mercoledì 8 novembre 2017

La filiale resistenza di san Bruno di Segni a Papa Pasquale II

Un articolo di Roberto De Mattei; è del 2015 ma è da mettere a memoriale: historia magistra vitae...

Tra i più illustri protagonisti della riforma della Chiesa dell’XI e del XII secolo, spicca la figura di san Bruno, vescovo di Segni e abate di Montecassino. Bruno nacque attorno al 1045 a Solero, presso Asti, in Piemonte. Dopo aver studiato a Bologna, fu ordinato prete nel clero romano e aderì entusiasticamente alla riforma gregoriana. Papa Gregorio VII (1073-1085) lo nominò vescovo di Segni e lo ebbe tra i suoi più fedeli collaboratori. Anche i suoi successori, Vittore III (1086-1087) e Urbano II (1088-1089), si valsero dell’aiuto del vescovo di Segni, che univa l’opera di studioso ad un intrepido apostolato in difesa del Primato romano.

Bruno partecipò ai concili di Piacenza e di Clermont, nei quali Urbano II bandì la prima crociata e negli anni successivi fu legato della Santa Sede in Francia e in Sicilia. Nel 1107, sotto il nuovo Pontefice Pasquale II (1099-1118), divenne abate di Montecassino, una carica che lo rendeva una delle personalità ecclesiastiche più autorevoli del suo tempo. Grande teologo, ed esegeta, risplendente per dottrina, come scrive nei suoi Annali il card. Baronio (tomo XI, anno 1079), è considerato come uno dei migliori commentatori della Sacra Scrittura del Medioevo (Réginald Grégoire, Bruno de Segni, exégète médiéval et théologien monastique, Centro italiano di Studi sull’Alto Medioevo, Spoleto 1965).

Siamo in un’epoca di scontri politici e di profonda crisi spirituale e morale. Nella sua opera De Simoniacis, Bruno ci offre un’immagine drammatica della Chiesa deturpata del suo tempo. Già dall’epoca di Papa san Leone IX (1049-1054) «Mundus totus in maligno positus erat: non v’era più santità; la giustizia era venuta meno e la verità sepolta. Regnava l’iniquità, dominava l’avarizia; Simon Mago possedeva la Chiesa, i Vescovi e i sacerdoti erano dediti alla voluttà e alla fornicazione. I sacerdoti non si vergognavano di prender moglie, di celebrare apertamente le nozze e di contrarre matrimoni nefandi. (…) Tale era la Chiesa, tali erano i vescovi e i sacerdoti, tali furono alcuni tra i Romani Pontefici» (S. Leonis papae Vita in Patrologia Latina (= PL), vol. 165, col. 110).

Al centro della crisi, oltre al problema della simonia e del concubinato dei preti, c’era la questione delle investiture dei vescovi. Il Dictatus Papae con cui, nel 1075, san Gregorio VII aveva riaffermato i diritti della Chiesa contro le pretese imperiali, costituì la magna charta a cui si richiamarono Vittore III e Urbano II, ma Pasquale II abbandonò la posizione intransigente dei suoi predecessori e cercò in tutti i modi un accordo con il futuro imperatore Enrico V. Agli inizi di febbraio del 1111, a Sutri, chiese al sovrano tedesco di rinunciare al diritto all’investitura, offrendogli in cambio la rinuncia della Chiesa ad ogni diritto e bene temporale.

Le trattative andarono in fumo e, cedendo alle intimidazioni del re, Pasquale II accettò un umiliante compromesso, firmato a Ponte Mammolo il 12 aprile del 1111. Il Papa concedeva ad Enrico V il privilegio dell’investitura dei vescovi, prima della consacrazione pontificia, con l’anello e con il pastorale che simboleggiavano sia il potere sia temporale che spirituale, promettendo al sovrano di non scomunicarlo mai. Pasquale incoronò quindi Enrico V imperatore in San Pietro.

Questa concessione suscitò una moltitudine di proteste nella cristianità perché ribaltava la posizione di Gregorio VII. L’abate di Montecassino, secondo il Chronicon Cassinense (PL, vol. 173, col. 868 C-D), protestò con forza contro quello che definì non un privilegium, ma un pravilegium, e promosse un movimento di resistenza al cedimento papale. In una lettera indirizzata a Pietro, vescovo di Porto, definisce il trattato di Ponte Mammolo un’ «eresia», richiamando le determinazioni di molti concili:
«Chi difende l’eresia ‒ scrive ‒ è eretico. Nessuno può dire che questa non sia un’eresia» (Lettera Audivimus quod , in PL, vol. 165, col.1139 B).
Rivolgendosi poi direttamente al Papa, Bruno afferma:
 «I miei nemici ti dicono che io non ti amo e che sparlo di te, ma mentono. Io infatti ti amo, come devo amare un Padre e un signore. Te vivente, non voglio avere altro pontefice, come assieme a molti altri ti ho promesso. Ascolto però il Salvatore nostro che mi dice: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me”. “(…) Devo dunque amare te, ma più ancora devo amare Colui che ha fatto te e me» (Mt. 10-37). Con lo stesso tono di filiale franchezza, Bruno invitava il Papa a condannare l’eresia, perché «chiunque difende l’eresia è eretico» (Lettera Inimici mei, in PL, vol. 163, col. 463 A-D).
Pasquale II non tollerò questa voce di dissenso e lo destituì da abate di Montecassino. L’esempio di san Bruno spinse però molti altri prelati a chiedere con insistenza al Papa di revocare il pravilegium. Qualche anno dopo, in un Concilio che si riunì in Laterano nel marzo del 1116, Pasquale II ritrattò l’accordo di Ponte Mammolo. Lo stesso Sinodo lateranense condannò la concezione pauperistica della Chiesa dell’accordo di Sutri. Il concordato di Worms del 1122, stipulato tra Enrico V e papa Callisto II (1119-1124), concluse – almeno momentaneamente – la lotta per le investiture. Bruno morì il 18 luglio 1123. Il suo corpo fu sepolto nella cattedrale di Segni e, per sua intercessione, si ebbero subito molti miracoli. Nel 1181, o, più probabilmente, nel 1183, papa Lucio III lo accolse fra i santi.

Qualcuno obietterà che Pasquale II (come più tardi, Giovanni XXII sul tema della visione beatifica) non cadde mai in eresia formale. Non è questo però il cuore del problema. Nel Medioevo il termine eresia era usato in senso ampio, mentre soprattutto dopo il Concilio di Trento, il linguaggio teologico si è affinato, e si sono introdotte precise distinzioni teologiche tra proposizioni eretiche, prossime all’eresia, erronee, scandalose, etc. Non ci interessa definire la natura delle censure teologiche da applicare agli errori di Pasquale II e Giovanni XXII, ma di stabilire se a questi errori fosse lecito resistere.

Tali errori certamente non furono pronunciati ex cathedra, ma la teologia e la storia ci insegnano che se una dichiarazione del Sommo Pontefice contiene elementi censurabili sul piano dottrinale, è lecito e può essere doveroso criticarla, anche se non si tratta di un’eresia formale, solennemente espressa. È quanto fecero san Bruno di Segni contro Pasquale II e i domenicani del XIV secolo contro Giovanni XXII. Non furono essi a sbagliare, ma i Papi di quel tempo, che infatti ritrattarono le loro posizioni prima di morire.

Va inoltre sottolineato il fatto che coloro che con più fermezza resistettero al Papa che deviava dalla fede furono proprio i più ardenti difensori della supremazia del Papato. I prelati opportunisti e servili dell’epoca, si adeguarono al fluttuare degli uomini e degli eventi, anteponendo la persona del Papa al Magistero della Chiesa. Bruno di Segni, invece, come altri campioni dell’ortodossia cattolica, antepose la fede di Pietro alla persona di Pietro e redarguì Pasquale II con la stessa rispettosa fermezza con cui Paolo si era rivolto a Pietro (Galati 2, 11-14). Nel suo commento esegetico a Matteo 16, 18, Bruno spiega che il fondamento della Chiesa non è Pietro, ma la fede cristiana confessata da Pietro.

Cristo infatti afferma che edificherà la sua Chiesa non sulla persona di Pietro, ma sulla fede che Pietro ha manifestato dicendo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». A questa professione di fede Gesù risponde: «è sopra questa pietra e sopra questa fede che edificherò la mia Chiesa» (Comment. in Matth., Pars III, cap. XVI, in PL, vol. 165, col. 213). La Chiesa elevando Bruno di Segni agli onori degli altari suggellò la sua dottrina e il suo comportamento. (Roberto de Mattei)

16 commenti:

Anonimo ha detto...

Il fatto è che questi discorsi iniziano tra i tradizionalisti e muoiono lì. Al Vdr e a chi lo sostiene non gliene può importare proprio nulla e tirano diritto per la loro strada.
Inoltre secondo me bisogna essere assai ingenui se si crede che il Vdr ad un certo momento ritratterrà le sue posizioni. Nell'XI-XII sec. il contesto era completamente cristiano e generalmente le persone di Chiesa sapevano cosa era la tradizione (anche se la ignoravano). Oggi non sanno più cos'è la tradizione e la disprezzano per partito preso: sono induriti nel cuore e certamente non cambiano. Temo che per loro si deve applicare questo detto evangelico: "Se non ascoltano Mosè e i profeti, non si lasceranno persuadere neppure se uno dei morti risuscita"» (Lc 16, 31). A questo punto si deve dir loro come Crito a Giuda: "Quello che devi fare fallo presto", ben sapendo che dopo la morte del Signore ci sarà la sua resurrezione.

irina ha detto...

Il vociare dei cortigiani intorno illude il capo sulla sua forza, che non c'è e/o non c'è più. Il capo non capisce che il sostegno che riceve dai cortigiani è, nei fatti,
l'unica difesa che essi hanno per salvare se stessi dalla rovina che sentono incombente; in particolar modo quando si sono tutti allontanati dal vero. L'unica forza capace di riscatto e di inversione di rotta 'prava' è riconoscere il proprio errore e riparare ma, pochi pochi hanno il coraggio che la Verità richiede.

mic ha detto...

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/vittorio-messori-critica-papa-chiesa-societ-liquida-1459788.html

E Messori è uno di quelli che si erano imposti il silenzio...

Pietro C. ha detto...

La Chiesa: una questione di grazia

http://traditioliturgica.blogspot.it/2017/11/la-chiesa-una-questione-di-grazia.html

Grazie per la lettura.

Anonimo ha detto...

Segnalo:

http://blog.messainlatino.it/2017/11/se-il-tuo-parroco-cambia-le-parole.html

Sulla qual cosa ho alcune domande, ma aspetto a vedere se mic ritiene di farne un post a parte.

Anonimo ha detto...

https://anonimidellacroceblog.wordpress.com/2017/11/08/la-sala-stampa-vaticana-smentisce-lesistenza-della-commissione-riservata-per-la-messa-ecumenica-ma-la-commissione-esiste-davvero-e-pure-a-largo-spettro/

Pietro C. ha detto...

Il contatto con il Divino e la Sacra Scrittura

http://traditioliturgica.blogspot.it/2017/11/il-contatto-con-il-divino-e-la-sacra.html

Grazie per l'attenzione.

Anonimo ha detto...

Troppo forte !!
Silvana De Mari "il cristianesimo gratis è finito".
https://www.youtube.com/watch?time_continue=159&v=tOzoF91fzoA

Anonimo ha detto...

il papa ha iniziato un ciclo di catechesi sulla messa. depistaggio o rassicurazione?

Anonimo ha detto...

Domanda: proprio stasera mi trovavo lontano da casa e ho partecipato a una Santa Messa dove mai mi era capitato. Ebbene, a parte alcune espressioni mai udite - ma sarà una mia mancanza -, il celebrante ha detto sì "questo è il mio corpo", ma poi se n'è uscito con "questo è il calice del mio sangue". Non sono esperto di liturgia e chiedo se è una formula consacratoria che pone problemi.

Anonimo ha detto...

Nel caso in cui vi sia sfuggita questa splendida perla del pupillo di papa Francesco, il gesuita Sosa: "Satana è solo un simbolo inventato dall'uomo".

https://www.lifesitenews.com/news/jesuit-chief-claims-satan-only-a-symbol-created-by-man

Posso dirlo? Un bel giorno Gesù Cristo li prenderà a pedate, come ha fatto con i mercanti del tempio...

mic ha detto...

Aonimo 21:09
Trascrivo di seguito la formula consacratoria nelle due versioni.

NO:
(sul pane)
Accipite et manducate ex hoc omnes:
hoc est enim Corpus meum,
quod pro vobis tradétur.

(sul calice)
Accipite et bibite ex eo omnes:
hic est enim calix Sanguinis mei,
novi ed aeterni testamenti,
qui pro vobis et pro multis effundetur
in remissionem peccatorum.
Hoc facite in meam commemorationem.

Messale 1962:

(sul pane)
Hoc est enim Corpus meum.

(sul calice)
Hic est enim calix Sanguinis mei,
novi ed aeterni testamenti:
mysterium fidei:
qui pro vobis et pro multis effundetur
in remissionem peccatorum

mic ha detto...

Nel vecchio messale divergono anche le parole successive:

Haec quotiescúmque fecéritis, in mei memóriam faciétis ...

Ogni volta che farete queste cose le fate in 'memoria' di me (Nel senso di ziqqaron= riattualizzazione, che è più forte di commemorazione)

Notate i tempi e i modi del verbo fare...

Anonimo ha detto...

Grazie della spiegazione. In effetti sono stato impreciso nella formulazione della domanda. Le parole sul calice, dico. Ma è che questa Messa mi ha dato da pensare: il celebrante portava con sé alcuni quaderni e leggeva di volta in volta ora su uno ora su un altro. Insomma, parole in libertà. Ha adoperato la parola "misericordia" in contesti dove non mi pareva fosse previsto. Ma ripeto che non sono esperto di liturgia, e come me tanti altri che si trovavano in quella chiesa. C'è da formarsi meglio per saper discernere. E comunque la situazione è preoccupante. E si sapeva.

Anonimo ha detto...

Ok l'esempio per giusticare una legittima resistenza ma occhio a lasciar intendere che Pasquale II sia stato eretico perchè questo giudizio è smentito dai fatti (ed è dunque fallace ed antistorico) a prescindere dalle valutazioni personali che per opportunità poteva fare San Bruno da Segni. Pasquale II, pontefice di Santa Romana Chiesa, non fu MAI giudicato eretico, in quanto MAI considerato formalmente tale e il prof. De Mattei lo sa benissimo! Occore precisare per eventuali sprovveduti lettori che ORDINARIAMENTE non è lecito resistere in faccia al Vicario di Cristo in terra e che un atto di Governo, frutto di un compromesso(e oltretutto in seguito ritirato) è ben diverso da un atto di Magistero il quale è sempre per sua natura INFALLIBILE!

mic ha detto...

(e oltretutto in seguito ritirato) è ben diverso da un atto di Magistero il quale è sempre per sua natura INFALLIBILE!

Il Magistero non è tutto e SEMPRE infallibile!
Quello straordinario lo è. Quello ordinario solo a determinate condizioni.