Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

giovedì 7 maggio 2026

In Illo Tempore: IV Domenica dopo Pasqua

Nella nostra traduzione da OnePeterFive la consueta meditazione di P. John Zuhlsdorf che ogni settimana ci consente di approfondire i tesori di grazia ricevuti nella celebrazione domenicale qui

In Illo Tempore: IV Domenica dopo Pasqua

Il contesto dell’anno liturgico per la IV Domenica dopo Pasqua è la preparazione all’Ascensione del Signore. Ci troviamo nella seconda fase del Tempo Pasquale. La prima fase guardava indietro al sepolcro vuoto e ci introduceva ai sacramenti del Battesimo e dell’Eucaristia. Ora i formulari della Messa orientano lo sguardo verso l’alto e in avanti, verso l’Ascensione del Signore, la discesa dello Spirito Santo, la nascita della Chiesa nella forza apostolica e il sacramento della Confermazione. La Santa Madre Chiesa ci pone ancora una volta nel cenacolo, in quella intimità carica dell’Ultima Cena, dove il Signore prepara i Suoi Apostoli a misteri che non possono ancora comprendere senza la venuta del Paraclito.

L’Ascensione del giovedì è talvolta trattata con una certa superficialità, il che è un peccato. Si potrebbe sostenere, con benevolenza, che il trasferimento dell’Ascensione dal giovedì alla domenica sia stato pensato per valorizzare la festa rendendola più accessibile a una comunità lavoratrice durante la settimana. In tali questioni si invoca di solito l’intenzione pastorale. Tuttavia, quando i vescovi sopprimono gli obblighi infrasettimanali e trasferiscono grandi cardini dell’anno liturgico come l’Epifania e l’Ascensione del giovedì, si dà quasi certamente e involontariamente a intendere ai fedeli che le nostre feste sono negoziabili, che il calendario della salvezza non deve interrompere quello di Mammona, che il sacrificio nel tempo è facoltativo quando la religione diventa scomoda. Fortunatamente, nel Vetus Ordo rimane la possibilità di osservare l’Ascensione il giovedì e celebrarla anche come festa esterna la domenica.

Domenica scorsa, questa domenica e la prossima — le tre domeniche che precedono l’Ascensione — le letture evangeliche provengono da Giovanni 16. Cristo prepara i Suoi a un cambiamento decisivo. Egli Se ne andrà e la tristezza riempirà i loro cuori. Tuttavia, la Sua partenza è a loro vantaggio, perché quando Egli Se ne andrà, verrà il Paraclito. Il Signore dice loro che la loro tristezza si trasformerà, come l’angoscia della donna nel parto cede alla gioia quando nasce un bambino. L’immagine è appropriata: quando lo Spirito Santo discende, la Chiesa nasce con vigore visibile, informata dallo Spirito, Corpo Mistico di Cristo vivificato per la sua missione apostolica.

Nel Vangelo di questa domenica, Giovanni 16,5-14, il Signore parla di cose nascoste. Sono misteri. Parla di partenza, di giudizio, di peccato, di giustizia, del principe di questo mondo e dello Spirito che guiderà gli Apostoli alla verità tutta intera. I discepoli ascoltano, ma non comprendono ancora. Perciò hanno bisogno dello Spirito di Verità, che rende la Chiesa capace di entrare in ciò che, lasciata a se stessa, non potrebbe penetrare.

La Vulgata latina lo chiama Paraclitus, dal greco parákletos, da para, “accanto”, e kaleo, “chiamare”. È il Consolatore, l’Avvocato, colui che è chiamato a stare accanto, a intercedere, a difendere. In Matteo 2,18 e 5,4 troviamo forme passive dello stesso verbo, παρακαλῶ, in contesti di lutto e consolazione. Là il significato è “essere consolati”. Questo è importante perché Giovanni 16 pone anch’esso in primo piano il lutto. Cristo se ne va e i loro cuori sono pieni di tristezza. L’equivalente ebraico di parakletos, menahhem, significa “consolatore”. La RSV traduce “Consigliere”, come anche la KJV. Entrambe le traduzioni sono corrette, perché parákletos è un titolo stratificato.

“Consolatore” è particolarmente fecondo se ricordiamo che l’italiano conforto deriva dal latino fortis, “forte”. Consolare significa rafforzare. Un vero consigliere rafforza. Un avvocato rafforza. Un difensore rafforza la causa e l’uomo. Lo Spirito di Verità è il Rafforzatore, il Fortificatore. In questa luce comprendiamo perché il Vangelo appartenga a questo tratto del tempo pasquale e perché entri in scena il sacramento della Confermazione. Cristo ascende. Lo Spirito discende. I timorosi sono fortificati. I battezzati sono sigillati per la battaglia.

L’Epistola, Giacomo 1,17-21, ci presenta la stessa verità da un’altra angolazione:
Omne datum óptimum, et omne donum perféctum desúrsum est, descéndens a Patre lúminum…

Ogni buon dono e ogni dono perfetto viene dall’alto, discendendo dal Padre delle luci…
Desursum, “dall’alto”, affinché i nostri cuori siano orientati sursum, “verso l’alto”. Ogni buon dono discende dal Padre delle luci, presso il Quale, come dice Giacomo, non c’è “variazione né ombra di mutamento”. Dio è immutabile. Dio è la fonte di tutto ciò che è veramente buono. Se il dono non è buono, forse dovremmo cercarne altrove l’origine. Forse verso il “principe di questo mondo”.

Questa espressione nel Vangelo merita attenzione. Il Signore dice che “il principe di questo mondo è già giudicato” oppure, nella RSV, “il dominatore di questo mondo è giudicato”. L’árchon toútou kósmou, il princeps huius mundi è il diavolo. La stessa immagine di archonprinceps appare nella tradizione sinottica quando i nemici del Signore parlano di Beelzebul come del “principe dei demoni” (cfr. Matteo 9,34; 12,24; Marco 3,22). In Giovanni 14,30 Cristo dice: “viene il principe di questo mondo. Egli non ha alcun potere su di me”. Si veda anche Giovanni 12,31.

Qui non c’è dualismo. Dio solo è Re. Il diavolo, per quanto fosse una creatura meravigliosa prima della sua caduta, non può essere re di nulla. Può essere un dominatore nel senso di un tiranno. Può dominare, sedurre, accusare, rivendicare. Gli angeli decaduti hanno una certa misura di dominio sulla creazione materiale, sempre sotto il freno dell’onnipotente Dio. A causa del peccato originale, anche noi siamo caduti sotto il dominio del nemico dell’anima.

Questo spiega il realismo sobrio dei riti romani tradizionali.

Negli antichi riti del Battesimo vi sono esorcismi. Nel Rituale Romanum tradizionale, quando i sacerdoti benedicono certi oggetti, soprattutto importanti sacramentali, vi sono esorcismi prima delle benedizioni costitutive. Quando il sacerdote benedice un oggetto in questo modo, lo strappa al “principe di questo mondo” e lo consegna al Re. Non è più ordinato a un uso ordinario, temporale, profano. Profano deriva da pro-fanum, “fuori dal luogo sacro”. Dopo una benedizione costitutiva, la cosa o il luogo è sacro ed esige un trattamento riverente. Appartiene ora, invisibilmente e giuridicamente nel regno dei segni sacri, al dominio di Cristo.

Il moderno Libro delle Benedizioni, nella sua Prefazione, mira esplicitamente a eliminare la distinzione tra benedizioni invocative e benedizioni costitutive. Una benedizione invocativa chiama il favore di Dio qui e ora. Una benedizione costitutiva rende sacro un luogo, una cosa o una persona. Questa distinzione è importante. Quando appiattiamo tali distinzioni, diventiamo più poveri nella nostra grammatica spirituale.

Quando eliminiamo, per esempio, le Preghiere leonine dopo la Messa bassa, con la loro invocazione a San Michele Arcangelo, e quando eliminiamo le benedizioni costitutive, ci esponiamo a ferite spirituali. Basta guardarsi intorno.

L’Epistola di questa domenica, come quella di domenica scorsa, proviene da una delle Epistole cattoliche, la Lettera di Giacomo. Si tratta di Giacomo il Giusto, il “fratello del Signore”, figlio di Alfeo, primo vescovo di Gerusalemme. “Cattolico” qui non si riferisce alle nostre distinzioni settarie rispetto ai protestanti eretici o agli ortodossi separati. Il greco katholikos è composto da kata e hólos, “secondo il tutto”. Le Epistole cattoliche erano indirizzate a un pubblico più ampio piuttosto che a una specifica comunità locale, come nel caso dei Romani o della Prima e Seconda ai Corinzi. In questo senso sono più simili alle encicliche. Giacomo apre: “Alle dodici tribù della diaspora…”, cioè ai Giudei dispersi nel mondo antico.

La Lettera di Giacomo fu uno scritto discusso nella Chiesa antica. Si riconosceva che conteneva cose buone e sante, ma si dibatteva se fosse ispirata da Dio. Anche secoli dopo che il canone, cioè l’elenco sacro dei libri, era stato stabilito, teologi dissidenti combatterono contro Giacomo e negarono la sua ispirazione divina. Il più famoso fu Martin Lutero, che la definì infamemente una “epistola di paglia”.

Lutero arrivò a sostenere una dottrina della giustificazione sola fide, “per la sola fede”. Giacomo 2,24 dice che “l’uomo è giustificato dalle opere e non soltanto dalla fede”, o meglio dal greco, “non dalla fede soltanto”. Lutero tradusse Giacomo in tedesco come “nicht durch den Glauben allein… non per la sola fede”. Contro Giacomo, Lutero opponeva Romani 3,28: “l’uomo è giustificato per fede indipendentemente dalle opere della legge”. Nella sua traduzione tedesca dei Romani, tuttavia, inserì la parola “sola”: “allein durch den Glauben… per sola fede”. Vedendo che Giacomo minava le sue concezioni sola fide, Lutero dichiarò che Giacomo non aveva “carattere evangelico”. Quando altri protestarono, Lutero rispose nel 1530 nel suo Sendbrief vom Dolmetschen, la “Lettera aperta sulla traduzione”:
Se qualche papista fa tanto inutile chiasso per la parola “sola”, allein, digli subito: il dottor Martin Lutero vuole così, e afferma: papista e asino sono la stessa cosa; sic volo, sic iubeo, sit pro ratione voluntas. Poiché non vogliamo essere discepoli e seguaci dei papisti, ma loro maestri e giudici… la parola allein resterà nel mio Nuovo Testamento, e anche se tutti gli asini del papa dovessero infuriarsi e impazzire, non la toglieranno.
Quella frase latina interpolata, “sic volo, sic iubeo, sit pro ratione voluntas”, proviene dalla Satira VI di Giovenale: “Lo voglio, lo comando, la mia volontà basta come ragione”. Nella stessa satira troviamo anche “quis custodiet ipsos custodes… chi custodirà i custodi?”. Custodes, come in Traditionis custodes. Il latino ha una sua pungente ironia. Quando i custodi della morale sono corrotti, diventa quasi impossibile mantenere la moralità. Se i vescovi reprimono il culto liturgico tradizionale nel Vetus Ordo, mentre permettono ogni genere di stravaganza nel Novus Ordo, con quale diritto dovrebbero aspettarsi un’obbedienza pronta alla repressione? Forse la risposta si trova nella cattedra di Mosè in Matteo 23,1-3.

Giacomo, grazie a Dio, è rimasto nel canone. Il brano di questa domenica inizia con l’immutabilità divina: “il Padre delle luci, presso il Quale non c’è variazione né ombra di cambiamento”. Ogni buon dono viene da Lui. Giacomo parla poi di creazione e rigenerazione: “Egli ci ha generati di Sua volontà mediante la parola di verità…”. Subito dopo passa alla condotta cristiana:
Ognuno sia pronto ad ascoltare, lento a parlare, lento all’ira; perché l’ira dell’uomo non compie la giustizia di Dio. Perciò, deposta ogni impurità e residuo di malizia, accogliete con docilità la parola innestata in voi, che può salvare le vostre anime (vv. 19-21).
Quanti peccati potremmo evitare se frenassimo la lingua e restassimo calmi sotto provocazione? Quante ferite resterebbero chiuse? Quante confessioni sarebbero più brevi? Siate pronti ad ascoltare. Lenti a parlare. Lenti all’ira. Considerate le vostre parole e le vostre azioni. Restate vicini ai sacramenti. Usate correttamente i sacramentali benedetti. Riducete l’influenza del Nemico dell’anima. Questa è ascesi pratica, quella che si può mettere alla prova prima della colazione.

Purtroppo l’Epistola si ferma al versetto 21 e non prosegue fino ai versetti 22-27, che renderebbero il punto ancora più incisivo:
Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi. Perché se uno ascolta la parola e non la mette in pratica, somiglia a un uomo che osserva il proprio volto allo specchio; appena si è osservato, se ne va e subito dimentica com’era. Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e persevera, non come ascoltatore smemorato ma come uno che agisce, sarà beato nel suo operare. Se qualcuno pensa di essere religioso ma non frena la lingua e inganna il proprio cuore, la sua religione è vana. Religione pura e senza macchia davanti a Dio Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle loro tribolazioni e conservarsi incontaminati dal mondo.
La fede senza le opere è morta (Giacomo 2,17), che lo si voglia o no.

Questo ci riporta alla Confermazione. Il sacramento della Confermazione è stato istituito da Cristo. Ciò si dimostra indirettamente dalla Sacra Scrittura. I profeti avevano annunciato che l’età messianica sarebbe stata segnata dall’effusione dello Spirito di Dio sull’umanità. Cristo promise lo Spirito Santo agli Apostoli. A Pentecoste quella promessa si compì. Gli Apostoli poi comunicarono lo Spirito Santo imponendo le mani sui battezzati (Atti 8,14 ss.; 19,6; Ebrei 6,2). San Tommaso d’Aquino afferma che Cristo istituì la Confermazione promettendola piuttosto che amministrandola visibilmente: “Christus instituit hoc sacramentum, non exhibendo, sed promittendo” (Summa Theologiae III, q. 72, a. 1, ad 1). Cristo ha istituito questo sacramento mediante la promessa, e la Chiesa, ricevendo il Paraclito, amministra ciò che Egli ha promesso.

La Confermazione è un sacramento “dei vivi”. Perché produca in noi il suo frutto proprio, dobbiamo essere spiritualmente vivi, cioè in stato di grazia, e non spiritualmente morti nel peccato mortale. Il Battesimo e la Penitenza sono sacramenti “dei morti”, perché conducono l’anima dal peccato alla vita. Gli altri sacramenti sono sacramenti “dei vivi”. La Confermazione produce un aumento della grazia santificante e rafforza la fede. Presuppone il Battesimo, ma è un sacramento distinto con un proprio scopo. Un non battezzato non può essere confermato. Poiché Cristo lo ha istituito, la Confermazione è indispensabile per la Chiesa considerata nel suo insieme, specialmente per le battaglie che deve affrontare nel mondo. Per il singolo, non è strettamente necessaria alla salvezza. Un battezzato che muore in stato di grazia si salva anche senza Confermazione. Tuttavia, la Confermazione contribuisce alla perfezione della salvezza. Dopo Battesimo, Confermazione ed Eucaristia, il cattolico si dice “perfetto”, cioè ha completato i sacramenti dell’iniziazione. Non si deve dunque trascurare la Confermazione. Disprezzarla sarebbe peccato.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica 1302-1303 elenca gli effetti della Confermazione: ci radica più profondamente nella filiazione divina, così che gridiamo “Abbà! Padre!”; ci unisce più saldamente a Cristo; accresce in noi i doni dello Spirito Santo; rende più perfetto il nostro legame con la Chiesa; ci dona una forza speciale dello Spirito Santo per diffondere e difendere la fede con la parola e con l’azione come veri testimoni di Cristo, per confessare con coraggio il nome di Cristo e non vergognarci mai della Croce.

Il venerabile Catechismo di Baltimora descrive la Confermazione come un sacramento che imprime un carattere indelebile, un sigillo permanente nell’anima, per cui il cristiano è segnato come soldato nell’esercito di Cristo, la Chiesa militante. Beneficiamo di questo sacramento quando è attivo in noi per combattere le nostre battaglie spirituali. San Tommaso distingue i confermati dai semplicemente battezzati. I battezzati sono membri dell’Impero di Cristo. I confermati sono combattenti di Cristo. La Confermazione conferisce una capacità e un diritto a partecipare alla battaglia spirituale combattuta per la fede. Impone l’obbligo di professare pubblicamente la fede.

Il rito romano tradizionale lo rendeva memorabile. Il vescovo, ministro ordinario della Confermazione, dà al neo-confermato un leggero colpo sulla guancia, a significare la disponibilità a soffrire per Cristo. Il rubricario dice: “Deinde leviter eum in maxilla caedit, dicens: Pax tecum… Poi lo colpisce leggermente sulla guancia dicendo: Pace a te.” Questo leggero schiaffo era previsto nel rito antico. È stato eliminato dalle rubriche del rito postconciliare del 1971.

Si ricorda Sacrosanctum Concilium 23:
Non si introducano innovazioni se non quando lo richieda una vera e certa utilità della Chiesa; e si abbia cura che le nuove forme crescano in qualche modo organicamente da quelle già esistenti.
Il bene della Chiesa richiedeva davvero e con certezza la rimozione di uno degli elementi più noti e memorabili del rito? Questa rimozione è cresciuta organicamente da forme già esistenti? Il gesto esisteva almeno dal XIII secolo, quando Guglielmo Durando ne scriveva. Probabilmente ha radici nella colée o nell’accolade della cavalleria. Un tempo, uno schiaffo al volto era un grave insulto, anche da parte di un superiore. Nel contesto liturgico, il vescovo lo impartisce serenamente e paternamente con “Pax tecum… Pace a te.” Un soldato di Cristo deve essere pronto a ricevere un colpo e rimanere in pace.

La testimonianza pubblica della fede da parte dei cattolici è stata facilmente riconoscibile in coloro che sono stati confermati dopo, diciamo, il 1971? Molte forze sociali ed ecclesiali hanno plasmato, o deformato, i cattolici nell’ultimo mezzo secolo. Tuttavia, la domanda resta pressante. Ci siamo comportati come un corpo di credenti confermati di fronte alle sfide del mondo, della carne e del diavolo? Ci siamo comportati come soldati di Cristo?

Anche quando le Messe di Confermazione nel Novus Ordo includono elementi discutibili, si dovrebbe considerare seriamente di ricevere il sacramento a livello locale. La forma ordinaria è valida. Si desidera il sacramento: questo è ciò che si riceve. Se la preparazione è solida e si sa ciò che conta, allora la grazia è reale. Tuttavia, laddove il rito antico è disponibile legittimamente, è comprensibile che i fedeli legati alla tradizione lo cerchino. Il punto importante rimane: non evitare il sacramento. Avete bisogno di questa armatura nella valle di lacrime.

Il Catechismo afferma al paragrafo 1296: “Cristo stesso dichiara di essere segnato dal sigillo del Padre (cfr. Giovanni 6,27). Anche i cristiani sono segnati da un sigillo: ‘È Dio stesso che ci conferma insieme a voi in Cristo e ci ha conferito l’unzione; Egli ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito nei nostri cuori’ (2 Cor 1,21-22; cfr. Ef 1,13; 4,30). Questo sigillo dello Spirito Santo indica la nostra totale appartenenza a Cristo, il nostro arruolamento al suo servizio per sempre, come pure la promessa della protezione divina nella grande prova escatologica (cfr. Ap 7,2-3; 9,4; Ez 9,4-6)”.

Ecco la sintesi di questa domenica. Cristo va al Padre. Lo Spirito discende desursum dal Padre delle luci affinché i nostri cuori salgano sursum. Il principe di questo mondo è giudicato. Il Re rivendica ciò che è suo. Il Paraclito rafforza. Giacomo ci dice di ascoltare, di frenare l’ira, di accogliere la parola innestata, di mettere in pratica la parola, di frenare la lingua, di rimanere incontaminati. La Chiesa, nata dal fianco trafitto di Cristo e vivificata dallo Spirito, invia soldati confermati nella battaglia.

Se siete confermati, vivete come persone segnate dal sigillo. Se non siete ancora confermati, cercate il sacramento. Altri dipendono da voi perché facciate la vostra parte. La patria celeste è la meta. La strada passa per il combattimento.
P. John Zuhlsdorf – 3 maggio 2026

[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]

Nessun commento: