Da Gerusalemme a Gerico e il "Non venite" mancato
"Non venite". Questo avrebbe potuto dire il Papa a Lampedusa, se avesse veramente voluto salvare vite e combattere il traffico di esseri umani.
Non per cinismo, ma per quella verità elementare che ogni operatore di frontiera conosce e nessun pulpito pronuncia.
Ogni messaggio di accoglienza senza deterrenza, senza rimpatri e senza un confine credibile diventa un volantino pubblicitario nelle mani dei trafficanti libici.
Invece Leone XIV ha scelto il copione opposto. Lo stesso copione di tredici anni fa. Stessa isola, stesse tombe, stesse lacrime, stesse parole. E lo stesso risultato: nessuno.
Oggi l'aereo papale è atterrato alle 8.54 su un'isola che conosce il copione a memoria.
Inginocchiamento al cimitero dei senza nome. Sosta alla Porta d'Europa. Stretta di mano ai migranti dell'hotspot. Giro in papamobile. Messa con quattromila fedeli. Omelia. Decollo alle 12.54. Quattro ore esatte. Il tempo di una compassione cronometrata.
La data non è casuale. Prevost, nato a Chicago, sceglie il duecentocinquantesimo anniversario dell'indipendenza americana per atterrare sull'isola-simbolo del Mediterraneo.
E da lì lancia il suo messaggio a Washington: "Accogliere gli stranieri con compassione e generosità". Un Papa statunitense che usa Lampedusa come pulpito contro le politiche migratorie di Trump.
La pastorale si fa geopolitica, il pellegrinaggio diventa posizionamento. E nessuno, nel coro mediatico, lo rileva.
L'omelia al campo sportivo Arena è un condensato di retorica consolidata. I migranti sono "vittime di decisioni prese e decisioni mancate". Ma quali decisioni, esattamente?
Il Papa evoca "il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza". Otto parole. Otto, per liquidare Stati falliti, guerre tribali, regimi cleptocratici, fondamentalismo islamico.
Otto parole contro le migliaia spese per colpevolizzare l'Europa. Il bilancio delle responsabilità, nel magistero migratorio vaticano, resta quello di sempre: asimmetrico fino alla caricatura.
Poi il capolavoro retorico: "Il muro invisibile fra il mare dei naufraghi e quello dei vacanzieri".
Una frase che suona bene dal pulpito. Ma chi conosce Lampedusa sa che i lampedusani portano questo fardello da vent'anni senza che nessun governo - e nessun pontificato - abbia mai dato loro risposte strutturali.
Trasformare i turisti in colpevoli per il solo fatto di essere in vacanza è moralismo a buon mercato. Quei turisti sono l'unica economia che tiene in vita l'isola. Ma al campo sportivo Arena si applaude, e tanto basta.
Nell'hotspot di contrada Imbriacola ci sono 136 persone. Tra loro, cinquantuno minori non accompagnati. Cinquantuno. Il Papa non visita l'hotspot, come non lo visitò Francesco.
Quei cinquantuno ragazzi, spediti in mare da soli attraverso la Libia, raccontano però una storia che nessuna omelia osa affrontare: chi li ha mandati? Chi ha pagato i trafficanti? Dove sono le famiglie?
La narrazione dell'infanzia innocente naufragata nel Mediterraneo si scontra con un'industria criminale che usa i minori come passaporto d'ingresso, sapendo che un minore non accompagnato non può essere espulso.
Non è cinismo: sono i dati di chi lavora sul campo. Ma dal pulpito di Lampedusa, il meccanismo non viene mai nominato.
Un bambino di nome Leo consegna al Papa una letterina: "Sono sbarcato qui da solo dieci anni fa".
La scena è commovente. Ma la domanda che nessuno pone è brutale: chi ha messo un bambino da solo su un barcone diretto in mare aperto?
Quel gesto, nel racconto mediatico, diventa simbolo di speranza. Nella realtà, è la prova di un crimine. Due letture della stessa immagine. Una fa audience, l'altra fa politica. Indovinate quale prevale.
Gli attivisti presenti completano il quadro con la grammatica di sempre: l'hotspot è "un luogo di detenzione", Frontex sottopone i migranti a "interrogatori" lesivi della dignità, le procedure di screening sono disumane.
Denunciano cioè l'unica cosa che funziona: l'identificazione.
Quell'identificazione senza la quale non esiste politica migratoria, non esiste distinzione tra chi ha diritto all'asilo e chi no, non esiste contrasto al traffico di esseri umani. Ma nella narrazione dominante, identificare è già discriminare. Controllare è già opprimere.
"Un piano strategico di lungo periodo", invoca Leone XIV. Magnifico. Dopo tredici anni, due pontificati, migliaia di morti e miliardi spesi, siamo ancora alla fase della raccomandazione generica.
Nel frattempo, il modello Albania - l'unico tentativo europeo di spezzare il legame tra partenza e permanenza - viene implicitamente condannato come contrario alla "dignità della persona".
Eppure è quel modello, pur stretto fra vincoli e garanzie imposti dai giudici europei, che per la prima volta ha introdotto un principio elementare: chi non ha diritto alla protezione internazionale non deve trasformare automaticamente lo sbarco in permanenza europea.
Un principio che il magistero vaticano non riesce nemmeno a pronunciare.
La parabola del buon samaritano, evocata per l'ennesima volta, ha un dettaglio che il magistero migratorio dimentica sistematicamente: il samaritano aiuta un uomo. Non apre un corridoio permanente tra Gerusalemme e Gerico.
Non finanzia una flotta di taxi del mare. Non denuncia chi costruisce locande sicure lungo la strada. Soccorre, e poi affida a una struttura. Il gesto è individuale, concreto, delimitato.
Trasformarlo nel fondamento teologico di una politica migratoria continentale è un'operazione che il Vangelo non sostiene e la realtà smentisce.
"È tempo di riconoscere che l'appartenenza religiosa non deve mai diventare motivo di discriminazione", aggiunge il Papa. Una frase che, nel contesto di Lampedusa, vuol dire una cosa sola: non discriminate i migranti musulmani.
Giusto. Ma allora si abbia il coraggio di completare il discorso: si parli anche della discriminazione che i cristiani subiscono nei Paesi da cui quei migranti fuggono.
Si parli delle chiese bruciate in Nigeria, dei copti massacrati in Egitto, dei cristiani perseguitati in Pakistan. Il magistero dell'accoglienza senza distinzioni funziona in una sola direzione.
E quella direzione è sempre la stessa: verso l'autocritica dell'Occidente. Alle 12:54 l'aereo decolla. Le telecamere si spengono. Lampedusa torna a essere quello che è sempre stata: un avamposto dimenticato che si ricorda di esistere quando serve uno sfondo fotogenico per la coscienza europea. I lampedusani restano con i loro problemi. I cinquantuno minori non accompagnati restano nell'hotspot. I trafficanti libici restano in affari. E tra qualche anno, un altro Papa verrà a inginocchiarsi sulle stesse tombe, a pronunciare le stesse parole, a versare le stesse lacrime. Tredici anni di pellegrinaggi, omelie e zucchetti portati via dal vento. Il Mediterraneo, intanto, continua a inghiottire. Non ha mai smesso.
Autore: Roberto RiccardiNon per cinismo, ma per quella verità elementare che ogni operatore di frontiera conosce e nessun pulpito pronuncia.
Ogni messaggio di accoglienza senza deterrenza, senza rimpatri e senza un confine credibile diventa un volantino pubblicitario nelle mani dei trafficanti libici.
Invece Leone XIV ha scelto il copione opposto. Lo stesso copione di tredici anni fa. Stessa isola, stesse tombe, stesse lacrime, stesse parole. E lo stesso risultato: nessuno.
Oggi l'aereo papale è atterrato alle 8.54 su un'isola che conosce il copione a memoria.
Inginocchiamento al cimitero dei senza nome. Sosta alla Porta d'Europa. Stretta di mano ai migranti dell'hotspot. Giro in papamobile. Messa con quattromila fedeli. Omelia. Decollo alle 12.54. Quattro ore esatte. Il tempo di una compassione cronometrata.
La data non è casuale. Prevost, nato a Chicago, sceglie il duecentocinquantesimo anniversario dell'indipendenza americana per atterrare sull'isola-simbolo del Mediterraneo.
E da lì lancia il suo messaggio a Washington: "Accogliere gli stranieri con compassione e generosità". Un Papa statunitense che usa Lampedusa come pulpito contro le politiche migratorie di Trump.
La pastorale si fa geopolitica, il pellegrinaggio diventa posizionamento. E nessuno, nel coro mediatico, lo rileva.
L'omelia al campo sportivo Arena è un condensato di retorica consolidata. I migranti sono "vittime di decisioni prese e decisioni mancate". Ma quali decisioni, esattamente?
Il Papa evoca "il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza". Otto parole. Otto, per liquidare Stati falliti, guerre tribali, regimi cleptocratici, fondamentalismo islamico.
Otto parole contro le migliaia spese per colpevolizzare l'Europa. Il bilancio delle responsabilità, nel magistero migratorio vaticano, resta quello di sempre: asimmetrico fino alla caricatura.
Poi il capolavoro retorico: "Il muro invisibile fra il mare dei naufraghi e quello dei vacanzieri".
Una frase che suona bene dal pulpito. Ma chi conosce Lampedusa sa che i lampedusani portano questo fardello da vent'anni senza che nessun governo - e nessun pontificato - abbia mai dato loro risposte strutturali.
Trasformare i turisti in colpevoli per il solo fatto di essere in vacanza è moralismo a buon mercato. Quei turisti sono l'unica economia che tiene in vita l'isola. Ma al campo sportivo Arena si applaude, e tanto basta.
Nell'hotspot di contrada Imbriacola ci sono 136 persone. Tra loro, cinquantuno minori non accompagnati. Cinquantuno. Il Papa non visita l'hotspot, come non lo visitò Francesco.
Quei cinquantuno ragazzi, spediti in mare da soli attraverso la Libia, raccontano però una storia che nessuna omelia osa affrontare: chi li ha mandati? Chi ha pagato i trafficanti? Dove sono le famiglie?
La narrazione dell'infanzia innocente naufragata nel Mediterraneo si scontra con un'industria criminale che usa i minori come passaporto d'ingresso, sapendo che un minore non accompagnato non può essere espulso.
Non è cinismo: sono i dati di chi lavora sul campo. Ma dal pulpito di Lampedusa, il meccanismo non viene mai nominato.
Un bambino di nome Leo consegna al Papa una letterina: "Sono sbarcato qui da solo dieci anni fa".
La scena è commovente. Ma la domanda che nessuno pone è brutale: chi ha messo un bambino da solo su un barcone diretto in mare aperto?
Quel gesto, nel racconto mediatico, diventa simbolo di speranza. Nella realtà, è la prova di un crimine. Due letture della stessa immagine. Una fa audience, l'altra fa politica. Indovinate quale prevale.
Gli attivisti presenti completano il quadro con la grammatica di sempre: l'hotspot è "un luogo di detenzione", Frontex sottopone i migranti a "interrogatori" lesivi della dignità, le procedure di screening sono disumane.
Denunciano cioè l'unica cosa che funziona: l'identificazione.
Quell'identificazione senza la quale non esiste politica migratoria, non esiste distinzione tra chi ha diritto all'asilo e chi no, non esiste contrasto al traffico di esseri umani. Ma nella narrazione dominante, identificare è già discriminare. Controllare è già opprimere.
"Un piano strategico di lungo periodo", invoca Leone XIV. Magnifico. Dopo tredici anni, due pontificati, migliaia di morti e miliardi spesi, siamo ancora alla fase della raccomandazione generica.
Nel frattempo, il modello Albania - l'unico tentativo europeo di spezzare il legame tra partenza e permanenza - viene implicitamente condannato come contrario alla "dignità della persona".
Eppure è quel modello, pur stretto fra vincoli e garanzie imposti dai giudici europei, che per la prima volta ha introdotto un principio elementare: chi non ha diritto alla protezione internazionale non deve trasformare automaticamente lo sbarco in permanenza europea.
Un principio che il magistero vaticano non riesce nemmeno a pronunciare.
La parabola del buon samaritano, evocata per l'ennesima volta, ha un dettaglio che il magistero migratorio dimentica sistematicamente: il samaritano aiuta un uomo. Non apre un corridoio permanente tra Gerusalemme e Gerico.
Non finanzia una flotta di taxi del mare. Non denuncia chi costruisce locande sicure lungo la strada. Soccorre, e poi affida a una struttura. Il gesto è individuale, concreto, delimitato.
Trasformarlo nel fondamento teologico di una politica migratoria continentale è un'operazione che il Vangelo non sostiene e la realtà smentisce.
"È tempo di riconoscere che l'appartenenza religiosa non deve mai diventare motivo di discriminazione", aggiunge il Papa. Una frase che, nel contesto di Lampedusa, vuol dire una cosa sola: non discriminate i migranti musulmani.
Giusto. Ma allora si abbia il coraggio di completare il discorso: si parli anche della discriminazione che i cristiani subiscono nei Paesi da cui quei migranti fuggono.
Si parli delle chiese bruciate in Nigeria, dei copti massacrati in Egitto, dei cristiani perseguitati in Pakistan. Il magistero dell'accoglienza senza distinzioni funziona in una sola direzione.
E quella direzione è sempre la stessa: verso l'autocritica dell'Occidente. Alle 12:54 l'aereo decolla. Le telecamere si spengono. Lampedusa torna a essere quello che è sempre stata: un avamposto dimenticato che si ricorda di esistere quando serve uno sfondo fotogenico per la coscienza europea. I lampedusani restano con i loro problemi. I cinquantuno minori non accompagnati restano nell'hotspot. I trafficanti libici restano in affari. E tra qualche anno, un altro Papa verrà a inginocchiarsi sulle stesse tombe, a pronunciare le stesse parole, a versare le stesse lacrime. Tredici anni di pellegrinaggi, omelie e zucchetti portati via dal vento. Il Mediterraneo, intanto, continua a inghiottire. Non ha mai smesso.
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AIUTATE - anche con poco - il nostro impegno. Aiutate l'informazione libera, gli approfondimenti cattolici e le quotidiane traduzioni accurate di Chiesa e post-concilio:
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7 commenti:
LAMPEDUSA: LA FAVOLETTA DI PAPA LEONE RACCONTATA AGLI SPROVVEDUTI. .
di Giordano Bruno
Il Papa a Lampedusa, per dimostrare lo spirito di accoglienza che l’Europa dovrebbe avere verso gli immigrati, cita il fatto che gli Stati Uniti siano diventanti grandi per loro, essendo loro stessi un popolo di immigrati. Anzi: “L’America è stata plasmata da un popolo di immigrati”, naturalmente accostando tutto al problema Europeo e Italiano. Altrimenti non sarebbe a Lampedusa ma alle frontiere con il Mexico..
E qui Papa Leone dimostra un grande infingimento, buono per le masse, ma che all’analisi storica dell’esempio citato fa acqua da tutte le parti. Del resto quando vuoi far passare una menzogna devi ammantarla con un pezzo di verità.
Perché dimentica il fatto che l’immigrazione in America fu in massima parte cristiana, cattolica o protestante. Quindi comunità che speravano di far fortuna in “merica” ( e la fecero, anche la fortuna degli Stati Uniti) ma costituite da popoli che avevano una base comune, oltre che religiosa, anche sociale: Il governo, le leggi, le comunità, le famiglie, le donne. Avevano cioè lo stesso vocabolari giuridico. Popoli che su valori comuni erano lì anche per costruire uno Stato di diritto e una civiltà occidentale. Con luci ed ombre ma su un comune tracciato.
La debolezza del ragionamento papale sta invece nel nascondere (ecco la menzogna) che l’invasione (preferisco chiamarla così) dell’Europa e dell’Italia ha una caratteristica musulmana.
I Musulmani sono una comunità forte che con costumi, leggi e fede, talmente diversi dal nostro senso di esistere, convinti della superiorità della loro religione, da non accettare alcuna integrazione sia religiosa che politico - sociale.
E qui sta il problema. Con questa gente non discuti, forti che sono dei loro convincimenti, tali da trasmetterli immutati alla nuove generazioni. E nascono figli che ci disprezzano: (succedeva forse questo in America? Le nuove generazioni disprezzavano gli Stati Uniti?). Con una fede che li porta a rifiutare i nostri usi, costumi, leggi, fondamenti democratici e bandiera.
In altre parole stiamo accogliendo i nemici storici contro cui abbiamo sempre combattuto per centinaia d’anni, e, mentre noi, proprio a causa dell’inclusività, del wokismo, dell’eterna espiazione, della politica cattocomunista, siamo diventati più deboli, “loro” sono rimasti immutati e sono moralmente più forti. Accade che facilmente troviamo l’IMAM in parrocchia o nelle scuole a nome dell’inclusività,( dopo aver tolto crocifisso, presepe e carne di maiale dalle mense) fino all’assurdo che nei gaypride e nel femminismo si inneggia ai musulmani palestinesi. Non accade invece nei loro paesi, si guarderebbero bene di invitare un prete cristiano a tenere lezioni in moschea, a un gay di manifestarsi pubblicamente, a una donna di reclamare i propri diritti.
Inoltre chi emigrava in America, anche dall'Asia, dall'Africa, dalla Cina, sapeva di andare in una terra ricca di risorse e anche di spazi, che poteva offrire lavoro e dignità e non discriminava (superata la parentesi del sud schiavista) proprio perché forgiata dalla civiltà europea.
Peccato, però che i primi pellegrini, che hanno dato l'impronta attuale, fossero protestanti!
“Hospes eram, et colligisti me” (Mt XXV)
Tanto per non navigare al buio, non illudere se stessi e il prossimo, fingere di non sapere, scusare le imprese del "Santo Padre":
Youtube
PIANO KALERGI: SEGNI DEI TEMPI O AZIONI PREORDINATE?
Conferenza del Rev. don Curzio Nitoglia del 17 giugno 2016 a Reggio Emilia presso l'Hotel REmilia.
Che li ospiti Prevost in Vaticano!
LETTERA APERTA A PAPA LEONE XIV
Santità, come fece il Suo predecessore (in che cosa non è chiaro ma mi riferisco al Signor Jorge Mario Bergoglio) Lei si è recato a Lampedusa per compiere, nelle Sue intenzioni o nelle Sue esteriorità, un gesto di pietà cristiana per quei clandestini (vede, Santo Padre, gli emigranti sono ben altra cosa: entrano nello Stato, in qualsiasi altro Stato, con documenti e permessi regolari che vengono accuratamente controllati dalle Autorità di ingresso, ed essi vi si recano per lavorare) che entrano in Italia.
Vede, Santità, il Pontefice della Chiesa cattolica rappresenta la più alta Autorità spirituale del Cattolicesimo, ma non è chiamato a fare propaganda politica.
Mi duole molto dirglielo, ma il Suo gesto è stato solo propagandistico e a beneficio della religione islamica.
Capisco anche che questa Sua visita a Lampedusa è stata suggerita, sollecitata e organizzata da ambienti interni ed esterni al Vaticano che di tutto si occupano meno che di Fede cattolica.
E non dica, Santità, che ha voluto testimoniare la pietà cristiana nei confronti di quei tanti che sono morti nel Mare Mediterraneo. Il mondo è pieno di cimiteri purtroppo e, per quel che più Le dovrebbe interessare, di cimiteri di cristiani barbaramente assassinati solo perché tali. Penso specificamente alla Nigeria.
Poi vede, Santità, Lei non può non sapere che è proprio impedendo quella che è palesemente una moderna tratta di schiavi, si possono evitare queste morti in mare.
Quella povera gente che viene in Italia viene ingannata: si dice loro che in Italia trovano l'"Eldorado" ma così non è e vediamo questi poveretti accampati come disperati per le strade delle nostre Città. E molti di essi delinquono gravemente e purtroppo è cronaca di ogni giorno.
Invece di visite ed apparizioni strumentali e propagandistiche, sarebbe meglio che Lei, Santità, condannasse apertamente dall'alto della Sua Cattedra morale, coloro che beneficiano di questa ignobile, moderna tratta di schiavi: gli scafisti, i gestori dei Centri di accoglienza, quei politici che immaginano di potersi giovare, previi facili e rapidi rilasci della cittadinanza italiana, dei voti di questi disperati.
Le manifestazioni del 25 aprile che vedono molti africani che vi prendono parte attiva opportunamente addobbati di segni distintivi e di bandiere inneggianti alla fatidica data, ne sono la prova visiva più eclatante.
Già una volta Le rivolsi una preghiera. Non Le chiedevo molto e non Le chiedo molto, anzi non Le chiedo niente, Le chiedo di fare il Papa.
Perché vede, Santità, il Suo compito è quello di testimoniare il messaggio di Cristo e non mi pare proprio che il messaggio di Nostro Signore Gesù Cristo sia quello di combattere il Cristianesimo favorendo politiche non solamente di illimitata deportazione di esseri umani portatori di altre religioni, ma altresì politiche negatorie della famiglia, della scuola, della natura (mi riferisco alle politiche gender).
Devo purtroppo registrare che Lei ha già consegnato il Suo nome ad un momento della storia contemporanea in cui si è verificato il primo e molto consistente (sul piano numerico dei fedeli) scisma nella Chiesa cattolica.
E la causa di ciò è la conseguenza di molte infauste decisioni negatrici della spiritualità e della Persona stessa di Gesù Cristo, che incomprensibilmente ci si ostina a confermare e a imporre.
Il "Corpo mistico" della Chiesa cattolica, Santità, è stanco di ecumenismo, è stanco di musiche chitarresche e balli in Chiesa; è stanco di una sostanziale negazione di ciò che rappresenta la Santa Eucarestia.
Santità, riesamini criticamente ciò che Le dicono di fare. Trovi altre difese dai Suoi nemici interni alla Chiesa cattolica.
Revochi le Sue recenti incaute scomuniche e le scomuniche del Suo predecessore che hanno l'amaro sapore della vendetta personale. Scomuniche prive del loro pur ingiusto, voluto effetto: le Chiese sono vuote, Santità, e là dove vi è vera testimonianza dei Santi Vangeli, lì vi è concorso numerosissimo di fedeli.
Augusto Sinagra
Derrière tout le baratin habituel de l'"accueil", Prevost a du mal à cacher que le résultat final de l'opération est la déchristianisation programmée de l'Europe. C'est un traître.
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