Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

sabato 25 aprile 2026

Una vecchia foto che ci parla

Riprendo da Duc in altum qui. Forte, purtroppo, l'analogia con lo schieramento a sinistra di Bergoglio ed i suoi evidenti legami con la teologia della liberazione.

Una vecchia foto che ci parla

La vecchia fotografia del ventottenne Robert Prevost che nel 1983 marcia a Comiso, in Sicilia, per protestare assieme ai pacifisti – chiamati a raccolta dal Partito comunista – contro l’installazione dei missili Cruise merita qualche riflessione.

Ho sentito dire: all’epoca i giovani erano così. Non è vero. All’epoca il sottoscritto aveva venticinque anni, era ferocemente anticomunista, faceva il tifo per gli operai polacchi di Solidarność ed era politicamente innamorato di Reagan e Margaret Thatcher. Il giovane Prevost invece andava in piazza con il Pci.

Le persone cambiano, e non è detto che il Prevost del 1983 e quello di oggi la pensino nello stesso modo. Ma il linguaggio con cui il Prevost di oggi si esprime su certi temi lascia intendere che in realtà poco o nulla sia cambiato.

Diciamolo fuori dai denti: la vecchia fotografia si adatta perfettamente all’uomo che ora siede a Roma in veste di papa.

C’è modo e modo di parlare di pace, dialogo, incontro e Vangelo. E il modo in cui lo fa il Prevost di oggi è in linea con il pacifismo e l’umanitarismo proprio del mainstream di sinistra. Provate a togliere la firma del papa da certi suoi testi: spesso potrebbero essere farina del sacco di qualsiasi funzionario Onu o leader di sinistra. Proprio come succedeva con Bergoglio.

Quella vecchia foto del 1983 parla. Parla ancora. E dice: Leone non è un correttivo di Francesco. Leone è un nuovo Francesco, solo un poco più educato e felpato. Ma il solco è lo stesso: quello della Chiesa post Concilio tutta peace and love.

Il gesuita austriaco Andreas Batlogg, biografo e ammiratore di Francesco, dice che Leone rappresenta un cambiamento di tono ma non una rottura, nella sostanza, con il pontificato di Bergoglio. Come dargli torto? Sinodalità, agenda sociale, globalismo. L’armamentario è lo stesso.

“Ringraziamo il Signore per il gran dono della vita di Francesco a tutta la Chiesa e a tutto il mondo” ha detto Prevost nel primo anniversario della morte di Bergoglio. Francesco era rozzo e irruente, e godeva nell’umiliare i cattolici fedeli alla tradizione. Leone è più simile a un apparatchik, un grigio funzionario di partito: più misurato, per niente esibizionista, non ha bisogno di grandi gesti né di alzare la voce. Stabilizza l’opera del predecessore e la ricopre con una patina di accettabilità. Il che lo rende più pericoloso.

Monsignor Viganò nel suo recente intervento su Leone e Trump (pubblicato da “Duc in altum” in italiano e in inglese) tocca i nervi scoperti, e per questo è stato accolto dal solito silenzio di tomba sia dei cattocomunisti (che non si chiamano più così ma sono ancora tali) sia dei conservatori che fingono di non vedere. Leone, scrive Viganò, non parla con la voce della Chiesa. Ed è vero. Sebbene sostenga di non essere un politico, applica alle grandi questioni la stessa attenzione selettiva tipica del politico. E in particolare del politico sinistrorso. Pensiamo al problema della guerra. Come giustamente osserva Viganò, le parole di condanna di Leone per qualsiasi guerra finiscono con il legittimare anche le guerre ingiuste. Secondo questa linea, anche la guerra di difesa sarebbe ingiusta, ma in tal modo l’aggredito viene privato del diritto di difendersi. Ecco il pacifismo. Ecco la foto del 1983. La stessa ideologia secondo cui tutte le religioni si equivalgono e i precetti morali si devono adattare alle circostanze contingenti. Così, colui che dovrebbe parlare con il “sì sì no no”, setacciare e distinguere, produce solo melassa, non distingue il Bene dal Male, appiattisce tutto e riconosce pari diritti all’errore e alla Verità.

Leone afferma di non essere un politico e che il Vangelo non dovrebbe essere strumentalizzato. Eppure si esprime con il linguaggio moraleggiante tipico degli odierni padroni del pensiero. E infatti ne ottiene puntualmente l’applauso. Ma non è una novità. Da tempo, quando si tratta di allinearsi al pensiero dominante, le gerarchie “cattoliche” sono sempre in prima fila. Perché non costa niente e anzi ottiene consenso. Quando in ballo ci sono invece temi come la Cina, l’Islam, la necessaria distinzione tra l’unica vera fede e le false religioni, tutti sottocoperta.

Confermare i fratelli nella fede, condannare il peccato, predicare la conversione, custodire il deposito e guidare le anime verso la salvezza eterna: ecco perché esiste la Chiesa, voluta da Nostro Signore con a capo il papa. Ma oggi la Chiesa sinodal-pacifista-irenista è un’agenzia di promozione del vago umanitarismo che piace alla gente che piace, non vuole disturbare nessuno e può guidare al massimo a sottoscrivere l’Agenda 2030 dell’Onu.

Il che ci riporta alla vecchia fotografia. Là un uomo di ventotto anni marcia con i pacifisti chiamati a raccolta dai comunisti. Qui un papa riceve l’applauso unanime del mainstream. Esercizio: unire i puntini.
Aldo Maria Valli

1 commento:

Serge ha detto...

Anch'io ero rimasto colpito da questa riflessione di AMV (e soprattutto dalla fotografia). C'è da meditare, purtroppo...