesa, pertanto, che non chiude gli occhi per convincersi che la Tradizione è contenuta interamente nei documenti dell'ultimo Concilio, ma li apre per verificare dove in esso la continuità sʻinterrompe e in che direzione volger i propri passi per il ricupero del «quod semper, quod ubique, quod ab omnibus creditum est».
(mons.Brunero Gherardini, Quæcumque dixero vobis,
ed.Lindau, 2011, pp.187-192)

Nessun commento:
Posta un commento