giovedì 6 novembre 2014

Alessandro Gnocchi, sui 'tradizionalisti' anomali

Quel che scrive Alessandro Gnocchi su Il Foglio di oggi gli è evidentemente sgorgato dal cuore e contiene molti spunti di riflessione che fanno parte degli interrogativi che mi pongo ogni giorno.
Nella prima lettura che ne ho fatto - perché è un testo denso che va meditato e approfondito - mi sono permessa di usare il grassetto per alcune particolari consonanze che ho avvertito. Il resto lo vedremo insieme.

Parliamo del tradizionalista, un po’ come sett’anni fa Leo Longanesi diceva “Parliamo dell’elefante”. I vizi intellettuali non sono mutati e l’Italia a cavallo tra fascismo e antifascismo, che era comunque un po’ cattolica, apostolica e romana, assomiglia tremendamente alla chiesa di oggi, che è comunque sempre un po’ italiana. Allora, Longanesi metteva alla gogna i tic e le ipocrisie di una classe intellettuale che preferiva esibirsi in esotiche disquisizioni, amava “parlare dell’elefante” invece che dello sfacelo in cui era vittima e carnefice. Allo stesso modo, nella Chiesa d’oggi, fanno bella mostra coloro che preferiscono “parlare del tradizionalista” invece che prendere atto dell’allegro clima di autodemolizione in cui, come usa dire, cantano e portano la croce.

Si fa presto a dire “tradizionalista” con la stessa levità del Duclos longanesiano. “Signori, parliamo dell’elefante” diceva l’ineffabile signore “è la sola bestia di una certa importanza di cui si possa parlare, in questi tempi, senza pericolo”. Ma il tradizionalista, a conoscerlo davvero, non è una bestia di cui si possa parlare ricorrendo ai servigi della banalità. Non è quello vituperato nei sermoni e nei tischreden di Santa Marta, non è quello degli imbonitori di rassegne stampa a onde medie, non è quello dei cultori di sociologia appesi all’attimo fuggente di un magistero in perenne evoluzione, non è quello dei vescovi che emanano poveri decreti di scomunica contro i fedeli che osano frequentare la buona Messa di una volta. Non è tutto questo e non è tanto altro ancora. 

Il tradizionalista non è ciò che sembra. E’ misteriosa e inalienabile intimità con ciò che non ha più, è riparo per i legami tra cielo e terra ai tempi dell’oblìo decretato dalle voglie mondane penetrate nel tempio: è la sua stessa povertà, la sua stessa solitudine che si fanno luogo della carne e dell’anima dove è possibile incontrare grandezza o miseria, salvezza o perdizione. Lo scoglio su cui può salvarsi o fare naufragio è l’evangelico vivere nel mondo senza essere del mondo. La tentazione di ritirarsi altrove salvando una purezza terrena che non esiste è una sirena tremenda e vince con una troppa facilità. Così certi tradizionalisti preferiscono vivere in un mondo in bianco e nero quando il persino il colore è quasi passato di moda. Finiscono per coltivare un giardino nel quale gli altri, i moderni, non possono neanche guardare e, se anche lo facessero, non potrebbero godere dei tesori che vi crescono. Lo sdegno per una suor Cristina che imita Madonna, la cantante, dice poco o nulla se non si comprende dove e come nasce il fenomeno. Vivere nel mondo significa correre il rischio del contagio sapendo che l’antidoto sta nel non appartenergli. O si è contemporanei del proprio tempo pur combattendolo, o si diventa guardiani di un museo in cui il passato cessa di vivere e di essere tradizione poiché gli si sottrae il cuore.

Il destino del tradizionalista è in bilico come quello delle chiese che Proust proteggeva  dalla rapacità laica dello stato in un articolo che il 16 agosto 1904 il “Figaro” titolava “La morte delle cattedrali”: “Ebbene, meglio devastare una chiesa che dissacrarla. Finché vi si celebra la Messa, per mutilata che sia essa conserva ancora la sua vita. Dal giorno in cui viene dissacrata è morta, e se anche sia protetta come monumento storico di celebrazioni scandalose, non è più che un museo. (...) Quando il sacrificio della carne e del sangue del Cristo, il sacrificio della Messa, non sarà più celebrato nelle chiese, non vi sarà in esse più vita”.

D’altra parte, bisogna riconoscere che la sirena di ritrarsi altrove è tanto più ammaliante in quanto ora è la Chiesa stessa a essere dissacrata dai tradimenti dei suoi figli e dei suoi pastori. Il custode della tradizione oggi vive nel dramma dei primi versi del Salmo 11, “Salvum me fac, Dómine, quóniam deficit sanctus, quóniam diminúte sunt veritátes a filiis hóminum”, si misura con il momento in cui non vi sono più santi, la sincerità è venuta meno tra i figli degli uomini e chi dovrebbe custodire la castità del vero, parla con “lábia dolósa”. 

È questa la radice della grande tentazione: porre la domanda del salmista a Dio rispondendo però da se stessi con le proprie parole. Il frangente che costituisce il tradizionalista come tale, la consapevolezza di essere ciò che ha perso, è anche quello in cui deve decidere se amare ancora una Chiesa divenuta matrigna e infida oppure perdersi nel rimpianto zelante e amaro di quando era madre e maestra. Questo sans papiers de l’Église, non può sottrarsi alla scelta impostagli dal tempo in cui vive: tenere per sé il tesoro che custodisce nella sacca o riportarlo tra le navate, sotto gli archi, davanti all’altare da cui è stato cacciato. Se ha carità, dividerà con i fratelli il seme che ha saputo salvare. Se non ne ha, lo conserverà per se stesso, finendo irrimediabilmente per modellare quel tesoro a propria immagine e somiglianza e renderlo sterile.

Chi gli rimprovera di mutare i pani in pietre, di farsi duro di cuore, intellettualista, legalista ne ha poca pratica e lo scambia colpevolmente con la sua caricatura. Lo stregone che lancia sui suoi seguaci i precetti come fossero pietre non ha nulla a che fare con il custode della tradizione, ha ben altra origine. Lo testimoniano quei cattolici progressivi, liberi e disinibiti già negli anni Ottanta, che al momento di divorziare, vivevano come momento più drammatico “quello in cui dovevamo dirlo al padre”: quel “padre” duro e inflessibile era David Maria Turoldo, il profeta dei tempi nuovi e di una Chiesa nuova, che aveva trovato proprio nel sostegno al divorzio la chiave per predicare la sua religione al mondo. La morale e la misericordia, senza la verità, diventano sempre moralismo e violenza.

Nulla di più lontano dal reverendo Bournisien, oggi ridotto a vecchio arnese tradizionalista, il sacerdote che porta i sacramenti a madame Bovary sul letto di morte. “Il prete” racconta Flubert “si sollevò per prendere il crocefisso. Allora ella allungò il collo come un assetato e, premendo le labbra al corpo dell’Uomo-Dio, con le poche forze che le restavano vi depose il più grande bacio d’amore che mai avesse dato. Poi il prete recitò il Miserere e l’Indulgentiam, immerse il pollice della mano destra nell’olio e cominciò l’unzione. Prima sugli occhi che avevano bramato tutte le ricchezze terrene; poi sulle nari tanto avide di tiepida brezza e di profumi amorosi; poi sulla bocca che si era schiusa alla menzogna, che aveva avuto gemiti d’orgoglio e gridi di lussuria; poi sulle mani che avevano conosciuto la delizia dei contatti soavi, e infine sulla pianta dei piedi, così rapidi, un giorno, nel correre all’appagamento dei desideri e che ormai non avrebbero più camminato. Il prete si asciugò le dita, gettò nel fuoco i batuffoli d’ovatta intrisi d’olio e tornò a sedere presso la moribonda per dirle per dirle che ora ella doveva congiungere le proprie sofferenze con quelle di Gesù e abbandonarsi alla Misericordia divina”.

Questa sequenza di segni, così celesti e così concreti, “ad oculos, ad aures, ad nares, ad os comperssis labiis, ad manus, ad pedes” avrebbe efficacia anche se l’uomo non ci mettesse il cuore, perché sgorgano da quello di Dio. Ed è tragico che vengano imputati come prova di aridità a carico chi continua a tenerli vivi, quasi che la condiscendenza alle derive mondane possa essere più meritoria agli occhi del Signore. Non c’è nulla, sulla terra, che valga quanto la forma e la materia di un sacramento per santificare e letificare la vita e la morte degli uomini: “Ora Emma non era più così pallida e aveva sul volto un’espressione di serenità, quasi che il sacramento l’avesse guarita”.
Proust, padre letterario degli atei devoti, era incantato dalla levità di queste righe. E fu forse lo splendore liturgico che vi riluceva a fargli serbare come ricordo tra i più amati un Rosario portatogli dalla Terra Santa, tanto da chiedere più volte alla governante di porglielo tra le mani in punto di morte.

Ma, pur essendo custode di tale splendore e tale grandezza, il tradizionalista può cadere nel troppo umano e persino nel solo umano. Che non consiste nell’esibire una dottrina e una pastorale a cui ha sottratto il cuore, ma nel tenerle solo per sé, quasi fosse l’avanguardia di una rivoluzione al contrario e non, invece, soldato sotto gli stendardi del contrario della rivoluzione.

Tale tentazione è frutto dell’applicazione di categorie politiche al Corpo Mistico di Cristo: l’unico luogo di questo mondo in cui non hanno efficacia e sono destinate a fallire. La prova del Concilio Vaticano II, consegnato dal modernismo a una visione politicizzata, ha condotto certi tradizionalisti a cadere nel grande inganno rivoluzionario finendo in due finti opposti. Da un lato, si sostiene che un Concilio non può sbagliare e dunque, dal momento che alcuni documenti del Vaticano II suscitano difficoltà, il Papa che li ha promulgati e i successori che li hanno accettati hanno perso quanto meno “formalmente” la suprema autorità: sono Papi solo “materialmente”. Dall’altro, si dice che un Concilio non può sbagliare, dunque il Vaticano II non ha sbagliato, dunque non solo è un vero Concilio ma è il metro per giudicare tutto il Magistero precedente. Se per i primi il Vaticano II è tutto da buttare a prescindere, per i secondi è tutto da accettare a prescindere. Ma si tratta della stessa posizione che viene semplicemente capovolta.

Gli uni e gli altri, hanno perduto di vista il cristallino “Magnopere curandum est ut id teneatur quod ubique, quod semper, quod ab omnibus creditum est” distillato da San Vincenzo di Lerino nel suo “Commonitorium”: “Bisogna soprattutto preoccuparsi perché sia conservato ciò che in ogni luogo, sempre e da tutti è stato creduto”. Il tradizionalista si perde quando sottrae la conservazione e la trasmissione della fede all’esercizio della carità e la consegna in ostaggio alla propria intelligenza, al proprio ego. Cosicché, l’eccessiva raffinatezza della cervice teologica, a forza di rendere acuti i ragionamenti, finisce trasformarli in ottusi e incapaci di parlare al prossimo. Sia che viri verso il neoconservatorismo, sia che viri verso il sedevacantismo, il risultato è un tradizionalismo afasico, al limite dell’autismo, che si compiace della purezza propria e, forse ancor di più, dell’impurezza altrui. Sul piano pastorale, ne discende una degenerazione clericale: il sopruso e la condanna senza capacità di porgere perdono. Sul piano dottrinale, ne deriva il peccato d’orgoglio: alla condanna senza capacità di porgere la verità.

Ma sarebbe troppo semplice, troppo politico, applicare la teoria degli opposti estremismi al mondo tradizionale nel tentativo di salvare un centro buono e puro. L’ipertrofia della cervice è un virus tremendo che ama diffondersi ovunque vi sia attenzione alla ragione e alla dottrina e, nella fase di incubazione, si accontenta di poco. Gli basta che il ventricolo cerebrale del cattolico prenda a pulsare anche solo un po’ più forte e un po’ più fretta di quello caritatevole. Allora il tradizionalista, che giustamente e cattolicamente prova orrore al cospetto dell’ospedale da campo dove ogni male viene curato con il corazòn, rischia di dimenticare che gli uomini sono anime dentro a dei corpi. Perde di vista il senso con cui San Pio X ammoniva che “i veri amici del popolo non sono né rivoluzionari, né novatori, ma tradizionalisti”.

E non è nell’incedere liturgico, nei paramenti pregiati, nelle suppellettili preziose che il tradizionalista trova ostacolo nel farsi amico del popolo. Chi sorride o si scandalizza della devozione a tanto splendore, non sa che quelle liturgie, quei paramenti, quelle suppellettili possono diventare la salvezza di Emma Bovary e della vecchina perennemente inginocchiata a dire il rosario, che possono accompagnare un re all’incoronazione o un sacerdote davanti al protone d’esecuzione dei rivoluzionari spagnoli e messicani. La grandi opere di assistenza e di mutuo soccorso sono nate nel cuore della chiesa ai tempi in cui il Santissimo passava sotto magnificenti baldacchini tra le folle inginocchiate. Il tradizionalista è amico del popolo proprio perché si fa tutt’uno con quell’incedere liturgico, quei paramenti pregiati, quelle suppellettili preziose, le offre a Dio e quindi non chiede nulla in cambio agli uomini.

Così può curarsi dei corpi senza dimenticare che racchiudono delle anime. Come Santa Teresa di Gesù Bambino, anima felice di essere forma di un corpo malato. Un giorno, durante la malattia che la accompagnò alla morte, la piccola Teresa ebbe in dono dalle consorelle una rosa. Invece che deporla in un vaso, la sfogliò sul Crocifisso con pietà e amore, quasi a lenire le piaghe di Cristo. “Nel mese di settembre” disse accompagnando il suo gesto “la piccola Teresa sfoglia ancora una rosa di primavera”. E poi “En éffeuillant pour Toi la rose printanière, je voudrais essuyer tes pleurs!”. Sfogliando per Te la rosa primaverile, vorrei asciugarti le lacrime”. E, siccome i petali cascavano per terra e rischiavano di andare persi, ormai morente si affrettò a invitare le consorelle a non sprecare tanta bellezza: “Raccoglieteli sorelline mie, vi saranno utili per fare dei piaceri più tardi, non ne perdete nessuno…”. Era il settembre 1897. Nel settembre 1910, uno di quei petali guarì il vecchio Ferdinand Aubry da un cancro alla lingua.

Il tradizionalista ha tra le mani petali come questi e, se non vuole perdere se stesso, deve perennemente fare memoria che non sono suoi. Solo così potrà trovare un luogo, anche piccolo, in una di quelle scene sacre che ammaliarono Proust, dalle vetrate delle cattedrali in procinto di essere dissacrate dallo stato francese. Immagini così cattoliche da accogliere tutti “Non soltanto la regina e il principe (...). O voi tutti, dalle vostre vetrate di Chartres, di Tours, di Bourges, di Sens, di Auxerre, di Troyes, di Clermond Ferrand, di Tolosa, bottai, pellai, speziali, pellegrini, bifolchi, armaioli, tessitori, tagliapietre, beccai, panierai, scarpari, cambiamonete, o voi, grande democrazia silenziosa, fedeli ostinati ad ascoltare l’uffizio, non smateriati ma più belli che ai giorni della vostra vita, nella gloria di cielo e di sangue della preziosa vetrata, non udrete più la Messa che vi eravate assicurata dando per l’edificazione della chiesa i vostri più limpidi scudi”.

Il limpido scudo con cui il tradizionalista può assicurarsi un luogo tra questi fratelli è lucente di dottrina e liturgia, ma ha da ardere di carità.

20 commenti:

tralcio ha detto...

Ho estrapolato il "percorso minato" dal quale bisogna saper uscire senza pestare il detonatore.

1) Il tradizionalista si perde quando sottrae la conservazione e la trasmissione della fede all’esercizio della carità e la consegna in ostaggio alla propria intelligenza, al proprio ego.

NB Ci sono già fin troppi "protagonisti" e "sapientoni" in nome di Dio.
Il Protagonista e Il Sapiente è Lui.

2) Cosicché, l’eccessiva raffinatezza della cervice teologica, a forza di rendere acuti i ragionamenti, finisce trasformarli in ottusi e incapaci di parlare al prossimo.

NB Comunque non è il nostro pensiero a plasmare la realtà; caso mai è la nostra preghiera che rende il nostro spirito accogliente, svuotando la nostra mente dalle contese

3) Sia che viri verso il neoconservatorismo, sia che viri verso il sedevacantismo, il risultato è un tradizionalismo afasico, al limite dell’autismo, che si compiace della purezza propria e, forse ancor di più, dell’impurezza altrui.

NB se anche la mia mamma avesse imboccato una cattiva strada, resta sempre la mia mamma: è la Chiesa, questa Chiesa, ad avermi generato alla fede. Devo onorare la Madre, insieme al Padre, per fare la volontà di Dio.

4) Sul piano pastorale, ne discende una degenerazione clericale: il sopruso e la condanna senza capacità di porgere perdono.

NB lo fanno già quelli che "parlano di misericordia", ipocritamente. Cerchiamo di non farlo per rendere loro pan per focaccia...

5) Sul piano dottrinale, ne deriva il peccato d’orgoglio: la condanna senza capacità di porgere la verità.

NB Gesù diceva di amare il nemico. E' con questo amore che si possono aiutare i nemici a convertirsi e non convertire noi alle logiche che prevedono guerre e stragi per dirimere le controversie. Perchè alla fine si torna al punto 1: Il Protagonistà è Lui.

murmex ha detto...

Molto bello . Aggiungerei che i paramenti preziosi , le magnificenze delle chiese , sono offerti in primis a Dio e poi anche al popolo , arricchendo anche il povero(in tutti i sensi ) di bellezza e ricchezza per lui altrimenti inaccessibili . Il tutto ,amore di Dio e del prossimo , appare così come deve essere , un tutto inscindibile , così come sono inscindibili Verità e Bellezza .La bellezza liturgica e artistica richiama con la sua attrattiva alla Verità , il fedele viene arricchito da una duplice vera carità . Piange il cuore a vedere che , oltre al fatto più grave della irrispettosità verso Dio , i nostri piccoli sono allevati nella volgarità e banalità ( come se non bastasse quella propinata dal mondo .

Anonimo ha detto...

Nel'articolo odierno di Alessandro Gnocchi su "Il Foglio", si richiama nuovamente il principio del sacramento che vale per se stesso (ex opere operato). In questo caso l'autore parla del sacramento dell'unzione dei malati.

"Questa sequenza di segni, così celesti e così concreti, “ad oculos, ad aures, ad nares, ad os comperssis labiis, ad manus, ad pedes” avrebbe efficacia anche se l’uomo non ci mettesse il cuore, perché sgorgano da quello di Dio."

Si deve invece ricordare che la grazia si arresta dinnanzi al cuore duro dell'uomo poiché il cuore immenso di Dio ne rispetta la libertà. L'uomo non può nulla senza la grazia ma anche la grazia non puo' nulla dinnanzi all sclerocardia dell'uomo.
In caso contrario ci potrebbe cadere nella tentazione di una concezione magica del sacramento.

Stefano78 ha detto...

Un articolo eccellente. Rispecchia, virgola per virgola, ciò che ho sempre pensato. E detto da uno che (spero) non può essere tacciato di faziosità.
Ponderato, equilibrato, in certi tratti lirico.

Ecco un modo per fare critica costruttiva, invece di quella distruttiva e ideologica alla Andrea Tornielli.

Il "bivio" in cui si trova il mondo della Tradizione è evidente. E si è manifestato in modo chiaro in vari momenti particolari.

Si vuole solo difendere (con i rischi tutti veri e reali elencati da Gnocchi), o anche diffondere con larghezza e generosità (senza PREGIUDZI) la Tradizione?

mic ha detto...

Anonimo,
Alessandro Gnocchi non sta facendo una catechesi, ha semplicemente mostrato un esempio toccante.
La durezza del cuore non è detto che sia scontata ed è vero che la Misericordia è sempre più grande del nostro cuore e di sicuro arriva dove neppure possiamo immaginare.

mic ha detto...

Credo che il "difendere", nel senso di una equilibrara denuncia e di una sana apologia - e dunque non di arroccamenti - faccia parte della buona battaglia. Insieme alla propositività ed all'azione concreta che nascono dalla preghiera e dall'adorazione.
In questo caso non siamo noi ad escludere qualcuno perché mi pare che ci limitiamo a proporre senza mettere paletti. C'è invece chi, purtroppo, si autoesclude o ci esclude...
L'importante è non arrendersi. I rusultati non sono nelle nostre mani...

Stefano78 ha detto...

@Mic

Credo che il "difendere", nel senso di una equilibrara denuncia e di una sana apologia - e dunque non di arroccamenti - faccia parte della buona battaglia

Ma infatti ho parlato di un binomio inscindibile.

Più che a "noi" come persone fisiche che si esprimono qui, si può dire che esiste una "concezione" che è presente nel mondo della Tradizione, che non contempla altro che la DIFESA. Il che è sacrosanto, se sostenuta dalla diffusione larga e generosa, che guarda ai fini e non ai metodi come assoluti. O meglio: che sceglie i metodi GIUSTI, tali che non perdano di vista entrambi i fini (difesa e diffusione GENEROSA).

E' innegabile, e se lo scrive pure Gnocchi non è una mia "fissa", che parte della Tradizione, quella più "visibile", si comporta come chi si "arrocca". Si sclerotizza su fondamenti "irrinunciabili" (li ha elencati Gnocchi, gli opposti-uguali), senza considerare che GLI STESSI FONDAMENTI possono essere perseguiti con metodi differenti e con strumenti Ecclesiali che possono favorire una diffusione anche solo a livello dei fedeli (senza per forza coinvolgere le Gerarchie, evitando gli inevitabili muri).

Credo che questo quadro sia innegabile, ed ha concesso il fianco a molte polemiche probabilmente evitabili.

tralcio ha detto...

Teniamo presente che Satana esiste.
La sua grandissima intelligenza gli fa capire tutto e perciò è invidioso di quattro cose:
-della potenza di Dio; ambirebbe averne altrettanta e non gli è concesso…
-del Figlio che sa riconoscere quale Verbo “generato e non creato” che crea ogni cosa per poi farsi uomo.
-della creazione materiale che avrà il “corpo” che l’angelo ribelle non ha e non avrà mai
-della posizione dell’uomo nel progetto di Dio: tutta la creazione, anche gli angeli, è fatta in vista e in funzione dell’uomo e lui di mettersi al servizio di una creatura non ha alcuna intenzione
- della sessualità umana sana: Satana non avrà una mamma e non avrà una moglie, una carne della sua carne

Il diavolo è stato “precipitato sulla terra”. Dopo il peccato originale che seppe indurre, Satana aumentò l’invidia per altre tre ragioni:
-l’amore di Dio non incolpa l’uomo dell’accaduto, ma anzi lo vuole salvare dal peccato, malgrado Satana lo insospettisca verso Dio (Satana cela la sua identità, così che l’uomo possa sospettare di Dio)
-l’azione di Dio nella storia, per azione dello Spirito Santo (il cuore di Dio) che Satana bestemmia
-la prospettiva della beatitudine eterna, possibile anche agli uomini peccatori, ma inesorabilmente preclusa e persa per sempre da Satana che non vuole che altri ne godano.

Satana non ha rinunciato a essere il principe della creazione. Ha ricevuto un’intelligenza superiore e con questa, che mantiene, seduce e tenta l’uomo attraverso i sensi, la fantasia, l’immaginazione, la mente e tutte le seduzioni mondane Non è da escludere che a volte lo spirito del male possa materializzarsi (alcune esperienze di mistici lo attestano).

Nella “normalità” Satana ha bisogno delle creature (della carne) per poter esercitare la propria malevola signoria e usa i poteri spirituali di cui dispone per confondere lo spirito dell’uomo e da lì insinuarsi a confonderne la psiche (l’anima).

Lo fa:
-1 mettendo in dubbio la sincerità di Dio e facendogli credere di poter fare a meno di Dio.
-2 facendogli credere che il modo di fare di Dio non sia giusto
-3 facendolo disperare dell’amore misericordioso di Dio persino dopo averne fatto conoscenza (Giuda)
-4 rifiutando il volere di Dio, preferendo cercare soluzioni alternative ai bisogni umani
-5 confondendo gli stessi ministri di Dio con ragioni filantropiche e idealistiche
-6 promettendogli di “essere Dio”, cioè tornando alla tentazione che costò ad Adamo il peccato originale.
-7 facendo schiavo l’uomo “liberandolo da Dio” o prospettandogli religioni differenti da quella cristiana

Oggi anche nella Chiesa succede che, pur vigilanti su 1,2,3,4 si possa essere imbrogliati su 5,6,7.

-l’invidia è ancora e sempre contro Cristo, il Figlio, e contro la Chiesa, suo corpo mistico.
Cristo ha sconfitto il demonio nel suo massimo “successo”: la morte. Proprio offuscando Cristo nella sua divinità, negandola, Satana sferra l’estremo tentativo di far apostatare la Chiesa sposa dal Suo Sposo.

Chi ama la tradizione ha le idee più chiare di chi parla di Satana pensando alla psicologia e alla creazione pensando alle scimmie.

mic ha detto...

Sempre Gnocchi dalla "Corrispondenza del martedì" su Riscossa cristiana:

....da piccoli si giocava con “L’allegro chirurgo”. Nella Chiesa di oggi, invece, si fa sul serio con “L’allegro psichiatra”. Ma, sotto la tenera scorza della misericordia del primario venuto dalla fine del mondo, batte un cuore duro e inflessibile che non ammette pazienti recalcitranti. Su questo punto, il medico è inflessibile: chi non ci sta viene imbrigliato nella camicia di forza. L’elenco dei normali recidivi messi in punizione si allunga giorno per giorno.

Immagino che ora più d’una bell’anima possa gridare all’irriverenza perché “non si può parlare in questi termini del Vicario di Cristo”. Ma mi chiedo, caro Dellera, se non sia più irriverente il Vicario stesso nei confronti di Nostro Signore, quando si presenta in pubblico agghindato da clown con tanto di palla rossa sul naso, quasi fosse una specie di Patch Adams in piena sintonia con la folla e la follia che lo circondano.

Insomma, bisogna riconoscere che questa Chiesa si merita questo Papa, poiché il tracollo non è tutta colpa di Bergoglio. Il terreno era pronto da tempo. La sistematica applicazione del modernismo codificata dai documenti del Vaticano II ha fatto molto in questo senso. L’inversione dei valori per cui la follia ha preso il posto della normalità è merce comune da tempo e glielo dimostro con un piccolo aneddoto. Più o meno un anno fa, passando davanti a un palazzetto dello sport, mio suocero guardò l’edificio con un certo turbamento e poi domandò se fosse una chiesa. Capisce? Non più una chiesa scambiata per un palazzetto dello sport, ma un palazzetto dello sport scambiato per una chiesa. Aggiungo, senza timore di svelare segreti di famiglia, che mio suocero era già preda di un Alzheimer galoppante, giusto per mostrare il terreno su cui trova compimento l’inversione dei valori....

Anonimo ha detto...

"L’ira del mondo oggi non si alza dinanzi alla parola Chiesa, sta quieta anche dinanzi all’idea che uno si definisca cattolico, o dinanzi alla figura del Papa dipinto come autorità morale. Anzi c’è un ossequio formale, addirittura sincero. L’odio si scatena – a mala pena contenuto, ma presto tracimerà – dinanzi a cattolici che si pongono per tali, cattolici che si muovono nella semplicità della Tradizione”.

http://www.antoniosocci.com/2014/11/persecuzione/

Anonimo ha detto...

Beh,dopo aver visto il video del vescovo di Mosul in lacrime per la situazione in Siria, non trovo più parole......Anonymous.

Anonimo ha detto...

"Beh,dopo aver visto il video del vescovo di Mosul in lacrime per la situazione in Siria, non trovo più parole......Anonymous."

Ma i "fratelli" musulmani non si possono offendere per efferatezze che gridano vendetta, che sono scritte nel corano e che sono nel DNA di questa che è una Fede, ma in chi e in che cosa?

Pietro C. ha detto...

L'anonimo di sopra sono io al quale tu, Mic, hai risposto quanto segue:

"Anonimo,
Alessandro Gnocchi non sta facendo una catechesi, ha semplicemente mostrato un esempio toccante.
La durezza del cuore non è detto che sia scontata ed è vero che la Misericordia è sempre più grande del nostro cuore e di sicuro arriva dove neppure possiamo immaginare."

Uno può non fare una catechesi ma se si pone come punto di riferimento (e il nostro amico lo fa con puntualizzazioni spesso profonde) non puo' non conoscere le basi del catechismo perfino nei suoi dettagli.
Lo dico a costo di parere antipatico, dal momento che non c'è uomo sulla terra che sia perfetto.
Dio è più grande di tutto, anche di Satana. Ma se si tira fino in fondo questo principio si va diritti diritti verso l'apocatastasi origeniana, no?
Invece la libertà esiste e Dio si ferma dinnanzi ad essa e la sclerocardia può rendere inefficace il sacramento (nonostante sia valido).
O queste cose le vediamo (e allora spieghiamo anche la crisi postconciliare) o finiamo per vedere solo quello che ci sta bene. Ma in questo ultimo caso non saremo per nulla diversi (psicologicamente) dai progressisti che fanno lo stesso.
Detto sine ira e con molta carità.

mic ha detto...

Pietro C.,
queste le cose le abbiamo spiegate migliaia di volte.
Ma, se leggi bene, Alessandro Gnocchi, tra le molte altre toccanti parole, sull'episodio in questione dice: Allora ella allungò il collo come un assetato e, premendo le labbra al corpo dell’Uomo-Dio, con le poche forze che le restavano vi depose il più grande bacio d’amore che mai avesse dato. Poi il prete recitò il Miserere e l’Indulgentiam, immerse il pollice della mano destra nell’olio e cominciò l’unzione....

Dove sta la "sclerocardia"?
Che bisogno c'era di star lì a ricordare i 'distinguo'?

Ecco perché il Signore ha detto: "i pubblicani e le prostitute vi precederanno nel Regno di Dio!"

Aldo Palamara ha detto...

La più grande beffa del diavolo è quella di convincere il mondo che lui non esiste. Ci sono cascati i modernisti, pensando all'inferno vuoto, disconoscendo i novissimi, credendo nella misericordia che annulla la giustizia, riferendosi all'amore del prossimo come fine e non come mezzo per la salvezza, e i postmodernisti, che incontrano Dio nella coscienza, al di là del bene e del male, negando l'incarnazione del Verbo, unica via e verità e vita per noi tradizionalisti.

Annarè ha detto...

Concordo con Gnocchi sul fatto che alcuni "tradizionalisti" sono troppo puristi nel senso che si ritirano nel loro orticello per paura di contagi. Poi succede che inevitabilmente trovano anche dentro al mondo tradizionale uomini che possono sbagliare, sacerdoti che possono deluderli e li capita il patatrac, si molla tutto, perchè si credeva che dentro la tradizione non vigesse la stessa miseria che vige in ogni uomo. Quanti "crociati" ho visto mollare quando la battaglia si faceva più dura. Bisogna stare con i piedi per terra e lo sguardo rivolto al cielo, consapevoli della nostra miseria e di quella altrui, cercando di fare tutto, anche ciò che a volte non compiace le nostre esigenze, per la maggior gloria di Dio. E poi aprirsi veramente all'amicizia, alla carità, perchè da soli non si arriva da nessuna parte.

Anonimo ha detto...

Risposta a Gnocchi:

http://radiospada.org/2014/11/tradizionalismo-anomalo-risposta-ad-alessandro-gnocchi/

mic ha detto...

Credo che la risposta sia di un sedevacantista punto sul vivo...

Anonimo ha detto...

La risposta è di un "Sedeprivazionista" dichiarato, notorio e convinto.
E allora?
"Punto sul vivo"?
Non ha forse il diritto di difendere ciò in cui crede ed esporre (ammetto che lo fa con terminologie forse un po' "crude")le ragioni della sua fede?
"Radio Spada" è un esempio unico nel panorama del tradizionalismo italiano e raro anche nel resto del mondo, di iniziativa in cui (per ora e chissà quanto durera' ancora) rappresentanti di tutte le anime, le sensibilità e le tendenze del Cattolicesimo integrale, collaborano, in una pluralità di voci, che non vuole essere pluralismo, non si cerca prima ciò che unisce e poi ciò che divide, ma (da quel che ne ho capito) ci si rende conto che esistono dei minimi comun denominatori e poi si esprimono i motivi delle proprie scelte.

mic ha detto...

Ognuno ha il diritto di difendere le proprie posizioni.
"Radio Spada" è indubbiamente un esempio raro di coesistenza di molte anime diverse ed è certamente uno dei fronti di "resistenza" più attivi, con le sue precise connotazioni.
Con alcune mi sento in sintonia, con altre meno, com'è normale che sia...