martedì 4 luglio 2017

Ciò per cui combattiamo: riscoprire il "perché" dell'essere cattolici.

Un lettore ci invia la traduzione del seguente articolo di Steve Skojec su OnePeterFive. La accompagna con queste parole: "vi seguo e apprezzo il vostro lavoro. Desidero condividere con voi la traduzione in italiano di un pezzo pubblicato a fine giugno da Steve Skojec di 1P5. A metà strada tra l'analisi e lo sfogo personale, sembra un manifesto per il blogger Cattolico (senza aggettivi) nei nostri tribolati tempi; mi è sembrato degno di diffusione. Naturalmente non posso parlare per lui, ma credo che citando la fonte l'autore non avrebbe difficoltà a vedersi ripubblicato in Italia. Lo affido alla vostra valutazione. Buon lavoro.
Di Skojec abbiamo già tradotto diversi articoli. Vedi i più recenti: qui - quiquiqui - quiqui - qui - qui - qui - qui - qui - qui

Ciò per cui combattiamo:
riscoprire il "perché" dell'essere cattolici.

Qual'è la ragione dell'essere cattolici?

Nel corso della mia passeggiata mattutina ascoltavo un audio libro intitolato "Inizia con un perché" di Simon Sinek. La premessa fondamentale del libro è la seguente: qualsiasi "cosa" tu faccia in un determinato contesto o all'interno di una certa organizzazione è di gran lunga meno importante del "perché" lo fai.
Il tuo "perché" è il tuo credo, l'idea e la comprensione delle cose che forma e determina le tue azioni.
Sinek sostiene che nel campo degli affari le compagnie di maggior successo sono quelle portatrici di un solido "perché", capaci cioè di attrarre persone con una attitudine consonante. Per esempio, la gente non usa i computer Apple perché sono assolutamente migliori rispetto ai prodotti della concorrenza; lo fa perché Apple è per loro portatore di un significato speciale. Un significato che parla di loro. Alla gente che acquista i prodotti Apple, piace mostrarli perché dicono qualcosa sul loro modo di essere.
Come spiega Sinek, lo slogan pubblicitario più comune per una compagnia di computer potrebbe essere
"Produciamo computer eccezionali. Sono belli e facili da usare. Ne vuoi comprare uno?"
Al contrario, Apple dice:
"Qualsiasi cosa noi produciamo, tendiamo sempre ad andare oltre lo status quo. Crediamo nel pensiero alternativo. Il modo in cui sfidiamo il presente è creare prodotti belli da vedere e facili da usare. E riusciamo a produrre computer straordinari. Ne vuoi acquistare uno?"
Un prodotto Apple non è quindi solo un PC, un telefono o un MP3 player; vuole essere un sistema etico.
Ma cosa ha a che fare tutto questo con il Cattolicesimo?
Certo, il Cattolicesimo è di gran lunga più importante di una compagnia, un marchio o un'organizzazione, ma al tempo stesso ne condivide alcuni aspetti. Ha un'identità unica. Presenta delle caratteristiche distintive. Ha una missione. È portatore di un "perché" molto chiaro. Se dovessi riassumerlo seguendo lo schema utilizzato sopra, direi:
"Noi esistiamo perché Gesù, il figlio unigenito di Dio, si è incarnato nella Vergine Maria, è morto per i nostri peccati, sconfiggere la morte e donare i mezzi di salvezza a questo mondo affinché noi si possa conoscere Dio, amarlo e servirlo in questa vita ed essere uniti a Lui nella prossima. Noi crediamo che Dio ami ogni singola persona e desideri e voglia realmente che ciascuno diventi santo. Noi crediamo che Lui ci abbia affidato la missione di portargli anime; e questo è il motivo per cui ogni cattedrale che costruiamo, ogni opera d'arte che produciamo, ogni brano di musica sacra per la Messa che componiamo, ogni divulgazione teologica che pubblichiamo, ogni liturgia che offriamo e ogni sacramento che amministriamo non abbiano altro scopo che questo: indurre l'uomo a riflettere sulla maestà del nostro Creatore e ispirarlo a vivere il genere di vita che gli consentirà di essere con Lui in paradiso. Non avremo requie fino a quando non avremo portato la Buona Novella in ogni angolo del mondo perché sappiamo che al di fuori di questa istituzione stabilita da Lui e unita a Lui, nessuno può essere salvato. Vuoi unirti a noi?"
Come slogan potrà essere certo migliorato ma credo che comprenda tutti i punti fondamentali.
E proporrei di ricondurre tutti i problemi - ogni singolo problema - che la Chiesa oggi sta attraversando a questo fondamentale "perché" e ad esso affidarci.

Perché vuoi per paura, imbarazzo, disaccordo, senso di inutilità o addirittura disprezzo per il credo sopra esposto, fatto sta che la "dirigenza" della nostra "impresa" non crede più nel prodotto che dovrebbe vendere, e ha perciò perduto la capacità di convincere gli altri a sceglierlo. Per altro verso, se mi è consentito continuare con la metafora imprenditoriale, c'è ancora un nucleo forte di "impiegati" e persino un paio di persone nei "piani alti", che non hanno mai perduto la passione nei confronti di quel "perché" del Cattolicesimo. Lo vivono. Lo respirano. Lo amano. E loro sanno che il solo modo di tornare alla luce è che ogni singolo membro di questa organizzazione riabbracci e condivida con il mondo questa "loro" passione.

Miei cari amici, questi ultimi siamo noi. Voi. Io. I quattro cardinali dei dubia. Le voci forti ma solitarie che nei media e blogs Cattolici gridano al mondo quanto accade oggi nella Chiesa. I 45 teologi. Gli innumerevoli preti che combattono ogni giorno nelle trincee dei confessionali e dei pulpiti per mantenere la posizione su quanto crediamo e sul perché debba essere onorato. Le famiglie che offrono i loro figli a Dio affinché diventino sacerdoti e suore. Gli sposi incastrati contro la loro volontà in un divorzio e che nondimeno onoreranno i loro voti e il VI Comandamento, offrendo la loro battaglia e le loro sofferenze a Nostro Signore, senza dare ascolto a chi dice che non sono obbligati a farlo.

Siamo ampiamente in inferiorità ma abbiamo qualcosa che gli altri non hanno: noi crediamo in ciò che stiamo facendo con quella passione resa possibile solo dalla consapevolezza di obbedire a ordini superiori. La vittoria ci è stata già assicurata. Dobbiamo solo continuare a combattere fino a quando sarà ottenuta.
E questo mi porta a introdurre il prossimo punto.

Nessuno gioca per perdere.

Torniamo a leggere Sinek:
"Al college il mio compagno di stanza si chiamava Howard Jeruchimowitz. Howard, ora è un avvocato a Chicago, e aveva imparato sin dalla giovanissima età a conoscere un desiderio umano molto diffuso. Cresciuto nei sobborghi di New York City, aveva giocato come esterno nella peggior squadra della lega giovanile. Avevano perduto quasi ogni partita, e non con margini limitati: venivano letteralmente massacrati. Il loro allenatore era una brava persona che cercava di instillare nei giovani atleti un’attitudine positiva. Dopo una delle loro sconfitte più imbarazzanti, l'allenatore riunì la squadra per ricordare loro che "non importa chi vince o perde, importante è giocare". Fu a questo punto che il giovane Howard alzò la mano e chiese: "allora perché c'è il cartellone dei punti?” Howard aveva compreso sin da allora il desiderio di vincere che risiede in ogni essere umano. A nessuno piace perdere e le persone più energiche vivono per vincere.
Quante volte è successo anche a noi?
Quando leggiamo che i Cardinali dei "dubia" stanno letteralmente elemosinando le briciole dalla tavola del Papa, quando li vediamo rinnovare "assoluta dedizione ed il nostro amore incondizionato alla Cattedra di Pietro e per la Vostra augusta persona, nella quale riconosciamo il Successore di Pietro ed il Vicario di Gesù" mentre lui non si degna nemmeno di rispondere; quando la gente vi ammonisce perché siete troppo critici verso quanto accade, dimenticando che quanto accade è esattamente il problema e voi non state facendo altro che indicarlo; in tutti questi momenti non avete l'impressione che qualcuno vi stia dicendo che la sola cosa importante sia partecipare al gioco? Diversamente dal campo degli affari o dello sport, però, il Cattolicesimo ci ammonisce a non dimenticare che gli obiettivi sono diversi da quanto la nostra natura istintivamente competitiva ci indurrebbe a credere.

Gli ultimi saranno i primi e i primi saranno gli ultimi”; oppure “Beati i poveri di spirito perché a loro appartiene il regno dei cieli". Le litanie dell'umiltà colpiscono il nostro orgoglio come colpi di maglio. Un verso dopo l'altro, la recita di questa preghiera alimenta una domanda crescente: “Ci credo veramente? Voglio davvero venire liberato dal desiderio di essere stimato e amato? Voglio davvero che gli altri siano preferiti a me in ogni cosa? Voglio davvero che gli altri possano essere più santi di me?” Mentre contempliamo tutte queste sfide al nostro ego, potremmo essere tentati di fare nostra una frase attribuita a un famoso giocatore in NBA, Charles Barkley: “I miti erediteranno la terra, ma da me non riceveranno mai un passaggio".

Combattere è parte della nostra natura. Lottare. Vincere. Ciò che opera la vita spirituale, mentre cerchiamo di abbracciare l'umiltà, è rimuovere gli ostacoli che ci impediscono di raggiungere la vittoria. Ma diversamente per quanto riguarda una promozione, il successo in un torneo di scacchi o al superbowl, la salvezza non è qualcosa che si raggiunge con l'allenamento. Non possiamo prepararla come faremmo con una maratona. Non possiamo studiare e ottenere un diploma che ci aprirà le porte del cielo. Non è un processo di auto-realizzazione, non puoi calcolare quanto sangue, sudore o lacrime serviranno per arrivarci perché la sola via per il cielo passa per la Croce e la grazia di Dio.

Certo, dobbiamo fare la nostra parte ma a nulla servirebbe senza di Lui. L'approccio vincente del campione spirituale è quindi: "Lui deve aumentare, e io devo diminuire". Questo non significa che dobbiamo soffocare nel nostro cuore il fuoco della competizione. Dobbiamo solo rielaborare il concetto di ambizione. Efesini 6,12 parla di un combattimento cruento, non di una resa che ci vede languidamente trasportati da una corrente divina.
La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti.”
E quali sono le regole d'ingaggio in questa guerra? Una lettura di ampia della lettera agli Efesini (6, 10-20) ci fornisce un quadro più chiaro:
"Per il resto, attingete forza nel Signore e nel vigore della sua potenza. Rivestitevi dell'armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti. Prendete perciò l'armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l'elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio. Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi, e anche per me, perché quando apro la bocca mi sia data una parola franca, per far conoscere il mistero del vangelo, del quale sono ambasciatore in catene, e io possa annunziarlo con franchezza come è mio dovere."
Questa è dunque la vera battaglia. E le battaglie si combatto per vincere.

Cercasi uomini per un viaggio rischioso.

Nel sesto capitolo del suo libro, Sinek narra la storia di Ernest Shackleton, l'esploratore inglese vissuto agli inizi del XX secolo e che a un certo punto della propria vita si avviò ad attraversare l'Antartide. Shackleton sapeva che sarebbe stata un'avventura rischiosa, 2.300 chilometri attraverso l'estremità meridionale del globo. Ad ogni modo, il suo viaggio andò anche peggio di quanto aveva previsto:
"Il 5 dicembre 1914, Shackleton e un equipaggio di ventisette uomini si imbarcarono a bordo dell'Endurance, una nave di 15 tonnellate costruita con finanziamenti provenienti da donatori privati, dal governo inglese e dalla Royal Geographic Society, e partirono in direzione del Mare di Weddell. In quel periodo la prima guerra mondiale infuriava per l'Europa e le risorse finanziarie divenivano sempre più scarse. Gli equipaggi di cani furono pagati grazie alle offerte degli scolari inglesi. L'equipaggio dell'Endurance non raggiunse ma il continente antartico. Quando si trovava a pochi giorni di navigazione da South Georgia Island nell'atlantico meridionale, la nave incontrò miglia e miglia di ghiaccio nel quale presto si trovò intrappolata, mentre un inverno anticipato avanzava furioso. La nave fu avvolta dal ghiaccio "come una mandorla in una caramella", scrisse un membro dell'equipaggio. Shackleton e il suo equipaggio rimasero alla deriva nell'Antartico per dieci mesi mentre l'Endurance era sospinta lentamente verso nord, fino a quando la pressione dei ghiacci non la frantumò. Il 21 novembre 1915 l'equipaggio osservò la nave affondare nelle gelide acque del Mare di Weddell. Bloccati sul ghiaccio, gli uomini dell'equipaggio dell'Endurance recuperarono tre scialuppe di salvataggio a bordo delle quali raggiunsero la piccola Elephant Island da dove Shackleton, scelti cinque uomini che lo avrebbero accompagnato, si imbarcò in un viaggio rischiosissimo, navigando 1400 chilometri per trovare aiuto. Riuscendoci. Ciò che rende la storia dell'Endurance così unica, comunque, non è la spedizione in sé, quanto il fatto che nessuno morì nella prova. Non ci furono storie di cannibalismo o ammutinamenti. E non fu per mera fortuna ma perché Shackleton aveva assunto le persone giuste per quel lavoro.
E sapete come le trovò? Con un annuncio sul London Times. Però Shackleton, che aveva un'idea chiara del tipo di persone delle quali avrebbe avuto bisogno, invece di affidarsi a un elenco di capacità ed esperienze come solitamente si trovano negli annunci di lavoro, si rivolse direttamente al fuoco che arde nell'animo di ogni uomo.
Cercasi uomini per un viaggio rischioso. Retribuzione bassa, freddo intenso, lunghi mesi immersi nel buio, pericoli continui, incerto il ritorno. Onori e riconoscimenti in caso di successo.”
"Le sole persone che risposero all'annuncio” scrive Si1nek, “furono coloro i quali lo lessero e lo trovarono grandioso perché amavano le difficoltà insuperabili. Le sole persone che risposero all'annuncio erano quelle destinate a sopravvivere. Shackleton arruolò solo persone che credevano in ciò che lui stesso credeva”.

Sopravvivere alle difficoltà insuperabili.

Se sei arrivato a leggere fino a qui è perché anche tu, come gli uomini di Shackleton, sei destinato a sopravvivere. Non sei in viaggio sulla Barca di Pietro tra pericolose manovre vicino alle secche, tempeste o banchi di giaccio, solo perché inconsapevole del pericolo; e non rimani chiuso nella tua cabina cullandoti nell'illusione che la navigazione sia tranquilla e il cielo sereno. Ma nemmeno corri sul ponte pronto a saltare fuoribordo poiché non sopporti l'idea che il tuo capitano, del quale ti fidavi, ti ha condotto in acque pericolose.

Lo sai che le difficoltà sono insuperabili, ma credi nel viaggio. E poiché ci credi, troverai una via d'uscita. Dio non ti ha cercato attraverso un annuncio pubblicitario sui quotidiani o in internet. Però ti ha dato la vita in un periodo storico incredibile. Ti ha chiamato alla fede Cattolica. Ti ha instillato l'istinto per la verità e la capacità di distinguerla tra molte finzioni più comode e popolari. Egli ha raggiunto e scelto uomini e donne dotati di occhi per vedere, e li ha aperti. E tu hai risposto a questa chiamata incurante dei rischi, perché credi.
Sinek non lo dice, ma Ernest Shackleton non portò mai a compimento la sua ricerca.

Dopo il tentativo fallito del 1914, nel 1921 ripartì per un'altra spedizione durante la quale morì per un attacco cardiaco. Allo stesso modo, alcuni tra noi non vivranno abbastanza per vedere le Chiesa ricostruita. E' anche possibile che nessuno di noi la vedrà. Significa forse che dovremmo arrenderci e tornare a casa e trascorrere il nostro tempo in modo gradevole, sereno e meno stressante? Qualcuno di noi potrebbe farlo anche se lo volesse? Potremmo vivere rinchiusi in noi stessi? Sarebbe possibile a questo punto tornare a un'esistenza tiepida, ignorando con leggerezza quella che potrebbe essere la più importante battaglia della storia? Una battaglia a difesa del cuore stesso della Chiesa e delle anime che essa è chiamata a salvare?
Non ci sono ragioni, umanamente parlando, per credere che prevarremo. Ma non stiamo combattendo per un istituzione solamente umana.

Stiamo costruendo una cattedrale.

Prenderò in prestito un altro aneddoto dal libro di Sinek:
La storia di due muratori. Ti avvicini al primo muratore e chiedi: “Ti piace il tuo lavoro?" Lui ti guarda e risponde “Non ricordo più quanti anni ho trascorso a costruire questi muri. Il lavoro è monotono. Passo tutto il giorno sotto il sole rovente. Le pietre sono pesanti e sollevarle tutti i giorni spezza la schiena. Non sono nemmeno sicuro che la costruzione sarà completata prima della fine dei miei giorni. Comunque è un lavoro. Ci guadagno il pane”. Lo ringrazi per il tempo che ti ha dedicato e passi oltre. A qualche decina di metri incontri un secondo muratore. Gli rivolgi la medesima domanda, “Ti piace il lavoro?” Lui ti guarda e risponde, “Amo quello che faccio. Sto costruendo una cattedrale. Certo, non ricordo nemmeno quanti anni ho trascorso a costruire questi muri e si, qualche volta è monotono. Passo tutto il giorno sotto il sole rovente. Le pietre sono pesanti e sollevarle tutti i giorni spezza la schiena. Non sono nemmeno sicuro che i lavori saranno completati prima della fine dei miei giorni. Ma sto costruendo una cattedrale." I due muratori sono impegnati a fare la stessa "cosa"; la differenza è che uno dei due ne comprende lo scopo. Si sente parte dell'opera. Lavora per essere partecipe di qualcosa che è più grande del suo ruolo. Quindi possedere il senso del "perché" cambia l'intera percezione del lavoro che svolge. Lo rende più produttivo e certamente più leale. Mentre il primo muratore sarebbe probabilmente pronto a cambiare lavoro per una paga migliore, il secondo lavorerà più intensamente e con molta probabilità rifiuterebbe un lavoro meno pesante e meglio retribuito, per poter rimanere ed essere parte di una causa più grande. Il secondo muratore non si sente più o meno importante dell'artigiano che che produce le vetrate o persino dell'architetto. Lavorano tutti insieme per costruire una cattedrale. Questo è il legame che forma il cameratismo. Il legame e la fiducia che portano al successo.
Sono pronto ad ammettere che molte volte ragiono come il primo muratore: 
“Non ricordo nemmeno da quanto tempo combatto questa battaglia. Il lavoro è monotono e le cose non migliorano mai. Ogni giorno mi capita di leggere storie tremende e devo trovare la forza per descrivere cosa succede mentre preferire fare qualsiasi altra cosa. C'è gente che mi attacca per il solo fatto di provare a fare ciò che credo essere giusto. Oppure persone che vengono a dirmi che stanno pensando di lasciare la Chiesa, o che vorrebbero sapere cosa fare ora che le cose si sono messe davvero male e io non so cosa dire loro, perché nemmeno io so cosa dovremmo fare. Continuo a credere che qualcosa accadrà, ma forse no. Forse Dio trascinerà le cose per tutto il resto della mia vita e non vedrò mai un cambiamento. A volte l'oscurità sembra sovrastare tutto. Ma ho investito tutta la mia vita in questo lavoro. In questo modo mi guadagno il pane e sostengo la mia famiglia. A questo punto non saprei cos'altro fare.”
La cosa più importante però è ricordare che il nostro lavoro, il lavoro di tutti noi, è costruire una cattedrale. E questo ha un senso. Quando il tempo che stiamo vivendo diverrà storia, la gente guarderà indietro e vedrà chi fu capace di resistere. Chi compì il proprio dovere, giorno dopo giorno, documentando e combattendo contro le attività dei nemici che hanno invaso come un cancro il Suo Corpo Mistico. Coloro i quali continuarono a insegnare la vera fede. Che conservarono l'amore per Dio e la sua Chiesa e le infinite anime ingannate, e che nonostante il peso della tentazione a disperare e dei loro innumerevoli peccati, andarono avanti. Le preghiere, i sacrifici, le Messe, i rosari, i tentativi di vivere la fede e di “annunciarla francamente, come conviene che se ne parli” — questo sono le pietre che edificano la cattedrale. Questo è il lavoro di restauro che un giorno sarà portato a compimento, forse anche dopo la nostra vita terrena.

La gioia di non essere al comando

Arrivati a questo punto, è chiaro che non ci sia molto di più che io e voi si possa fare. Non possiamo aggiustare ciò che si è spezzato. Non ne abbiamo né il potere né i mezzi. In verità, mi azzarderei a dire che non c'è una soluzione umana. Ma Dio non è costretto nei limiti di ciò che l'uomo può fare. Si tratta della Sua fede, la Sua Chiesa, la Sua sposa. Egli ha acconsentito a farle attraversare grandi sofferenze, condividere la Sua passione, ma non la lascerà perire sotto i colpi dei suoi nemici. Lui ci ha promesso che le porte dell'inferno non prevarranno e anche quando sembrerà sconfitta, Lui la risolleverà come Lui stesso ha fatto nel giorno della prima e gloriosa Pasqua. Ci è facile dimenticare che non siamo noi al comando e che non spetta a noi la soluzione.
Troviamo quindi la pace perché Egli ci ha già spiegato come comportarci:
«Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, vi avrei mai detto “Io vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io". Giovanni 14, 1-3

18 commenti:

irina ha detto...

Si possano riempire enciclopedie circa "il perché dell'essere cattolici", prima che ciascuno scopra "il suo vero perché è cattolico". Mancano testimoni credibili perché pochi sono arrivati e/o arrivano al "loro vero perché". Solo quelli che vi arrivano sono in grado di testimoniare e di trovare le proprie parole "di Vita" per dire "Chi" hanno trovato. Ma infine, quando l'hanno trovato, non importa più neanche dirlo con intenzione, il "perché" si mostra da solo attraverso ogni più piccola espressione della loro vita. Detto questo,guardata la mia vita, il mio vero perché non l'ho trovato, smercio qualche copia più o meno decorosa.

Conosci la fede cattolica ? ha detto...

Per difendere le pecore dai lupi, un tempo si scrivevano anche le Professioni di Fede “ad hoc”. Leggiamo quella anti-luterana
http://itresentieri.it/un-tempo-per-difendere-le-pecore-dai-lupi-si-scrivevano-anche-le-professioni-di-fede-leggiamo-quella-anti-luterana/

fabriziogiudici ha detto...

Ecco un prete che ha capito tutto:

http://www.repubblica.it/cronaca/2017/07/03/news/messa_e_poi_prosecco_di_conegliano_il_parroco_su_fb_venite_in_chiesa_-169849887/

ROMA - La fidelity card per chi partecipa alle celebrazioni? In omaggio vino e patatine in canonica. Uomo di chiesa al passo con i tempi, scout e avvezzo alla comunicazione social, don Gianfranco Formenton, parroco di San Martino - periferia di Spoleto - ha fatto discutere con un post su Facebook in cui annuncia l'avvento della "Messa card" e di "ostie&chips" per i fedeli.

Lui, di origini venete, non ha paura di mischiare il Prosecco con l'acqua santa pur di svolgere al meglio il suo ruolo di guida spiriturale di pecorelle smarrite (e non solo).

Fine messa domenicale, caldo afoso (tipico dei mesi estivi) e poca voglia di andare in chiesa: sono queste le motivazioni che spingono il "don" a lanciare la sua proposta. "Attenzione - scrive sul suo profilo - da domenica 2 luglio la Santa Messa domenicale a San Martino in Trignano sarà celebrata alle ore 11, locali climatizzati e, per i possessori della 'Messa Card', aperitivo: prosecco di Conegliano Veneto per i grandi e 'ritagli di ostie & chips' per i più piccoli".

Ma non finisce qui: "Inoltre l'Auditorium 'San Martino' è a disposizione per convegni, conferenze, feste di compleanno per le famiglie ecc. ecc. Pranzo su prenotazione. Ad maiorem Dei gloriam", conclude il parroco.

[...]

Anonimo ha detto...

« La fede datami dal Battesimo mi suggerisce con voce sicura: ' Da te solo non farai nulla, ma se Dio avrai per centro di ogni tua azione allora arriverai fino alla fine '. Ed appunto ciò vorrei poter fare, e prendere come massima il detto di sant'Agostino:
' Signore, il nostro cuore non è tranquillo finché non riposa in Te ' ».
(Frassati Pier Giorgio, Lettere 1906-1925, Vita e Pensiero, Milano 1995)

fabriziogiudici ha detto...

Segnalo questo articolo pubblicato anche su La Verità di oggi in forma ridotta. Come al solito, in mancanza - si spera solo temporaneamente - di riscontri, va preso tutto con le pinze.

http://www.pierolaporta.it/sotto-la-cenere-cova-la-battaglia-per-le-finanze-vaticane/


[...]
All’indomani della defenestrazione di Milone, sfuggì un’indiscrezione obliqua: lo cacciavano perché curiosava nell’Obolo di San Pietro, fondo personale per la beneficenza del papa. Indiscrezione estranea allo stilum romanae curiae, piuttosto a misura di rassicurare qualcuno circa quanto Milone stava per fare e che da quel momento in poi non avrebbe più potuto fare.
Non bastasse, dopo la versione “Obolo di San Pietro”, nella mattinata del 1° luglio la defenestrazione è stata motivata col “rifiuto di Milone di decurtarsi lo stipendio”, ovvero fumo negli occhi e conferma del peso della prima indiscrezione.
[...]
Ancora una volta, s’è vagheggiato un “complotto contro il Papa delle riforme”. Ma rimane senza risposte perché al di là delle Sacre Mura hanno obliquamente dato a intendere che Milone pagava la sua curiosità sull’Obolo di San Pietro? Dopo tutto era parte della sua missione.
Se, come si vocifera, vi sono stati impieghi abnormi dell’Obolo di San Pietro nella campagna presidenziale di Hillary Clinton, è difficile che la Casa Bianca si cheti con la defenestrazione di Milone, il quale di certo non potrà più dare tali risposte e, tutto sommato, ha una rogna in meno.
[...]

tralcio ha detto...

Grazie a Mic per questa perla preziosa.
Il vivere di fede in Gesù ci porta oltre ogni delirio mondano d'onnipotenza e saccenteria.
Da adoratori del Signore, adoriamo lavorando alla Sua vigna.
Il lavoro di tutti noi, è costruire una cattedrale.
Questo è ciò che dovrebbe dire la storia, mentre ci protendiamo già oltre, abitando l'eternità e costruendo il luogo in cui l'Eternità abita in corpo, sangue, anima e divinità mentre da quella cattedra i discendenti degli apostoli continuano a insegnare la vera fede.
Le preghiere, i sacrifici, le Messe, i rosari, i tentativi di vivere la fede e di “annunciarla francamente, come conviene che se ne parli” sono le pietre che edificano la cattedrale. Questo è il lavoro che un giorno sarà portato a compimento in una vita eternizzata dall'Amore di Dio.

Anonimo ha detto...

A MESSA NON SI VA VESTITI COME IN SPIAGGIA. IN MESSICO C'È CHI LO RICORDA DAVANTI A OGNI CHIESA. E DA NOI?
http://www.iltimone.org/32180,News.html

Io penso che i nonni di quelle ragazze abbiano insegnato ai propri figli come si deve stare davanti a Dio .
Forse , sono stati i genitori di quelle ragazze che a loro volta non hanno trasmesso quanto avevano appreso .

Anonimo ha detto...

Segnalo un refuso, verso la fine dell'articolo: "le porte dell'interno non prevarranno".

Anonimo ha detto...

Articolo amarissimo che fa riflettere :www.marymagdalen.blogspot.com.Pastoral pastors.

mic ha detto...

Il link giusto:
http://marymagdalen.blogspot.it/2017/07/pastoring-pastors.html

Epiphanio ha detto...

Grazie infinite, sig.ra Maria. L'articolo è un altro modo di spiegare l'insegnamento di Aristotele sulla conoscenze delle cose, che lui rimandava al fondamentale "perché". È un modo di sopravivere al secolo sostenuti dalla grazia, che ci illumina l'intelligenza per conoscere il "perché", un dono dello Spirito Santo, in quanto da lì passiamo ordinare gli atti della nostra vita, nonostante il disordine demoniaco del momento presente.
Il "perché" è il principio e fondamento del nostro agire conseguente, ciò che ordina i nostri affetti, i nostri amori.

Fortissimo amor Te imploro ha detto...

Vida, ¿qué puedo yo darle
a mi Dios, que vive en mí,
si no es el perderte a ti
para mejor a Él gozarle?
Quiero muriendo alcanzarle,
pues tanto a mi Amado quiero,
que muero porque no muero.

https://www.youtube.com/watch?v=-SXpV_QxYWI

Anonimo ha detto...

Segnalo il commento di Giorgia Meloni circa la visita della Boldrini "a capo scoperto e in ciabatte da mare", dice la Meloni, da Bergoglio, a confronto con la visita alla moschea, tutta coperta e col velo...

Vedere le rispettive foto.

https://www.facebook.com/giorgiameloni.paginaufficiale/photos/a.343277597644.155355.38919827644/10155417268727645/?type=3


Termina Meloni commentando amara: "Per la sinistra bisogna rispettare tutte le religioni e tutte le tradizioni tranne le nostre. Che squallore!"

Anonimo ha detto...

...tranne la religione che l'ha vista nascere , crescere , che l'ha nutrita .
Se l'ha nutrita , bisogna vedere come e con chi ha studiato..

mic ha detto...

Grazie a lei Epiphanio. Ci rafforza poter, insieme, verificare e purificare sempre più il nostro perché che è un per Chi.

Anonimo ha detto...

Pensate chi è che presiede il sistema pensionistico italiano: un folle buonista che sostiene che l'Italia ha bisogno di sempre più immigrati. Con gente così al governo verremo sostituiti etnicamente nel giro di pochi anni. Il Sign. Boeri perché non ci spiega come faranno dei CLANDESTINI pagati in nero, a basso costo, a pagare le pensioni agli italiani? Attendiamo l'illuminante spiegazione visto che gli immigrati irregolari distruggono il mondo del lavoro facendo concorrenza sleale agli italiani, non pagano i contributi e sono soltanto un costo a livello di sanità, sicurezza e giustizia.
http://www.norazzismoversoitaliani.it/2017/07/04/presidente-inps-la-frase-choc-bisogno-immigrati-farci-pagare-la-pensione-umiliato-tanti-italiani-senza-lavoro/

Anonimo ha detto...

...la visita della Boldrini "a capo scoperto e in ciabatte da mare", dice la Meloni, da Bergoglio, a confronto con la visita alla moschea, tutta coperta e col velo...
Piccola precisazione: Questi signori e signore,oltre che per il loro viscerale anticattolicesimo,rispettano le altre religioni perchè queste sono rispettate e fatte rispettare dai loro capi e dai loro adepti.
I primi a non rispettare la nostra religione siamo noi cattolici, gerarchia e fedeli tutti, o quasi tutti.
La Boldrini in una moschea, vestita da mare e in ciabatte, non l'avrebbero mai fatta entrare.
Bergoglio invece...
Antonio ( Napoli )
P.S. chissà se hanno proposto una messa-card anche a lei...un buon prosecco non si rifiuta mai!

fabriziogiudici ha detto...

"un folle buonista"

Non è un folle buonista. È uno che sa manipolare i numeri (o, se vogliamo essere più precisi, ha la faccia tosta di presentare "scenari" basati su ipotesi fuori dal mondo).