sabato 22 novembre 2014

FSSPX – Mons. Guido Pozzo : «Roma non intende imporre una capitolazione»

Le discussioni fra Roma  e la Fraternità San Pio X proseguono in vista di una piena riconciliazione. Il punto con il Segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, incaricato del dossier, in un’intervista condotta da Jean-Marie Dumont di Famille Chrétienne.fr 20 ottobre 2014

INTERVISTA

Qual è lo stato delle relazioni fra Roma e la Fraternità Sacerdotale San Pio X?

Allo scopo di favorire il superamento di ogni frattura e divisione nella Chiesa, e di guarire una ferita percepita in maniera dolorosa nella vita ecclesiale, Benedetto XVI, nel 2009, decise di togliere la scomunica ai vescovi che erano stati ordinati in maniera illecita da Mons. Lefebvre nel 1988. Con questa decisione, il Papa intendeva ritirare una sanzione che rendeva difficile l’apertura di un dialogo costruttivo.
La remissione della scomunica è stata una misura disciplinare adottata per liberare le persone dalla censura ecclesiastica più grave. Ma le questioni dottrinali permanevano e dovevano essere chiarite. Fino a quanto non lo saranno, la Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) non ha uno status canonico nella Chiesa e i suoi ministri non esercitano in maniera legittima il loro ministero, come indicato nella lettera di Benedetto XVI ai vescovi della Chiesa cattolica, del 10 marzo 2009 (1).
È precisamente per superare le difficoltà di natura dottrinale ancora esistenti che la Santa Sede intrattiene dei rapporti e dei colloqui con la FSSPX, tramite la Pontificia Commissione Ecclesia Dei. Questa è strettamente legata alla Congregazione per la Dottrina della Fede, poiché il Presidente della Commissione è lo stesso Prefetto della Congregazione.
Queste relazioni e questi scambii sono proseguiti anche dopo l’elezione di Papa Francesco. Essi aiutano a chiarire le rispettive posizioni sugli argomenti controversi, per evitare le incomprensioni e i malintesi, mantenendo viva la speranza che le difficoltà che ancora impediscono di giungere alla piena riconciliazione e alla piena comunione con la Sede Apostolica, possano essere superate.

Quali sono gli argomenti di disaccordo che persistono?

Gli aspetti controversi riguardano, da un lato la valutazione della situazione ecclesiale nel periodo successivo al concilio Vaticano II e delle cause che hanno prodotto certi scompensi teologici e pastorali  nel periodo del post-concilio e, più generalmente nel contesto della modernità. Dall’altro, essi riguardano alcuni punti specifici relativi all’ecumenismo, al dialogo con le religioni del mondo e alla questione della libertà religiosa.

Quali sono le soluzioni canoniche che potrebbero essere adottate per la FSSPX in caso di accordo?

Nel caso di una completa riconciliazione, lo status canonico proposto dalla Santa Sede è quello di una prelatura personale (2). Su questo punto, io credo che non vi siano problemi da parte della FSSPX.

I colloqui fra Roma e la Fraternità sono realmente ripresi o non sono mai stati interrotti?

In realtà, essi non sono mai stati interrotti. L’interruzione provvisoria degli incontri è stata dovuta semplicemente alla nomina del nuovo Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e all’elezione del nuovo Sommo Pontefice nell’aprile 2013. Il cammino del dialogo è dunque ripreso nell’autunno del 2013, con una serie di incontri informali, fino all’incontro del 23 settembre scorso fra il cardinale Gerhard Müller, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, e il Superiore della FSSPX, Mons. Bernard Fellay, incontro di cui ha reso conto un comunicato della Sala Stampa della Santa Sede.

È possibile considerare di separare l’accordo canonico dai colloqui dottrinali? Attuare una prelatura personale e intanto proseguire, sul lungo termine, i colloqui sui punti teologicamente controversi?

In coerenza col Muto Proprio Ecclesiam Unitatem di Benedetto XVI (ndr di La Porte Latine: 2 luglio 2009), la Congregazione per la Dottrina della Fede ha sempre ritenuto che il superamento dei problemi di natura dottrinale fosse la condizione indispensabile e necessaria per poter procedere al riconoscimento canonico della Fraternità. Tuttavia, io mi permetto di precisare che il superamento delle difficoltà di ordine dottrinale non significa che le riserve o le posizioni della FSSPX su certi aspetti che non sono legati al dominio della fede, ma riguardano temi pastorali o di insegnamento prudenziale del Magistero, debbano essere necessariamente ritirate o annullate dalla Fraternità.
Il desiderio di proseguire i colloqui e l’approfondimento di tali argomenti che comportano della difficoltà per la FSSPX, in vista di precisazioni e di chiarificazioni ulteriori, non solo è sempre possibile, ma – almeno a mio avviso – auspicabile e da incoraggiare. Non le si chiede, quindi, di rinunciare all’esigenza che essa manifesta nei confronti di un certo numero di temi.

Qual è allora il punto «non negoziabile»?

Ciò che è essenziale, e a cui non si può rinunciare, è l’adesione alla Professio fidei (3) e al principio secondo il quale è solo al magistero della Chiesa che il Signore ha affidato la facoltà di interpretare autenticamente, cioè con l’autorità di Cristo, la parola di Dio scritta e trasmessa. Questa è la dottrina cattolica, ricordata dal concilio Vaticano II (Dei Verbum, 10), ma già espressamente insegnata da Pio XII nell’enciclica Humani generis. Questo significa che il Magistero, se non è certo al di sopra della Scrittura e della Tradizione, è nondimeno l’istanza autentica che giudica delle interpretazioni sulla Scrittura e sulla Tradizione, da qualunque parte esse vengano.
Di conseguenza, seppure esistono differenti gradi di autorità e di adesione dei fedeli ai suoi insegnamenti – come dichiara la costituzione dogmatica Lumen gentium (25) del concilio Vaticano II – nessuno può porsi al di sopra del Magistero. Io penso e spero vivamente che in questo quadro dottrinale che ho appena delineato, noi potremo trovare il punto di convergenza e d’intesa comune, poiché questo preciso elemento è un punto di dottrina appartenente alla fede cattolica, e non ad una legittima discussione teologica o a dei criteri pastorali.

Un punto capitale, ma al tempo stesso chiaramente delimitato…

Non è esatto dire che la Santa Sede intende imporre una capitolazione alla FSSPX. Al contrario, la invita a ritrovarsi al suo fianco in uno stesso quadro di principii dottrinali necessarii per garantire la medesima adesione alla fede e alla dottrina cattolica sul Magistero e la Tradizione, lasciando nel contempo allo studio e all’approfondimento le riserve che essa solleva su certi aspetti e formulazioni dei documenti del concilio Vaticano II e su certe riforme che ne sono seguite, ma che non riguardano materie dogmatiche o dottrinalmente indiscutibili.
Non v’è alcun dubbio sul fatto che gli insegnamenti del Vaticano II hanno un grado di autorità e un carattere obbligante estremamente varabile in funzione dei testi. Così, per esempio, le costituzioni Lumen gentium sulla Chiesa e Dei Verbum sulla Rivelazione divina, hanno il carattere di una dichiarazione dottrinale, anche se non contengono delle definizioni dogmatiche. Mentre da parte loro, le dichiarazioni sulla libertà religiosa e sulle religioni non cristiane, e il decreto sull’ecumenismo, hanno un grado di autorità e un carattere obbligante diversi e inferiori.

Pensa che ormai i colloqui possano concludersi rapidamente?

Non penso che si possa indicare attualmente un termine preciso per la conclusione del cammino intrapreso. L’impegno da parte nostra, e suppongo da parte del Superiore della FSSPX, consiste nel procedere per tappe, senza scorciatoie improvvisate, ma anche con l’obiettivo chiaramente prefissato di promuovere l’unità nella carità della Chiesa universale guidata dal successore di Pietro. «Caritas urget nos!», come diceva San Paolo.
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1- In questa lettera, Benedetto XVI spiegava il significato del suo gesto e si stupiva per la levata di scudi che esso aveva suscitato: «A volte si ha l’impressione che la nostra società abbia bisogno di un gruppo almeno, al quale non riservare alcuna tolleranza; contro il quale poter tranquillamente scagliarsi con odio. E se qualcuno osa avvicinarglisi ? in questo caso il Papa ? perde anche lui il diritto alla tolleranza e può pure lui essere trattato con odio senza timore e riserbo».

2 - Quale statuto per la Fraternità? In caso d’accordo con Roma, la FSSPX potrebbe ottenere lo statuto di prelatura personale. Nel diritto della Chiesa si tratta di una creazione molto recente. La sola che esista attualmente, molto nota, è l’Opus Dei. Prevista dal Codice di Diritto Canonico (cann. 294-297) essa permette il raggruppamento di preti e di diaconi sotto la direzione di un prelato. La sua principale caratteristica è l’assenza di vincolo con un territorio, contrariamente alla gran parte delle diocesi: i preti della prelatura possono essere distribuiti nel mondo intero. Gli obiettivi fissati dal Diritto Canonico per la creazione di queste strutture sono sufficientemente vasti da poter essere applicati a delle iniziative di varia natura: «promuovere un’adeguata distribuzione dei presbiteri», «attuare speciali opere pastorali o missionarie per le diverse regioni o per le diverse categorie sociali»… Il prelato ha il diritto di erigere un seminario, d’incardinare dei seminaristi e di promuoverli agli ordini. Le relazioni con i vescovi (messa a disposizione dei preti al servizio delle diocesi, assunzione di certe attività in seno ad una diocesi), devono essere precisate negli statuti e nel quadro di accordi bilaterali [ndt: Can. 297 - Parimenti gli statuti definiscano i rapporti della prelatura personale con gli Ordinari del luogo nelle cui Chiese particolari la prelatura stessa esercita o intende esercitare, previo consenso del Vescovo diocesano, le sue opere pastorali o missionarie.] Tali che un prete appartenente ad una prelatura può esercitare il suo ministero in un luogo di culto appositamente designato per la prelatura o vedersi affidata, in funzione delle decisioni del prelato e degli accordi con i vescovi, una chiesa parrocchiale.

3 – Si tratta di un testo di una trentina di righe che dev’essere pronunciato dai nuovi cardinali o vescovi, dai parroci e dai professori dei seminarii al momento della loro entrata in funzione.
[Fonte]

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