Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

lunedì 2 novembre 2026

Mons. Viganò/ INTER SANCTOS SORS ILLORUM Omelia nella festa di Tutti i Santi

INTER SANCTOS SORS ILLORUM
Omelia nella festa di Tutti i Santi


Post hæc vidi turbam magnam, quam dinumerare nemo poterat,
ex omnibus gentibus, et tribubus, et populis, et linguis.
Dopo ciò vidi una moltitudine grande, che nessuno poteva contare,
di ogni nazione, tribù, popolo e lingua.
Ap 7, 9

Gaudete autem quod nomina vestra scripta sunt in cælis.
Rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli.
Lc 10, 20
Il censimento di Cesare e il libro dell’Agnello
Nella notte in cui il Verbo si fece carne, il mondo era occupato a contare: Exiit edictum a Cæsare Augusto, ut describeretur universus orbis — venne emanato un editto di Cesare Augusto perché si facesse il censimento di tutto il mondo (Lc 2, 1). Colui che è il Nome al di sopra di ogni nome fu iscritto, nel suo primo giorno di vita, tra i numeri dell’Impero. L’Impero non sapeva che cosa stesse annotando; ma Dio sapeva che, da quel giorno, un altro registro era stato aperto.

È di questo registro che la Santa Chiesa ci parla oggi. San Giovanni, nelle sue visioni a Patmos, ode anzitutto una cifra, centum quadraginta quatuor millia signati — centoquarantaquattromila segnati (Apc 7, 4); poi si volge, e vede turbam magnam, quam dinumerare nemo poterat, una moltitudine grande, che nessuno poteva contare (Ap 7, 9). Dio conta, ma non somma; conta chiamando per nome: Qui numerat multitudinem stellarum, et omnibus eis nomina vocat — egli conta la moltitudine delle stelle, e a tutte dà un nome (Sal 146, 4). Per questo Nostro Signore, indicando ai discepoli la ragione della loro gioia, non disse: rallegratevi perché siete numerosi, ma Gaudete autem quod nomina vestra scripta sunt in cælis — rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli (Lc 10, 20).

Vorrei dunque soffermarmi su un’unica antitesi, che racchiude la storia intera: quella tra il Nome e il Numero. Il Nome è di Dio, il Numero è del suo avversario; e la santità, che oggi celebriamo, non è altro che la fedeltà al primo contro la pretesa del secondo.

Il Numero della Bestia
Il Numero ha la sua logica, e l’Apocalisse la descrive con esattezza: la Bestia impone a tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi, un marchio, et ne quis possit emere aut vendere, nisi qui habet characterem, aut nomen bestiæ, aut numerum nominis ejus — e che nessuno possa comprare o vendere se non chi ha il marchio, cioè il nome della Bestia o il numero del suo nome (Ap 13,17). Non pretendo di interpretare i numeri, ma non possiamo non riconoscere in essi una logica: l’uomo ridotto a numero, registrato e identificato, e l’accesso al pane quotidiano subordinato al possesso di un marchio. È la logica di un mondo di tessere e di codici, di identità digitali e di credito sociale, in cui la persona è soltanto ciò che di essa è calcolabile, perciò controllabile. L’Apostolo Giovanni non dice: scandalizzatevi; dice: Qui habet intellectum, computet numerum bestiæ — chi ha intelligenza, calcoli il numero della Bestia (Ap 13,18). Discerna, cioè, e non si lasci contare né segnare dal marchio della Bestia.

Il Numero, infatti, è l’arte propria di chi non sa creare né amare. Tutto ciò che viene da Dio è irripetibile e gratuito: non una foglia è uguale a un’altra, non un volto a un volto, perfino le stelle, perché stella enim a stella differt in claritate — una stella differisce dall’altra in splendore (1 Cor 15,41). Il Creatore non conosce lo stampo né l’imitazione. Il diavolo, che nulla ha di proprio da donare, può soltanto imitare e moltiplicare grottesche contraffazioni. Il marchio della Bestia è identico per tutti, in dextera manu sua, aut in frontibus suis (Ap 13,16). Come non riconoscervi il nostro mondo di simulacri: identità fabbricate, comunità senza corpi e corpi deturpati, voci artificiali senza anima? Chi vive di simulacri diventa simulacro: perde il nome, e resta un numero tra tanti, con la misera illusione che il proprio anonimato assicuri di appartenere al consorzio sociale senza venirne esclusi. Non vi sfuggirà, cari fedeli, come tanto nella società civile quanto in quella religiosa ci troviamo oggi a vivere le medesime dinamiche di segregazione, di ostracismo e di «scomunica».

Né vi è una terza anagrafe. Gli abitanti della terra adorano la Bestia, quorum non sunt scripta nomina in libro vitæ Agni, qui occisus est ab origine mundi — i cui nomi non sono scritti nel libro della vita dell’Agnello, che fu ucciso fin dall’origine del mondo (Ap 13,8). O si è registrati dalla Bestia, o si è iscritti nel libro della vita dell’Agnello.

Il Nome del santo
Ma l’Apocalisse conosce anche un altro sigillo. Sul monte Sion appare l’Agnello con coloro che habentes nomen ejus, et nomen Patris ejus scriptum in frontibus suis — portano il suo nome e il nome del Padre suo scritto sulla fronte (Ap 14, 1). Due fronti: quella marchiata da un numero, e quella segnata da un Nome. E noi sappiamo quando la nostra fronte fu segnata: al fonte battesimale, quando il sacerdote, dopo averci chiesto il nome, vi tracciò la croce: Accipe signum crucis tam in fronte, quam in corde — ricevi il segno della croce, tanto sulla fronte quanto nel cuore.

Il mondo subordina l’individualità del singolo all’anonimato delle masse senza nome: per questo non tollera il Santo Nome di Gesù, ben sapendo che non vi è altro nome sotto il cielo, dato agli uomini, nel quale dobbiamo essere salvati (At 4, 12). Eusebio di Cesarea ricordando il martire San Sancto, diacono di Vienne, in Francia, nella persecuzione del 177, riporta come questi, tormentato e interrogato sul nome, sulla città, sulla condizione, a ogni domanda rispondeva una cosa sola, nella lingua di Roma: Christianus sum (Hist. Eccl., V, 1). Ecco il santo: l’uomo che, interrogato dal mondo sui propri dati anagrafici, risponde identificandosi con Colui del quale porta la Croce in fronte.

Il santo, dunque, non è un filantropo, un pacifista o un testimonial di cause promosse dal mondo, come una nozione svuotata di santità vorrebbe farci intendere. Il Concilio di Trento insegna che i santi, regnando insieme con Cristo, offrono a Dio le proprie preghiere per gli uomini (sess. XXV): ci hanno preceduti nell’eternità e da lì continuano — nella Comunione dei Santi — ad intercedere per noi ancora peregrinanti in terra. Il Vangelo odierno ne traccia il ritratto: nessuno dei beati figura tra i vincenti del mondo, e Nostro Signore promette la beatitudine a chi sarà perseguitato per causa Sua (Mt 5, 11). Non per una causa, non per un’ideologia: per causa Sua.

La tentazione di essere contati
Il pericolo maggiore, oggi, non è che il mondo ci conti, ma che noi desideriamo essere contati; che, cioè, accettiamo di identificarci non nell’appartenenza a Nostro Signore, dal Quale siamo stati redenti, ma nell’essere inseriti in un database; non nel portare il sigillo del Battesimo, ma nel recare sottopelle un microchip; non nell’essere riconosciuti per il nostro comportamento da buoni Cristiani, ma nel vederci identificati dalle telecamere di sorveglianza. In un mondo che cancella l’immagine di Dio nell’uomo, il pericolo è che il Cristiano accetti di mutarsi in macchina, di meccanizzare le proprie azioni, di ibridarsi perdendo la memoria, l’intelletto e la volontà: la memoria, con la cancellazione della cultura (cancel culture); l’intelletto, con la virtualizzazione della realtà e l’intelligenza artificiale; la volontà, con l’imposizione, da parte del Leviatano globalista, di norme tanto irragionevoli quanto tiranniche.

Contro questa triplice mutilazione dell’uomo, nella memoria, nell’intelletto e nella volontà, la Sacra Scrittura non ci lascia privi di un’immagine né di un modello. Mentre la Bestia segna e conta, anche il Cielo segna e conta, e lo fa per primo: Nolite nocere terræ, et mari, neque arboribus, quoadusque signemus servos Dei nostri in frontibus eorum — non danneggiate la terra, né il mare, né gli alberi, finché non abbiamo segnato in fronte i servi del nostro Dio (Ap 7,3). Prima che si scateni la tribolazione, è Dio a imprimere il proprio sigillo; e soltanto allora Giovanni ode il numero dei segnati: centoquarantaquattromila. Questa cifra non va però confusa con il numero della Bestia. Quello è numerus hominis — numero d’uomo (Ap 13,18): sei, sei, sei, imperfezione che si ripete senza mai raggiungere la pienezza del settimo giorno, la pienezza della perfezione divina. Centoquarantaquattromila, invece, secondo l’esegesi tradizionale, è la cifra della pienezza: dodici per dodici per mille, cioè la totalità del popolo eletto raccolta sotto il sigillo del suo Signore. Il numero 6-6-6 è imposto dal basso a chi lo subisce dalla Bestia; la cifra centoquarantaquattromila viene dall’alto a chi riceve il sigillo dell’Agnello. L’uno cancella il nome nell’anonimato, l’altra lo custodisce: e infatti quei centoquarantaquattromila portano scritto in fronte non un codice, ma il Nome dell’Agnello e quello del Padre Suo.

E chi sono costoro? Lo chiede uno dei Vegliardi al Veggente Giovanni, il quale, umilmente, rimette a lui la risposta: Hi sunt, qui venerunt de tribulatione magna, et laverunt stolas suas, et dealbaverunt eas in sanguine Agni — costoro sono quelli che vengono dalla grande tribolazione, e hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello (Ap 7, 14). Non vengono dunque dal compromesso con il mondo, ma dalla tribolazione; non hanno schivato la persecuzione, vi sono passati. E la loro candida veste non è frutto di una virtù ostentata, bensì del Sangue di Cristo, attinto ai Sacramenti: nel lavacro del Battesimo, nel tribunale della Penitenza, nel Calice del Sacrificio. Per questo la visione del cielo mostra eos qui vicerunt bestiam, et imaginem ejus, et numerum nominis ejus — coloro che hanno vinto la Bestia, la sua immagine e il numero del suo nome (Ap 15, 2). Non la vinsero con la forza né con l’astuzia, ma così come il Libro ci rivela: ipsi vicerunt illum propter sanguinem Agni, et propter verbum testimonii sui, et non dilexerunt animas suas usque ad mortem — essi vinsero in virtù del sangue dell’Agnello e della parola della loro testimonianza, e non amarono la loro vita fino alla morte (Ap 12, 11).

Ecco, dilettissimi, il modello della nostra santità nei tempi escatologici che viviamo: il sigillo ricevuto nel Battesimo e custodito intatto; le vesti lavate nel Sangue dell’Agnello e mai più macchiate; la testimonianza resa fino al martirio, di coloro nel cui labbro non est inventum mendacium — non fu trovata menzogna (Ap 14, 5), mentre tutto, intorno a noi, si fa simulacro e inganno. Non ci è chiesto di essere molti, né potenti: ci è chiesto di essere segnati, di essere candidi, di essere fedeli. Il mondo pretenderà da noi un numero; Dio ci chiama per nome, e chi risponde al proprio nome non potrà essere ridotto a numero. La Bestia può imporre il suo numero a chi glielo concede; ma nulla può imprimere – la Bestia – su chi già porta sulla fronte il Nome dell’Agnello. Chi vince sarà vestito di bianche vesti; io non cancellerò il suo nome dal libro della vita, ma lo riconoscerò davanti al Padre mio e davanti ai suoi angeli (Ap 3,5). E così sia.
+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo
1 Novembre MMXXVI Omnium Sanctorum ✠

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