Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

giovedì 14 maggio 2026

In Illo Tempore: V Domenica dopo Pasqua

Nella nostra traduzione da OnePeterFive la consueta meditazione di P. John Zuhlsdorf che ogni settimana ci consente di approfondire i tesori di grazia ricevuti nella celebrazione domenicale qui.
In Illo Tempore: V Domenica dopo Pasqua

In questa V Domenica dopo Pasqua stiamo ancora attraversando il capitolo 16 del Vangelo di Giovanni, il Discorso dell’Ultima Cena del Signore, insieme alla Lettera di Giacomo. Dal punto di vista liturgico siamo ormai vicini all’Ascensione del Signore, quando il Sommo Sacerdote, il Salvatore Risorto, è entrato nel tempio celeste dove rinnova incessantemente davanti al Padre il Suo Sacrificio, compiuto una volta per tutte. La Santa Chiesa ci offre questi passi affinché i nostri occhi, la nostra mente e il nostro cuore siano rivolti verso l’alto. Il Signore assicura agli Apostoli — e a noi — l’amore del Padre. Ci insegna a chiedere nel Suo Nome affinché la nostra gioia sia piena. E questa gioia, la chará greca, è certamente la gioia portata dallo Spirito Santo: gioia che cerca le cose di lassù, gioia del Signore stesso: “prendi parte alla gioia del tuo padrone” (Matteo 25,21).
Le letture evangeliche custodiscono sempre tesori molteplici da dischiudere. Possiamo affidarci alla limpidezza stessa delle parole di Cristo quando gli Apostoli esclamano: “Ecco, ora parli apertamente e non più in modo figurato!” (Giovanni 16,29). Quel “parlare apertamente” è espresso dal greco parrhēsía, che qui significa parlare senza ambiguità né giri di parole, senza figure retoriche né paragoni. Parrhēsía significa anche libertà nel parlare, franchezza senza riserve. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, al n. 2778, la definisce così: “semplicità schietta, fiducia filiale, lieta sicurezza, umile audacia, certezza di essere amati”.

Soprattutto nei primi anni del suo tempo a Roma, Francesco esortava spesso a parlare con parrhēsía, persino a “fare casino”. Sembrava considerarlo un cammino accidentato ma positivo verso una soluzione finale migliore. Sono certo che i due cardinali dei Dubia ancora viventi abbiano sentito di aver agito con fiducia filiale nel presentare le loro domande con semplicità diretta. Sicuramente il cardinale Zen, quando parlò a Francesco della sorte dei cattolici in Cina, provò qualcosa di simile, soprattutto dopo il suo arresto e il silenzio della Santa Sede. E sono abbastanza sicuro che coloro contro cui era diretto Traditionis custodes stiano ancora godendo della “certezza di essere amati”.

Eppure una parola cristiana resta cristiana anche quando viene usata in modo selettivo. La parrhēsía appartiene ai figli che sanno di essere amati dal Padre. È diretta e umile, fiduciosa senza essere presuntuosa. È il modo di parlare che dovremmo avere nella preghiera e soprattutto nella confessione. Può darsi che alcuni pastori non abbiano alcun interesse per la nostra parrhēsía. I nostri confessori — il 99,99% di loro — certamente sì. Parlate con parrhēsía in confessionale. E questo significa prepararsi bene. Prepararsi bene significa esame di coscienza quotidiano. Prima della confessione, iniziate dalla domanda di Giacomo, formulata a modo vostro: Dio vede in me una “religione pura e senza macchia”?

Prima di addentrarci pienamente in Giacomo, ascoltiamo la Colletta, che rispecchia la struttura stessa dell’Epistola. Nell’antico Sacramentario Gelasiano la Colletta odierna veniva cantata per la quarta domenica dopo la chiusura dell’Ottava di Pasqua, cioè proprio oggi. Il Gelasiano — o Liber sacramentorum Romanae ecclesiae, Libro dei Sacramenti della Chiesa di Roma — fu compilato a Parigi intorno al 750 utilizzando materiale più antico. Contiene elementi sia della liturgia romana sia di quella gallicana del periodo merovingio.
Deus, a quo bona cuncta procedunt, largire supplicibus Tuis: ut cogitemus, Te inspirante, quae recta sunt; et, Te gubernante, eadem faciamus.

O Dio, dal quale procedono tutti i beni, concedi generosamente ai Tuoi supplici in preghiera che, sotto la Tua ispirazione, possiamo pensare ciò che è retto e, guidati da Te, possiamo compierlo.
Questa Colletta è sopravvissuta alle forbici e ai ritagliatori che hanno assemblato il Novus Ordo sulle loro scrivanie. Chi frequenta il Novus Ordo la ascolterà nella X Domenica del Tempo Ordinario, con un ordine delle parole leggermente modificato. Prima c’è l’invocazione a Dio, poi una dichiarazione su Dio, infine la richiesta. Nell’apodosi vi è un bellissimo parallelismo negli ablativi assoluti e un chiasmo con i verbi cogitemus e faciamus: pensare e fare. Chiediamo di discernere, sotto l’ispirazione di Dio, i beni che Egli dona, e poi di realizzarli sotto il Suo governo.

Il beato Ildefonso Schuster osservava a proposito di questa Colletta:
Nella Colletta ci viene ricordato che Dio è l’origine del nostro essere; perciò Lo imploriamo anzitutto di ispirarci pensieri giusti e santi, e poi di darci la forza di tradurli in pratica. Qui vediamo quanto poco merito possiamo attribuirci per il poco bene che facciamo. Il primo impulso, la determinazione della nostra libera volontà, l’esecuzione stessa del buon proposito: tutto viene da Dio, e noi, come creature ragionevoli, contribuiamo soltanto con la nuda cooperazione della nostra volontà alla grazia — e anche questa proviene da Dio. Questa verità, che apprendiamo nel catechismo cattolico, dovrebbe riempirci di umile sottomissione a Dio e di diffidenza verso noi stessi, poiché l’umiltà è il fondamento di ogni nostro rapporto con Dio.
Preghiera, grazia, pensiero, azione, umiltà. Ecco il programma. Le nostre opere sono davvero nostre, perché la nostra volontà coopera realmente. E tuttavia ogni buon impulso, ogni buona decisione, ogni buona esecuzione avviene sotto la grazia. Poiché siamo creati a immagine e somiglianza di Dio, accogliere ciò che Dio vuole che pensiamo e facciamo ci inserisce in quel processo di divinizzazione di cui i Padri della Chiesa scrissero con tanta eloquenza, preparandoci alla Visione Beatifica.

Ora Giacomo tende ancora di più lo stesso filo. “Siate però operatori della parola e non ascoltatori soltanto, ingannando voi stessi”. Noi non siamo cristiani della “sola fede”, come vorrebbero gli insegnamenti erronei di Martin Lutero e degli altri riformatori. Il cristiano deve vivere una fede che informi l’azione. “Fare” la Parola ricevuta è la via dell’autenticità. Ascoltare e poi lasciare la propria vita immutata ci rende falsi. Il cristiano serio e vigilante non lascia che la Parola — Cristo — gli entri da un orecchio ed esca dall’altro. Cerca invece di afferrarla saldamente e di farla propria. Mangiamo il pane ricavato dai buoni raccolti che Dio protegge e lo trasformiamo in ossa e carne. A un livello più profondo, la Parola, Cristo, è l’agente di trasformazione che ci rende sempre più ciò che Egli è: immagini sempre più manifeste di Dio, alla Cui somiglianza siamo stati creati. Questo vale per la Parola nella Sacra Scrittura così come per la Parola nell’Eucaristia.

Giacomo usa la metafora di uno specchio. Gli specchi antichi erano molto meno nitidi di quelli moderni. Ai tempi di Giacomo la superficie levigata e irregolare produceva distorsioni. Oggi gli specchi mostrano le distorsioni che esistono davvero. Tenere uno specchio davanti a sé rimane un modo potentissimo per descrivere il processo quotidiano dell’esame di coscienza. Vediamo difetti che anche gli altri vedono. E ciò ci spinge a cercarne altri, meno evidenti. Dio li vede tutti. Dio non può né ingannare né essere ingannato, come affermiamo nel classico Atto di Fede. Dio ci è più vicino di quanto noi siamo vicini a noi stessi. Nulla può esserGli nascosto.

Giacomo dice: “Se qualcuno pensa di essere religioso ma non frena la propria lingua e inganna il suo cuore, la sua religione è vana”. Il greco per “frenare” è il divertentissimo chalinagōgéō (χαλιναγωγέω): guidare con il morso, come si guida un cavallo ora da una parte, ora dall’altra, ora fermandolo. Frenare la lingua richiede un movimento regolato. Servono parole ponderate, dette al momento opportuno e con il tono giusto. A volte bisogna anche tornare indietro per correggere errori o chiedere perdono. Certamente eviteremmo molti problemi se legassimo la lingua in più occasioni di quante siamo disposti ad ammettere.

L’Apostolo parla poi della threskeía, che Girolamo tradusse in latino con religio. Nel tesoro della Chiesa esiste un’immensa riflessione sulla virtù della religione. In breve: siamo tenuti a rendere alle persone ciò che è loro dovuto. Quando questo si applica agli esseri umani, la virtù prende il nome di giustizia. Poiché però le Persone divine della Trinità sono qualitativamente differenti da noi, esiste una virtù distinta mediante la quale rendiamo a Dio ciò che spetta a Dio: la religione. L’espressione esteriore principale di questa virtù è il culto reso correttamente, sia individualmente sia collettivamente come Chiesa. Se sbagliamo questo, la nostra vita personale e la nostra vita collettiva finiranno profondamente deformate. Ed è ciò che stiamo vedendo oggi nella Chiesa. Non abbiamo esercitato adeguatamente, su larga scala, la virtù della religione attraverso un culto liturgico sano e gradito a Dio. Un culto autentico è una conditio sine qua non della salute spirituale, sia per i singoli sia per la Chiesa.

Giacomo ci presenta poi l’altra faccia della medaglia. La religione pura e senza macchia implica le opere di misericordia. Egli nomina gli orfani e le vedove, tra i più vulnerabili della società antica, privi di reddito e protezione. Fonde il culto verticale dovuto a Dio con la cura dei deboli e degli indifesi. Naturalmente avete memorizzato le Opere di Misericordia corporali e spirituali. Il mancato adempimento può avere conseguenze gravi. Non mi credete? Parlatene con Gesù leggendo Matteo 25,41.

Giacomo aggiunge che dobbiamo conservarci “áspilov apò tou kósmou”, letteralmente “senza macchia dal mondo”. E mentre state seduti con la Bibbia aperta su Giacomo prima della Messa domenicale, tenete il dito anche su 1 Giovanni 2:
Non amate il mondo né le cose del mondo. Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui. Perché tutto ciò che è nel mondo — la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita — non viene dal Padre ma dal mondo. E il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno.
La religione implica uno stile di vita: abbandonare ciò che contamina e abbracciare ciò che purifica. Qualunque cosa creata può diventare “il mondo” quando la collochiamo sul trono del cuore. L’universo creato, in sé, è buono, come Dio Padre disse nella Creazione. Le cose create sono buone. L’idea che la materia sia malvagia stava al centro di varie eresie della Chiesa antica, e tracce di quell’errore sopravvivono ancora oggi in certe sette e comunità. Il pericolo sta nell’attaccamento disordinato. Il Signore ci avverte di accumulare tesori in Cielo, “perché dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore” (Matteo 6,21).

Nello stesso passo di Matteo 6, il Signore parla dell’occhio sano: “La lampada del corpo è l’occhio. Se dunque il tuo occhio è limpido, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio non è limpido, tutto il tuo corpo sarà nelle tenebre”. Nella RSV troviamo l’aggettivo “sano”. Nella King James e nella Douay-Rheims si legge invece: “se dunque il tuo occhio è semplice”. Che significa quel “semplice”, háplous? Háplous significa semplice, unico, nel senso di non complicato né confuso. La sua radice richiama l’idea di piega. Ciò che è senza pieghe è più semplice. La complessità, in questo senso, implica un difetto, persino il male, come chiarisce il passo parallelo di Luca quando parla dell’occhio “malvagio”, poneròs.

In termini filosofici, Dio, Che è il Bene supremo, è anche l’essere più semplice. La semplicità divina insegna che Dio non ha parti e che il Suo essere e i Suoi attributi coincidono. La Sua bontà, eternità, onnipotenza, onniscienza e tutto il resto non sono qualità che “abitano” in Dio. Dio è bontà. Dio è onnipotenza. Essenza ed esistenza in Lui coincidono. Noi, essendo composti di corpo e anima, riceviamo le cose attraverso i sensi, le confrontiamo con ciò che già conosciamo, e poi interviene l’intelletto. Così impariamo. Ed è importante che ciò a cui ci esponiamo non escluda il bene, il vero e il bello — i trascendentali, proprietà dell’essere — che possono condurci a Dio, perfezione della bontà, della verità e della bellezza.

Se il tuo occhio, cioè il tuo modo di rapportarti all’universo creato, è semplice, sarai pieno di luce. Se invece il tuo occhio non è semplice, finirai per macchiarti, perché le cose create possono distoglierti da ciò che è lassù. Nel mondo esiste il male. L’universo fisico ha il suo “Principe”, il Nemico dell’anima. La tattica costante del Nemico consiste nel porre davanti a noi ciò che può allontanarci dal Cielo: una bellezza immediata, un’apparente bontà, oppure una menzogna sottile che sembra vera. Falsa bontà, verità deformata e bellezza corrotta sono trappole mortali. Una volta entrate nella mente e nel cuore, non possiamo più cessare di vederle, udirle e sentirle.

Quando ci viene offerta questa immagine dell’occhio e della luce, dovremmo ricordare ciò che la Chiesa — e prima ancora gli antichi filosofi — consigliavano riguardo alla custodia oculorum, la custodia degli occhi.

Sarò diretto.
Purgamentum init, exit purgamentum.
Spazzatura dentro, spazzatura fuori.
Non dovremmo guardare cose malvagie o che suscitano passioni disordinate. La vista è forse il più potente dei sensi nel plasmare il nostro mondo interiore. Nell’uomo decaduto è normale desiderare ciò che vede. Ricordate Eva: “La donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò”. L’esposizione al male può essere una prossima occasione di peccato.

Per la maggior parte del tempo, la custodia degli occhi significa evitare volontariamente di guardare gli altri e i loro attributi in modo lussurioso. Il desiderio sessuale può essere rettamente ordinato nel matrimonio. Dio ci ha creati con questi appetiti. Ma, a causa della Caduta, essi sono ora disordinati. Dobbiamo quindi stare attenti a ciò che guardiamo e al perché lo guardiamo. I critici della Chiesa affermano talvolta che la Chiesa sia ossessionata dalle “questioni pelviche”. Possono distorcere la verità secondo cui esistono peccati più gravi dei peccati della carne, insinuando così che i peccati carnali siano irrilevanti. Vedete l’opera del diavolo? Esistono peccati peggiori di quelli della carne. Ma la Chiesa e i suoi ministri fanno bene ad ammonire continuamente contro questi peccati pericolosi. Se venite uccisi da un proiettile anziché da un ordigno termonucleare, siete morti lo stesso. Il peccato mortale uccide la vita della grazia nell’anima.

Esiste anche una custodia liturgica o clericale degli occhi. Nelle rubriche della Messa Tradizionale Latina ai sacerdoti viene chiesto di tenere gli occhi bassi. Durante la processione d’ingresso, gli spostamenti, quando siedono o si voltano per dire “Dominus vobiscum”, gli occhi del sacerdote restano abbassati. Ciò custodisce sia gli occhi del sacerdote sia i vostri. Noi sacerdoti custodiamo gli occhi dalle distrazioni che l’assemblea può rappresentare — diciamolo: siete talmente straordinari. E, viceversa, il sacerdote dovrebbe evitare di diventare egli stesso una distrazione per voi. Ne avete abbastanza di padre “Chiamatemi Bill”, che vi sorride da dietro un altare-tavolo facendo oscillare la testa come un ventilatore che soffia aria calda. Il culto ad orientem dirige l’attenzione verso l’Oriente liturgico, verso il Signore che ritorna, e favorisce una custodia liturgica degli occhi affinché possiamo concentrarci su ciò che conta davvero.

Torniamo alla Colletta: largire supplicibus tuis. Concedi generosamente ai tuoi supplici in preghiera. Supplex è il mendicante umile, colui che si piega, si curva, si abbassa. I destinatari della larghezza divina sono uomini di preghiera. Nel Vangelo di oggi il Signore mostra quanto desideri riversare beni e grazie sui Suoi Apostoli, e tuttavia li rimprovera perché non chiedono:
In verità, in verità vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà. Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e riceverete, affinché la vostra gioia sia piena.
Preghiera e azione illuminata dalla grazia; compimento umile delle opere di religione e misericordia; prudente fuga dal male; custodia della lingua e degli occhi; culto di Dio nella purezza e amore del prossimo nelle opere: ecco un programma di vita che conduce le anime verso la beatitudine eterna.

Chiedete. Ricevete. Pensate ciò che è retto. Fate ciò che è retto. Parlate apertamente a Dio, soprattutto nella confessione, nella certezza di essere amati. E poi, con l’aiuto della grazia, vivete davanti a Dio e davanti al prossimo una religione veramente pura e senza macchia.
John Zuhlsdorf — 9 maggio 2026

[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]

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