Inquietante la ripetizione, oggi, dell'analogo gesto di Bergoglio [qui evento - qui commento] da parte di Leone XIV, che non tiene in alcun conto l'invasione di orde islamiche che stanno cambiando il volto dell'Europa e costituiscono una seria minaccia alla nostra identità, alla nostra fede, alla nostra cultura. Qui l'indice degli articoli sull'immigrazionismo.
Migrante santificato
Una teologia della santità che deve più alla politica che alle Scritture.
Una nuova figura ha cominciato a insinuarsi nel discorso cristiano occidentale, e non giunge portando tanto una dottrina quanto uno status. Attraversa un confine e, così facendo, viene trasfigurato. Agli occhi di una certa teologia progressista, diventa qualcosa di più di una persona a cui spetta giustizia e accoglienza: diventa un ricettacolo del sacro, un'icona vivente la cui stessa condizione di sradicamento gli conferisce una sorta di santità. Chiamiamola, in mancanza di un'espressione migliore, la santificazione del migrante. È un'idea seducente. È anche, a mio avviso, un errore teologico, con conseguenze che vanno ben oltre le aule di un seminario.
L'istinto che lo sottende non è ignobile. Le Scritture sono permeate dalla figura dello straniero. La Bibbia ebraica comanda l'ospitalità al forestiero almeno trenta volte, fondando quest'obbligo sul ricordo stesso dell'esilio di Israele: "perché foste stranieri nel paese d'Egitto". Il Vangelo di Matteo va oltre, includendo lo straniero in Cristo stesso – "Ero straniero e mi avete accolto" – cosicché l'ospitalità diventa, di fatto, un sacramento dell'incontro con il divino. Qualsiasi etica cristiana seria della migrazione deve confrontarsi con questi testi, e farlo seriamente. Le chiese che oggi accolgono, nutrono e accompagnano i migranti si inseriscono in una lunga e onorevole tradizione.
Ma c'è una differenza – una differenza che la teologia si è storicamente premurata di preservare – tra affermare che allo straniero sono dovuti amore, dignità e giustizia perché porta in sé l'immagine di Dio, come ogni essere umano, e affermare che la condizione stessa della migrazione è santificante: che lo spostamento conferisce un privilegio spirituale, che il migrante in quanto migrante è più vicino alla grazia rispetto al residente, al benestante o al cittadino. La prima è antropologia cristiana. La seconda è qualcosa di più simile a una teologia politica travestita da paramenti liturgici, e non regge a un esame critico.
Consideriamo cosa comporta concretamente questa mossa. Prende una categoria giuridica e demografica – quella di chi ha attraversato una frontiera internazionale – e la trasforma in una categoria di sacralità, come se l'attraversamento del confine fosse di per sé un esercizio spirituale, una sorta di ascetismo itinerante. Questo ribalta la tesi più antica e difendibile secondo cui i migranti meritano solidarietà nonostante la loro vulnerabilità, non sacralità proprio per questo. Inoltre, paradossalmente, rischia di ridurre il migrante a un simbolo anziché restituirgli la dignità di persona. Un simbolo non può deludere; una persona sì. La santificazione della categoria rende stranamente difficile parlare onestamente dei migranti che commettono reati, nutrono opinioni illiberali o semplicemente non condividono le posizioni politiche che vengono loro attribuite da chi li santifica. La teologia che intendeva nobilitare finisce, in pratica, per essere un mero strumento di autocelebrazione.
C'è un'ulteriore difficoltà, ovvero che questa nuova categoria tende a introdurre di nascosto un programma politico piuttosto specifico – e contestabile – sotto la copertura della dottrina. Affermare che l'ospitalità sia un obbligo cristiano è incontestabile nelle tradizioni che prendono sul serio Matteo 25. Affermare che un particolare regime di frontiera, una politica di asilo o un livello di flusso migratorio siano per questo prescritti o proibiti dallo stesso testo è un argomento di tutt'altro ordine di grandezza, che richiede premesse sulla sovranità, il bene comune, le esigenze di sussidiarietà e i legittimi interessi delle comunità di accoglienza, che la Scrittura non affronta direttamente. Quando i teologi confondono questi due aspetti, non stanno tanto facendo teologia quanto piuttosto mascherando una preferenza politica con un vocabolario più autorevole. Vale la pena notare che un numero crescente di teologi e leader ecclesiastici – comprese voci solidali con i migranti – ha iniziato a sollevare proprio questa obiezione, avvertendo che trattare "accogliere lo straniero" come una prescrizione politica autoeseguibile è un disservizio sia alla complessità della migrazione sia all'integrità della dottrina stessa.
Niente di tutto ciò giustifica l'indifferenza, tanto meno l'ostilità. L'obbligo verso lo straniero è reale, antico e vincolante, e le Chiese occidentali che si sono allontanate da esso si sono impoverite. Ma un obbligo di giustizia non migliora se viene riclassificato come occasione di sacralità. Anzi, semmai ne esce indebolito: santificare il migrante esonera tutti gli altri dal normale ragionamento morale, poiché basta cedere all'aura di sacralità della vittima anziché impegnarsi nel compito più arduo di soppesare beni contrapposti – le esigenze degli sfollati rispetto a quelle delle comunità, spesso povere, chiamate ad accoglierli.
Coloro che sostengono la tesi della santificazione potrebbero replicare che la teologia ha sempre trovato Dio nel lato oscuro della storia, tra i poveri e gli emarginati, e che il migrante del nostro secolo non è altro che quella categoria antica riscoperta – che lo scetticismo nei confronti di tale idea è di per sé sintomo di una comodità che non vuole essere turbata. Questa risposta merita di essere ascoltata e coglie qualcosa di vero riguardo alle simpatie tipiche del Vangelo. Ma la compassione per i poveri non equivale alla santità conferita da uno status giuridico, e accomunare le due cose non onora il migrante. Lo arruola soltanto.
L'istinto che lo sottende non è ignobile. Le Scritture sono permeate dalla figura dello straniero. La Bibbia ebraica comanda l'ospitalità al forestiero almeno trenta volte, fondando quest'obbligo sul ricordo stesso dell'esilio di Israele: "perché foste stranieri nel paese d'Egitto". Il Vangelo di Matteo va oltre, includendo lo straniero in Cristo stesso – "Ero straniero e mi avete accolto" – cosicché l'ospitalità diventa, di fatto, un sacramento dell'incontro con il divino. Qualsiasi etica cristiana seria della migrazione deve confrontarsi con questi testi, e farlo seriamente. Le chiese che oggi accolgono, nutrono e accompagnano i migranti si inseriscono in una lunga e onorevole tradizione.
Ma c'è una differenza – una differenza che la teologia si è storicamente premurata di preservare – tra affermare che allo straniero sono dovuti amore, dignità e giustizia perché porta in sé l'immagine di Dio, come ogni essere umano, e affermare che la condizione stessa della migrazione è santificante: che lo spostamento conferisce un privilegio spirituale, che il migrante in quanto migrante è più vicino alla grazia rispetto al residente, al benestante o al cittadino. La prima è antropologia cristiana. La seconda è qualcosa di più simile a una teologia politica travestita da paramenti liturgici, e non regge a un esame critico.
Consideriamo cosa comporta concretamente questa mossa. Prende una categoria giuridica e demografica – quella di chi ha attraversato una frontiera internazionale – e la trasforma in una categoria di sacralità, come se l'attraversamento del confine fosse di per sé un esercizio spirituale, una sorta di ascetismo itinerante. Questo ribalta la tesi più antica e difendibile secondo cui i migranti meritano solidarietà nonostante la loro vulnerabilità, non sacralità proprio per questo. Inoltre, paradossalmente, rischia di ridurre il migrante a un simbolo anziché restituirgli la dignità di persona. Un simbolo non può deludere; una persona sì. La santificazione della categoria rende stranamente difficile parlare onestamente dei migranti che commettono reati, nutrono opinioni illiberali o semplicemente non condividono le posizioni politiche che vengono loro attribuite da chi li santifica. La teologia che intendeva nobilitare finisce, in pratica, per essere un mero strumento di autocelebrazione.
C'è un'ulteriore difficoltà, ovvero che questa nuova categoria tende a introdurre di nascosto un programma politico piuttosto specifico – e contestabile – sotto la copertura della dottrina. Affermare che l'ospitalità sia un obbligo cristiano è incontestabile nelle tradizioni che prendono sul serio Matteo 25. Affermare che un particolare regime di frontiera, una politica di asilo o un livello di flusso migratorio siano per questo prescritti o proibiti dallo stesso testo è un argomento di tutt'altro ordine di grandezza, che richiede premesse sulla sovranità, il bene comune, le esigenze di sussidiarietà e i legittimi interessi delle comunità di accoglienza, che la Scrittura non affronta direttamente. Quando i teologi confondono questi due aspetti, non stanno tanto facendo teologia quanto piuttosto mascherando una preferenza politica con un vocabolario più autorevole. Vale la pena notare che un numero crescente di teologi e leader ecclesiastici – comprese voci solidali con i migranti – ha iniziato a sollevare proprio questa obiezione, avvertendo che trattare "accogliere lo straniero" come una prescrizione politica autoeseguibile è un disservizio sia alla complessità della migrazione sia all'integrità della dottrina stessa.
Niente di tutto ciò giustifica l'indifferenza, tanto meno l'ostilità. L'obbligo verso lo straniero è reale, antico e vincolante, e le Chiese occidentali che si sono allontanate da esso si sono impoverite. Ma un obbligo di giustizia non migliora se viene riclassificato come occasione di sacralità. Anzi, semmai ne esce indebolito: santificare il migrante esonera tutti gli altri dal normale ragionamento morale, poiché basta cedere all'aura di sacralità della vittima anziché impegnarsi nel compito più arduo di soppesare beni contrapposti – le esigenze degli sfollati rispetto a quelle delle comunità, spesso povere, chiamate ad accoglierli.
Coloro che sostengono la tesi della santificazione potrebbero replicare che la teologia ha sempre trovato Dio nel lato oscuro della storia, tra i poveri e gli emarginati, e che il migrante del nostro secolo non è altro che quella categoria antica riscoperta – che lo scetticismo nei confronti di tale idea è di per sé sintomo di una comodità che non vuole essere turbata. Questa risposta merita di essere ascoltata e coglie qualcosa di vero riguardo alle simpatie tipiche del Vangelo. Ma la compassione per i poveri non equivale alla santità conferita da uno status giuridico, e accomunare le due cose non onora il migrante. Lo arruola soltanto.

3 commenti:
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Credo che i giovani, e con loro l’intera Chiesa Agrigentina, si aspettino da Papa Leone un incoraggiamento a custodire i valori che hanno reso bella la nostra terra: l’accoglienza, la disponibilità a mettersi in gioco, la generosità. Questi valori hanno permesso a molti di vivere l’esperienza del passaggio dei migranti, non come un’invasione, ma come un’occasione per lasciarsi incontrare da Dio.
Cosa dirà al Papa? C’è un auspicio che porta nel cuore per questa visita?
Al Papa dirò grazie a nome della Chiesa di Agrigento. La sua visita a Lampedusa sarà un ulteriore segno di speranza perché ricorda al mondo intero che la Chiesa continua ad accompagnare l’umanità e a indicare il Vangelo come via per venire fuori dalle tentazioni dell’indifferenza e dell’impotenza.
Tredici anni dopo Francesco
La visita si inserisce deliberatamente sulla scia di quella di Francesco dell’8 luglio 2013, quando il Papa argentino denunciò da questa stessa isola la «globalizzazione dell’indifferenza». L’arcivescovo di Agrigento, monsignor Alessandro Damiano, ha sottolineato alla vigilia che il viaggio «chiude un cerchio» iniziato a giugno con la visita di Leone XIV alle Canarie, dove il Pontefice ha esortato i trafficanti di esseri umani: «Fermatevi, convertitevi».
Secondo i dati dell’UNHCR, quasi 2.800 migranti sono sbarcati in Italia a giugno e 14.388 dall’inizio dell’anno, il 30% in meno rispetto allo stesso periodo del 2025; più della metà sono arrivati a Lampedusa. Le morti, invece, sono aumentate: 1.397 persone sono morte o scomparse nel Mediterraneo nel primo semestre del 2026, rispetto alle 851 dell’anno precedente.
Un 4 luglio carico di simbolismo
Non è passata inosservata la data scelta: il primo Papa statunitense della storia ha trascorso il 250° anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti nella principale frontiera migratoria d’Europa, appena un giorno dopo aver chiesto «moderazione» nel discorso pubblico americano e aver ricordato che «successive ondate di immigrati» hanno forgiato il futuro di quel Paese. La visita avviene, inoltre, due settimane dopo che l’Unione Europea ha approvato nuove norme migratorie che ampliano i poteri di detenzione e prevedono centri di deportazione al di fuori del territorio comunitario, un contesto in cui il gesto papale è stato letto a Roma come un messaggio rivolto sia a Washington sia a Bruxelles.
"successive ondate di immigrati» hanno forgiato il futuro di quel Paese."
Sono andati a lavorare, non a invadere. Emigravano in una terra ricca, piena di spazi enormi, che aveva bisogno di risorse umane!
Come si fa a ignorarlo a a non riconoscere la differenza!
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