ARCHEOLOGITE LITURGICA - SACRILEGIO DILAGANTE
La ghianda è una quercia in potenza; la quercia è una ghianda divenuta perfetta. Il ritornare ghianda per una quercia, posto che lo potesse senza morire, sarebbe un regredire. Per questo nella Mediator Dei (n. 51) Pio XII condannava l'archeologismo liturgico come antiliturgico con queste parole:
«… non sarebbe animato da zelo retto e intelligente colui il quale volesse tornare agli antichi riti ed usi, ripudiando le nuove norme introdotte per disposizione della Divina Provvidenza e per mutate circostanze. Questo modo di pensare e di agire, difatti, fa rivivere l'eccessivo ed insano archeologismo suscitato dall'illegittimo concilio di Pistoia, e si sforza di ripristinare i molteplici errori che furono le premesse di quel conciliabolo e ne seguirono, con grande danno delle anime, e che la Chiesa, vigilante custode del Depositum Fidei affidatole dal suo divin Fondatore, a buon diritto condannò».
Di una tale ossessione morbosa - di archeologite - sono preda quei pseudoliturgisti che stanno desolando la Chiesa in nome del Concilio Vaticano II; pseudoliturgisti che talora giungono al punto di spingere con l'esortazione e con l'esempio i loro sudditi a violare quelle poche leggi sane che ancora sopravvivono, e da loro stessi formalmente promulgate o confermate.
Sintomatico a questo riguardo è il caso del rito della Santa Comunione. Qualche vescovo infatti, dopo aver proclamato che il rito tradizionale, di collocare le sacre Specie sulle labbra del comunicando, è tuttora in vigore, permette tuttavia che si distribuisca la santa Comunione in cestelli che si passano i fedeli dalla mano dell'uno a quella dell'altro; o lui stesso depone le sacre Specie nelle mani nude - e sempre pulite? - del comunicando. Se si vuole convincere i fedeli che la santissima Eucarestia non è che del pane comune, magari anche benedetto, per una refezioncella simbolica, certo si è imbroccata la via piú diretta: quella del sacrilegio.
I fautori della Comunione in mano fanno appello a quell'archeologismo pseudoliturgico condannato apertis verbis da Pio XII. Dicono infatti e ripetono che in tal modo la si deve ricevere, perché in tal modo si è fatto in tutta la Chiesa, sia in Oriente che in Occidente dalle origini in poi per mille anni.
È vero e certo che dalle origini in poi per quasi duemila anni i comunicandi dovevano astenersi da qualsiasi cibo e bevanda, dalla vigilia fino al momento della santa Comunione, in preparazione alla medesima. Perché quelli dell'archeologite non restaurano un tale digiuno eucaristico? che certamente contribuirebbe non poco a mantenere vivo nella mente dei comunicandi il pensiero della santa Comunione imminente, e a disporveli meglio.
«Adiens igitur, ne expansis manuum volis, neque disiunctis digitis accede; sed sinistram velut thronum subiiciens, utpote Regem suscepturæ: et concava manu suscipe corpus Christi, respondens Amen».(Andando quindi [alla Comunione] accostati non con le palme delle mani aperte, né con le dita disgiunte; ma tenendo la sinistra a guisa di trono sotto a quella che sta per accogliere il Re; e con la destra concava ricevi il corpo del Cristo, rispondendo Amen).
Giunti a questo Amen, si fermano; ma le Catechesi mistagogiche non si fermano lí, ed aggiungono:
«Postquam autem caute oculos tuos sancti corporis contactu santificaveris, illud percipe… Tum vero post communionem corporis Christi, accede et ad sanguinis poculum: non extendens manus; sed pronus [in greco: 'allà kùpton, che il Bellarmino traduce genu flexo], et adorationis ac venerationis in modum, dicens Amen, sancticeris, ex sanguine Christi quoque sumens. Et cum adhuc labiis tuis adbaeret ex eo mador, manibus attingens, et oculos et frontem et reliquos sensus sanctifica… A communione ne vos abscindite; neque propter peccatorum inquinamentum sacris istis et spiritualibus defraudate mysteriis».(Dopo che tu con cautela abbia santificato i tuoi occhi mettendoli a contatto con il corpo del Cristo, accostati anche al calice del sangue: non tenendo le mani distese; ma prono e in modo da esprimere sensi di adorazione e venerazione, dicendo Amen, ti santificherai, prendendo anche del sangue del Cristo. E mentre hai ancora le labbra inumidite da quello, toccati le mani, e poi con esse santifica i tuoi occhi, la fronte e tutti gli altri sensi… Dalla comunione non staccatevi; né privatevi di questi sacri e spirituali misteri neppure se inquinati dai peccati). (P. G. XXXIII, coll. 1123-1126).
Chi potrà sostenere che un tale rito fosse sia pure un po' meno che per mille anni consueto nella Chiesa universale? E come conciliare un tale rito, secondo il quale è ammesso alla santa Comunione anche chi è inquinato di peccati, con la consuetudine certamente universale sin dalle origini che proibiva la santa Comunione a chi non era santo?:
«Itaque quicumque manducaverit panem hunc, vel biberit calicem Domini indigne, reus erit corporis et sanguinis Domini. Probet autem seipsum homo: et sic de pane illo edat, et de calice bibat. Qui enim manducat et bibit indigne, indicum, sibi manducat et bibit non diiudicans corpus Domini».(Perciò chiunque abbia mangiato di questo pane e bevuto del calice del Signore indegnamente, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Si esamini dunque ognuno: e cosí [trovatosi senza peccati gravi] di quel pane si cibi e di quel calice beva. Colui infatti che ne mangia e ne beve indegnamente, mangia e beve la propria condanna, non discernendo il corpo del Signore ). (I Corinti, 11, 27-29).
Un tal stravagante rito della Santa Comunione, la cui descrizione si conclude con l'esortazione di fare la santa Comunione anche se inquinati di peccati, non fu certo predicato da San Cirillo nella Chiesa di Gerusalemme, né poté essere lecito in qualsivoglia altra Chiesa. Si tratta infatti di un rito dovuto alla fantasia, oscillante tra il fanatismo e il sacrilego, dell'autore delle Costituzioni Apostoliche: un anonimo Siriano, divoratore di libri, scrittore instancabile, che riversa nei suoi scritti, indigerite e contaminate dai parti della sua fantasia, gran parte di quelle sue stesse letture; che al libro VIII di dette Costituzioni apostoliche, aggiunge, attribuendo a san Clemente Papa, 85 Canoni degli Apostoli; canoni che Papa Gelasio I, nel Concilio di Roma del 494, dichiarò apocrifi: «Liber qui appellatur Canones Apostolorum, apocryfus» (P.L., LIX, col. 163).
La descrizione di quel rito stravagante, se non necessariamente sempre sacrilego, entrò nelle Catechesi mistagogiche per opera di un successore di san Cirillo, che i piú ritengono sia il vescovo Giovanni, cripto-ariano, origeniano e pelagiano; e perciò contestato da sant'Epifanio, da san Gerolamo e sant'Agostino.
Non intendiamo, è chiaro, passare in rassegna tutte le testimonianze invocate a dimostrare che nell'antichità vigeva la consuetudine di deporre le sacre Specie sulle labbra del comunicando laico; ne indichiamo solo alcune sintomatiche, e peraltro sufficienti a smentire quanti affermano che per mille anni nella Chiesa universale, sia d'Oriente che d'Occidente, fu consuetudine deporre le sacre Specie nelle mani dei laici.
Sant'Eutichiano, Papa dal 275 al 283, a che non abbiano a toccarle con le mani, proibisce ai laici di portare le sacre Specie agli ammalati: «Nullus præsumat tradere communionem laico vel femminæ ad deferendum infirmo» (Nessuno osi consegnare la comunione ad un laico o ad una donna per portarla ad un infermo) (P.L., V, coll. 163-168).
San Gregorio Magno narra che sant'Agapito, Papa dal 535 al 536, durante i pochi mesi del suo pontificato, recatosi a Costantinopoli, guarí un sordomuto all'atto in cui «ei dominicum Corpus in os mitteret» (gli metteva in bocca il Corpo del Signore) (Dialoghi, III, 3).
Questo per l'Oriente; e per l'Occidente, si sa ed è indubitabile che lo stesso san Gregorio Magno amministrava in tal modo la santa Comunione ai laici.
Già prima il Concilio di Saragozza, nel 380, aveva lanciato la scomunica contro coloro che si fossero permessi di trattare la santissima Eucarestia come se si fosse in tempo di persecuzione, tempo nel quale anche i laici potevano trovarsi nella necessità di toccarla con le proprie mani (Saenz De Aguirre, Notitia Conciliorum Hispaniæ, Salamanca, 1686, pag. 495).
Innovatori indisciplinati non mancavano certo neppure anticamente. Il che indusse l'autorità ecclesiastica a richiamarli all'ordine. Cosí fece il Concilio di Rouen, verso il 650, proibendo al ministro dell'Eucarestia di deporre le sacre Specie sulla mano del comunicando laico:
«[Presbyter] illud etiam attendat ut eos [fideles] propria manu communicet, nulli autem laico aut fœminæ Eucharistiam in manibus ponat, sed tantum in os eius cum his verbis ponat: "Corpus Domini et sanguis prosit tibi in remissionem peccatorum et ad vitam æternam". Si quis hæc transgressus fuerit, quia Deum omnipotentem comtemnit, et quantum in ipso est inhonorat, ab altari removeatur»([Il presbitero] baderà anche a questo: a comunicare [i fedeli] di propria mano; a nessun laico o donna deponga l'Eucarestia nelle mani, ma solo sulle labbra, con queste parole: "Il corpo e il sangue del Signore ti giovino per la remissione dei peccati e per la vita eterna". Chiunque avrà trasgredito tali norme, disprezzato quindi Iddio onnipotente e per quanto sta in lui lo avrà disonorato, venga rimosso dall'altare). (Mansi, vol. X, coll. 1099-1100).
Detto progresso liturgico rese universale l'uso di inginocchiarsi in atto di adorazione, e quindi l'uso dell'inginocchiatoio; l'uso di coprire la balaustra di candida tovaglia, l'uso della patena, talora anche di una torcia accesa; e poi la pratica di fare almeno un quarto d'ora di ringraziamento personale. Abolire tutto ciò non è incrementare il culto dovuto a Dio nella santissima Eucarestia, e la fede e la santificazione dei fedeli, ma è servire il demonio.
Quando san Tommaso (Summa Theologica, III, q. 82, a 3) espone i motivi che vietano ai laici di toccare le sacre Specie, non parla di un rito di recente invenzione, ma di una consuetudine liturgica antica come la Chiesa. Ben a ragione il Concilio di Trento non solo poté affermare che nella Chiesa di Dio fu consuetudine costante che i laici ricevevano la Comunione dai sacerdoti, mentre i sacerdoti si comunicavano da sé; ma addirittura che tale consuetudine è di origine apostolica (Denzinger, 881). Ecco perché la troviamo prescritta nel Catechismo di san Pio X (Questioni 642-645). Ora tale norma non è stata abrogata: nel Nuovo Messale Romano, all'articolo 117, si legge che il comunicando tenens patenam sub ore, sacramentum accipit (tenendo la patena sotto la bocca, prenda il sacramento).
Dopo di che non si riesce a capire come mai gli stessi promulgatori di tanto sapiente norma, ne vadano dispensando le diocesi una dopo l'altra. Il semplice fedele di fronte a tanta incoerenza, non può che concepire una grande indifferenza nei riguardi delle leggi ecclesiastiche liturgiche e non liturgiche.

8 commenti:
Con chi soggettivizza tutto, diventando metro a se stesso, è bene essere oggettivi.
I ministri sacri hanno smarrito l'oggettività del ministero e del sacralità.
Il Signore è realmente presente nel Santissimo Sacramento.
Se il ministro sacro non ci crede non ha il diritto di farne un dogma valido per tutti.
Non può decidere di rendere mero simbolo quel che non è un semplice simbolo.
Non può nemmeno declassare a opzioni dei precisi obblighi liturgici.
Non può insegnare a sbagliare come lui preferirebbe, per rendere d'uso l'abuso.
Chi adora Dio presente, salvo grave impedimento, si inginocchia. Anche chi celebra.
Se si toglie l'inginocchiatoio si rende più difficile adorare: è voluto.
Se si toglie la patena e il ministrante resta inerte a guardare, non ci si cura di disperdere i frammenti dell'ostia (la vittima) del sacrificio che viene comunicato.
La santa Messa è un sacrificio, NON una mensa.
Lo scopo della comunione è la santificazione, non una condivisione orizzontale.
La Tradizione salvaguarda una verità di fede e non una prassi a tempo.
Il tradire la Traditio è un'operazione interpretativa e soggettiva che non santifica il popolo di Dio, distraendolo dall'essere Corpo mistico di Cristo e non aggregazione sociale dei condividenti un interesse o una simpatia religiosa.
"Ite Missa est" è l'annuncio che il sacrificio è terminato. Non è un andarsene in pace, ma il momento per restare a ringraziare il Signore, avendo vissuto la ripresentazione dell'unico sacrificio che redime l'umanità tutta e me in particolare.
Non è il momento della comunella, della caciara e della fretta.
Chi si è comunicato, si spera in grazia di Dio, ha Gesù in sé.
Chi viene educato all'indifferenza, per non dire alla strafottenza, non impiegherà molto tempo a perdere di vista la Traditio, per piombare in un'apostasia pratica, di fatto.
E chi lo fa apposta (apposta-sia!) sa benissimo perché fa quel che fa.
A pagina 2 di questo numero (gennaio 2007) di Chiesa Viva un interessante articolo di don Luigi Villa, "COMUNICARSI CON LA MANO È PECCATO?":
Sullo stesso numero della rivista, segnalo, a pagina 22, il primo di una serie di 3 articoli sull'eroe (si fa per dire...) al quale il 35% circa dei comuni italiani dedicano una via o una piazza, solo al secondo posto rispetto al primissimo "eroe" ladro di cavalli e commerciante di schiavi. Ovvio che, anche se possono apparire tematiche diverse, se non estranee, c'è un legame molto forte tra il primo e il secondo argomento.
https://www.chiesaviva.com/390%20mensile.pdf
C. Gazzoli
"... vieta l’uso delle balaustre dell’altare e degli inginocchiatoi durante la comunione nella diocesi….”
https://blog.messainlatino.it/2025/12/il-vescovo-di-charlotte-emette-un-divieto-formale-sulle-balaustre-degli-altari.html
La domanda e' : " Perche'? Che problema c'ha?"
Sarebbe ora che un Papa regolasse definitivamente la questione
e non la lasciasse " a discrezione" dei singoli Vescovi e/o fedeli!
Quello che riceviamo e' Cristo Vivo Vero Reale!
Ve possino acciacca'!!!
I nemici giurati del Santissimo Sacramento citano a sproposito Teodoro di Mopsuestia, Cirillo di Gerusalemme, Giovanni Crisostomo, per ritornare alle mitiche "origini della Chiesa" (vogliono trasformare la quercia in una ghianda, e a giudicare dal calo drammatico della frequenza ai sacramenti e delle vocazioni, ci sono riusciti).
Ovviamente la loro lettura è del tutto ideologica e limitata a pochi paroloni di contorno estrapolati dal contesto (per esempio: "la posizione dei salvati è in piedi!", il loro alibi per non inginocchiarsi davanti al Santissimo).
NUOCIONO AL GREGGE IL LADRO CHE SGOZZA LE PECORE E IL MERCENARIO CHE NON SCACCIA IL LADRO E NON DIFENDE IL GREGGE AFFIDATOGLI (S. GIOVANNI CRISOSTOMO)
E’ grande, fratelli carissimi, è grande, ve lo ripeto, la dignità del prelato ed essa esige molta sapienza e fortezza da chi che ne è insignito, tali da essere secondo l’esempio proposto da Gesù Cristo: per poter dare la vita per il gregge affidato e mai abbandonarlo, per resistere da forti al nemico. In ciò si distingue il pastore dal mercenario. Questi poco si interessa delle pecore e non guarda che ai suoi interessi, quello, dimenticandosi di sé, veglia costantemente alla salvezza del gregge. Gesù, dopo aver indicato le caratteristiche del buon pastore, ricorda che vi sono due categorie di persone che nuociono al gregge: il ladro che rapisce e sgozza le pecore, il mercenario che non scaccia il ladro e non difende il gregge affidato alle sue cure.
E’ a questi ultimi che già Ezechiele rivolse queste invettive: “Guai ai pastori d’Israele, che van pascendo se stessi! Or non è forse il gregge che i pastori devono pascere?” (Ez. 34,2). Ma essi facevano il contrario: condotta tanto più maliziosa in quanto causa di molti mali. Perciò aggiunge: “ essi non riportavano all’ovile le pecore smarrite, quelle che si erano perse non le ricercavano, non curavano le piaghe di quelle ferite, non fortificavano quelle deboli o malate, perché essi pascevano se stessi e non il loro gregge” (cfr. Ez. 34,4). Con altre parole San Paolo esprime la medesima verità: “ Tutti pensano ai loro interessi, non a quelli di Gesù Cristo" (Ph. 2,21).
Cristo si fa riconoscere ben diverso dal ladro e dal mercenario, in primo luogo differente da coloro che vengono per la perdita degli altri quando dice di “ essere venuto perché essi abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv.10,10), differente inoltre da coloro che non si preoccupano di proteggere le pecore dal lupo quando dice che “ egli dona la sua vita per le pecore, affinché esse vivano (cfr. Gv.10,15). Infatti, nonostante i Giudei cercassero di farlo morire, egli continuò a diffondere la sua dottrina, non ha abbandonato né tradito coloro che credevano in lui, ma è rimasto fermo e ha sopportato la morte. Perciò spesso dice: “Io sono il buon pastore”. Non sembrando dare prova di ciò che affermava (infatti questa parola “io dono la mia vita”, non ebbe compimento che poco tempo dopo, e l’altra “affinché esse abbiano la vita e la abbiano in abbondanza”, non doveva realizzarsi nel secolo futuro) che fa? Conferma una affermazione per mezzo dell’altra.
29 Dicembre 5 giorno ottava di natale
(S.TOMMASO BECKET vescovo e martire)
Gv.10,11-16 [i veri e i falsi pastori]
S.GIOVANNI CRISOSTOMO
Homilia 59 in Joann.
Breviario Romano, Mattutino,
Lezioni del III Notturno
GAribaldi "ladro di cavalli e commerciante di schiavi..".
Erano le accuse fantasiose che la stampa argentina rivolgeva a Garibaldi, il quale si batteva con gli uruguaiani contro di loro. Inizialmente, con la guerra di corsa, con regolare patente del governo uruguagio, poi come comandante di truppe di terra. In diverse occasioni Garibaldi battè gli argentini, che non la spuntarono contro di lui.
Garibaldi si rivelò abile condottiero di agili formazioni di fanteria e cavalleria leggera in queste guerre e guerriglie sudamericane. Un'esperienza che poi mise a frutto in Europa. Se il re di Napoli, Francesco II, avesse vinto la battaglia del Volturno, avrebbe forse potuto rovesciare la situazione e riprendersi lo Stato, almeno la parte continentale. La battaglia durò due giorni. All'inizio i Borboni stavano vincendo ma Garibaldi, manovrando abilmente, riuscì a vincere. Sembra che tra i generali napoletani e quelli svizzeri dell'esercito borbonico sia mancato il coordinamento al momento decisivo. Che Garibaldi si sia, tra la sorpresa generale, rivelato in quella grossa battaglia un abile comandante, non lo dico io, lo scrisse il generale Moltke, prussiano, capo di quell'esercito che pochi anni dopo avrrebbe schiantato i francesi di Napoleone III.
È triste vedere come i "tradizionalisti" continuino a ripetere contro Garibaldi accuse notoriamente false, compresa quella che avrebbe ucciso la moglie malata grave perché non aveva tempo di seppellirla, mentre fuggiva davanti agli austriaci, nel 1849. Trovarono la povera Anita Garibaldi, in una fossa poco profonda, morta da poco, con il collo che sembrava spezzato. Due medici furono incaricati da Pio IX di indagare il fatto. Essi conclusero che la morte era stata naturale (consunta dalle febbri) ma che la mala sepoltura aveva provocato una posizione innaturale del collo, forse spezzatosi.
Basterebbe documentarsi invece di continuare a spacciare falsità.
Certamente Garibaldi era un massone non solo anticlericale ma anche, anticristiano, come si vide dopo l'Unità. Cultura in generale zero o quasi, cultura politica elementare. Era unn uomo d'azione cui piaceva combattere. Era onesto e disprezzava il denaro. In battaglia era coraggioso, caricava alla testa dei suoi uomini. Fu ferito diverse volte e due volte uccise un nemico con la spada, all'arma bianca dunque.
Cavour non lo amava affatto ma disse una frase del genere: "dobbiamo esser grati a Garibaldi perché ha riconciliato gli italiani con il mestiere delle armi". Una delle molle del Risorgimento fu il desiderio di battersi, di cancellare la nomea di popolo vile che avevamo dalle Guerre d'Italia. Nel 1866 la guerra contro l'Austria andò male, finì appena cominciata e non ci fu tempo per riorganizzarsi e tentare la rivincita sul campo. Ma la colpa fu dell'alto comando italiano, che non funzionò affatto. Garibaldi e il generale Medici si erano comunque aperti la via verso Trento, quanto l'armistizio li fermò. Ebbene sembrra che i volontari accorsi a battersi con Garibaldi siano stati più di trentamila. Tutti massoni?
A quando una polemica antiunitaria seria?
So che non è l’argomento dell’articolo, ma è proprio così ? Mi permetto di suggerire alcuni testi per approfondire questo periodo cruciale della nostra storia chiamato “Risorgimento”, giusto per non rimanere, come è accaduto a me, nel mondo delle favole di “Si scopron le tombe, si levano i morti”, “La Spigolatrice di Sapri”, “Cuore” e altre amenità di cui sono zeppi i manuali di storia scolastici.
“Le Due Italie” di Massimo Viglione, una sintesi pregevole della “unificazione”, scritta da uno storico non allineato.
“Le Origini della Casta”, di Elena Bianchini Braglia, da cui traggo questa pregevolezza:
“ Fra i mille non c’è Mazzini, che si reca a Genova per prendere parte alla spedizione, ma casualmente arriva in ritardo, quando le navi sono già salpate. Nessuno si stupisce. Mazzini è uno sperimentato professionista del combattimento dietro le quinte: manda sempre avanti gli altri.” Appunto, da noi si dice “armiamoci e partite !”. Il deputato Pier Carlo Boggio scrisse di lui: “Che cosa egli ha seminato ? – Utopie e morte per gli illusi che in lui credettero; riprovazione e disprezzo per sé medesimo, incorreggibile sacrificatore di vittime inconsapevoli”.
“L’Altro Risorgimento” di Angela Pellicciari.
“Carnefici” di Pino Aprile. Scritto da un giornalista, il libro è abbastanza confusionario ma pieno zeppo di dati numerico/statistici difficilmente contestabili che dimostrano una grande attività di ricerca storica.
“Controstoria dell’Unità d’Italia” di Gigi Di Fiore.
Inoltre sono una fonte preziosa di testimonianze storiche i numeri di “Civiltà Cattolica” dal 1850 al 1870, di quando i Gesuiti erano ancora (almeno in parte…) gli strenui difensori della Chiesa, quella vera di NS.
C. Gazzoli
I testi da lei indicati sono tutti di parte, di una parte sola.
Pellicciari ripete la logora tesi del Risorgimento nient'altro che frutto del complotto massonico, sostiene senza prove che Cavour era massone, cosa che non risulta da nessuna parte (si servì della massoneria ma se ne tenne prudentemente fuori). Ha avuto anche il coraggio di scrivere che lo Stato della Chiesa e i Borboni tennero i loro popoli al riparo delle tempeste della storia, in una sorta di Arcadia felice, o qualcosa del genere, per molte generazioni. Mai sentito parlare dell'anarchia nella quale cadde lo Stato della Chiesa durante la Cattività Avignonese del papa? E del Sacco di Roma del 1527? E delle condizioni dell'Agro romano? Della Roma del Belli, quella dei plebei che si arrangiavano con "ina tasca er Santo Rosario e nell'antra er santo cortello"? Per non dir nulla della plebe napoletana, quella dei Quartieri Spagnoli, venuta via via ad esistenza attorno agli accasermamenti dei soldati spagnoli, dedita alla difficile arte della sopravvivenza esercitando mille mestieri, traffici, imbrogli...
I dati dell'Aprile sono stati ampiamente contestati. Sulla rappresaglia di Pontelandolfo parla di centinaia di morti quando i registri parrocchiali in loco non vanno oltre la dozzina o giù di lì. Saranno stati anche di più, ma le cifre dell'Aprile appaiono non controllate. E sul motivo della rappresaglia, dice niente? Era una ritorsione ordinata dopo l'orrenda macelleria di circa quaranta tra soldati e guardie nazionali fatta dalla popolazione sulla piazza del paese.
Un buon libro recente, di un professore di storia dell'Università di SAlerno, sulla conquista del Mezzogiorno è : Carmine Pinto, La guerra per il Mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti 1860-1870, Laterza, 2019, pp. 496. È per l'Unità ma si sforza di essere obbiettivo al massimo. Ha fatto ampie e nuove ricerche d'archvio, soprattutto in relazione al contributo dei liberali medionali alla guerra, dimostrando che essi riuscirono a costituire forze mobili, di cavalleria, in grado di impegnare duramente i borbonici (prima guerriglieri, poi briganti).
Il giudizio su Mazzini si concentra solo sui limiti e difetti dell'uomo. Mazzini come scrittore e ideologo ha creato il culto della Patria all'insegna dell'idea del dovere (scrisse sui doveri dell'uomo), dovere civile, "repubblicano" finché si vuole, comunque visione innovatrice rispetto alla mentalità rassegnata e provinciale degli italiani del tempo, i quali, secondo Leopardi, vivevano in base al motto "ognuno per sè e Dio per tutti", infischiandosene di tutto il resto. Mazzini ha creato la mistica della Patria come modo di vivere e Garibaldi era il combattente che le dava corpo affrontando il nemico della Patria in campo aperto, faccia a faccia.
Piuttosto che leggere i libri dei neo-legittimisti su Mazzini, per di più scritti da persone senza una specifica preparazione sul tema, sarebbe meglio leggere direttamente Mazzini, al fine di documentarsi bene.
La storiografia liberale e prorisorgimentale ha per lungo tempo trascurato la pubblicistica borbonica e reazionaria, che negli ultimi tempi si è invece messa a studiare, giustamente.
Per esempio nella Storia delle Due Sicilie di Scirocco.
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