giovedì 6 settembre 2012

Don Régis de Cacqueray, Editoriale sulla Tradizione

Riprendo da La porte Latine l'Editoriale di Fideliter n. 209, settembre-ottobre 2012. Tutto l'equivoco si gioca sulla diversa accezione che ha assunto il concetto di Tradizione. Non ci si può intendere se si parte da presupposti diversi e alla stessa parola si danno significati diversi. Ne hanno parlato sia Mons. Gherardini che don Gleize per la Fraternità. Ho inserito una mia nota a seguire, che penso aiuti la riflessione.

Nel suo motu proprio Ecclesia Dei adflicta del 2 luglio 1988, che fece seguito alla consacrazione dei nostri quattro vescovi da parte di Mons. Marcel Lefebvre, papa Giovanni Paolo II scriveva :
«La radice di questo atto scismatico è individuabile in una incompleta e contraddittoria nozione di Traditione. Incompleta, perché non tiene sufficientemente conto del carattere vivo della Tradizione, «che - come ha insegnato chiaramente il Concilio Vaticano II - trae origine dagli Apostoli, progredisce nella Chiesa sotto l'assistenza dello Spirito Santo: infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, cresce sia con la riflessione e lo studio dei credenti, i quali le meditano in cuor loro, sia con la profonda intelligenza che essi provano delle cose spirituali, sia con la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma certo di verità». Ma è soprattutto contraddittoria una nozione di Tradizione che si oppone al Magistero universale della Chiesa, di cui è detentore il Vescovo di Roma e il Corpo dei Vescovi. Non si può rimanere fedeli alla Tradizione rompendo il legame ecclesiale con colui al quale Cristo stesso, nella persona dell'apostolo Pietro, ha affidato il ministero dell'unità nella sua Chiesa».
Secondo questa grave accusa di Giovanni Paolo II, il fondo della divergenza tra la Roma conciliare e Mons. Lefebvre verterebbe dunque sulla nozione di « Tradizione », poiché il fondatore della Fraternità non avrebbe avuto che una comprensione « incompleta e contraddittoria » di questa, incompleta perché non avrebbe sufficientemente preso in considerazione « il carattere vivente della Tradizione » e contraddittoria perché sarebbe opposta  « al magistero universale della Chiesa ».

La sottolineatura del defunto Papa d'altronde non può non richiamare le vivacissime discussioni che si produssero durante il concilio tra teologi novatori e prelati tradizionali su questa stessa questione della tradizione.  E, di nuovo, le discussioni dottrinali del 2009-2011 tra Roma e la Fraternità sono venute a confermare fino a che punto questa questione fosse decisiva.

Se, dal canto suo, la Roma conciliare giudica la nostra nozione della Tradizione incompleta e contraddittoria, quanto a noi pensiamo che il concilio ha in realtà imposto una nuova falsa concezione della tradizione sotto l'influenza della scuola di Tubinga e sotto la spinta di teologi come Congar e Rahner. Certamente, la costituzione  conciliare Dei Verbum, che tratta di questo soggetto, non avanza che in maniera felpata. Essa procede attraverso insinuazioni o formule a doppio senso che non furono individuate dalla maggior parte dei padri del Concilio. Ma furono abilmente disseminate perché dopo il concilio fosse possibile appoggiarvisi e promuovere una diversa idea, evoluzionista, della tradizione.

Tra le insidie o le volontarie imprecisioni che brulicano in questa costituzione conciliare, ci accontentiamo di segnalare l’introduzione dell’espressione «Tradizione vivente», che in seguito verrà ripresa e sfruttata così spesso nei testi del Magistero post-conciliare. E non siamo certo noi che ne esaltiamo l’importanza, poiché l’accusa di Giovanni Paolo II a Mons. Lefebvre era costituita esattamente dal rimprovero che la sua concezione della Tradizione era incompleta perché non teneva sufficientemente conto del suo «carattere vivo», e ai suoi occhi è proprio in questo che si trovava «la radice di questo atto scismatico»!

Nella realtà di ciò che è seguito al Concilio, tutto l’interesse che avevano i novatori di introdurre l’espressione « Tradizione vivente », si è manifestata chiaramente. Non si è più considerata la Tradizione come il deposito delle verità ricevute da Dio con la Rivelazione, composta dagli Apostoli sia oralmente, sia per iscritto e chiusasi con la morte dell’ultimo di essi. Il carattere oggettivo della Tradizione è stato messo da parte a favore di un significato tanto nuovo quanto vago.
«... la Tradizione non è trasmissione di cose o di parole, una collezione di cose morte. La Tradizione è il fiume vivo che ci collega alle origini, il fiume vivo nel quale sempre le origini sono presenti. Il grande fiume che ci conduce al porto dell’eternità...»
(Benedetto XVI, Udienza generale del 26 aprile 2006, La comunione nel tempo: la Tradizione, L’Osservatore Romano, 2 maggio 2006).
Se la «Tradizione vivente» di cui parla il Concilio è a doppio senso (debolezza stupefacente per un’espressione che si vuole magisteriale), il post-Concilio non permette più che la si possa considerare in maniera ortodossa. La realtà che essa riveste non designa l’oggettiva immutabilità del senso delle verità rivelate, che permane anche nelle formulazioni che le rendono più precise. Il nuovo magistero del Vaticano II concepisce la Tradizione da un punto di vista soggettivo: la Tradizione vivente rappresenta, sul piano collettivo del popolo di Dio, la continuità delle esperienze.
Essa è, ci dice il Sommo Pontefice regnante: «la comunione dei fedeli intorno ai legittimi Pastori nel corso della storia, una comunione che lo Spirito Santo alimenta assicurando il collegamento fra l'esperienza della fede apostolica, vissuta nell'originaria comunità dei discepoli, e l'esperienza attuale del Cristo nella sua Chiesa» (Benedetto XVI, ibidem).
La Tradizione non è più l’insegnamento della verità rivelata, essa è la comunicazione di un’esperienza. E per esperienza, è chiaro che si deve intendere altro dall’adesione intellettuale ad una verità che come tale definisce la fede.

D’altronde, già prima del Vaticano II (con la nuova teologia condannata da Pio XII nella Humani generis) si trova una confusione fra la fede e l’esperienza mistica dei doni dello Spirito Santo, anch’essa distinta malamente dall’esperienza religiosa naturale. E qui non si è molto lontani dal «senso religioso che sorge dal profondo», di cui parlava volentieri Giovanni Paolo II (Cfr. Il Segno di contraddizione).

Chi può negare che questa nuova concezione della Tradizione si fondi su dei presupposti difficilmente accettabili? E noi ci opponiamo ad essa perché è una concezione nuova che si distanzia enormemente da quella che fu sempre creduta e predicata nella Chiesa cattolica.

Don Régis de Cacqueray †, Superiore del Distretto di Francia
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Nota di Chiesa e post-concilio

Attualmente il problema non è solo ermeneutico, è molto più profondo, perché vede di fronte due concezioni diverse del magistero, frutto di una vera e propria rivoluzione copernicana, collegata con una nuova concezione di Chiesa nata dal concilio, che ha spostato il fulcro di ogni cosa dall’oggetto al soggetto.
  1. Il Magistero bimillenario della Chiesa poteva dirsi ‘vivente’ nel senso che trasmetteva secondo i bisogni di ogni generazione - ma curandone l'integrità nella sostanza: eodem sensu eademque sententia - il Depositum fidei della Tradizione Apostolica, fondamento oggettivo, dato per sempre, pur se sempre ulteriormente approfondito e chiarito nelle sue innumerevoli ricchezze;
  2. il magistero attuale si dice invece vivente, in senso storicistico, perché portatore dell'esperienza soggettiva della Chiesa di oggi (che sarà diversa da quella di domani) essendo sottoposta all'evoluzione determinata dalle variazioni contingenti legate alle diverse epoche.
L’attuale Pontefice ha detto : Udienza generale del 26 aprile 2006
«Il ruolo del magistero è di assicurare la continuità di una esperienza, è lo strumento dello Spirito che alimenta la comunione assicurando il collegamento fra l'esperienza della fede apostolica, vissuta nell'originaria comunità dei discepoli, e l'esperienza attuale del Cristo nella sua Chiesa ».
Ovvio che ad ogni generazione la Tradizione poggi sui successori degli Apostoli e che il Depositum fidei non sia in custodia blindata ma incarnato dalle persone. Tuttavia, come ricorda Pio XII nella sua Allocuzione Si Diligis, ai Cardinali Arcivescovi e Vescovi dopo la canonizzazione di San Pio X, del 31 Maggio 1954:
«...Vogliamo tener come santa questa massima dei nostri padri: Nihil innovetur nisi quod traditum est [Non si innovi (insegni) niente se non ciò che è stato tramandato. Citazione patristica tratta da san Cipriano (Ep. 74,1) - ndR]; legge del resto da considerare inviolata in materia di fede, al suo governo devono anche esser orientati quei punti che possono subire cambiamento; eppure in questi in generale si applica la regola: non nova, sed noviter. [Non cose nuove, ma in modo nuovo] ».
E ancora Benedetto XVI, nello discorso citato sopra:
« ...Concludendo e riassumendo, possiamo dunque dire che la Tradizione non è trasmissione di cose o di parole, una collezione di cose morte. La Tradizione è il fiume vivo che ci collega alle origini, il fiume vivo nel quale sempre le origini sono presenti. »
Il problema sta nel fatto che le cose o parole definite “collezione di cose morte”, nella vulgata modernista vengono riferite al “magistero perenne” che sarebbe diventato “cosa morta” da sostituire col magistero “vivente”, identificato con quello attuale. In tal modo viene conferita al magistero una prerogativa che non gli è propria: quella di essere sempre riferito al “presente”, con tutta la mutevolezza e precarietà propria del divenire, mentre la sua peculiarità è quella di essere, nel contempo, passato e presente, trasmettendo una Verità rivelata che, pur inverata nell’oggi di ogni generazione, appartiene all’eternità. Altrimenti cosa trasmette la Chiesa a questa generazione e a quelle future: solo un’esperienza soggettiva? Mentre le è proprio esercitare una funzione sempre in vigore, il cui atto è definito attraverso l'oggetto, ovvero attraverso le verità rivelate e tramandate.

Insomma è cambiato il cardine su cui si fonda la Fede, spostato dall'oggetto-Rivelazione al soggetto-Chiesa/Popolo-di-Dio pellegrina nel tempo e di fatto trasferito dall'ordine della conoscenza a quello dell'esperienza. È il frutto della dislocazione della Santissima Trinità, come illustra 'sapientemente' Romano Amerio:
« Alla base del presente smarrimento vi è un attacco alla potenza conoscitiva dell’uomo, e questo attacco rimanda ultimamente alla costituzione metafisica dell’ente e ultimissimamente alla costituzione metafisica dell’Ente primo, cioè alla divina Monotriade. [...] Come nella divina Monotriade l’amore procede dal Verbo, così nell’anima umana il vissuto dal pensato. Se si nega la precessione del pensato al vissuto, della verità alla volontà, si tenta una dislocazione della Monotriade ».
Intuibile il sovvertimento della realtà che ne deriva.
(Maria Guarini, La Chiesa e la sua continuità. Ermeneutica e istanza dogmatica dopo il Vaticano II, Ec. DEUI, Rieti, 2012, pag. 119)

20 commenti:

DANTE PASTORELLI ha detto...

Sulla Tradizione ha scritto un volume memorabile mons. Gherardini. Se i presunti grandi teologi e professori lo leggessero con attenzione si chiarirebbero le idee, sempre che non siano im pediti nella comprensione da scarsa culktura o da preconcetti.
La noizione di Tradizione di mons. Lefebvre è quello che la Chiesa ha sempre professato.
Concordo col commento di MIC

hpoirot ha detto...

questo articolo mi fa pensare alle parole di ieri della dott.ssa Siccardi su Martini e il concetto che aveva di Tradizione.

http://www.corrispondenzaromana.it/la-scomparsa-di-carlo-martini-il-cardinale-del-dialogo/

"Martini conseguì il dottorato in teologia presso la Pontificia Università Gregoriana nel 1958 con una tesi dal titolo Il problema storico della Risurrezione negli studi recenti, una tesi che traccia già il suo orientamento: la presa di distanza dalla Tradizione, non più ritenuta sufficiente a fondare la certezza del fedele, ma necessitante della comprova della moderna scienza, in questo caso storiografica.

Questa tesi non é altro che la negazione del Credo "..mori, fu sepolto, il terzo giorno risuscito' da morte..."

Nel 1979 GPII metteva Martini a capo della più grande diocesi del mondo, non preoccupandosi minimamente che la sua "nozione di Traditione fosse incompleta contraddittoria".

Col motu proprio Ecclesia Dei adflicta del 2 luglio 1988, GPII scagliava contro S.E Mons Lefebvre la dura condanna usando la parola "scisma"...

Marco Marchesini ha detto...

D'altronde se la Chiesa potesse modificare la sua dottrina insegnata come definitiva ed infallibile, giudicandola errata al giorno d'oggi, allora nessun fedele potrebbe mai essere sicuro di quel che crede. Ne seguirebbe come logica conseguenza l'agnosticismo, il dubbio perenne. A questo punto niente impedirebbe di pensare che un domani, tra tanti anni la Chiesa ammetterà i matrimoni tra persone del medesimo sesso.
Che senso avrebbe una Chiesa che continuamente sbaglierebbe nel corso dei secoli nell'insegnare la dottrina ai fedeli?
A mio avviso è anche molto pericoloso quello che si legge in testi attuali di teologia morale che condannano come intrinsecamente cattivi azioni che in passato sono state giudicate lecite dai teologi e dal Magistero ed applicate in leggi ecclesiastiche.

Ne parlai qui a suo tempo:

http://chiesaepostconcilio.blogspot.it/2012/08/perdonate-la-crudezza-ma-la-riporto.html

Anonimo ha detto...

SI alla "tradizione vivente", se si intende la trasmissione attraverso le generazioni del "patrimonio santificante", che è nello stesso tempo DOTTRINALE e SPIRITUALE, il cui contenuto è sempre ispirato dal suo fondamento.

NO alla tradizione come evoluzione indefinita legata al sentimento e al consenso, in un dinamismo cangiante: una instabile mistura, orientata utopicamente ad una fraternità universalista alla quale sempre tende ma che mai raggiungerà.

Giampaolo ha detto...

Potremmo sintetizzare con un'immagine.

La Tradizione, intesa "tradizionalmente", era costituita dall'oggetto della fede, da custodirsi e tramandarsi il più fedelmente possibile. La tradizione moderna, anziché porre in evidenza l'oggetto della fede, esalta i soggetti che la tramandano.

Un po' come, e qui è l'immagine, in una staffetta, dove anziché il testimone oggi conta piuttosto il gesto del passaggio in sé...

In conseguenza a ciò muta anche il vocabolario. Mentre prima la Tradizione era custode degli oggetti di fede, e come tale richiedeva adesione di fede, oggi si richiede il religioso ossequio, che mi insegnate venire da ob-sequor, seguire d'appresso. Si aderisce a ciò che sta fisso, le verità eterne, mentre si segue ciò che muta, il contingente appunto.

Speriamo la notte passi presto.

Un saluto a tutti

viandante ha detto...

Articolo chiaro e sintetico.

Per una persona che sa argomentare, é limpidissimo.
Per gli altri sarebbe necessario fissare dei principi non negoziabili interni alla Chiesa e relativi a fede, Tradizione, Rivelazione ecc.

In fin dei conti andrebbe riproposto il Sillabo!!

Anonimo ha detto...

In conseguenza a ciò muta anche il vocabolario. Mentre prima la Tradizione era custode degli oggetti di fede, e come tale richiedeva adesione di fede, oggi si richiede il religioso ossequio, che mi insegnate venire da ob-sequor, seguire d'appresso. Si aderisce a ciò che sta fisso, le verità eterne, mentre si segue ciò che muta, il contingente appunto.

Chiaro e limpido, come sempre, Giampaolo. Ottima intuizione quella dell'ob-sequor. Da qui penso venga anche "sequela" che, se ha senso come condivisione di vita ed esperienza legate a Cristo Signore, diventa disorientamento se da Lui si discosta.

Oggi mi sono trovata a pensare ad un'analogia di questi nuovi criteri con l'ebraismo al quale forse stanno tentando di assimilarci, tolto di mezzo il Santo Sacrificio e il Signore non più innanzitutto Dio che si è fatto uomo, ma la Torah vivente... in effetti anche il giudaismo - similmente a questo nuovo concetto di tradizione - è una religione aperta, indefinita, molto cangiante... la stessa lingua ebraica non dà mai un significato univoco alle sue parole, ma esso varia a seconda del contesto ed è basato sulla concretezza più che sull'astrazione.

Altra analogia con l'attualità: l'esperienza che acquista preminenza rispetto alla conoscenza, il prevalere del sentimento rispetto al pensiero, mentre la Realtà penso sia ben significata dall'equilibrato connubio tra conoscenza ed esperienza, il sentimento è conseguenza non origine.....

Mi viene in mente Amerio e la sua dislocazione della divina monotriade :
« Alla base del presente smarrimento vi è un attacco alla potenza conoscitiva dell’uomo, e questo attacco rimanda ultimamente alla costituzione metafisica dell’ente e ultimissimamente alla costituzione metafisica dell’Ente primo, cioè alla divina Monotriade. […] Come nella divina Monotriade l’amore procede dal Verbo, così nell’anima umana il vissuto dal pensato. Se si nega la precessione del pensato dal vissuto, della verità dalla volontà, si tenta una dislocazione della Monotriade ».

Intuibile il sovvertimento della realtà che ne deriva. Ci siamo entro in pieno. Ma non ci lasceremo dis-orientare...

Anonimo ha detto...

"Due correnti si manifestano oggi nella Tradizione. Gli uni chiedono un accordo, gli altri no. Gli uni dicono: Bisogna entrare nella Chiesa. Gli altri rispondono: Chi è già dentro non deve chiedere di entrare. - Ma noi chiediamo la legalità, ribattono i primi. - È così che sono caduti Le Barroux, Campos e tanti altri, rispondono i secondi. - Ma noi non cadremo, non è possibile che Dio permetta che la cosa accada. - «Chi crede di stare in piedi, badi di non cadere», avverte San Paolo (1 Cor. 10, 12). Le stesse cause producono gli stessi effetti. Se Benedetto XVI beatifica chi scomunicò Mons. Lefebvre e Mons. Antonio de Castro Mayer, se Benedetto XVI celebra il giubileo d’argento della riunione di Assisi, se Benedetto XVI sostiene che il Concilio Vaticano II è come se fosse la Tradizione, i mali che abbiamo visto sotto il pontificato di Giovanni Paolo II si ripeteranno sotto quello di Benedetto XVI. Fintanto che la Roma liberale dominerà la Roma eterna; ...
... fintanto che il maggior disastro della storia della Chiesa fin dalla sua fondazione, e cioè il Concilio Vaticano II, sarà il riferimento privilegiato dei Vescovi, dei Cardinali e del Santo Padre, non vi sarà soluzione.

- Ma Roma sta cambiando, ribattono i difensori dell’accordo.

- Cambiando in che?

- Roma ha liberalizzato la Messa e ha ritirato le scomuniche, rispondono i primi.

- Ma a che serve liberalizzare la Messa di sempre, se Roma lascia coesistere le due Messe?

Leggiamo nel Vecchio Testamento che Abramo scacciò la schiava Agar e suo figlio Ismaele perché Isacco non stesse insieme al figlio della schiava, perché San Paolo dice: «colui che era nato secondo la carne perseguitava quello nato secondo lo spirito» e aggiunge «così accade anche ora» (Gal. 4, 29). Abramo lo fece a malincuore, su richiesta di Sara e Dio diede ragione a Sara, così che il nato libero non fosse equiparato allo schiavo.
La Messa nuova è Agar. Essa non ha diritti. Essa dev’essere soppressa.
Quanto al ritiro delle scomuniche, a che serve ritirarle se si beatifica chi le ha comminate?
....>

Anonimo ha detto...

...>A fronte di un certo beneficio giuridico derivato da questi due atti: la liberalizzazione della Messa (che mai era stata abrogata) e il ritiro delle scomuniche (che mai sono state valide), il beneficio spirituale di ognuno dei due è stato compromesso dal contesto contraddittorio nel quale sono stati compiuti.

O ha ragione Giovanni Paolo II o ha ragione Mons. Lefebvre. Non si può esaltare Giovanni Paolo II e ritirare la scomunica a Mons. Lefebvre, sempre ammesso che sia stata ritirata. I due non possono aver ragione contemporaneamente: è puro modernismo. E lo stesso vale per la Messa: se sono permesse entrambe, il risultato è una contraddizione.

È un principio di dissoluzione. È un principio corruttore della fede cattolica...."
(Dom Tomás de Aquino, O.S.B.)
etc., letto su:
http://www.pontifex.roma.it/index.php/opinioni/consacrati/12534-due-correnti-nella-fraternita-san-pio-x

Anonimo ha detto...

O ha ragione Giovanni Paolo II o ha ragione Mons. Lefebvre. Non si può esaltare Giovanni Paolo II e ritirare la scomunica a Mons. Lefebvre, sempre ammesso che sia stata ritirata. I due non possono aver ragione contemporaneamente: è puro modernismo. E lo stesso vale per la Messa: se sono permesse entrambe, il risultato è una contraddizione.

Giovanni Paolo II è ancora beato e ciò non impegna l'infallibilità, anche se certamente mette una sorta di silenziatore alle possibili critiche del suo operato che non è stato immune da errori e, del resto, che anche un Papa ed un beato umanamente possa sbagliare in condizioni normali è ammissibile.

Quanto alle "due forme" della Messa, il concetto indubbiamente è stiracchiato perché in realtà si può pensare a due riti diversi. Il problema che, al momento, non c'è alcun segnale che il NO possa esser superato.

Tuttavia lo splendore e la Grazia dell'antico Rito - e con esso la retta dottrina che porta con sé e non può esserne scissa - non potranno mancare di produrre effetti.

Arriverà un giorno in cui la verità sarà ripareggiata. E non dobbiamo smettere di custodirla e diffonderla, ma in trincea non dalle riserve indiane!

Azzurra ha detto...

Già il termine "Tradizione Vivente" ha un doppio senso MOLTO sibillino e INCOMPATIBILE., l'uno nega l'altro.
TRADIZIONE significa, CONSEGNARE TRASMETTERE.
VIVENTE significa, essere SOGGETTI ALLE LEGGI DEL MONDO FISICO, (nel caso di organismi viventi)
Nella fattispecie noi stiamo parlando di tradizioni tramandate orali e scritte, a partire dagli Apostoli.
Per parlare con un linguaggio alla portata di tutti, il paragone lo possiamo applicare allle tradizioni folkloristiche e culturali come potrebbero essere una ricetta o una sagra paesana,
Scusate ma dal concilio vaticano 2 in poi, quindi da 50 anni, il linguaggio gerarchico è diventato un linguaggio, rivolto ai soli laureati, infatti o si è filosofi o non si capisce una mazza!!!
Allora ecco che diventa quanto mai necessario, una gerarchia più attenta e rispettosa, verso i fedeli che tali conoscenze non possiedono...questo approccio sembrerebbe tal quale ,i segreti arcani dei Druidi o degli Sciamani.
Sarebbe necessario un po' più rispetto verso i fedeli che non posseggono conoscenze o preparazioni filosofiche, dopotutto il gregge è di GESU' Cristo, NON della gerarchia, che non dimentichiamo gli è stato affidato da Cristo affinchè la stessa lo guidi e lo ammaestri nelle verit di fede, non ai segreti arcani svelati un po’ alla volta grazie alla “ricerca biblica”, prerogativa del mondo protestante che arriva a enunciare tutto e il suo esatto contrario, senza che uno se ne accorga.
Scusate la parentesi e ritorno argomento Tradizione, come può una ricetta tradizionale, tramandata trasmessa, essere soggetta al mondo fisico e quindi ai cambiamenti del mondo che la circonda? Come dire, che il limoncello, lo si potrebbe preparare con le arance, perchè il mercato dei limoni nel frattempo ha subito dei grossi contraccolpi commerciali. O sarebbe come a dire che un infuso di erbe medicinail, avente una specificità curativa, lo si potrebbe preparare ugualmente ma con erbe diverse da quelle specificate nella ricetta....saremmo in presenza di una frode commerciale passibile di denuncia.
Oggi assistiamo ad un ritorno delle famose ricette o rimedi della nonna quindi tradizioni antiche che vengono apprezzate e ricercate dall’uomo moderno. Così si scopre che fanno bene all’uomo moderno come un tempo facevano bene all’uomo antico oramai non più parte della formula “vivente” perché l’uomo antico non è più soggetto alle leggi del mondo, in quanto non appartiene più al mondo moderno.
Un paragone non tanto fuori luogo, ma che schiarisce un po’ le idee su cosa significhi “vivente” e che come abbiamo visto il primo NEGA l’altro.

parte prima

Azzurra ha detto...

Chi ha voluto formulare quella frase, PESSIMA e CONTORTA, sapeva molto bene che cosa avrebbe comportato e quindi conosceva le implicazioni che ne sarebbero derivate E di cui oggi tutti noi possiamo ammirane i “frutti”, basterebbe osservare come per i cattolici di oggi (quindi parte del “vivente”) Gesù sia uno dei tanti. Le numerose "messe" ecumeniche ad esempio....l'ultima successa in Germania....
Oggi assistiamo anche ad un’altra formula, ossia cieca obbedienza alla gerarchia vivente, qualunque cosa faccia o qualunque sciocchezza dica. Ebbene se la gerarchia vivente è intesa come sopra allora siamo in presenza di un’altra negazione della Verità, perché sarebbe come a dire che il cattolico dovrebbe, cieca obbedienza ad una o più persone, che potrebbero mutare parole azioni e pensiero, in virtù della formula “avvincente” di Vivente, soggetti quindi ai mutamenti del mondo fisico. Così NON è, anzi il cattolico deve in questo caso fare il lavoro dei Nas, addetti al controllo delle migliaia di frodi commerciali, che mettono in serio pericolo la salute del cittadino, il quale convinto di acquistare un prodotto così come da etichetta, in realtà acquista tutt’altra cosa.
Insomma una frase, voluta e pianificata, appositamente per distruggere la trasmissione e la consegna di ciò che è stato tramandato, come per una tradizione folkloristica o per una ricetta.
Certamente Giovanni Paolo II, o non sapeva la differenza tra le due cose oppure la conosceva e allora per lui non ci sono scusanti e me lo lasci dire, in questo caso l’unico ad avere una visione incompleta e contraddittoria della Tradizione fu proprio Giovanni Paolo II e con lui tutti coloro che seguono le sue orme.

Una visione incompleta e contraddittoria, che rasenta (per la difficoltà di comprensione da parte del semplice fedele), la conoscenza segreta e a livelli che avevano e pretendevano gli antichissimi sacerdoti Druidi, ossia una metodologia vecchia e decrepita ante cristianesimo, tutt’altro che al passo dei tempi, come invece da sempre lo era la Chiesa.
Ma dico e l’esempio di Rerum Novarum non ha insegnato nulla? Eppure in quel caso Leone XIII, pur non scostandosi dalla trasmissione e quindi dalla Tradizione, ha applicato il pensiero tradizionale della Chiesa adattandolo ai tempi e al ondo operaio in subbuglio. Al contrario di come la pensava il defunto Martini e quanti come lui, che per adattarsi ai tempi, ha accantonato persino il catechismo, parte integrante della Tradizione.

FINE

Anonimo ha detto...

Già il termine "Tradizione Vivente" ha un doppio senso MOLTO sibillino e INCOMPATIBILE., l'uno nega l'altro.
TRADIZIONE significa, CONSEGNARE TRASMETTERE.


Di per sé il termine "tradizione vivente" non mi scandalizzerebbe se, per vivente, si intendesse il fatto che essa deve essere inverata incarnata, divenire vita dei credenti che l'accolgono. E naturalmente questo riguarda il "contenuto" - e, in definitiva, attraverso questo, il Signore stesso -, perché è Lui e ciò che ci ha consegnato che viene trasmesso integro e quindi è incarnato ad ogni generazione, altrimenti diventa tradizione 'spuria' e le verità di fede vengono oltrepassate, dimenticate, deformate. Ciò che avviene quando il fulcro di tutto si sposta dall'oggetto Rivelazione al soggetto che ne è destinatario, che è - sì - portatore dell'esperienza viva; ma la garanzia dell'esperienza giusta gliela può dare solo l'oggettività e la fedeltà della trasmissione altrimenti, nella mutevolezza e soggettività del vivente storicistico, non solo non c'è più garanzia, ma c'è evidente sovvertimento, come stiamo constatando da 50 anni a questa parte.

E la Chiesa da militante diventa pellegrina, che è esatto, ma non è la sua prerogativa principale, data proprio dalla lotta (e quindi militanza) contro il male dentro e fuori di noi. E, questo, insieme alla Chiesa Purgante e Trionfante, cioè nella Comunione dei Santi: altra realtà tralasciata persino nelle formule liturgiche del NO, more neo-protestante, direi. E, poi, osano etichettare noi come tradi-protestanti!

E la Chiesa diventa anche, da Corpo mistico di Cristo, Popolo di Dio; il che pure non è errato, ma diluisce la chiara solenne pregnanza della sua vera identità e funzione davanti a Dio e davanti agli uomini... Qualche documento conciliare ancora parla del "corpo mistico di Cristo"; ma il linguaggio attuale è pieno dei riferimenti alla Chiesa pellegrina, al Popolo di Dio, al "nuovo Israele di Dio" davanti alle nazioni; il che è vero, ma non perché Cristo Signore è la Torah vivente, ma perché è Dio, che si è fatto uomo nella Persona del Verbo Incarnato nel seno della Vergine ed è morto-risorto-asceso-al-cielo e ci ha mandato il Suo Spirito. Ed è Questi, lo Spirito del Signore Risorto Dio e insieme uomo che ha ripreso il suo posto nel seno del Padre, che ci nutre e ci sostiene ad ogni Eucaristia rettamente celebrata, nei Sacramenti e nella preghiera e, soprattutto, nell'adorazione.

Azzurra ha detto...

“Di per sé il termine "tradizione vivente" non mi scandalizzerebbe se, per vivente, si intendesse il fatto che essa deve essere inverata incarnata, divenire vita dei credenti che l'accolgono. E naturalmente questo riguarda il "contenuto" - e, in definitiva, attraverso questo, il Signore stesso -, perché è Lui e ciò che ci ha consegnato che viene trasmesso integro e quindi è incarnato ad ogni generazione, altrimenti diventa tradizione 'spuria' e le verità di fede vengono oltrepassate, dimenticate, deformate”.

Si Mic, hai ragione e soprattutto quando in un’aòltro intervento scrivi :

“Arriverà un giorno in cui la verità sarà ripareggiata. E non dobbiamo smettere di custodirla e diffonderla, ma in trincea non dalle riserve indiane!”
Questo è quello che si DEVE fare. Però la frase innesca un’interpretazione e quindi va in più direzioni e del resto è quanto hai come sempre giustamente osservato tu. Permettimi quindi di esprimere un’altra considerazione che mi è sorta spontanea e che ahimè dovrò dividerla in due parti perché lo spazio non lo permette.
Perchè (mi chiedo) hanno voluto scrivere "vivente" piuttosto che al “passo con i tempi”? Da sempre la Chiesa è stata al passo con i tempi, che significa TENERSI AGGIORNATO e non SOGGETTO A ….qulcuno o a qualcosa che proviene dal mondo come implica appunto la parola “vivente”
Il significato di “al passo con i tempi, tenersi aggiornato ” è diverso intuitivo e pronto all'uso.

Significa in parole semplici (e per fare un paragone), che la Chiesa si deve tenere aggiornata su ciò che succede nel mondo e da li, ammaestrare le genti o meglio la sua gente,alla luce della Trasmissione Apostolica, anche se sappiamo che il Santo Padre si rivolge all’intera umanità, non escludendo nessuno. La chiesa NON è una setta che custodisce arcani misteri, ma allo stesso modo, NON obbliga chi non appartiene alla religione cattolica, questo per chiarire e SMENTIRE i soliti pregiudizi laicisti ed anticlericali, che da secoli sono in “commercio” sponsorizzati dalle ben note frasi trite e ritrite.

Invece, dal concilio vaticano 2, la Tradizione è si “vivente” perché si è ASSOGGETTATA (in modo quindi passivo) al mondo fisico che la circonda e in questo, i fautori e gli enunciatori di quel “vivente” hanno esattamente messo in atto l’ azione implicita contenuta nella frase. Che poi è talmente chiara dai fatti ….. altrimenti perché mai Giovanni Paolo II, avrebbe accusato Lefebvre di avere una visione contraddittoria della Tradizione? Accusando Lefebvre a sua volta ineludibilmente, avrebbe accusato lo stesso Papa Leone XIII, in quanto la Rerum Novarum è la chiara applicazione di quella Tradizione della Chiesa al passo con i tempi.
Voglio fare un altro esempio che potrebbe sembrare OT, ma che in realtà rispecchia la Chiesa Tradizione al passo con i tempi e non “vivente”.
La forte crisi economica che sta mettendo in ginocchio l’Europa,, la selvaggia e massiccia penetrazione extracomunitaria islamica e non ….. se la gerarchia si fosse dimostrata al passo con i tempi e quindi aggiornata, avrebbe cercato di arginare e non di incentivare i forti squilibri territoriali ed economici a cui oggi siamo soggetti, non credo serva ricordare le numerose moschee presenti in Italia, mentre nei paesi a maggiornaza islamica e di religione rabbinica, quelle che ci sono vengono distrutte….

prima parte .....

Azzurra ha detto...

Si pensi a quanti milioni di euro, che da anni gli italiani si trovano a versare nelle tasse, per essere impiegati alla sussistenza di questi extracomunitari …tanto “generosa” da far si, che venga assegntaa la pensione socialedi 455 euro mensili, ai genitori degli extracomunitari regolari. Se la Chiesa fosse stata al passo coi tempi e non soggetta al mondo fisico, non avrebbe favorito tutto ciò con il becero buonismo, appreso dal malinteso ecumenismo o dal malinteso mantra “ero straniero e mi avete ospitato” con una conseguente nefasta negazione della realtà. Ricordo la maniacale ossessione che ne aveva il Giovanni Paolo II, che è arrivato a celebrare annualmente 4 giornate del migrante. Ecco se questo papa si fosse tenuto aggiornato e quindi fosse stato al passo coi tempi, forse avrebbe deciso che 4 erano decisamente troppe…..ma andavano sicuramente bene, all’opera di lavaggio al cervello collettivo atto a forti sensi di colpa all’opulento occidente. Come si vede che Giovanni Paolo II, non conosceva la storia …come si vede!!!…..a lui tanto sconosciuta che ha chiesto scusa al mondo per le colpe della Chiesa, senza per’altro documentarsi su ciò che la stessa aveva subito nei secoli proprio da chi offriva le scuse.
Personalmente, conoscendo le basi della Tradizione, non ho mai celebrato piùdi una giornata cosidetta del migrante, quindi non avrei “ubbidito” alla gerarchia “vivente” …sarei dunque da considerare una scismatica? No! Di certo!!
Semplicemente ho messo in pratica la non cieca obbedienza alla gerarchia vivente, perché andava contro le basilari nozioni di giustizia sociale che lastessa Chiesa, ha da sempre applicato nei secoli. Mai la Chiesa può permettersi di incentivare ed essere complice di un fatto sociale che non tenga conto delle reali capacità di una nazione ad accogliere e mantenere così tanta gente. Come del resto recita pure il Catechismo al n. Ad oggi gli sbarchi non sono mai cessati e continuano ad aumentare linumero e persone.
Come ad esempio, se un giorno il Papa dovesse dare ordine di andare ad una “messa ecumenica” come da prassi focolarina, anche in questo caso sarei ben lieta di disubedire alla gerrachia vivente ….. e quindi sarei una scismatica? NO! Di certo !! Nemmeno se fosse il Papa ad infliggermi tale condanna. Perché? Perché quell’ordine va esattamente contro la Trasmissione e gli insegnamenti di Gesù Cristo e degli Apostoli. Se lo ficchino in testa chi avrebbe deciso la “dolce morte” della Chiesa e della Fede Cattolica.
E ad oggi dopo tante chiacchiere inutili i fatti che negano la Tradizione emergono sempre più prepotentemente, primo fra tutti il relativismo, la perdita della Fede, la S. Messa in Latino, che ha rivevuto tali e tanti sabotaggi da far impallidire e non da ultimo, una poderosa ingiustizia sociale che si allarga a macchia d'olio.

Secondo me sarebbe da rivalutare, chi ha sbagliato ad intendere la Tradizione se Mons. Lefebvre, oppure Papa Giovanni Paolo II. Personalmente non ho dubbi…sono sempre i fatti che contano e mai le parole anche se proferite ed enunciate ad alto livello intellettuale. Ai fedeli tutto questo NON interessa affatto!!! Gesù ha ringraziato il Padre, perché si è rivolto ai più piccoli e non ai dotti….. e un motivo ci sarà!!!

Fine.

DANTE PASTORELLI ha detto...

Sì, Azzurra, si obbedisce prima a Dio e poi agli uomini. Se il Papa ci obbligasse a partecipare ad una messa ecumenica, la disobbedienza al Papa sarebbe obbedienza a Dio.
Ma lo Spirito Santo non permetterà mai che un Papa nell'esercizio del suo Magistero possa errare. Il problema è appunto il discernimento tra quel che dice il papa come Vicaruio di Cristo e quel che dice e fa come dottore privato; insomma discernere Pietro da Simone. Ed il discernimento per i cattolici con un minimo di formazione non è difficile. Più difficile farlo capire agli altri fedeli. La gerarchia, mettiamo pure in buona fede, gioca su questo equivoco che il Papa ben conosce e su ci si è anche espresso.

Marco Marchesini ha detto...

Giampaolo,
anche prima del Concilio Vaticano Secondo non si distingueva l'assenso di Fede ad insegnamenti infallibili e ossequio ad insegnamenti non infallibili?

Azzurra ha detto...

Carissimo Dante, mi perdonerà se sono stata molto prolissa nel spiegare, lo stesso concetto che ha ben espresso lei!

Essendo io abituata a gomito con persone semplici, i concetti elaborati debbo spiegarli con esempi pratici, non è detto che sempre ci riesca, ma almeno ci provo.
A dire il vero oggi è assai difficile, semplificare le dotte esposizioni di cui la Chiesa si serve e lo ritengo danno gravissimo.

La ringrazio per la bellissima frase:

"discernere Pietro da Simone".

Un caro saluto

Giampaolo ha detto...

Caro Marco,

da quel che ho capito, i gradi del Magistero precedentemente il CVII erano diversi e si ordinavano in questo modo:

Dogma di fede
Di fede definita
Di fede cattolica
Di fede divina e cattolica
Dottrina (giudizio) rivelata, per rivelazione pubblica (S. Scrittura o Tradizione) di fede e morale, proposta dalla Chiesa come rivelata.
Di fede semplicemente cattolica
Di fede divina
Materia rivelata ma non proposta con atto speciale dalla Chiesa
Prossima alla fede
Teologicamente certa
Dalla negazione di questa sentenza segue la negazione di qualche dogma o di qualche verità di fede divina
Dottrina cattolica
Certa
Comune e certa
Moralmente certa
Sicura
Più comune
Comunissima
Più probabile
Probabile

Come vedi la concezione del religioso ossequio non compare, esisteva sì una gradualità dell'assenso, o direi piuttosto una gradualità nella gravità della negazione di oggetti di fede rientranti a vario titolo in queste categorie: negare un Dogma di fede definitia non è la stessa cosa che eccepire qualcosa di dottrina probabile, il peccato e le sue conseguenze erano diversi. Di tutto questa complessa ma necessaria dottrina oggi non v'è più neppure memoria.

Ma è un discorso che meriterebbe ben altro spazio, scusami se ti rispondo in modo così rapsodico. Spero di poterci tornare con più tempo.

Un caro saluto

Marco Marchesini ha detto...

Un caro saluto Giampaolo.
Spero di risentirti presto.