Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

mercoledì 1 luglio 2026

Leone XIV può porre fine allo scisma della Fraternità San Pio X — se lo vorrà

Nella nostra traduzione da Nuntiatoria un'analisi serrata e argomentata delle questioni in campo e di quanto potrà delinearsi da oggi, giorno delle consacrazioni.
Leone XIV può porre fine allo scisma della Fraternità San Pio X — se lo vorrà


Leone XIV ha volutamente identificato il proprio pontificato con la ricerca dell’unità cristiana. Ha superato i confini confessionali, ha pregato con i cristiani separati e ha insistito affinché i legami esistenti fossero riconosciuti e resi visibili. Le consacrazioni della Fraternità San Pio X, ora minacciate, mettono quindi in luce una grave contraddizione. La Fraternità deve rispondere di ciò che fa a Écône. Ma il Papa deve spiegare perché la pazienza, la creatività e il senso di premura dimostrati nei confronti di coloro che non sono in piena comunione cattolica sembrano mancare quando si tratta di cattolici che professano fedeltà a lui.

Leone XIV ha scelto come motto In Illo uno unum: «In Cristo uno siamo uno». Durante la Messa di inaugurazione del suo ministero petrino, il 18 maggio 2025, ha affermato che «amore e unità» sono le due dimensioni della missione affidata da Nostro Signore a Pietro. Il giorno seguente, rivolgendosi ai rappresentanti di altre Chiese e comunità ecclesiali, ha descritto l’unità come una preoccupazione costante del suo ministero. Nella festa dei Santi Pietro e Paolo, il 29 giugno 2025, ha ribadito che il suo ministero episcopale era al servizio dell’unità.(1)

Non si è trattato di osservazioni casuali. Leone XIV ha cercato deliberatamente di identificare il proprio pontificato con la ricerca dell’unità cristiana.

Nel novembre 2025 si è recato in Turchia per commemorare, insieme al Patriarca ecumenico Bartolomeo, il 1.700° anniversario del Primo Concilio di Nicea. A İznik, dove nel 325 d.C. i vescovi della Chiesa indivisa professarono la divinità consustanziale di Nostro Signore, Leone ha pregato con i rappresentanti delle comunità ortodosse e di altre comunità cristiane separate e recitato con loro il Credo niceno. La sua Lettera Apostolica In unitate fidei ha presentato l’anniversario non come archeologia ecclesiastica, ma come un invito a recuperare e manifestare l’unità fondata sulla comune confessione di Gesù Cristo.(2)

I gesti verso l’anglicanesimo non sono stati da meno.

Il 23 ottobre 2025, Leone XIV ha ricevuto re Carlo III, Governatore Supremo della Chiesa d’Inghilterra. Il Papa e il re hanno pregato insieme durante una funzione ecumenica nella Cappella Sistina. Più tardi quello stesso giorno, con l’approvazione papale, il re è divenuto «Confratello Reale» dell’Abbazia di San Paolo fuori le Mura. Un seggio appositamente realizzato, recante lo stemma reale, è stato collocato nella basilica papale e vi rimarrà. La Casa Reale ha descritto la confraternita come un riconoscimento di «comunione spirituale».(3) Il 25 gennaio 2026, durante i Secondi Vespri per la conclusione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, Leone XIV si è presentato davanti ai rappresentanti delle comunità cristiane separate nella Basilica di San Paolo fuori le Mura e ha dichiarato:
«Siamo uno! Lo siamo già! Riconosciamolo, viviamolo e rendiamolo visibile!»(4)
Con ciò non intendeva dire che le differenze dottrinali fossero scomparse o che la piena comunione visibile fosse già stata ripristinata. La sua visuale era che i cristiani dovrebbero partire dai legami reali che già li uniscono nel battesimo e nella fede in Cristo, piuttosto che trattare la divisione come se non rimanesse nulla in comune.

Questo principio è importante.

Significa che l’unità non si persegue semplicemente catalogando le carenze. Si inizia riconoscendo ciò che già esiste, accogliendolo con gratitudine e costruendo su di esso con pazienza.

Successivamente, il 27 aprile 2026, Leone XIV ricevette la signora Sarah Mullally con il titolo di Arcivescovo di Canterbury. L'ha incontrata in privato, le ha rivolto alcune parole in pubblico e in seguito recitato con lei l’ufficio di Terza nella Cappella di Urbano VIII. Il Papa ha riconosciuto le persistenti difficoltà nei rapporti tra anglicani e cattolici, ma ha insistito sul fatto che i cristiani devono continuare a lavorare per superare le differenze, per quanto insormontabili possano sembrare.(5)

Le differenze in questione non sono marginali.

La Chiesa cattolica continua a insegnare che le ordinazioni anglicane sono «assolutamente nulle e del tutto prive di validità». Essa insegna in modo definitivo che l’ordinazione sacerdotale è riservata agli uomini. Sarah Mullally non può possedere l’episcopato sacramentale nel senso cattolico del termine. La Comunione anglicana differisce dalla Chiesa cattolica riguardo agli Ordini Sacri, al Sacrificio Eucaristico, all’autorità ecclesiastica, al matrimonio, alla morale sessuale e ad altre questioni che riguardano la fede e la disciplina.(6)

Eppure Leone XIV ha trovato le parole, il tempo e la visione pastorale per accoglierla, pregare al suo fianco e parlare di una testimonianza comune che continua.

Il punto non è che il Papa debba rifiutarsi di incontrare i leader ortodossi o anglicani. Egli dovrebbe cercare la conversione e la riconciliazione di tutti i cristiani. La cortesia, la preghiera, la seria discussione teologica e la paziente rimozione degli ostacoli all’unità sono proprie del suo ufficio.

Il punto è il contrasto.

Leone XIV ha attraversato il Bosforo per pregare con i gerarchi ortodossi. Ha commemorato Nicea con cristiani al di fuori della comunione romana. Ha pregato nella Cappella Sistina con il Governatore Supremo della Chiesa d’Inghilterra. Ha approvato l’istituzione di un posto d’onore permanente per quel monarca protestante in una basilica papale. Ha ricevuto e pregato con una donna presentatagli come arcivescovo di Canterbury. Ai rappresentanti delle confessioni cristiane separate ha detto: «Siamo uno! Lo siamo già!»

Eppure, quando si rivolge alla Fraternità San Pio X — un’organizzazione che professa il Credo cattolico, celebra la Messa romana tradizionale, ha sacerdoti validamente ordinati, celebra sacramenti validi, riconosce Leone XIV come Papa, prega pubblicamente per lui e gli rivolge ripetutamente petizioni in quanto Successore di Pietro — il linguaggio è nettamente diverso.

«È una loro scelta.»

«Mi dispiace, ma dobbiamo andare avanti».

Questa differenza richiede una spiegazione.

Le Chiese ortodosse possiedono vescovi e sacramenti validi, ma rimangono al di fuori della piena comunione con Roma. La Comunione anglicana non possiede ordini sacri validi secondo il solenne giudizio di Leone XIII. Eppure Leone XIV parte dai legami che permangono, parla di un’unità già posseduta e cerca di renderla visibile.

Perché non parte allo stesso modo con la Fraternità?

Perché l’unità viene trattata come una realtà esistente da riconoscere e sviluppare con pazienza quando il Papa si rivolge ai cristiani separati, ma come una possibilità quasi esaurita quando si rivolge ai cattolici tradizionali che insistono nel riconoscere il suo ufficio?

Perché le differenze apparentemente insormontabili con l’anglicanesimo vengono affrontate con la preghiera, l’incontro e il dialogo perseverante, mentre le difficoltà sollevate dalla Fraternità San Pio X vengono affrontate con precondizioni rigide, avvertimenti e la prospettiva che Roma semplicemente continui senza di loro?

Il Papa non può mantenere due pesi e due misure in materia di unità: generosità, riconoscimento simbolico e pazienza verso coloro che sono al di fuori della piena comunione cattolica; divieto, ultimatum e rassegnazione verso i cattolici che dichiarano di voler rimanere soggetti a Roma.

Se Leone XIV può dire «Siamo già uno» ai cristiani separati dalla Sede Apostolica da secoli, non può comportarsi come se non rimanesse nulla dell’unità cattolica con i sacerdoti che pregano per lui durante la Messa e professano espressamente la sua giurisdizione suprema.

Ciò non risolve ogni questione a favore della Fraternità. Stabilisce però il criterio in base al quale deve essere giudicato il comportamento del Papa.

Il 1° luglio 2026, presso il Seminario Internazionale di San Pio X a Écône, in Svizzera, quattro sacerdoti saranno consacrati vescovi senza mandato pontificio: i padri Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier. La Santa Sede ha avvertito che tali consacrazioni costituirebbero una rottura decisiva della comunione ecclesiale. La Fraternità sostiene che esse siano necessarie per la continuazione del proprio apostolato sacerdotale e sacramentale. Essa nega qualsiasi intenzione di istituire una Chiesa parallela, di esercitare giurisdizione territoriale o di rifiutare l’autorità suprema del Romano Pontefice.(7)

La Fraternità deve rispondere della propria decisione.

La consacrazione episcopale senza mandato papale non è una questione di poco conto. Colpisce direttamente l’ordine visibile della Chiesa. Una società sacerdotale non può semplicemente dichiarare che il proprio giudizio di necessità prevalga su quello della Sede Apostolica. Né le professioni di fedeltà possono eliminare la contraddizione tra il riconoscimento dell’autorità papale e l’agire contro la volontà espressa del Papa.

I superiori della Fraternità dovranno rispondere davanti a Dio se il loro giudizio sia corretto, se la necessità da loro invocata sia autentica, se siano stati esauriti tutti i rimedi legittimi e se un atto intrapreso per preservare la Tradizione abbia invece inflitto un’altra ferita alla Chiesa.

Ma Roma deve smettere di parlare come se la responsabilità finisse lì.

Il Papa è responsabile dell’unità della Chiesa. È responsabile della cura delle anime. Egli possiede una giurisdizione suprema, piena, immediata e universale. Egli può concedere il mandato di cui la Fraternità è sprovvista. Può approvare o respingere i candidati. Può nominarne altri. Può limitare le loro facoltà, vietare la giurisdizione territoriale, stabilire una struttura canonica adeguata, nominare un delegato pontificio, garantire la liturgia tradizionale, concedere dispense dalla disciplina ecclesiastica e prevedere una soluzione provvisoria mentre proseguono le discussioni dottrinali.(8)

Può imporre sanzioni. Può anche rimuovere le circostanze che fanno apparire necessario il ricorso a un atto illecito.

Questo è il punto che gran parte degli attuali interlocutori romani evitano di affrontare.

La Fraternità può decidere se procedere. Il Papa può decidere se sussista ancora una necessità credibile affinché essa proceda. Non si tratta di responsabilità equivalenti. La Fraternità ha il potere di compiere l’atto. Il Papa ha il potere di rimuovere la giustificazione principale addotta a sostegno di esso.

È lui a detenere le chiavi. Écône no.

Il ministero petrino non è stato istituito affinché il Papa possa restare in disparte mentre si sviluppa una rottura prevedibile per poi pronunciarsi sulle conseguenze. Nostro Signore disse a San Pietro: «E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli». Gli comandò di pascere le Sue agnelline e le Sue pecore.(9) Il Papa non è chiamato semplicemente a condannare la divisione dopo che si è verificata. Ha il compito di prevenirla ove possibile, di correggere chi sbaglia, di rafforzare chi vacilla e di recuperare chi è in pericolo di separarsi dal gregge.

Leone XIV non può invocare la missione di Pietro quando parla di unità ecumenica e poi comportarsi come se la crisi della Fraternità San Pio X fosse interamente responsabilità altrui.

Le sue osservazioni del 16 giugno sono state quindi profondamente insoddisfacenti. Parlando delle consacrazioni proposte, Leone ha affermato che Roma stava valutando un altro appello alla Fraternità e ha riconosciuto che la divisione tra i cristiani è sempre dolorosa. Ha accusato la Fraternità di rifiutare alcuni «elementi fondamentali della Chiesa», a cominciare dai punti del Concilio Vaticano II. Eppure la sua conclusione è stata netta: «Ma è una loro scelta». Se la Fraternità avesse proceduto, ha detto: «Mi dispiace, ma dobbiamo andare avanti».(10)

Naturalmente è una loro scelta in senso immediato. Gli uomini coinvolti possiedono il libero arbitrio e si assumono la responsabilità personale. Ma questa non è solo una loro crisi.

Il Papa ha poteri che loro non possiedono. Può nominare vescovi in modo legittimo. Può garantire la sicurezza canonica. Può ricevere le loro professioni di fedeltà e metterle alla prova nella pratica. Può offrire un accordo che elimini ogni plausibile appello alla necessità.

Finché non lo avrà fatto, Roma non può semplicemente affermare che la scelta spetta a Écône.

Cosa significa «andare avanti» dopo le consacrazioni?

Significa dichiarazioni di scomunica? Significa accordi per il clero che lascia la Fraternità? Significa un’altra generazione di sacerdoti e fedeli che vivono in mezzo a discussioni su necessità, giurisdizione conferita, scisma, sanzioni canoniche e liceità sacramentale? Significa ripetere le ferite del 1988 e trasmetterle ai cattolici non ancora nati?

Questo non è andare avanti. È permettere che un vecchio fallimento diventi una condizione permanente.

Il contrasto all’interno delle stesse osservazioni del Papa era sorprendente. Sulla guerra, ha parlato di dialogo e negoziazione. Sulla migrazione, ha messo in guardia dal respingere le persone e dal lavarsene le mani. Eppure, quando è arrivato alla Fraternità San Pio X, il suo linguaggio suggeriva che Roma potesse fare ancora un appello, esprimere rammarico e andare avanti senza di loro.

Il Papa non può lavarsene le mani.

Né Roma può fingere che questa crisi sia apparsa all’improvviso.

La storia della controversia sulla Fraternità San Pio X risale ormai a più di mezzo secolo fa. I Papi che si sono succeduti hanno negoziato, ammonito, concesso, fatto marcia indietro, regolarizzato atti particolari e lasciato irrisolto il problema centrale. Le azioni dell’arcivescovo Marcel Lefebvre nel 1988 non sono sorte dal nulla. Né lo sono le consacrazioni proposte per il 2026.

Roma ha avuto decenni per stabilire come garantire un futuro canonico stabile a un organismo che professa la fede cattolica, riconosce il Papa e rimane fedele alla liturgia romana tradizionale.

Non ci è riuscita.

Giovanni Paolo II ha tentato la riconciliazione ma non è riuscìto a garantirla. Benedetto XVI ha revocato le scomuniche e avviato discussioni dottrinali, ma ha lasciato la Fraternità senza riconoscimento canonico. Francesco ha concesso ai sacerdoti della Fraternità le facoltà per le confessioni e approvato le disposizioni per i matrimoni che coinvolgono i fedeli della Fraternità, ma in seguito ha imposto ampie restrizioni alla liturgia romana tradizionale anche ad altre parti della Chiesa attraverso Traditionis custodes.

Leone XIV ha ereditato questa storia, ma l’eredità non esonera dalla responsabilità. Una volta accettato l’ufficio di Pietro, è diventato suo compito affrontare quel fallimento irrisolto.

La sequenza attuale lo dimostra chiaramente.

Il 12 febbraio 2026, il cardinale Víctor Manuel Fernández ha incontrato padre Davide Pagliarani con l’approvazione del Papa. La Santa Sede ha proposto un dialogo teologico a condizione che le consacrazioni fossero sospese. La discussione proposta doveva affrontare questioni che la stessa Roma riconosceva non essere state sufficientemente chiarite, tra cui la distinzione tra «l’atto di fede» e «l’obbedienza della fede» — ovvero la sottomissione religiosa dell’intelletto e della volontà — nonché i diversi gradi di assenso dovuti ai testi del Concilio Vaticano II e alla loro interpretazione.(11)

Tale ammissione era importante. Confermava che la controversia non può essere onestamente ridotta a un rifiuto di obbedire.

Tuttavia, il dialogo proposto non era realmente aperto. Secondo il resoconto pubblicato dalla Santa Sede sulla risposta della Fraternità, i testi del Concilio Vaticano II non potevano essere corretti e la legittimità della riforma liturgica postconciliare non poteva essere messa in discussione. L’interpretazione e l’applicazione ufficiali del Concilio da parte dei Papi che si sono succeduti costituivano il quadro già prestabilito entro il quale la discussione avrebbe dovuto svolgersi.(12)

La Fraternità potrebbe aver agito in modo poco saggio nel rifiutare i colloqui proposti. Sarebbe stato forse meglio partecipare, esporre le proprie ragioni e insistere sulle necessarie distinzioni dall’interno del processo stesso. La Fraternità non può esigere che Roma accetti le sue argomentazioni teologiche prima ancora che il dialogo abbia inizio.

Ma nemmeno Roma può determinare la conclusione ammissibile prima che la conversazione abbia inizio e poi definire il risultato un dialogo aperto.

Se i testi conciliari possono essere discussi ma mai ritenuti difettosi, se la loro continuità può essere affermata ma mai sottoposta a una verifica che potrebbe giungere a una conclusione diversa, e se la riforma liturgica può essere spiegata ma non giudicata, la Fraternità non viene invitata a esaminare la sostanza della controversia. Viene invitata a negoziare i termini in base ai quali deve accettare le conclusioni esistenti di Roma.

È impossibile ignorare questo contrasto con la più ampia pratica ecumenica del Papa.

Con gli interlocutori ortodossi e anglicani, Leone XIV parla di camminare insieme nonostante le differenze ancora esistenti. Riconosce l’unità esistente prima che sia stato raggiunto il pieno accordo. Insiste sul fatto che gli ostacoli attuali non devono impedire la preghiera, l’amicizia e l’azione comune.

Con la Fraternità, Roma sembra esigere la risoluzione sostanziale delle controversie dottrinali prima che possa essere ripristinata una comunione canonica sicura.

Perché?

Se un accordo teologico non ancora completato non impedisce a Leone XIV di individuare legami reali con anglicani e ortodossi, perché ogni difficoltà relativa al Concilio Vaticano II deve essere risolta prima che alla Fraternità possano essere assegnati vescovi sotto l’autorità papale?

Se la comunione può essere perseguita per fasi con coloro che sono da tempo separati da Roma, perché non può essere regolarizzata per fasi con coloro che continuano a riconoscere il primato di Roma?

Se il Papa può riconoscere ciò che già unisce i cristiani separati, perché sembra riluttante a riconoscere i legami cattolici molto sostanziali che già uniscono la Fraternità a Roma?

La Fraternità ha continuato a porgli davanti tali legami.

Il 14 maggio, don Pagliarani ha indirizzato a Leone XIV una Dichiarazione di fede cattolica. Egli ha riaffermato l’autorità papale e chiesto di essere istruito e confermato dal titolare del ministero petrino. Il 26 maggio, la Fraternità ha presentato al Papa i nomi e i fascicoli dei quattro vescovi proposti, negando esplicitamente qualsiasi intenzione di creare una gerarchia parallela. Il 24 giugno, don Pagliarani e il Consiglio Generale hanno scritto nuovamente a Leone XIV e al Collegio dei Cardinali. La loro professione di fede dichiarava il desiderio di rimanere soggetti alla Santa Chiesa Romana e al Papa in quanto Vicario di Cristo.(13)

Queste professioni di fede non risolvono ogni contraddizione nella posizione della Fraternità. Roma ha il diritto di metterle alla prova. Anzi, deve metterle alla prova.

Ma la prova non può consistere semplicemente nell’emettere un altro divieto.

La Fraternità ha ripetutamente chiesto vescovi, sicurezza canonica, tutela della liturgia tradizionale e un serio impegno teologico. La forma delle sue richieste non è sempre stata prudente. Il suo linguaggio pubblico è stato talvolta eccessivo. Il suo comportamento ha spesso reso più difficile la riconciliazione. Ma ha continuato a rivolgersi a Roma perché continua a riconoscerla.

Ciò conferisce un’inevitabile rilevanza alle parole di Nostro Signore:
«O chi di voi, se suo figlio gli chiede del pane, gli darà una pietra?»(14)
Ciò non significa che tutto ciò che la Fraternità chiede sia pane, né che tutto ciò che Roma rifiuta sia una pietra. Un padre può rifiutare ciò che danneggerebbe suo figlio. Il Papa può respingere candidati, imporre condizioni, condannare errori e vietare atti che mettono in pericolo la comunione.

Ma un padre non adempie al proprio dovere limitandosi a rifiutare.

Se Roma afferma che le consacrazioni proposte sono illegittime, deve fornire un’alternativa legittima. Se Roma afferma che questi candidati sono inaccettabili, deve indicare candidati accettabili. Se Roma insiste sul rinvio, deve offrire un calendario preciso e impegni vincolanti. Se Roma esige la sottomissione all’autorità papale, deve rendere possibile un atto di obbedienza che non richieda alla Fraternità di abbandonare prima ogni preoccupazione sostanziale che ha sollevato.

Non basta dire di no.

Il bisogno della Fraternità di una provvista episcopale assicurata è reale. I sacerdoti devono essere ordinati; le cresime e gli altri ministeri normalmente o esclusivamente affidati ai vescovi devono essere garantiti. Una società sacerdotale mondiale non può essere lasciata indefinitamente senza un futuro episcopale assicurato e poi essere condannata quando cerca di garantirselo da sola.

Il rimedio scelto dalla Fraternità può essere sbagliato. Il bisogno che lo ha generato non è immaginario.

È qui che Leone XIV deve intervenire.

Potrebbe ricevere personalmente don Pagliarani. Potrebbe approvare uno o più dei candidati proposti oppure sceglierne altri. Potrebbe concedere un mandato soggetto a condizioni rigorose, tra cui un giuramento solenne che riconosca il primato papale e rinunci a ogni giurisdizione territoriale o parallela. Potrebbe definire le funzioni sacramentali dei nuovi vescovi. Potrebbe nominare una supervisione romana. Potrebbe garantire la liturgia tradizionale. Potrebbe creare una struttura canonica e una commissione teologica autorizzata a esaminare onestamente le questioni controverse.

Potrebbe richiedere un rinvio in cambio di un accordo contenente date, nomi e impegni esecutivi.

Nulla di tutto ciò equivarrebbe a una resa.

Metterebbe la Fraternità di fronte alla prova più chiara possibile della sua professata fedeltà. Se Roma fornisse vescovi adeguati, sicurezza liturgica e un vero futuro canonico, e la Fraternità li rifiutasse per procedere in modo indipendente, la sua invocazione della necessità crollerebbe. La responsabilità ricadrebbe allora in modo molto più evidente su Écône.

Roma non ha ancora fatto questo.

Ha preteso che la Fraternità si astenesse dall’agire. Non ha fornito ciò che renderebbe l’azione superflua.

La controversia sul Concilio Vaticano II non può essere utilizzata per giustificare questo fallimento.

Leone XIV ha affermato che la Fraternità rifiuta «alcuni elementi fondamentali della Chiesa, a cominciare da vari punti del Concilio Vaticano II». Ma questa formulazione oscura le distinzioni che Roma stessa ha riconosciuto a febbraio.

Quali elementi? Quali punti? Quale grado di autorità spetta loro? Cosa viene rifiutato precisamente? Quale assenso è dovuto? Dove sta la presunta contraddizione con la dottrina cattolica?

Monsignor Brunero Gherardini ha operato la distinzione essenziale nella sua risposta del 2011 a monsignor Fernando Ocáriz. Egli non ha negato che il Concilio Vaticano II appartenesse al Magistero. Ha sostenuto che identificare un testo come magisteriale non determina l’autorità precisa di ogni proposizione, non converte ogni frase in dogma né dimostra la sua continuità con l’insegnamento precedente semplicemente affermandolo.

Il Magistero non è un’autorità assoluta che si pone al di sopra della Scrittura e della Tradizione. È il servitore del Deposito della Fede che ha il compito di ricevere, custodire, spiegare e trasmettere.(15)

Questa è semplice teologia cattolica.

Il Concilio Vaticano II ha prodotto sedici documenti di carattere diverso. Non ha definito ogni proposizione in essi contenuta come divinamente rivelata. Non ogni frase conciliare ha lo stesso peso teologico. Alcuni passaggi ripetono dogmi. Alcuni insegnano con autorità senza definire. Alcuni riguardano il giudizio pastorale, la politica o la disciplina. Alcuni rimangono controversi nella formulazione, nell’interpretazione o nell’applicazione.

Non è quindi sufficiente esigere l’accettazione de «il Concilio» come se costituisse un’unica proposizione che richiedesse un assenso indifferenziato.

Un Papa ha il diritto e il dovere di esigere l’adesione alla fede cattolica. Egli non rafforza il Magistero rifiutando di distinguere tra i suoi diversi atti.

Roma dovrebbe esigere che la Fraternità identifichi con precisione le proprie obiezioni. Roma deve rispondere a tali obiezioni con uguale precisione.

Allo stesso modo, il diritto canonico non fornisce alcuna scusa per l’inazione papale.

Il canone 1387 stabilisce che un vescovo che consacra un altro vescovo senza mandato pontificio, e la persona che riceve tale consacrazione, incorrono in una scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica. Ma il diritto penale richiede anche l’imputabilità e riconosce la necessità, il grave timore, il grave inconveniente, l’errore e la colpa attenuata come fattori potenzialmente rilevanti ai fini dell’incorrimento o dell’attenuazione delle sanzioni. Nelle circostanze riconosciute dal canone 1324, una persona non è vincolata da una pena latae sententiae.(16)

Queste disposizioni non dimostrano che la Fraternità abbia ragione. La presunta necessità può essere respinta in quanto esagerata, creata colposamente o insufficiente. L’azione proposta può essere giudicata dannosa per le anime piuttosto che necessaria per esse.

Esse dimostrano invece che la questione non può essere risolta semplicemente ripetendo le parole «scomunica automatica» o «scisma», come se non restasse più alcun giudizio giuridico da formulare.

Il parere del canonista di lingua inglese, di cui non è reso noto il nome, ripubblicato dalla Fraternità, sostiene che la presunta necessità, l’assenza di un’intenzione scismatica dichiarata, l’interpretazione rigorosa richiesta dal diritto penale e le prevedibili conseguenze pastorali depongono contro il considerare automaticamente l’atto come scisma formale. Le sue conclusioni non sono autorevoli e possono essere contestate. Ma egli individua il punto pastorale essenziale: la Chiesa non dovrebbe ricorrere per prima cosa al martello della legge, lasciando inutilizzati i mezzi per prevenire l’offesa.(17)

Il Papa non è prigioniero del diritto canonico. Ne è il legislatore supremo.

Ha il potere sia di dispensare che di punire. Ha il potere sia di concedere che di proibire. Può concedere il mandato che eliminerebbe del tutto l’offesa.

La legge non lo rende impotente. Ne accresce la responsabilità.

Esistono precedenti.

Nel 2002, Giovanni Paolo II ha riconciliato la comunità tradizionalista di Campos e istituito l’Amministrazione Apostolica Personale di San Giovanni Maria Vianney. Ne ha riconosciuta la comunione con Roma, ne ha garantito la vita liturgica tradizionale e assicurata la successione episcopale senza pretendere che ogni disaccordo storico e teologico fosse prima scomparso.(18)

Nel 2009, Benedetto XVI ha revocato le scomuniche dei quattro vescovi consacrati dall’arcivescovo Lefebvre nel 1988. Si è chiesto se la Chiesa potesse rimanere indifferente di fronte a centinaia di sacerdoti, seminaristi e religiosi, e a migliaia di fedeli. La sua domanda rimane il metro di misura con cui valutare la condotta di Roma:
«Dovremmo lasciarli alla deriva, allontanandosi sempre più dalla Chiesa?»(19)
Sotto Francesco, la Santa Sede ha concesso ai sacerdoti della Fraternità la facoltà di ascoltare validamente e lecitamente le confessioni. Successivamente ha previsto disposizioni per i matrimoni che coinvolgono fedeli della Fraternità, riconoscendo espressamente sia la persistente condizione di irregolarità della Fraternità sia l’esigenza pastorale di proteggere le anime e le coscienze. Francesco ha poi limitato l’uso più ampio della liturgia romana tradizionale attraverso Traditionis custodes, ma anche questo contrasto dimostra che Roma è in grado di distinguere le disposizioni pastorali dalla completa regolarizzazione canonica quando decide di farlo. (20)

Queste azioni non hanno risolto ogni controversia dottrinale. Hanno dimostrato che Roma può agire pastoralmente prima che ogni questione sia risolta.

Né manca a Roma un precedente episcopale ancora più preciso.

Nel 2018, Papa Francesco ha riconciliato i sette vescovi «ufficiali» cinesi ancora in vita che erano stati consacrati senza mandato pontificio. Ha revocato le relative sanzioni canoniche e li ha riammessi alla piena comunione ecclesiale. Lo ha fatto espressamente per superare le ferite del passato, ripristinare l’unità e promuovere il bene della Chiesa in Cina.(21)

Le autorità cinesi hanno tuttavia continuato a interferire unilateralmente nel governo episcopale. Nel novembre 2022 hanno insediato il vescovo Giovanni Peng Weizhao come vescovo ausiliare di una «Diocesi di Jiangxi» che la Santa Sede non riconosceva. Il Vaticano ha espresso «sorpresa e rammarico», ma ha ribadito la propria disponibilità a proseguire il dialogo. Nell’aprile 2023, le autorità cinesi hanno trasferito il vescovo Joseph Shen Bin a Shanghai senza coinvolgere Roma nella decisione. Papa Francesco ha successivamente «rettificato l’irregolarità canonica» del trasferimento per il bene superiore della diocesi. La Santa Sede ha poi rinnovato il proprio accordo con la Repubblica Popolare Cinese per altri quattro anni nell’ottobre 2024.(22)

Le circostanze non sono identiche. Il Papa ha il diritto di giudicare ogni caso in base ai fatti, alle intenzioni e alle conseguenze. I precedenti cinesi non giustificano un atto di disobbedienza a Écône.

Ma il confronto è inevitabile.

Roma ha dimostrato che i vescovi consacrati senza mandato possono essere riconciliati, che l’ingerenza unilaterale nelle nomine episcopali non deve necessariamente porre fine al dialogo e che anche un’irregolarità canonica già consumata può essere regolarizzata per il bene delle anime.

Quando uno Stato dichiaratamente ateo interferisce con le nomine episcopali, trasferisce unilateralmente i vescovi e agisce al di fuori del proprio accordo con la Santa Sede, Roma esprime rammarico, regolarizza ciò che può e continua a negoziare.

Quando i sacerdoti cattolici che professano il primato di Roma chiedono al Papa stesso una nomina episcopale, Roma parla di scomunica, scisma e di andare avanti senza di loro.

Perché?

Perché una regolarizzazione paziente è possibile per i vescovi promossi attraverso strutture controllate dalle autorità comuniste cinesi, ma apparentemente non è disponibile per i vescovi richiesti dalla Fraternità San Pio X?

Perché Roma può accettare fatti compiuti creati da Pechino, ma si rifiuta di impedire un fatto compiuto a Écône concedendo o negoziando preventivamente un mandato legittimo?

Perché i vescovi consacrati senza mandato papale possono essere riconciliati per il bene della Chiesa in Cina, mentre il Papa sembra non voler rendere superflue tali consacrazioni tra i cattolici tradizionali che riconoscono il suo ufficio?

Il precedente cinese smentisce qualsiasi insinuazione secondo cui Leone XIV mancherebbe dell’autorità, della flessibilità canonica o del precedente pastorale necessari per risolvere l’attuale crisi.

Roma ha dato prova di straordinaria pazienza nel trattare con le autorità comuniste cinesi.

La Fraternità ha il diritto di chiedersi perché i cattolici che professano fedeltà a Pietro ricevano meno.

Perché, allora, Leone XIV non dovrebbe agire?

Perché il Papa, che dice ai cristiani separati che l’unità esiste già e deve essere resa visibile, dovrebbe rifiutarsi di dare forma canonica ai reali legami cattolici che la Fraternità professa?

Perché il Papa, che prega con un arcivescovo anglicano, non dovrebbe incontrare personalmente il Superiore Generale della Fraternità?

Perché il Papa, che ha approvato un onore permanente per il Governatore Supremo della Chiesa d’Inghilterra in una basilica papale, non dovrebbe essere in grado di approvare vescovi cattolici per i sacerdoti e i fedeli tradizionali che lo riconoscono come Papa?

Perché la Santa Sede, che ha regolarizzato vescovi cinesi consacrati o trasferiti al di fuori dei regolari processi papali, non dovrebbe essere in grado di negoziare un mandato legittimo prima che Écône agisca?

Perché le divergenze sul Concilio Vaticano II dovrebbero essere trattate come un ostacolo più assoluto del rifiuto del primato papale, degli ordini sacri cattolici e della dottrina cattolica, rappresentati altrove nel dialogo ecumenico?

Queste domande non possono essere liquidate come retorica. Esse derivano dagli stessi principi ecumenici di Leone XIV e dalla prassi documentata di Roma.

Se l’unità esistente deve essere riconosciuta, allora riconoscetela.

Se il dialogo deve continuare nonostante le differenze insormontabili, allora continuatelo.

Se le irregolarità canoniche possono essere sanate per il bene delle anime, allora prevenitele prima che si verifichino.

Se i cristiani devono evitare di lavarsi le mani su difficili problemi umani, allora Roma non deve lavarsi le mani su Écône.

La Fraternità San Pio X non è un pugno di ecclesiastici eccentrici di cui ci si può sbarazzare senza conseguenze. Possiede seminari, scuole, priorati, comunità religiose, missioni e un vasto corpo internazionale di fedeli. I suoi sacerdoti celebrano la Messa romana tradizionale, predicano il Credo cattolico, amministrano sacramenti validi e pregano pubblicamente per Leone XIV come Papa.

Che bene si otterrebbe allontanandoli ulteriormente?

La scomunica può talvolta essere necessaria. Ma una pena ecclesiastica ha scopo curativo. Esiste per la correzione del trasgressore e il ripristino della comunione, non per rendere amministrativamente più facile un problema scomodo.

La legge suprema della Chiesa è la salvezza delle anime.(23) Questo principio vincola ogni esercizio dell’autorità ecclesiastica. Vincola i sacerdoti e i vescovi. Vincola i dicasteri. Vincola il Papa.

La domanda va quindi posta chiaramente: Leone XIV intende davvero la riconciliazione?

Sarebbe ingiusto affermare senza prove che egli desideri uno scisma. Ma se continua ad ammonire, a proibire e a preparare sanzioni, rifiutandosi al contempo di avvalersi dei poteri a sua disposizione, darà l’impressione che alcuni a Roma trovino una Fraternità San Pio X condannata più conveniente di una riconciliata.

Una Fraternità irregolare può essere tenuta a distanza. Le sue argomentazioni possono essere respinte a causa della sua condizione canonica. Una Fraternità riconciliata dovrebbe invece essere ascoltata all’interno delle strutture visibili della Chiesa. Alle sue critiche teologiche non si potrebbe più rispondere semplicemente additando la disobbedienza.

Una rottura formale semplificherebbe il problema amministrativo. Non risolverebbe però quello ecclesiale.

A meno che non vi sia qualche altro programma nascosto, Leone XIV dovrebbe fare tutto ciò che è in suo potere per evitare lo scisma. Dovrebbe accogliere la fedeltà dichiarata dalla Fraternità nei confronti suoi e del suo ufficio. Dovrebbe metterla alla prova. Dovrebbe avvicinare la Fraternità a sé. Dovrebbe fornirle i vescovi di cui ha bisogno sotto l’autorità papale. Dovrebbe stabilire le condizioni canoniche in base alle quali il suo apostolato possa continuare in comunione con Roma. Dovrebbe esigere l’obbedienza rendendola praticamente possibile.

Non può proclamare al mondo il dialogo e l’unità mentre appare riluttante a ricorrere a ogni mezzo lecito di dialogo e di unità con i cattolici che gli hanno ripetutamente presentato petizioni.

Non può dire «Siamo già uno» agli anglicani e agli ortodossi e poi parlare come se la separazione dalla Fraternità fosse semplicemente una questione che riguarda solo essa.

Non può regolarizzare le irregolarità episcopali create dalle autorità comuniste cinesi mentre sostiene che nessuna flessibilità paragonabile sia possibile per i cattolici che si rivolgono direttamente a lui.

Non può fare di In Illo uno unum il motto del suo pontificato e poi permettere che i suoi primi anni siano segnati da una rottura che egli ha l’autorità di impedire.

Nessuno chiede al Papa di avallare ogni giudizio espresso dall’arcivescovo Lefebvre o da don Pagliarani. Nessuno gli chiede di negare l’autorità del Concilio Vaticano II o di abbandonare la disciplina canonica.

Gli viene chiesto di governare.

Gli viene chiesto di convocare, giudicare, correggere, dispensare, provvedere e riconciliare.

Gli viene chiesto di usare le chiavi.

I leader della Fraternità compariranno davanti a Dio per rispondere di ciò che fanno a Écône. Risponderanno per ogni anima colpita dalla loro decisione, per il giudizio di necessità su cui fanno affidamento e per le conseguenze di agire senza il mandato del Pontefice Romano.

Ma anche Leone XIV comparirà davanti a Dio.

L’Anello del Pescatore non rimarrà per sempre al suo dito. I titoli papali, i dicasteri, le udienze e l’autorità del suo ufficio passeranno a un altro. Robert Prevost comparirà davanti a Cristo come anima cristiana e come amministratore al quale era stata affidata l’unità visibile della Chiesa.

La Sacra Scrittura dice che i pastori vegliano sulle anime «come se dovessero renderne conto». Avverte che «a chi molto è dato, molto sarà richiesto».(24) A nessun pastore sulla terra è stata affidata maggiore responsabilità per l’unità della Chiesa che al Papa.

Al tribunale di Cristo, non basterà dire che il Dicastero ha emesso avvertimenti, che il diritto canonico prevedeva una sanzione, che la Fraternità ha fatto la propria scelta o che Roma è andata avanti.

Il Papa dovrà rispondere di ciò che ha fatto con le chiavi.

Ha confermato i suoi fratelli?

Ha pasciuto le pecore?

Ha accolto coloro che gli hanno ripetutamente presentato petizioni?

Ha mostrato loro la stessa pazienza che ha riservato ai cristiani separati e alle autorità comuniste?

Ha riconosciuto e rafforzato i legami cattolici già esistenti?

Ha offerto un rimedio legittimo prima di condannarne uno illegittimo?

Ha esaurito ogni mezzo di giustizia, verità, disciplina, pazienza e carità prima di permettere che un’altra divisione si radicasse all’interno della Chiesa?

La Fraternità dovrà rispondere se ha disobbedito.

Il Papa dovrà rispondere se ha reso superflua la disobbedienza.

Il Giudice divino chiederà non solo se coloro che si sono rivolti a Pietro fossero impazienti, imprudenti o in torto. Chiederà se Pietro, quando gli hanno chiesto del pane, abbia fatto tutto ciò che era in suo potere prima di lasciare che credessero che Roma avesse dato loro una pietra.

La storia potrà forse riportare che le consacrazioni sono avvenute contro la volontà del Papa. Il giudizio di Dio andrà oltre. Chiederà cosa abbia fatto il Papa per impedirle.

In Illo uno unum deve ora diventare più di un semplice motto.

L’unità è responsabilità del Papa.

E il Papa stesso si presenterà davanti a Dio per rendere conto di come se ne è fatto carico.
_______________
1. Sala Stampa della Santa Sede, “Lo stemma di Papa Leone XIV: spiegazione”, 14 maggio 2025;
2. Leone XIV, Omelia per l’inizio del ministero petrino, 18 maggio 2025; Leone XIV, Discorso ai rappresentanti di altre Chiese e comunità ecclesiali e di altre religioni, 19 maggio 2025; Leone XIV, Angelus, 29 giugno 2025. Leone XIV, Lettera apostolica In unitate fidei, 23 novembre 2025; Leone XIV, Discorso in occasione della funzione ecumenica di preghiera presso gli scavi archeologici dell’antica basilica di San Neofito, İznik, 28 novembre 2025; Dichiarazione congiunta di Papa Leone XIV e del Patriarca ecumenico Bartolomeo I, 29 novembre 2025.
3. Casa Reale, «Ulteriori dettagli sulla visita di Stato del Re e della Regina alla Santa Sede», 17 ottobre 2025;
4.  Casa Reale, «Visita di Stato alla Santa Sede», 23 ottobre 2025.
5. Leone XIV, Omelia ai Secondi Vespri per la conclusione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, Basilica di San Paolo fuori le Mura, 25 gennaio 2026. Leone XIV, «Discorso in occasione della visita dell’arcivescovo di Canterbury», 27 aprile 2026; Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, «Visita a Roma dell’arcivescovo di Canterbury», 4 maggio 2026. 
6. Leone XIII, Lettera apostolica Apostolicae curae, 13 settembre 1896; Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis, 22 maggio 1994.
7. Casa Generalizia della Fraternità San Pio X, «La Casa Generalizia annuncia i nomi dei futuri vescovi», 26 maggio 2026.
8. Concilio Vaticano I, Costituzione dogmatica Pastor aeternus, capitoli II–III; Codex Iuris Canonici (1983), canoni 331–333 e 85–93.
9. Luca 22,32 e Giovanni 21,15–17, Bibbia di Douay-Rheims.
10. Vatican News, «Papa: “Che il memorandum USA-Iran sia davvero una soluzione alla guerra”», 16 giugno 2026.
11. Vatican News, «La Santa Sede propone un dialogo teologico con la Fraternità San Pio X», 12 febbraio 2026.
12. Vatican News, «La Fraternità San Pio X respinge il dialogo proposto dalla Santa Sede», 20 febbraio 2026.
13. Davide Pagliarani, «Dichiarazione di fede cattolica indirizzata a Papa Leone XIV», 14 maggio 2026; Casa Generalizia della Fraternità San Pio X, «La Casa Generalizia annuncia i nomi dei futuri vescovi», 26 maggio 2026; Davide Pagliarani e il Consiglio Generale della Fraternità San Pio X, «Lettera aperta a Sua Santità Papa Leone XIV e ai Cardinali della Santa Chiesa», e «Professione di fede cattolica della Fraternità San Pio X per illuminare le anime di fronte agli errori moderni», 24 giugno 2026.
14. Matteo 7,9, Bibbia di Douay-Rheims.
15. Brunero Gherardini, «Quale adesione è dovuta al Concilio Vaticano II? La risposta di mons. Gherardini», pubblicato originariamente da Disputationes Theologicae nel 2011; ripubblicato da InfoVaticana, 21 giugno 2026. 
16. Codex Iuris Canonici, canoni 1321–1324, 1364 e 1387.
17. «Parere di un canonista sulle consacrazioni», originariamente pubblicato da Rorate Cæli, 6 maggio 2026, e ripubblicato dalla Fraternità San Pio X, 8 giugno 2026. 
18. Giovanni Paolo II, «Lettera autografa al vescovo Licínio Rangel e ai Figli dell’Unione di San Giovanni Maria Vianney di Campos, Brasile», datata 25 dicembre 2001 e pubblicata il 19 gennaio 2002.
19. Congregazione per i Vescovi, Decreto di remissione delle scomuniche latae sententiae, 21 gennaio 2009; Benedetto XVI, Lettera ai Vescovi della Chiesa cattolica riguardante la remissione della scomunica dei quattro vescovi consacrati dall’arcivescovo Lefebvre, 10 marzo 2009.
20. Francesco, Lettera apostolica Misericordia et misera, 20 novembre 2016, n. 12; Pontificia Commissione Ecclesia Dei, Lettera riguardante le facoltà per i matrimoni dei fedeli della Fraternità San Pio X, 27 marzo 2017; Francesco, Lettera apostolica Traditionis custodes, 16 luglio 2021.
21. Francesco, Messaggio ai cattolici della Cina e alla Chiesa universale, 26 settembre 2018, n. 3. Francesco ha dichiarato di aver concesso la riconciliazione ai restanti sette vescovi “ufficiali” ordinati senza mandato papale, di aver revocato le relative sanzioni canoniche e di averli riammessi alla piena 22. Sala Stampa della Santa Sede, comunicato relativo all’insediamento del vescovo Giovanni Peng Weizhao come «vescovo ausiliare di Jiangxi», 26 novembre 2022; Vatican News, «Il vescovo cinese Shen Bin trasferito a Shanghai, la Santa Sede apprende la notizia dai media», 4 aprile 2023; Vatican News, «Cardinale Parolin: il Papa nomina il vescovo di Shanghai per il bene della diocesi e del dialogo», 15 luglio 2023; Ufficio Stampa della Santa Sede, «Comunicato sull’estensione dell’accordo provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese in materia di nomina dei vescovi», 22 ottobre 2024. 
23. Codex Iuris Canonici, canone 1752. 
24. Ebrei 13,17 e Luca 12,48, Bibbia di Douay-Rheims.

7 commenti:

Anonimo ha detto...

Il cielo grigio di Écône, quel cielo grigio di che conosco, "un ciel si bas qu'il fait l'humilité", la prima cosa che noto guardando il video della interminabile processione che si avvicina alla grande tenda sotto la quale verranno ordinati i quattro nuovi vescovi della Fraternità San Pio X, compiendo in tal modo - a detta del Papa - un atto di scisma. Guardo i volti pallidi e seri dei seminaristi che vanno a due a due e sembrano non finire mai. Un cappuccino dalla gran barba, vestito di dalmatica rossa, guida l'immenso serpentone di chierici.

Mi chiedo cosa pensino quei giovani, così pallidi e seri, sotto quel cielo grigio.

Cosa sentono dentro. Se sono persuasi di salvare la Santa Chiesa, ormai insidiata da uno Zeitgeist che non possono tollerare. Intuisco come un mondo dentro di loro, un mondo fatto di dolce Francia, di cavalieri e baroni, di gigli e di corone, di falci e spade della Vandea, un mondo eroico questo, ma anche un mondo semplice, quieto, in cui ogni cosa era al suo posto indicato da Dio, e non c'era nulla da temere, e il curato leggeva il breviario all'ombra del campanile e dell'albero di mele nell'orto, e chissà se è mai esistito quel mondo. Chissà se tremano un poco al pensiero della scure della scomunica che si abbatterà adesso su di loro, e se si facciano coraggio premendosi il cuore sotto la cotta bianca, inconsapevoli di come lo stesso criterio che discutono con questa celebrazione - la giurisdizione universale del Romano Pontefice - sarà il criterio che li distruggerà. Chissà se almeno in qualcuno di loro si agita la paura che il mondo che desiderano non potrà più tornare, con le galassie, i buchi neri, la genetica, le neuroscienze, le intelligenze artificiali.

Eppure io voglio bene a questi giovani in talare e cotta bianca, questi giovani francesi, 'Peuple honnête, plein de jeunesse, plein de jeunesse et de grâce', come canta il grande Péguy, mentre camminano dritti su un pianeta irrimediabilmente trasformato.

Voglio loro bene così come sono, pallidi e seri sotto il cielo grigio, qualunque cosa dimori nel loro cuore. Perché il cuore di un giovane pallido e serio sotto un cielo grigio è sempre più vasto delle sue idee.
Leonardo Lenzi

Anonimo ha detto...

"Leone XIV può porre fine allo scisma della Fraternità San Pio X — se lo vorrà".

Lo scisma è inesistente.

Anonimo ha detto...

Storicamente le divisioni all'interno della Chiesa, completate da scomuniche reciproche e scismi, vedi quella con gli ortodossi, non si sono ricomposte facilmente neanche dopo centinaia di anni.
La stessa cosa succederà con lo "scisma" lefebvriano, destinato a diventare una chiesa scismatica in senso proprio.
Non è pessimismo ma realismo. Le posizioni rispettive sono inconcilianti. Non ci può essere vera e completa comunione se da una parte e dall'altra ci si accusa reciprocamente di eresia e scisma.

mic ha detto...

Il primo titolo del Tg2 parla di scisma...

mic ha detto...

Attesa, verosimilmente non entro oggi, la replica del Vaticano

mic ha detto...

Mai arrendersi. C'è da pregare senza sosta.

Anonimo ha detto...

Andrea Sandri
Mi dispiace per i fanatici e gli adoratori del can. 1387, ma non è scisma, almeno come vorreste voi.