giovedì 1 aprile 2021

Giovedì Santo - “Dabo vobis pastores iuxta cor meum, et pascent vos scientia et doctrina”

Richiamo alla vostra attenzione anche questi precedenti: qui - qui - qui
Dabo vobis pastores iuxta cor meum,
et pascent vos scientia et doctrina”


Sapete che cosa vi ho fatto? (Gv 13,12)
“Vi darò pastori secondo il mio cuore, i quali vi guideranno con scienza e intelligenza”, così annuncia profeticamente Geremia (3, 15).

Benché questo testo non sia fra quelli liturgici, che in questo Giovedì Santo sono proclamati nella Missa Chrismatis, sembra appropriato e augurale per tutti quei presbiteri che oggi ripeteranno il loro sì davanti a Dio a quest’impegnativa e solenne promessa: “Volete essere fedeli dispensatori dei misteri di Dio per mezzo della santa Eucaristia e delle altre azioni liturgiche, e adempiere il ministero della parola di salvezza sull’esempio del Cristo, capo e pastore, lasciandovi guidare non da interessi umani, ma dall’amore per i vostri fratelli?” (Rinnovazioni delle Promesse Sacerdotali).

Ancor più ben augurante per il povero Popolo di Dio che, da ormai otto anni, è sottoposto a ogni forma d’angheria dottrinale, liturgica e pastorale e che assiste sconcertato all’affermarsi sempre più spietato di una “casta sacerdotale” che si autoproclama “padrona del Mistero della Fede” e non più minister, vale a dire serva, del ministero della grazia di Dio a lei affidata a beneficio dei credenti (cfr. Efesini 3, 2)

Il profeta Geremia è testimone, impotente e inascoltato, della scellerata politica degli ultimi cinque re del Regno di Giuda, che avrà come “paga” la distruzione del Tempio di Gerusalemme, la sospensione per settant’anni del Culto Pubblico all’Eterno, la devastazione della Città Santa e l’esilio del popolo giudaico a Babilonia.

Geremia, invano, aveva ammonito “Tutto questo paese sarà ridotto in una solitudine e in una desolazione, e queste nazioni serviranno il re di Babilonia per settant’anni" (25, 11).

Nonostante l’imminenza e l’ineluttabilità del giudizio divino - “io castigherò con giusta misura e non ti lascerò del tutto impunito” (46, 51) - il profeta annuncia l’avvento di futuri e nuovi “ποιμένας” (poimévas) pastori che “ποιμανοῦσιν” (pomavoùsin) pasceranno il Popolo Eletto.

Il profeta delinea il profilo di questi nuovi pastori in tre caratteristiche, che nella versione greca dei Settanta, ha precisi rimandi all’originale ebraico.

La prima caratteristica è che pasceranno κατὰ τὴν καρδίαν μου (katà kardìan mou), secondo il cuore stesso di Dio.

Nell’ebraico biblico il termine lev (לב) o levàv (לבב) ricorre 858 nei libri dell’Antico Testamento e indica esclusivamente il cuore umano.

Per il cuore degli animali, infatti, l’ebraico usa il termine generico di בָּשָֹר basàr, cioè carne

Il concetto antropologico di “cuore” come propriamente distintivo dell’essere umano, rispetto al mondo animale, è la più frequente nozione che ricorre nell’Antico Testamento e che è applicato in senso antropomorfo a Dio stesso solo 26 volte.

La ritrosia ad applicare il termine lev (לב) all’Eterno, ovviamente, rientra nell’assoluta osservanza del divieto di raffigurare il divino, anche solo concettualmente. Geremia, tuttavia, si spinge oltre e profetizza che i futuri pastori, quelli che pasceranno il popolo liberato dall’esilio babilonese lo faranno secondo il cuore stesso di Dio.

L’espressione ebraica śîm lēv, che i Settanta traducono con κατὰ τὴν καρδίαν, in realtà è molto più impegnativa e indica “metterci il cuore”, “fare e prestare scrupolosa attenzione”.

I nuovi pastori dovranno avere verso il gregge d’Israele la stessa e intensa attenzione e premura che l’Eterno riserva al suo popolo.

Solo, infatti, κατὰ τὴν καρδίαν, secondo il cuore stesso di Dio potrà essere ristabilita l’Antica Alleanza e rinnovato il vero Culto al Dio vivente, così come aveva profetizzato la madre Anna per il profeta e giudice Samuele: “Ora l’Eterno dice: Io mi susciterò un sacerdote fedele, che agirà secondo il mio cuore e secondo il mio desiderio” (1 Samuele 2, 35).

La seconda caratteristica dei nuovi pastori è espressa dal participio presente greco ποιμαίνοντες (poimaìnontes), senza paura di se stessi e senza riguardo per se stessi.

Questo esplicito riferimento alla “paura di se stessi” è un rimando efficace a Genesi 3, 10, “abbiamo avuto paura e ci siamo nascosti”, quando i progenitori hanno trasgredito il divino comandamento di “lavorare e custodire il giardino” (Genesi 2, 15).

Ora il verbo ebraico `abad (lavorare) ha un’ampia gamma di significati che indica sia il “lavorare” ma anche il “servire”, il “rendere culto”, l’“onorare la divinità”; e così pure il verbo shamar (custodire) indica sia il “custodire” in senso materiale, sia in senso spirituale l'“osservare i comandamenti divini”.

I nuovi pastori - annuncia Geremia - non avranno paura perché sapranno rendere il vero e puro culto a Dio e custodirne i comandamenti.

Per il profeta Geremia, infatti, la violazione e l’usurpazione del vero Culto a Dio e dei suoi Comandamenti è all’origine della caduta del Regno di Giuda.

L’ultima caratteristica dei nuovi pastori e, infine, per Geremia che pasceranno μετ’ ἐπιστήμης (met’epistémes), “scientia et doctrina”, con scienza e dottrina come traduce San Gerolamo.

Nella cultura ellenica l’ἐπιστήμη (epistéme) è distinta dalla δόξα (dòxa), l’opinione, dalla εἰκασία (eikasìa), l’immaginazione e dalla πίστις (pìstis), la credenza.

L’ἐπιστήμη (epistéme) è la conoscenza intelligibile, vale a dire scienza e conoscenza, che deriva da un’esperienza effettiva.

Nell’ebraico biblico non c’è, ovviamente, un termine astratto come quello di scienza o conoscenza ma è usato il più concreto verbo yada(יָדַע) che indica non la mera erudizione ma il sapere che deriva da una profonda visione interiore, che precede il vedere, ed è l’esito di una reale e intima relazione(1).

Il vertice della scienza nell’Antico Testamento è la “conoscenza di Dio” (דַּ֥עַת אֱלֹהִ֖יםda’at ‘elohim), che consiste nel seguire le sue vie e vivere secondo la sua volontà (cfr. Osea 4, 6). Essa, poi, coincide e spiega cosa sia il “timore di Dio” (cfr. Proverbi 2, 5).

Questo concetto non astratto della “conoscenza di Dio”, come esperienza diretta e imprescindibile adesione personale alla sua volontà, è assai chiaro anche nella predicazione di Gesù.

“Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse”(Giovanni 14, 8-11)

“Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi” (Giovanni 15, 14-15).

La scientia et doctrina dei “pastori che pasceranno”, di cui parla Geremia, non è dunque una mera erudizione, ma un’esperienza personale e un’adesione totale e incondizionata al rivelarsi di Dio.

Facendo proprio riferimento all’annuncio del profeta Geremia e al testo giovanneo, al termine del Sinodo del 1992, scriveva San Giovanni Paolo II: “I presbiteri sono, nella Chiesa e per la Chiesa, una ripresentazione sacramentale di Gesù Cristo Capo e Pastore, ne proclamano autorevolmente la parola, ne ripetono i gesti di perdono e di offerta della salvezza, soprattutto col Battesimo, la Penitenza e l'Eucaristia, ne esercitano l'amorevole sollecitudine, fino al dono totale di sé per il gregge, che raccolgono nell'unità e conducono al Padre per mezzo di Cristo nello Spirito. In una parola, i presbiteri esistono ed agiscono per l'annuncio del Vangelo al mondo e per l'edificazione della Chiesa in nome e in persona di Cristo Capo e Pastore” (Pastores dato vobis, Esortazione Post-Sinodale, 25 marzo 1992, 15).

Sia per i presbiteri ma anche per i comuni battezzati, San Giovanni Paolo II indicava, poi, una precisa via di rinnovamento della Chiesa: “Per tutti i cristiani, nessuno escluso, il radicalismo evangelico è un'esigenza fondamentale e irrinunciabile, che scaturisce dall'appello di Cristo a seguirlo e ad imitarlo, in forza dell'intima comunione di vita con lui operata dallo Spirito. Questa stessa esigenza si ripropone per i sacerdoti, non solo perché sono nella Chiesa, ma anche perché sono di fronte alla Chiesa, in quanto sono configurati a Cristo Capo e Pastore, abilitati e impegnati al ministero ordinato, vivificati dalla carità pastorale” (Ibidem, 27).

Dall’inizio di questo sciagurato Pontificato, aggravato poi dal pandemonio pandemico di quest’ultimo anno, abbiamo invece assistito sgomenti alla trasformazione di larga parte del clero cattolico - anche negli ambienti più tradizionali, e questo fors’anche per timore di ritorsioni! - in spietati “padroni dei Sacramenti” e in “volonterosi carnefici”, manipolati dall’attuale caudillo argentino e dalla junta al suo permanente servizio.

Da un lato, si sopportano allegramente e noncuranti le gravissime esternazioni di Vescovi e chierici apertamente in contrasto con la Dottrina Cattolica e, anzi, si promuovo anche nella Curia Romana i loro epigoni come i novellatori di una fantomatica “chiesa in uscita” e “chiesa delle periferie esistenziali”.

Dall’altro, su presunte basi scientifiche ampiamente smentite, si infrangono i doveri stessi del Sacerdozio Cattolico nell’esercizio liturgico e si ledono i diritti fondamentali dei christifideles anche quando chiaramente ed espressamente sanciti in dottrina e diritto. Accade, ormai sempre più frequentemente, di assistere a presbiteri che negano il “sacramento dei sacramenti” e il pharmacum immortalitatis non a pubblici peccatori o dissenzienti dai precetti fondamentali della Dottrina Cattolica (questo poi mai nella “chiesa della misericordia”!) ma a intere assemblee di fedeli che desiderano e chiedono ricevere l’Eucarestia nelle forme previste dalle vigenti normative liturgiche.

O ne umiliano la fede con la distribuzione dell’Eucarestia in forme clandestine, a ciò spinti da mai resi pubblici “ordini del Vescovo”, verso i quali - segno estremo della decadenza dottrinale e culturale del clero cattolico! - i più coraggiosi inviano “pie suppliche” perché ponga fine a ciò che ha imposto illegalmente e che de iure neppure appartiene alla potestà propria dei Vescovi.

“Nella distribuzione della santa Comunione è da ricordare che i ministri sacri non possono negare i sacramenti a coloro che li chiedano opportunamente, siano disposti nel debito modo e non abbiano dal diritto la proibizione di riceverli. Pertanto, ogni cattolico battezzato, che non sia impedito dal diritto, deve essere ammesso alla sacra comunione. Non è lecito, quindi, negare a un fedele la santa Comunione, per la semplice ragione, ad esempio, che egli vuole ricevere l’Eucaristia in ginocchio oppure in piedi” (Redemptionis Sacramentum, 91).

E, “ogni fedele ha sempre il diritto di ricevere, a sua scelta, la santa Comunione in bocca (Ibidem, 92).

Stiamo dolorosamente assistendo, invece, al diffondersi di prassi illegittime e contrarie che minano alla radice i diritti e doveri del corpo ecclesiale, dove “i fedeli hanno il diritto di ricevere dai sacri Pastori gli aiuti derivanti dai beni spirituali della Chiesa, soprattutto dalla parola di Dio e dai sacramenti” (Codex Iuris Canonici, can. 213) e dove “i ministri sacri non possono negare i sacramenti a coloro che li chiedano opportunamente, siano disposti nel debito modo e non abbiano dal diritto la proibizione di riceverli (Ibidem, can. 843).

Ovviamente, a giustificare questa alterazione dell’essenza stessa del tanto declamato “Popolo di Dio”, ma in ultima analisi della missione stessa affidata da Cristo alla Chiesa, si ricorre a richiamare la “situazione sanitaria” o il celebre “Protocollo”, stoltamente firmato dalla Conferenza Episcopale con l’ex detentore dell’ormai democratura italiana.

In quel Protocollo, che per la Legge Generale della Chiesa, è nullo e dunque inefficace, tuttavia, si legge solo che “il celebrante e l’eventuale ministro straordinario […] abbiano cura di offrire l’ostia senza venire a contatto con le mani dei fedeli” (Protocollo circa la ripresa delle celebrazioni col popolo, 3. 4).

Come da questa indicazione sia stato possibile evincere una prescrizione della ricezione della Santa Comunione secondo la normativa liturgica vigente, “perché pericolosa”, risulta totalmente irrazionale.

In realtà, l’occasione è stata scientemente sfruttata da molti Vescovi per sradicare non solo una prassi liturgica millenaria ma per dare il colpo di grazia a quel che resta del sensus fidei communis del buon Popolo di Dio nel Mistero della Santissima Eucarestia. “Vae autem vobis, quia clauditis regnum caelorum ante homines! Vos enim non intratis nec introeuntes sinitis intrare”, “Guai a voi, - ripeterebbe oggi il Divino Maestro - che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini. Voi non vi entrate e non lasciate entrare nemmeno coloro che vorrebbero entrarci!” (Matteo 23, 13).

Non si tratta di un’accusa infondata ma sempre più manifesta in questo triste Pontificato che ha favorito il crescere a dismisura del più bieco clericalismo, dove Dottrina e Sacramenti, diventano la “cosa nostra” di molti Pastori.

Una “mafia”, come quella ormai ben nota di San Gallo, mortifera per la Fede Apostolica, dove gli “apostoli” non sono più i custodi della Fede Cattolica, ma gangster spietati del loro capriccio e - come direbbe Benedetto XVI - dello Zeitgeist, dello spirito di questo nostro ben triste tempo.
Gian Pietro Caliari
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Nota di Chiesa e post-concilio
1. Nella lingua ebraica il significato di ogni termine, desunto dalla radice, acquista sfumature diverse a seconda del contesto. Da quel che mi si è stampato nel cuore dai miei studi di ebraico pesco e condivido quanto segue. Tra i vari significati del verbo yada’ (יָדַע) che designa :
conoscere [qualcuno o qualcosa, in senso assoluto]” (Is 1,3), rendersi conto di [in senso assoluto] (Lv 5,3), notare / porre attenzione (Rut 3,4), fare esperienza di (Is 47,8), occuparsi di (Gn 39,6), comprendere (Is 6,9), constatare (1Re 20,7), riconoscere [che] (Es 6,7), essere sapiente (Ec 9,11), sapere o essere specializzati in qualcosa (Am 5,16; 1Re 9,27; 1Sam 16,18)
c'è anche quello che corrisponde al praticare i rapporti intimi tra coniugi. E non può non designare anche il rapporto intimo e profondo del Signore con l'anima fedele e con la Sua Chiesa, il Suo corpo mistico... Non servono - anzi mancano o meglio sono indicibili - parole per descrivere; ma serve un profondo e delicato senso di timore misto a confidenza per accogliere la realtà che ci rivela.

10 commenti:

Anonimo ha detto...

Sentito?E c'è gente che pensa di poter plasmare la Chiesa secondo i propri desideri.Quanta fatica sprecata.

Anonimo ha detto...

In questo giorno in cui si commemora l’istituzione del Sacerdozio, inviamo i nostri più affettuosi auguri e ringraziamenti dal più profondo del cuore ai nostri sacerdoti per tutto quello che hanno fatto e fanno per noi!

Anonimo ha detto...

Il Giovedì Santo si celebra il rito della benedizione degli olii santi durante la Messa del Crisma ricordando l'ultima Cena del Signore dando così inizio al Triduo Santo.
La sorgente di ogni dono per la Chiesa e per ogni singolo credente è il Santo Sacramento dell'Alare nel quale la comunità radunata nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito, rivive la morte e risurrezione del Signore.
Il comando di Gesù rivolto ai suoi discepoli chiamati a perpetuare quanto da lui stesso compiuto nel cenacolo si prolunga poi nel segno della lavanda dei piedi, tanto che lo stesso Maestro e Signore dice ai suoi commensali: «Vi ho dato l'esempio perché come ho fatto io facciate anche voi». Così facendo pone una relazione profonda e indisgiungibile tra l'Eucaristia, sacramento della sua offerta sacrificale al Padre per la salvezza del mondo, e il comandamento dell'amore che si traduce nel servizio incondizionato, sino al dono della vita, ai fratelli.
Dall'Eucaristia la Chiesa trae la sua origine permanente e all'Eucaristia essa deve fare ritorno in ogni istante della sua esistenza e della sua missione perché possa essere e crescere secondo il pensiero e il disegno di Dio. Del resto «la Chiesa è stata fondata, come comunità nuova del Popolo di Dio, nella comunità apostolica di quei dodici che, durante l'ultima cena, sono divenuti partecipi del corpo e del sangue del Signore sotto le specie del pane e del vino. Cristo aveva detto loro: "Prendete e mangiate...", "prendete e bevete". Ed essi, adempiendo questo suo comando, sono entrati, per la prima volta, in comunione sacramentale col Figlio di Dio, comunione che è pegno di vita eterna.
Da quel momento sino alla fine dei secoli, la Chiesa si costruisce mediante la stessa comunione col Figlio di Dio, che è pegno di pasqua eterna».
In questo giorno celebriamo un unico mistero: «Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine».

Tralcio ha detto...

Durante l'ultima cena Gesù compie gesti così importanti da trasformarsi in sacramento.

La vita della Chiesa sgorga dal SACRIFICIO EUCARISTICO nel suo sacramento.
Solo il genio di Dio poteva ideare una forma tanto umile, semplice, diffusa ed efficace di rimanere fisicamente e realmente con i suoi discepoli.

I sacramenti sono istituiti da Gesù Cristo stesso. Sono forze che escono dal corpo di Cristo, sempre vivo e vivificante, azioni dello Spirito Santo operante nel suo corpo mistico. I sacramenti sono i capolavori di Dio e comunicano agli uomini, soprattutto nell'Eucaristia, il mistero della comunione del Dio Amore, uno in tre Persone.

Tre sacramenti (Battesimo, Confermazione e Ordine) conferiscono, oltre la grazia, un carattere indelebile di partecipazione al sacerdozio di Cristo. I sacramenti sono ordinati alla santificazione, all'edificazione del corpo di Cristo ed a rendere culto a Dio; in quanto segni, hanno poi anche la funzione di istruire.

Nessun rito sacramentale può essere modificato o manipolato dal ministro o dalla comunità a suo piacimento. Neppure l'autorità suprema nella Chiesa può cambiare la liturgia a sua discrezione, ma unicamente nell'obbedienza della fede e nel religioso rispetto del mistero della liturgia. Degnamente celebrati nella fede, i sacramenti conferiscono la grazia che significano. Sono efficaci perché in essi agisce Cristo stesso: è lui che opera nei suoi sacramenti per comunicare la grazia che il sacramento significa.
È questo il significato dell'affermazione della Chiesa: i sacramenti agiscono ex opere operato (per il fatto stesso che l'azione viene compiuta), cioè in virtù dell'opera salvifica di Cristo, compiuta una volta per tutte. Ne consegue che “il sacramento non è realizzato dalla giustizia dell'uomo che lo conferisce o lo riceve, ma dalla potenza di Dio”, anche se i frutti dei sacramenti dipendono anche dalle disposizioni di chi li riceve.

I sacramenti sono segni efficaci della grazia, istituiti da Cristo e affidati alla Chiesa, attraverso i quali ci viene elargita la vita divina.

Oggi il vaccino sta divenendo, nell'idolatria del vitello d'oro propagandato dalle liturgie imposte da martellanti catechesi, una sorta di segno di appartenenza alla resilienza.
Questo termine è sostanzialmente sconosciuto alla vita spirituale. Materialisticamente è
la capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi. Per la psiche è la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà. Ci vogliono ridurre a non avere uno spirito, questo è evidente. E ci dicono che è "per non morire", mentre siamo già morti (dentro) o comunque moriremo (nel corpo), ma senza alcuna prospettiva eterna. Ecco, dovendo definire il regno dell'anticristo: è questo.

Durante l'ultima cena a un certo punto i discepoli fanno discorsi abbastanza sciocchi (leggere Lc 22,21-38). Mentre Gesù parla (molto severamente) di chi lo tradirà, c'è chi discetta di priorità nell'essere i "più bravi", proprio nell'imminenza del mostrarsi a sua volta pesantemente inadeguato rispetto all'intenzione!

Il sacramento smaschera e in epoca di mascherine è un altro bell'insegnamento.

Simone, Simone (non lo chiama Pietro...) ecco Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano. Dopo, una volta tornato, anche Simone (come Pietro) potrà confermare i fratelli.
Non basta essere in/nella chiesa per essere la Chiesa.
Ne' basta essere Simone, pescatore della Galilea, per dirsi Cefa/Pietro.
Vale per chi celebra, con dignità sacra e vale per chi partecipa, nel sacramento.

Anonimo ha detto...

LENTEN PRAYER TO THE HOLY ARCHANGEL ST. GABRIEL, WHO STRENGTHENED OUR LORD IN HIS AGONY

O holy Angel Gabriel, who didst strengthen Jesus Christ our Lord, come and strengthen us also; come and tarry not!

I salute thee, holy Angel who didst comfort my Jesus in His agony, and with thee I praise the most holy Trinity for having chosen thee from among all the holy Angels to comfort and strengthen Him Who is the comfort and strength of all that are in affliction.

By the honor thou didst enjoy and by the obedience, humility and love wherewith thou didst assist the sacred Humanity of Jesus, my Saviour, when He was fainting for the very sorrow at seeing the sins of the world and especially my sins, I beseech thee to obtain for me perfect sorrow for my sins; deign to strengthen me in the afflictions that now overwhelm me, and in all the other trials, to which I shall be exposed henceforth and, in particular, when I find myself in my final agony. Amen.

Anonimo ha detto...

Hoc facite in meam commemorationem.

- I Cor XI, 24

Indulgenza plenaria durante la Settimana Santa ha detto...

L’indulgenza plenaria è la remissione dell’intera pena temporale dovuta a peccati già perdonati, si tratta della piena manifestazione della misericordia di Dio nei confronti degli uomini. L’indulgenza è una remissione che il fedele, debitamente disposto e a determinate condizioni, acquista per intervento della Chiesa, la quale, come ministro della Redenzione, con la sua autorità, dispensa ed applica il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei santi

Per ottenere le indulgenze il fedele deve essere:

battezzato, poiché l’atto di giurisdizione delle indulgenze può essere esercitato solo su chi appartiene al Corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa;non scomunicato, in quanto se lo fosse non potrebbe partecipare né alle indulgenze né alle pubbliche preghiere della Chiesa;in stato di grazia, perché il debito della pena temporale si può cancellare dopo la cancellazione della colpa e della pena eterna per mezzo della confessione sacramentale;intenzionato ad ottenere l’indulgenza, poiché il beneficio non può essere concesso a chi non lo vuole.

L’indulgenza plenaria può essere ottenuta durante la Settimana Santa per se stessi o per una persona deceduta se viene eseguita una delle seguenti opere stabilite dalla Chiesa:

Giovedì Santo

Se durante la solenne esposizione del Santissimo Sacramento (tipicamente su un altare laterale), che segue la Messa della Cena del Signore, reciti o canti l’inno eucaristico “Tantum Ergo”.Se adori per mezz’ora il Santissimo Sacramento solennemente.

Venerdì Santo

Se veneri la Croce nella solenne celebrazione della Passione del Signore.Se partecipi pienamente alla Via Crucis

Santo sabato

Se due o più persone pregano il Santo Rosario.Se partecipi alla celebrazione della Veglia Pasquale di notte e rinnovi le tue promesse battesimali.

Condizioni generali:
Un’indulgenza plenaria richiede che l’individuo sia in stato di grazia al completamento degli atti e abbia completo distacco dal peccato. La persona deve anche confessare sacramentalmente i propri peccati e ricevere la Comunione, fino a circa 20 giorni prima o dopo l’atto di indulgenza. Una sola confessione sacramentale è sufficiente per più indulgenze plenarie. Per ogni indulgenza plenaria che si richiede, tuttavia, sono richieste una Santa Comunione separata e una preghiera separata per le intenzioni del Santo Padre. La preghiera per le intenzioni del Santo Padre è lasciata alla scelta del singolo, ma vengono suggeriti il ​​Padre Nostro e l’Ave Maria.

Anonimo ha detto...

Molti anni fa, un [ex] professore mi aveva parlato di un desueto rituale del Giovedì Santo chiamato Bulla in Coena Domini compiuto dal Papa e dai Vescovi nella Messa dello stesso nome. Cos'era?
Pare fosse (vorrei una conferma dai più esperti) un rinnovo e se del caso aggiornamento delle censure riservate alla Santa Sede.
Lo trovo una cosa piuttosto innocua, eppure non solo suscitava diverse polemiche politiche al tempo in cui veniva praticato, ma ancora oggi pare che molti ecclesiastici si alterino se qualcuno anche solo lo nomina. Qualche dettaglio, quello che ho scritto, me lo aveva dato un anziano sacerdote putroppo da anni tornato alla Casa del Padre, ma non avevamo avuto nessuno di noi due tempo per parlarne di più.
PS: ho scritto "[ex] professore" perchè per me un professore di scuola o università resta sempre tale, anche in pensione.

Anonimo ha detto...

Ho trovato in rete:

Coena Domini era una ricorrente bolla papale tra il 1363 e il 1770, così chiamata dal suo incipit (in latino "Alla mensa del Signore", riferendosi alla festa liturgica in cui era pubblicata annualmente a Roma: la festa del Cena del Signore ), precedentemente emessa ogni anno il Giovedi Santo (nella settimana Santa), o in seguito il Lunedi di Pasqua. La sua prima pubblicazione è stata nel 1363 sotto papa Urbano V. Era una dichiarazione di censura ecclesiastica contro le eresie, scismi, sacrilegio, violazione papali e privilegi ecclesiastici, attacchi alla persona e la proprietà, la pirateria, la contraffazione e altri reati. Per due o trecento anni è stata variata di volta in volta, riceve la sua forma finale da Papa Urbano VIII nel 1627. A causa della opposizione dei sovrani d'Europa, sia protestanti che cattolici, che la consideravano come una violazione dei loro diritti, la sua pubblicazione è stata interrotta da Papa Clemente XIV nel 1770.

https://it.qaz.wiki/wiki/In_Coena_Domini

Anonimo ha detto...

Il Signore dice: “Chi si è lavato, non ha bisogno che di lavarsi i piedi, perché è del tutto mondo”. Che significa?

«[…] l’uomo nel santo battesimo è lavato tutto intero compresi i piedi, tutto completamente. Ma siccome poi deve vivere nella condizione umana, non può fare a meno di calcare con i piedi la terra.
Gli stessi affetti umani, di cui non si può fare a meno in questa vita mortale, sono come i piedi con cui ci mescoliamo alle cose terrene; talmente che, se ci dicessimo immuni dal peccato, inganneremmo noi stessi e la verità non sarebbe in noi.
Ogni giorno ci lava i piedi colui che intercede per noi; e ogni giorno noi abbiamo bisogno di lavarci i piedi, cioè di raddrizzare i nostri passi sulla via dello spirito […]».

Sant’Agostino, Commento al Vangelo secondo Giovanni, om. LVI