Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

sabato 4 luglio 2026

4 Luglio. Il Sangue di Cristo dell'agonia

Qui le Litanie del Preziosissimo Sangue.
4 Luglio. Il Sangue di Cristo dell'agonia

Sangue di Cristo, scorrente a terra nell’agonia
Cari amici, buongiorno e buon fine settimana. Le Litanie ci conducono nel Getsemani. Dopo aver contemplato il Sangue di Cristo come Sangue dell’Unigenito del Padre, del Verbo incarnato e della nuova alleanza, entriamo nella notte dell’agonia.

Il Getsemani è uno dei luoghi più sacri e più tremendi del Vangelo. Gesù vi entra dopo l’Ultima Cena, quando ormai la Passione è vicina. Ha consegnato ai suoi il pane e il calice. Ha parlato di amore, di servizio, di fedeltà. Ora si ritira a pregare. La notte si fa pesante, i discepoli cedono al sonno, Giuda si avvicina con il tradimento, e il Figlio si dispone a bere il calice che il Padre gli affida.

Qui il Sangue di Cristo comincia a manifestarsi in modo misterioso. Non siamo ancora alla flagellazione, non siamo ancora alla corona di spine, non siamo ancora ai chiodi della croce. Eppure il suo corpo già partecipa interiormente al peso della Passione. L’evangelista Luca dice che il suo sudore divenne come gocce di sangue che cadevano a terra. La Chiesa ha contemplato in questa scena l’intensità dell’agonia del Signore, il suo combattimento interiore, la sua obbedienza filiale portata fino al dono totale.
Il Getsemani rivela che Gesù non è andato verso la croce come un eroe insensibile. Non ha recitato una parte. Non ha finto serenità. Ha conosciuto la paura, la tristezza, l’angoscia. Ha sentito nella sua carne innocente l’orrore del peccato del mondo. Ha visto il tradimento, l’abbandono, la violenza, la solitudine, la freddezza dei cuori. Ha portato davanti al Padre tutto questo, senza fuggire.

Questa è una grande consolazione per noi. Quando attraversiamo notti interiori, quando la preghiera sembra pesante, quando sentiamo il cuore stretto e non sappiamo neppure trovare le parole giuste, non siamo fuori dalla strada di Cristo. Il Figlio ha pregato anche nella paura. Ha continuato a chiamare Dio Padre proprio mentre tutto sembrava precipitare. Nel Getsemani impariamo che la fede non consiste nel non provare angoscia. Consiste nel consegnare l’angoscia al Padre.

A volte immaginiamo la vita spirituale come un percorso ordinato, luminoso, sempre pacificato. Poi arriva la vita reale, che ha il brutto vizio di non consultare i nostri programmi. Arrivano stanchezze, paure, incomprensioni, malattie, responsabilità, solitudini, decisioni difficili. Il Getsemani dice che anche lì Cristo è presente. Non accanto a noi da spettatore. Dentro la nostra agonia come Redentore.

Il Sangue che scorre a terra nell’agonia insegna che nessuna lacrima offerta a Dio è perduta. Nessuna preghiera faticosa è inutile. Nessun atto di fedeltà compiuto nel buio resta senza valore. Gesù ha consacrato anche la paura umana, trasformandola in obbedienza. Ha preso il peso del nostro rifiuto e lo ha portato davanti al Padre come amore.

Una preghiera essenziale può accompagnare questa meditazione: Padre, nelle tue mani metto questa mia fatica. Possiamo nominare davanti a Dio ciò che pesa: una persona, una scelta, una ferita, una paura, un peccato che ritorna, una situazione che non sappiamo cambiare. E poi restare lì, senza scappare, lasciando che Cristo preghi in noi.

Il Getsemani è anche scuola di vigilanza. Gesù dice ai discepoli di vegliare e pregare. Essi dormono. Non per cattiveria, forse per tristezza, forse per debolezza. Quante volte anche noi dormiamo spiritualmente. Non sempre per ribellione aperta. A volte per abitudine, per stanchezza, per distrazione, per quel torpore interiore che lentamente ci rende incapaci di accorgerci del passaggio di Dio. La devozione al Preziosissimo Sangue ci scuote da questo sonno. Ricorda che la salvezza è costata sangue, e che una vita cristiana addormentata non può davvero comprendere il prezzo dell’amore.

Sostare spiritualmente nel Getsemani significa non cercare subito spiegazioni. La fede non elimina ogni fatica come un servizio rapido di manutenzione dell’esistenza. Ci insegna a non restare soli nella prova, a pregare quando il cuore trema, a lasciare che anche la paura possa diventare offerta.

Il Sangue di Cristo scorrente a terra nell’agonia accompagna le nostre notti. Là dove vediamo soltanto peso, Cristo apre una via di obbedienza. Là dove sentiamo solitudine, ci riconduce al volto del Padre. Là dove vorremmo fuggire, il suo Sangue ci insegna a restare nell’amore.

Alla scuola del beato Giovanni Merlini
Il beato Giovanni Merlini insegnava a desiderare soltanto la volontà di Dio. Davanti al Getsemani, questa parola acquista una luce particolare: l’obbedienza è consegna filiale. Il Sangue dell’agonia educa il cuore a dire al Padre la propria paura senza sottrarsi all’amore. (cfr. G. Merlini, Lettere a Maria De Mattias I, Edizioni Sanguis, Roma 1974, p. 40.)

Preghiera
Signore Gesù, nel Getsemani hai portato davanti al Padre la paura, la tristezza e il peso del peccato del mondo. Entra anche nelle mie notti interiori, nelle mie ansie, nelle mie fatiche nascoste. Insegnami a non fuggire dalla prova e a dire con te: Padre, nelle tue mani consegno ciò che oggi mi pesa.

Giaculatoria
Sanguis Christi, in agonia decúrrens in terram, salva nos.
Sangue di Cristo, scorrente a terra nell’agonia, salvaci.
don Mario Proietti

5 commenti:

Fonte: Il Cammino dei tre sentieri ha detto...

Perché il cristiano non deve mai pensare al…cosa sarebbe potuto essere, ma purtroppo non è stato?

C’è un bella novella conosciuta come I tre monaci e il diavolo. Leggiamola: Il demonio apparve a tre monaci e disse loro: “Se ti venisse dato il potere di cambiare qualcosa del passato, cosa cambiereste?” Il primo di loro, con grande fervore, rispose: “Ti impedirei di far cadere nel peccato Adamo ed Eva affinché l’umanità non possa allontanarsi da Dio”. Il secondo, un uomo pieno di misericordia, risponde: “Ti impedirei di ribellarti a Dio e così non faresti del male alle anime”. Il terzo di loro era il più semplice e, invece di rispondere al tentatore, si inginocchiò, si fece il segno della croce e pregò dicendo: “Signore, liberami dalla tentazione di ciò che poteva essere e non è stato”. Il diavolo, emettendo un grido rauco e rabbrividendo di dolore, svanì. Gli altri due, sorpresi, gli dissero: “Fratello, perché hai risposto in quel modo? E perché la tua risposta ha disturbato e allontanato il diavolo?” Rispose: “Primo: accettando di rispondere all’ipotesi del diavolo, vi siete lasciati coinvolgere dal suo modo di pensare. Invece, non dobbiamo mai dialogare con il nemico. Secondo: Nessuno al mondo ha il potere di cambiare il passato. Perdersi dietro inutili questioni del genere spinge a fantasticare invece che ad accogliere la realtà, bella o brutta che sia. Infatti, l’interesse di Satana non era quello di dimostrare la nostra virtù, ma di intrappolarci nel passato, in modo da trascurare il presente, cioè il tempo in cui Dio ci dà la sua grazia e noi possiamo collaborare con essa per adempiere la sua volontà”.

Quale insegnamento dobbiamo trarre? Di tutti i demoni, quello che cattura di più gli uomini e impedisce loro di essere felici è quello del “Cosa sarebbe potuto essere, ma purtroppo non è stato”. Infatti, il passato è lasciato alla misericordia di Dio. Il futuro alla sua Provvidenza. Solo il presente è nelle nostre mani.

Perché il Sangue di Cristo è l’unica ragione della vita dell’uomo? ha detto...

Fonte: Il Cammino dei tre sentieri
Oggi la vita cristiana corre due grossi pericoli: l’efficientismo e l’intellettualismo. L’efficientismo è la riduzione del Cristianesimo a “fare”: fare apostolato, fare volontariato, beneficenze, convegni, incontri, ecc. L’intellettualismo cristiano è invece aderire a Cristo solo intellettualmente. Per esempio: la convinzione di meritarsi la salvezza solo credendo in Dio; quasi come se Dio avesse bisogno che si creda in Lui. Lucifero, quando si ribellò, non dubitava affatto dell’esistenza di Dio e successivamente non ne ha mai dubitato, eppure è lì, nell’inferno.

C’è un’immagine che Gesù utilizza per significare quello che deve essere la vita del cristiano. E’ l’immagine della vite e dei tralci: “Io sono la vite e voi i tralci, se i tralci non sono innestati nella vite, si seccano, non portano frutto e devono essere buttati nel fuoco” (Giovanni 15,5). In questa espressione non compare la parola “linfa”, ma, se si riflette bene, è proprio la linfa la vera protagonista. I tralci portano frutto se, innestati nella vite, scorre in loro la linfa vitale; altrimenti si seccano. Ebbene, secondo metafora, la linfa è la Grazia, cioè la vita divina donata al cristiano attraverso la redenzione operata da Cristo. Senza la Grazia, si possono fare le cose più grandi e belle, non varranno mai per la vita eterna. Il cristiano “può portare frutto” solo quando in lui scorre la “linfa”. L’uomo, solo vivendo nella Grazia, può conquistare la felicità eterna. Facciamo un esempio: siamo in un grande magazzino, c’è un prodotto che vogliamo acquistare, ma costa 200 euro. Contiamo i soldi che abbiamo nel portamonete e ci rendiamo conto che neppur lontanamente possiamo arrivare a quella cifra. Malgrado il desiderio, non potremmo mai arrivare con le nostre forze (in questo caso con i soldi) ad acquistare quel prodotto tanto desiderato. A maggior ragione questo deve dirsi per la felicità eterna: l’uomo non può dare a se stesso ciò che non possiede in natura. Può l’uomo darsi l’assoluto, lui che assoluto non è? Può darsi l’Infinito, lui che infinito non è?

Oggi molti si chiedono: è proprio importante essere praticanti? Non ci si può salvare solo facendo il bene? Se così fosse, l’uomo diventerebbe salvatore di se stesso; e se così fosse, dovremmo piuttosto chiederci: perché Dio si è incarnato ed è morto per noi, perché ha effuso il suo Sangue? Tutto il mistero di Cristo si nullificherebbe. La salvezza dell’uomo si riconduce inevitabilmente al Sangue di Cristo…ed è il Sangue di Cristo che ci fa capire che il Cristianesimo non è né efficientismo (fare, fare, fare…) né una pura astrazione intellettuale (credere in Dio e basta).

Noi non saremo giudicati né sull’efficientismo né sul semplice credere in Dio, ma sull’amore a Dio. Amare Dio significa convivere con il Signore, sostituire il proprio criterio di giudizio con il criterio di giudizio di Gesù: “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me” (Galati 2,20).

Perché il Sangue di Cristo è l'unica ragione della vita dell'uomo? ha detto...

Segue
Il Sangue di Cristo è così importante per la vita dell’uomo che ad esso si ricollegano anche i due fondamentali atteggiamenti che l’uomo può avere per la sua vita e per la sua possibile salvezza: l’atteggiamento magico (innaturale e illegittimo) e l’atteggiamento religioso (naturale e legittimo).
Al Sangue di Cristo è legato l’oggetto del Graal, ovvero il calice che Gesù utilizzò nell’ultima cena, cioè quando istituì l’Eucaristia e trasformò il vino nel suo Sangue. Due tipi di atteggiamento dunque…e infatti due sono i motivi per cui il Graal è stato oggetto di numerose leggende. Primo: perché è stato visto come l’oggetto “magico” per eccellenza; secondo: per il contrario, perché è stato visto anche come l’oggetto “religioso” per eccellenza.
La magia è un atteggiamento di “potere” con il quale l’uomo pretende mettersi al di sopra del divino; anzi, pretende di divinizzare se stesso. La religione è invece il contrario; è un atteggiamento non di potere ma di “servizio” con cui l’uomo, riconoscendosi creatura, si sottomette al divino. Nella tradizione tanto esoterica (la verità sarebbe nascosta e solo per pochi) quanto occultistica (la verità sarebbe il frutto del potere della mente che può mutare a proprio piacimento la realtà) il Graal è stato visto come l’oggetto per eccellenza affinché l’uomo potesse impadronirsi dell’onniscienza e dell’immortalità; insomma, lo strumento per realizzare il desiderio dei desideri: la propria divinizzazione. In queste tradizioni (esoterica ed occultistica) la figura di Gesù è stata spesso vista in chiave gnostica. Gesù sarebbe il modello da imitare, sì, ma non nel senso del Dio-fatto-uomo quanto dell’uomo-che-diventa-Dio. Il Verbo sarebbe il divino buono che è presente a mo’ di scintilla in ogni uomo. Incarnandosi, questo Verbo avrebbe insegnato all’uomo come liberarsi dalla prigionia del corpo e quindi come spogliarsi del peso dell’individualità (l’apparente creaturalità) per riunirsi al divino originario. In tale prospettiva il Graal è una sorta di materializzazione di questa convinzione e di questa aspirazione.

Perché il Sangue di Cristo è l'unica ragione della vita dell'uomo? ha detto...

Segue/2
Ma abbiamo detto che il Graal può essere considerato anche in maniera totalmente diversa, come il segno che riconduce al vero senso della vita, cioè all’appartenenza al divino. Nel Graal il vino fu trasformato nel Sangue di Cristo, cioè in quel Sangue che è segno dell’Amore per eccellenza, dell’offerta di Dio all’uomo per la salvezza dell’uomo. Il Graal, quindi, è il segno del bisogno di Dio, di quanto l’uomo abbia avuto e abbia ancora necessità di Dio. In questa prospettiva il Graal è la vita; e, la sua ricerca, il vero senso della vita. Secondo le celebri saghe bretoni per poter occupare l’ambito seggio del pericolo occorreva una condizione indispensabile: essere puri di cuore. Cioè per realizzare pienamente la vocazione fondamentale (la ricerca del Graal, cioè la ricerca non semplicemente di Dio, ma della salvezza operata da Dio) non era necessario possedere tanto le capacità intellettuali quanto aprire il proprio cuore e praticare l’esercizio della virtù. La vocazione fondamentale è il compito su cui l’uomo si gioca veramente tutto, non a caso nelle saghe bretoni si parla di seggio del pericolo, ovvero di seggio dove l’uomo mette in gioco tutta la sua vita. La teologia cattolica afferma che nel Sacrificio eucaristico il sacerdote agisce in persona Christi, il che vuol dire che ogni qualvolta il sacerdote consacra, le sue mani non sono più le sue mani ma le mani stesse di Cristo. Ciò vale anche per gli oggetti che sono utilizzati in questo Sacrificio: il calice non è più quel calice che fu acquistato in un determinato negozio, ma diventa, in quel preciso momento, veramente il Graal.

Ogni uomo dovrebbe porsi dinanzi alla propria esistenza secondo il modello della figura di Parsifal. Interessa poco sapere della sua esistenza storica; interessa piuttosto tener presente che la sua vita è vera, in quanto vita offerta alla ricerca di ciò che rappresenta veramente il Tutto dell’esistenza umana: il Sangue di Cristo. Parsifal è senz’altro un eroe antimoderno. Lo è perché sa che la vita va spesa non solo nella dimensione orizzontale (aiutare gli altri), che è pure importante, ma soprattutto in quella verticale. Parsifal sa bene che l’uomo, più che del cibo materiale, ha bisogno di ciò che davvero può riempire la sua esistenza, la risposta totale per tutte le proprie ansie: il Sangue di Cristo.

Nell’ottimo film di Mel Gibson, The Passion, c’è una scena piena di significato. Dopo la flagellazione e l’allontanamento di Gesù dalla Colonna, la Vergine e Maria Maddalena si calano e, quasi strisciando, asciugano il sangue di Gesù con dei panni dati loro dalla moglie di Pilato. Il regista giustamente indugia su questo gesto: asciugare e raccogliere il Preziosissimo Sangue di Gesù affinché non vada perso. Gli sguardi delle donne esprimono chiaramente l’importanza di quel Sangue divino. Si può senz’altro dire che una tale scena ha il pregio di sintetizzare tutto il Cristianesimo: è proprio in quell’attenzione e in quell’adorazione l’unica ragione della vita dell’uomo.

Anonimo ha detto...

Bellussimo per la meditazione e la preghiera. Grazie!