venerdì 16 aprile 2021

Il latino, radice culturale della nostra civiltà

Si è celebrata il 9 aprile la prima Giornata mondiale della lingua latina, istituita dall’Associazione Italiana di Cultura Classica. Sul blog ne abbiamo dato notizia qui. Sulla Latina lingua potete documentarvi qui : indice degli articoli pubblicati.

Associazione Italiana Cultura Classica (AICC): una libera Associazione di docenti dell’università e della scuola, di studenti e di semplici cittadini che credono fermamente nella perennità dei valori della cultura classica e si adoperano per la loro salvaguardia e la loro diffusione.

Il 23 ottobre 2020, il Direttivo dell’AICC ha infatti deliberato di dedicare il primo venerdì di aprile di ogni anno (o il secondo nei casi in cui, come nel 2021, il primo coincida con il Venerdì santo) alla celebrazione della Lingua latina, come occasione per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza e sulla valorizzazione del patrimonio linguistico e culturale rappresentato dal Latino e per preservarne e promuoverne lo studio e la diffusione tra le nuove generazioni. L’iniziativa, che si è svolta sotto l’egida dell’UNESCO, ha peraltro meritato all’Associazione il prestigioso conferimento della medaglia per l’alto valore culturale da parte del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Simili ricorrenze possono rappresentare per tutti, anche per quelli che, come chi scrive, abbiano scelto di dedicarsi allo studio e all’insegnamento delle lingue antiche fino a farne la propria professione, una valida occasione per interrogarsi su quale senso possa avere oggi, nel XXI secolo, coltivare e diffondere questi studi: nelle risposte a questa domanda si realizza l’esigenza di una continua rimotivazione e si ritrovano gli stimoli che consentono di proseguire il proprio impegno con nuovo slancio, rinnovate energie ed immutata passione.
Parafrasando il quesito con cui il filologo e antropologo Maurizio Bettini ha provocato il suo pubblico nell’interessante saggio A che servono i Greci e i Romani? (Einaudi, 2017), proviamo dunque a chiederci oggi, in occasione della Giornata mondiale della lingua latina: a che serve il latino? Qual è lo spazio e il ruolo del latino nella formazione dei giovani e quale contributo può fornire alla loro crescita?

La domanda non è certo nuova, anzi il mondo della scuola, italiana in particolare, se la pone ormai da diversi decenni e la risposta che ad essa è stata data dal decisore politico è implicita nella progressiva marginalizzazione a cui le riforme e gli aggiornamenti dei curricula scolastici che si sono succeduti nel corso degli anni e dei governi, di qualsiasi “colore”, hanno costretto il latino, il quale, sparito ormai da quasi cinquant’anni dalla “scuola media”, in termini di monte-ore e di rilevanza disciplinare mantiene una certa centralità soltanto al liceo classico, sopravvive (talvolta a fatica) allo scientifico, agonizza al linguistico e al liceo delle scienze umane, non è mai entrato nelle aule dei licei di più recente istituzione. In un simile scenario, non certo confortante, è pertanto affidato in primis ai docenti il compito, non sempre facile, di trovare in se stessi e nella tradizione, di cui sono depositari e veicolo di trasmissione, una risposta alla domanda di senso che ci si è posti in precedenza, per essere in grado di guidare e accompagnare ad essa anche le nuove generazioni in frenetica trasformazione con cui si trovano quotidianamente a confrontarsi.

E dunque: a che serve il latino? È indubbiamente vero, come spesso si è soliti sostenere, che «il latino insegna a ragionare»: lo studio di una lingua flessiva dal rigoroso impianto sintattico come il latino, infatti, abitua senza dubbio lo studente ad attivare una serie di competenze riconducibili all’area logica che ne stimolano le capacità di problem solving e contribuiscono allo sviluppo di una corretta architettura del pensiero. Ma se il suo ruolo si limitasse a questo, il latino rischierebbe davvero di rappresentare, al giorno d’oggi, uno “strumento” ormai obsoleto e destinato all’estinzione, facilmente sostituibile da altri ben più accattivanti e in grado di svolgere la medesima funzione di “palestra per la mente”.
Il contributo del latino alla formazione dei giovani, infatti, può e deve consistere in un apporto ben più profondo e complesso alla maturazione complessiva e alla definizione di una personalità in in evoluzione: la lingua latina può diventare, in tal senso, la chiave di accesso a un patrimonio culturale di inestimabile valore, sopravvissuto e sedimentato nei secoli proprio attraverso il ruolo fondamentale della scuola. L’apprendimento linguistico, dunque, fornisce alle giovani generazioni un alfabeto e una grammatica per poter accostare direttamente, senza mediazioni, i frutti del pensiero e della creatività di quei “classici” che sono tali proprio perché “non passano di moda”, perché sanno interrogare il cuore e sfidare nel profondo l’intelligenza dell’uomo di ogni tempo.

È solo attraverso la conoscenza della lingua latina, insomma, che possiamo davvero arrivare a toccare le radici, non solo linguistiche, ma anche culturali, della nostra civiltà. Attingendo direttamente ai testi che hanno costruito la nostra identità letteraria, filosofica, scientifica, saremo dunque in grado di soddisfare quell’esigenza che oggi ci spinge a tornare al passato per guardare “da lontano” il presente convulso e confuso in cui ci troviamo immersi e che spesso fatichiamo a comprendere “da dentro”, per correre verso le sfide del domani con nuovo slancio e con la rassicurante certezza che, come scriveva nel XII secolo (e ovviamente… in latino!) il filosofo e teologo Giovanni di Salisbury, anche se spesso ci sentiamo “nani”, potremo sempre riconoscere nei classici quei “giganti” sulle cui spalle arrampicarci per guardare con fiducia ad orizzonti nuovi.

Occasioni come la Giornata mondiale della lingua latina, allora, stanno a ricordarci, se mai ce ne fossimo dimenticati, che alla scuola italiana del XXI secolo serve ancora il latino, forse proprio perché il latino non “serve” a qualcosa di concreto, non ci consegna una lista di procedure da applicare meccanicamente in vista di un obiettivo tangibile nell’immediato, ma perché nutre lo spirito e apre la mente. Alla scuola italiana serve il latino e serve l’entusiasmo di docenti che guidino i ragazzi a gustare «la squisita perfezione della lingua latina» che affascinava Giacomo Leopardi, e attraverso di essa la straordinaria ricchezza della letteratura e della cultura che, in latino, ha accompagnato nei secoli il viaggio dell’uomo sulle strade della conoscenza. (Fabrizio Bordone - Fonte)

7 commenti:

Anonimo ha detto...

MARTIROLOGIO SECONDO IL CALENDARIO ROMANO ANTICO.

CONOSCIAMO IL SANTO DEL GIORNO: S. BERNARDETTE SOUBIROUS

Oggi 16 aprile 2021 si festeggia a Nevers, in Frància, santa Mair a Bernarda Soubirous, Vergine, della Congregazione delle Sorelle della Carità e dell'Istruzione cristiana, favorita, ancor giovanetta, a Lourdes, da ripetute apparizioni dell'Immacolata Madre di Dio Maria, dal Papa Pio undecimo ascritta tra le sante Vergini.

Si chiamava Maria Bernarda, ed era nata a Lourdes, sconosciuto paesino della Francia meridionale. Era figlia d'un mugnaio, che presto dovette abbandonare il proprio mulino per ridursi a vivere di stenti nel paese. La mattina dell'11 febbraio 1858 faceva freddo, e in casa Soubirous non c'era più legna da ardere. Bernardetta, con la sorella Antonietta e una compagna, furon mandate a cercar rami secchi nei dintorni del paese. Le tre bambine giunsero così vicino alla Rupe di Massabielle, che formava, dalla parte del fiume, una piccola grotta. Dentro a quella grotta giaceva un bel pezzo di legno. Per poterlo raccogliere, bisognava però attraversare un canale d'acqua, che veniva da un mulino e si gettava nel fiume.
Antonietta e l'amica calzavano gli zoccoli, senza calze. Se li tolsero, per entrare nell'acqua fredda. Bernardetta invece, essendo delicata e soffrendo d'asma, portava le calze. Pregò l'amica di prenderla sulle spalle, ma l'amica si rifiutò, e discese, con Antonietta, verso il fiume. Bernardetta rimase sola. Pensò di togliersi gli zoccoli e le calze, ma mentre si accingeva a far questo udì un grande rumore: alzò gli occhi e vide che la quercia abbarbicata al masso di pietra si agitava violentemente, per quanto non spirasse alito di vento. Poi la grotta fu piena d'una nube d'oro, e una splendida signora apparve sulla roccia della grotta.
Istintivamente, la bambina s'inginocchiò, tirando fuori la coroncina del Rosario. La Signora la lasciò pregare, facendo passare tra le sue dita, come faceva la piccola orante, i grani del Rosario, che pur essa teneva in mano, senza però mormorare l'Ave Maria. Soltanto, alla fine della posta, s'univa a Bernardetta per recitare il Gloria Patri.
Quando il Rosario terminò, la bella Signora scomparve; sparì la nuvola d'oro, e la grotta tornò nera, dopo tanto splendore. L'apparizione si ripeté varie volte, e Bernardetta non si contraddì mai nel descrivere la bella Signora. «vestita di bianco - diceva -, con un nastro celeste annodato alla vita e con le estremità lunghe fin quasi ai piedi». Ma lo strano fu quando la fanciulla per tre volte chiese alla bella signora chi fosse. Per tre volte si sentì rispondere: « Io sono l'Immacolata Concezione ». « Questa risposta non ha significato », dissero coloro che ebbero il compito d'interrogare la povera pastorella. Ma Bernardetta insisteva: « Ha detto così ». Né mai si smentì o si contraddisse.
Intanto alla grotta accorrevano fedeli in preghiera, ed ecco che dal fianco della montagna scaturisce il più copioso fiume di miracoli che mai si fosse conosciuto. I ciechi riacquistavano la vista, i sordi riavevano l'udito, gli storpi venivano raddrizzati. Questa volta furono gli scienziati, prima a indignarsi, poi a stupirsi, poi a convincersi che il miracolo negato dai Positivisti era qualcosa di veramente positivo. Attorno alla grotta di Lourdes si accesero le devozioni più fervide e le discussioni più clamorose. E su Bernardetta si appuntarono curiosità e ammirazione. Ella però soffriva dì tanta attenzione; chiese perciò di entrare in un convento, a Nevers. « Son venuta qui per nascondermi », disse umilmente. Stremata di forze, oppressa dall'asma, respirava a fatica. « Tu soffri molto », le dicevano le consorelle.« Bisogna che sia così », rispondeva la giovane suora. Bisognava che soffrisse, per restare degna del privilegio che aveva ricevuto, di vedere la Vergine Immacolata.

Anonimo ha detto...

Certo che un articolo di due righe per il 94* compleanno di Ratzinger potevate anche farlo...

Lucignolo ha detto...

"A breve distanza dalla promulgazione della costituzione apostolica Veterum sapientia, che ribadisce con una certa forza l'obbligo della lingua latina nelle scuole teologiche, è comparsa la traduzione italiana del I volume della Dogmatik del Pohle secondo l'ultima edizione curata dal p. J. Gummersbach SJ. La cosa non deve far meraviglia: il volume, edito con la solita cura dalla Morcelliana, non è destinato ad essere usato come testo scolastico. Gli alunni di teologia devono abituarsi ad avere tra mano ottimi manuali in latino per essere in grado di attingere con facilità ed esattezza ai documenti del magistero ecclesiastico, alla S. Scrittura, alle opere dei padri e ai grandi maestri della scolastica. La terminologia scolastica latina, dopo un lavorio secolare di limatura compiuto sotto l'occhio vigile della Chiesa, ha acquistato una mirabile precisione espressiva dei concetti teologici, di cui assicura costanza di significato nel succedersi delle generazioni e universalità di comprensione al di là delle diversità di linguaggio" (La Civiltà Cattolica, 2 febbraio 1963, a. 114, vol. 1, quaderno 2703, n. 3)

Anonimo ha detto...

Avessi avuto lui, il prof. *Luigi Miraglia, come insegnante di latino ai miei tempi...

*il più entusiasta, in Italia, fra i sostenitori del metodo naturale, ossia quello che si fonda prima sulla conversazione e solo dopo sullo studio della grammatica; contrapposto a quello positivistico tardo-ottocentesco, e dunque post-unitario, basato sul ''rosa, rosae'' e sulle famigerate ''versioni''


https://www.youtube.com/watch?v=CkN7NIyzpkg

Anonimo ha detto...

Il latino fino agli inizi del XVIII secolo era ancora ritenuto dagli storici, filosofi e scienziati il medium migliore per rivolgersi a un pubblico europeo. Per questo Marsilio Ficino, Pico della Mirandola, Erasmo, More e più tardi Francis Bacon, Hugo Grotius, Renè Descartes, Benedict Spinoza e Sir Isaac Newton lo usarono come loro linguaggio. Poi smise di essere un medium internazionale in favore delle lingue nazionali. Questo aveva fatto venir meno l'humus vitale, vivo e non trascorso. Ben vengano ora gli accademici, i professori, gli eruditi e gli appassionati di latino antico, grazie a loro infatti esso potrà preservarsi integro evitando di diventare il latinorum di manzoniana memoria.

Anonimo ha detto...

Tra tutte queste la più vissuta è la Torre Rotonda che non ho visto ma le mie mani hanno tastato, dove monaci che sono i nostri benefattori hanno salvato per noi in tempi duri il greco e il latino, cioè la cultura.
- J. L. Borges, Irlanda, in Atlas, Opere complete, cit., p. 408

Anonimo ha detto...

https://www.ilpost.it/2019/05/04/espressioni-latine-guida/
Il latino da sapere
Una guida alle espressioni latine più usate, e più fraintese nell'uso comune: un articolo sui generis