martedì 23 ottobre 2018

Martin Mosebach esorta tutti noi a compiere un nuovo e grande sforzo

Nella nostra traduzione dalla Lettera 665 del 16 ottobre scorso di Paix-Liturgique. 

Introduzione di Paix-Liturgique
Martin Mosebach è uno scrittore famoso in Germania (Gran Premio letterario dell'Accademia Bavarese, Premio Georg Büchner, etc.), autore di romanzi (per esempio, Was davon geschah [1], Carl Hanser Verlag, 2010), di saggi (come Das Leben is kurz. Zwölf Bagatellen [2], Rowohlt Verlag, 2016), di poesie, di libretti d’opera (per esempio, i dialoghi di Fidelio per l’Opéra-Garnier), di opere teatrali e brani radiofonici, di numerosi articoli sulla letteratura, sull’arte, sulla politica e sulla religione. In un paese in cui la Chiesa patisce la malattia delle tensioni progressiste che continuano a indebolirla, Martin Mosenbach ha rappresentato uno delle principali casse di risonanza del pensiero e delle parole di Benedetto XVI. Insieme a persone di spicco come Nikos Salingaros, Steven J. Schloeder, Steen Heidemann, Duncan G. Stroik, Pietro De Marco ed Enrico Maria Radaelli, ha firmato, in un appello “pieno di tristezza, la più allarmata preoccupazione nei confronti della terribile situazione attuale di tutte le arti che hanno sempre accompagnato la liturgia sacra”. Al Katholikentag [3] del 2004 è stato invitato a tenere una conferenza sulla liturgia di fronte all’assemblea del cattolicesimo tedesco, di tendenze fortemente progressiste; in tale occasione ha sviluppato il concetto contenuto nella sua dichiarazione: “A mio modo di vedere la crisi della liturgia non è un sintomo di decadenza, ma qualcosa di infinitamente più grave. Rappresenta una catastrofe inedita, una catastrofe spirituale e culturale”. Mosenbach è autore di un libro molto originale che segue questa linea, Häresie der Formlosigkeit: die römische Liturgie und ihr Feind (Hanser, 2002) [qui], [4] [...].

Paix liturgique non poteva rivolgersi ad altri che a lui per redigere la prefazione all’edizione tedesca del suo libretto di presentazione di undici sondaggi realizzati tra il 2000 e il 2017, prima in Francia, poi in altri sette paesi europei (Italia, Svizzera, Germania, Spagna, Portogallo, Polonia e Regno Unito) e infine in Brasile. Tutti i sondaggi rivelano all’autore della nostra prefazione l’esistenza di un gruppo importante – in quanto alle proporzioni – di persone “silenziose” che soffrono e penano in una Chiesa che è preda dell’eresia dell’informe.

Prefazione di Martin Mosebach

In Germania, chiunque desideri parlare delle sue esperienze in materia di liturgia cattolica deve in primo luogo specificare quali sono la sua età e il suo luogo d’origine: infatti, questo paese religiosamente diviso conosce differenze così grandi tra le regioni che lo compongono che si può parlare di “cattolicesimo tedesco” solamente in un senso estremamente superficiale, anche se negli ultimi tempi lo sviluppo generale ha avuto un’influenza fortemente unificatrice.

Quindi, quando dico che sono nato nel 1951 a Francoforte sul Meno, ciò significa che sono nato in una grande città a maggioranza protestante che faceva parte della diocesi di Limburgo, diocesi che ha sempre mantenuto una certa distanza nei confronti di Roma. Non ho nemmeno conosciuto la “cultura cattolica” preconciliare: le chiese, distrutte durante la guerra, sono state in séguito ricostruite con uno stile molto spoglio. Le liturgie che ho conosciuto durante la mia infanzia sparivano quasi totalmente dietro un paravento di canti e letture di testi tedeschi proclamati davanti all’assemblea e che nella maggior parte dei casi non erano nemmeno traduzioni di preghiere in latino. Questa “messa pregata e cantata”, come veniva allora definita in Germania, ha contribuito con canti che erano stati addirittura autorizzati a rimpiazzare le parti più importanti dell’Ordinario – i canti del Gloria e del Sanctus – ad affossare ogni sentimento liturgico. Tra i credenti erano numerose le persone semplici che, trasportate dall’emozione, cantavano durante l’Offertorio versi pieni di pietà con melodie gradevoli all’orecchio, ma che ignoravano del tutto parti importanti della Santa Messa. Noi che servivamo all’altare – allenati a recitare a tutta velocità il responsorio in latino – eravamo cronometrati dall’abate che era il nostro responsabile. È eloquente il fatto che più tardi questo stesso sacerdote, per far passare la riforma della messa paolina, abbia celebrato nella sua parrocchia una “messa coca-cola”.

Può darsi che la situazione fosse poco differente nelle storiche regioni cattoliche tedesche – nei territori appartenuti da sempre alla Baviera, nella regione di Münster, a Magonza – ma è opportuno constatare che già molto prima del Concilio Vaticano II la pratica liturgica era ben lungi dall’essere soddisfacente in Germania. Sin dagli anni Venti, i movimenti giovanili cattolici avevano organizzato “messe sperimentali” che somigliavano in modo impressionante a quanto è stato introdotto più tardi dalla riforma di Paolo VI. Molto presto questo “movimento liturgico” assai fiorente in Germania divenne di fatto un “movimento anti-liturgico” stimolato da importanti teologi che erano ben lungi dall’essere progressisti. Lo stesso Romano Guardini, che tanti cattolici conservatori veneravano, ebbe un influsso pregno di conseguenze in questo contesto.

La riforma della messa si è installata dunque in un terreno che era stato ben preparato: ampi settori della società ignoravano totalmente cosa fosse la liturgia; il senso dell’evento sovrannaturale che si produce durante il mistero sacramentale si era alquanto affievolito, specialmente nelle classi più cólte. Ciò non toglie che l’effetto provocato da questa riforma sia stato assai sorprendente: nonostante essa sia stata salutata con favore dalla maggioranza – benché sia stata spesso messa in pratica in modo brutale e irrispettoso – le chiese si sono svuotate. Indubbiamente il cattolico medio acconsentì alla riforma, ma allo stesso tempo rinunciò ad andare in chiesa. È come se – in modo simile a quanto  succede nei processi fisici – la riforma avesse dissolto il magnetismo del rito. I profondi attentati contro il culto – a tutt’oggi senza precedenti nella storia della Chiesa – erano stati giustificati da necessità pastorali, ma è proprio su questo punto che hanno fallito. Persino tra le alte gerarchie della Chiesa alcuni ancor oggi affermano che senza quella riforma il disamore nei confronti della Chiesa sarebbe stato ancora più drammatico: argomento non soddisfacente perché la Storia non conosce i “se” e i “ma”.

Non riesco a spiegarmi come, in tali circostanze, tanti cattolici tedeschi siano rimasti legati al rito tradizionale né come vi si siano potuti interessare. Ciò riguarda soprattutto la nuova generazione di sacerdoti, uomini giovani che non hanno mai conosciuto quella che potrebbe essere definita una “cultura cattolica” e che sembrano realizzare che senza una liturgia tramandata il sacerdozio resta incompleto. Ma anche presso i credenti laici si ravvisa la crescita di un sentimento di immenso spaesamento senza che si riesca a discernere da cosa sia nutrito. I rappresentanti ufficiali della Chiesa, pur mantenendosi trincerati nel loro atteggiamento di rifiuto, hanno in gran parte rinunciato al loro furore ideologico. Risulta evidente che la riforma post-conciliare sia stata tutt’altro che una nuova Pentecoste, e che sia stata anzi la prova di una profonda incertezza e debolezza. Sembra che si stia imponendo poco a poco l’idea secondo cui quella che è stata una pratica millenaria in Germania non possa certo essere sradicata da un semplice decreto amministrativo. La storia tedesca conosce numerose rotture profonde, ma conosce anche altrettanti esempi di continuità che perdurano al di là di esse: può darsi che questo nuovo attaccamento al rito tradizionale della Chiesa si debba a questo.

Tuttavia, il crescente favore che la liturgia antica riscuote non deve indurci a lasciarci impressionare dalle cifre. La verità teologica e mistica del culto tradizionale non dipende dall’accettazione della maggioranza. Il rito tradizionale non riceve la sua legittimità dal fatto che “piaccia” a un numero sempre più elevato di credenti, né dal fatto che “interessi loro”, e nemmeno dal fatto che siano in continuo aumento i credenti che “possono eventualmente immaginare di poterlo celebrare”. Queste cifre possono certamente far riflettere quanti, nelle diocesi, sono responsabili del modo in cui vengono amministrati i sacramenti. Svolgono – o meglio, dovrebbero svolgere – un ruolo per i sacerdoti e i vescovi che, in quest’epoca in cui la Chiesa perde di peso, riflettono sulle soluzioni per combattere tale processo: li inducono per esempio a non porre ostacoli a quanti chiedono loro con convinzione celebrazioni regolari secondo il rito antico, obbedendo al Motu proprio di Papa Benedetto XVI e consentendo generosamente e pienamente a questo tipo di richieste.

Ma chi è penetrato in verità e profondità nel significato del rito tradizionale non ha bisogno che la sua convinzione sia rafforzata dal numero crescente di credenti che lo riscoprono. La verità del rito tradizionale non dipende dall’adesione di massa: al contrario, ne è totalmente indipendente. E non ci si deve nemmeno lasciar ingannare dalla crescita incessante di tale adesione: il rito antico è difficile, esige la frequentazione di una vita intera – lo dico per esperienza. Ancor oggi, dopo aver dedicato più di trent’anni alla liturgia, scopro in essa cose nuove che mi erano precedentemente sfuggite [perché il mistero è infinito e si rivela gradualmente, nella fedeltà N.d.T.]. La religione cristiana può essere vissuta a vari livelli, ciascuno dei quali ha la sua giustificazione: dalla fede semplice dei bambini alla meditazione filosofica, dall’ascesi vissuta lontano dal mondo all’amore per la bellezza e per la sensualità vissute nel mondo. E la liturgia della Chiesa può essere celebrata tanto da analfabeti come da intellettuali delle metropoli, ma ciò non cambia il fatto che nella sua stessa essenza sia un mistero iniziatico che non si svela né al primo, né al secondo, né al terzo sguardo, bensì si apre sempre più profondamente tanto a colui che cerca quanto a colui che studia [io direi meglio a colui che adora N.d.T.]; e non fosse altro che per questa ragione, non potrà mai dipendere da un suffragio della maggioranza. Ciò ci mostra anche qual è il punto centrale su cui ruota lo sforzo dei circoli [tradizionali] di far perdurare il rito antico: la formazione liturgica dei credenti, che – affinché questo nuovo radicarsi della liturgia tradizionale abbia successo a lungo termine – non dovranno fermarsi a un vago sentimento di benessere né a una sorta di inclinazione istintiva. Sono troppe le persone che frequentano la messa col rito antico senza nemmeno sapere quanto hanno ragione di farlo e quanto fanno bene. È per questo che il numero stupefacente di credenti tedeschi che dichiarano di avere un’inclinazione per la liturgia antica è innanzitutto un appello a un nuovo e grande sforzo.

Non solo le confraternite di sacerdoti che si consacrano esclusivamente al rito antico, ma anche il numero sempre più grande di essi che la celebrano di quando in quando devono – in senso letterale, nell’accezione più rigida del termine – considerarsi missionari. Sarà così che questo miracolo – che ha fatto sì che, cinquant’anni dopo una riforma liturgica portata avanti a passi forzati e scaturita in gran parte dalla Germania, la scintilla della liturgia tradizionale non abbia cessato di ardere – potrà essere accettato.
Martin Mosebach – 2018
[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]
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[1] ‘Cos’è successo’, tradotto in francese col titolo Un hazard nécessaire (‘Un rischio necessario’) e pubblicato nel 2013 dalla casa editrice Grasset. [N.d.T.]
[2] ‘La vita è corta. Dodici bagattelle’. [N.d.T.]
[3] Il Katholikentag è un festival religioso organizzato dal laicato cattolico nelle nazioni di lingua tedesca. Ha luogo più o meno ogni 2-4 anni in Germania, in Svizzera e in Austria. [N.d.T.]
[4] Pubblicato in italiano col titolo Eresia dell’informe: la liturgia romana e il suo nemico, Cantagalli, Siena 2009 [qui]. [N.d.T.]

9 commenti:

Anonimo ha detto...

Che ne pensa Mic?
http://www.liturgiaculmenetfons.it/2018/10/23/il-primato-e-la-centralita-della-liturgia-nel-vaticano-ii-prima-parte/

Japhet ha detto...

http://itresentieri.it/in-quasi-tutte-le-diocesi-francesi-si-celebra-la-messa-di-sempre-e-a-farlo-sono-soprattutto-giovani-sacerdoti/

irina ha detto...

L'omelia dovrebbe essere, a mio avviso, concorde con le letture.
Spesso purtroppo, risente della linea politico-ecclesiale della diocesi, dove evidentemente la liturgia tradizionale, di sempre, è permessa, solo per condiscendenza, in un ghetto orario accuratamente recintato.

Mentre agli inizi della mia terza o quarta conversione, mi son data da fare ad imparare a memoria alcune preghiere in latino, quando ho iniziato a partecipare regolarmente alla Santa Messa non l'ho più fatto, lasciando che fosse l'abitudine ad insegnarmi parole, gesti, significati. Sono ancora molto indietro ma, quel poco che so, lo so dal capo ai piedi.

Non essendo ancora una proficiente, arranco qua e là ma, a volte ho l'impressione che qualcosa manchi, altre volte che qualcosa sia aggiunto. Impressione, a pelle(!?!).

I canti mi piacciono moltissimo; vorrei che non si squarciassero le gole nel canto e che si prendesse il giusto tempo nella formazione di ciascuna singola sillaba. Lieve, lievissima la sola musica nei momenti culmine. Un soffio leggero, un sussurro.

Straziante, per me, l'omelia. Rarissime le eccezioni.

Catholicus-Rieti ha detto...

Non posso dimenticare quelle scene commoventi dai tempi della persecuzione della Chiesa [in Polonia ai tempi del comunismo, n.d.r.], quando in piccolissime stanze riempite di fedeli durante la S. Messa, bambini, anziani e malati si mettevano in ginocchio ricevendo con riverenza edificante il corpo del Signore. Tra le innovazioni liturgiche apportate nel mondo occidentale, ne emergono specialmente due che oscurano in un certo modo l'aspetto visibile dell'Eucaristia riguardante la sua centralità e sacralità; queste sono: la rimozione del tabernacolo dal centro e la distribuzione della comunione sulla mano. Quando si rimuove il Signore eucaristico, "l'Agnello immolato e vivo", dal posto centrale e quando nella distribuzione della comunione sulla mano si aumenta innegabilmente il pericolo della dispersione dei frammenti, delle profanazioni e dell'equiparazione pratica del pane eucaristico con il pane ordinario, si creano condizioni sfavorevoli per una crescita nella profondità della fede e nella devozione. La comunione sulla mano si sta divulgando e persino imponendo maggiormente come una cosa più comoda, come una specie di moda. Non siano in primo luogo gli specialisti accademici, ma l'anima pura dei bambini e della gente semplice che ci potrebbe insegnare il modo con cui dovremmo trattare il Signore eucaristico. Vorrei fare quindi umilmente le seguenti proposizioni concrete: che la Santa Sede stabilisca una norma universale motivata, secondo la quale il modo ufficiale di ricevere la comunione sia quello in bocca ed in ginocchio; la comunione sulla mano sarebbe riservata invece al clero. Che i vescovi dei luoghi, dove è stata introdotta la comunione sulla mano, si adoperino con prudenza pastorale a ricondurre gradualmente i fedeli al rito ufficiale della comunione, valido per tutte le chiese locali.
[Brano tratto dal discorso pronunciato il 4-10-2005 da Mons. Jan Paweł Lenga al Sinodo dei Vescovi sull'Eucarestia].

mic ha detto...

Che ne pensa Mic?

Quello che ne penso l'ho scritto nel mio libro
https://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2017/10/maria-guarini-la-questione-liturgica-il.html

Una sintesi qui:
https://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2018/06/il-rito-romano-antico-e-lapplicazione.html

Anonimo ha detto...

http://itresentieri.it/in-quasi-tutte-le-diocesi-francesi-si-celebra-la-messa-di-sempre-e-a-farlo-sono-soprattutto-giovani-sacerdoti/

Anonimo ha detto...

Gira su internet un volantino della parrocchia di Pinerolo che annuncia una funzione ecumenica coi valdesi. E il vescovo Oliviero stabilisce che assolverà il precetto domenicale. Alla Nuova BQ il segretario parrocchiale conferma: "Sì, chi vuole può fare la comunione". Eppure lo Ius divinum è chiaro: la messa è cattolica e coloro che deliberatamente non ottemperano l'obbligo domenicale commettono un peccato grave.

Anonimo ha detto...

che dicono in Vaticano? a forza di piccoli passi, la protestantizzazione delle nostre liturgie (vedi le mani aperte durante il padre nostro o la comunione sulle mani) sta arrivando al capolinea, ma la cosa peggiore e lo scempio del Corpo di Cristo dato in pasto a infedeli. resto convinto che l'ecumenismo sia una delle peggiori nefandezze del CVII. l'unico ecumenismo possibile è la conversione e la ricongiunzione nell'unica Chiesa fondata da Cristo
Alberto Lacchini

Coraggio ha detto...

Lettura Breve 1 Pt 1, 6-9
Siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere per un po' di tempo afflitti da varie prove, perché il valore della vostra fede, molto più preziosa dell'oro, che, pur destinato a perire, tuttavia si prova col fuoco, torni a vostra lode, gloria e onore nella manifestazione di Gesù Cristo: voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la meta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime.