mercoledì 16 maggio 2012

Don Simoulin ed il suo Editoriale di giugno. Amore per la Chiesa, cuore sacedotale.

Don Simoulin, attuale cappellano degli insegnanti domenicani di Fanjeaux, che abbiamo già avuto modo di conoscere e apprezzare per il suo Editoriale di maggio, ha già predisposto l'editoriale per il prossimo Seignadou di giugno. È stato a fianco di Mons. Ducaud-Bourget à Saint-Nicolas du Chardonnet dal 1980 al 1983, rettore dell'Istituto Universitario San-Pio X, priore di Lione, superiore del distretto d'Italia. È stato direttore del Seminario di Ecône dal 1988 à 1996, nominato da Mons. Lefebvre, al quale era molto vicino ed è stato lui ad assisterlo nei suoi ultimi istanti. È uno dei membri più anziani della Fraternità. Voce quanto mai autorevole, quindi, e vero cuore sacerdotale. Importante per conoscere meglio la spiritualità e il 'sentire cum ecclesia' della FSSPX, che qui dimostra con vigore.

Dagli anni 1970, siamo entrati in resistenza. Certamente non una resistenza alla De Gaulle, che condanna e rifiuta tutto ciò che essa non è, ma una giusta resistenza, saggia e più difficile, che vuol distinguere l'accettabile dall'inaccettabile, sia in dottrina che in morale o liturgia, che evita di giudicare le persone e le loro intenzioni e che rispetta l'autorità, denunciando tuttavia le sue obiettive carenze.

Si tratta di un atteggiamento difficile, che richiede una saggezza grande e soprannaturale, di cui Mons. Lefebvre ci ha lasciato un bell'esempio, difficile da seguire. In effetti da molto tempo osservo che senza questa saggezza, cadiamo facilmente nella contestazione di ogni autorità, qualunque essa sia e per qualunque motivo: famiglia, scuola, cappella, istituto religioso o sacerdotale, etc. Ciò va al di là della semplice disobbedienza, perché riguarda maggiormente la diffidenza gratuita verso chiunque vuol condurmi dove non ho voglia di andare.

Benché il nostro decanato sia risparmiato dalle voci di cui non voglio parlare, e per far seguito al precedente Seignadou, non mi sembra superfluo tornare sulla questione delle nostre relazioni con Roma.

Ad esempio, ricordo benissimo che, negli anni 1988-1991, Mons. Lefebvre affermava che se Roma avesse voluto riprendere contatto con noi, egli avrebbe chiesto di cominciare con discussioni dottrinali. È quel che abbiamo fatto. Ma, per quanto vada indietro nei ricordi, non rammento che egli pensasse di dover attendere la « conversione » di Roma prima di proseguire. Sapeva troppo bene cos'è la Chiesa per pretendere di « convertire » Roma. Sapeva che è illusorio immaginare che Roma possa disconoscere il Vaticano II, o condannare le sue tesi più condannabili ! Sapeva, meglio di noi che amiamo talmente dar lezione al Papa e che sogniamo come immediata una « vittoria » che richiederebbe decenni, e senza dubbio molte generazioni, perché Roma abbandoni e dimentichi queste tesi disastrose. Tutt'al più, egli diceva, voleva continuare a tornare a Roma nella speranza di « far loro un po' di bene », per far ascoltare e, se possibile, accettare le sue obiezioni, affinché lo si lasciasse proseguire la sua opera.

Oggi alcuni vogliono essere più « lefebvristi » di lui ! E rimproverano a Mons. Fellay di non essere abbastanza « lefebvrista », perché non ripete esattamente tutto ciò che diceva Mons. Lefebvre venti o trent'anni fa. 

Mi sembra che una parte delle difficoltà derivi dal fatto che queste persone, che sono molto sapienti e intelligenti, non sempre agiscono mosse dal dono supremo, quello della Saggezza. È la saggezza di Santa Giovanna d'Arco che riduceva al silenzio i teologi più intelligenti. I doni di scienza e di intelligenza sono eccellenti ma quello di Sapienza lo è di più, come la carità è superiore alla fede. Dunque, esse analizzano con cura tutte le dichiarazioni del Papa, esse ragionano e formulano sapienti sillogismi. Alcuni esempi, tra gli altri, saranno sufficienti a chiarire la mia affermazione : Pio XII aveva detto che la Chiesa è questo. Ora, Benedetto XVI dice che la Chiesa è quello. Quindi, la Chiesa di Benedetto XVI non è la Chiesa cattolica. Oppure : Mons. Lefebvre aveva detto questo in ordine alla riunione di Assisi del 1986. Ora, Mons. Fellay  ha detto quello sulla riunione d'Assisi del 2011. Dunque, Mons. Fellay non è fedele a Mons. Lefebvre. Egli è affascinato da Benedetto XVI e tradisce lo spirito di Mons. Lefebvre. 

Cosa manca a questi ragionamenti per essere veri e conformi allo spirito di Gesù Cristo ? Questi bei sillogismi hanno il torto di ignorare la diversità delle situazioni concrete, e dunque mancano di quella virtù di prudenza e di quello spirito di saggezza nel quale la carità permea tutto e mette ordine e misura in tutte le cose, come Dio che « ha creato ogni cosa con misura calcolo e peso ». (Sap. 11, 20). Mi si dice ancora : guardate cos'è successo alla Fraternità di San Pietro e all'Istituto del Buon Pastore! Hanno sottoscritto un accordo e Roma li spinge poco a poco verso l'accettazione del Concilio !

Non fatemi arrabbiare, per favore ! Rifiuto assolutamente il paragone perché è chiaramente offensivo per la Fraternità ! Vi prego di considerare le circostanze, che hanno visto nascere questi Istituti ! C’è l'infedeltà alla promessa della loro ordinazione : « Promettete, a me e ai miei successori, rispetto ed obbedienza ? – Promitto, lo prometto. » La fedeltà a questa promessa ha fatto loro paura ed hanno cercato un riparo per continuare ciò che facevano con noi. Nascere da una infedeltà alla promessa della propria ordinazione non è il segno evidente dell'amore per la Chiesa [...]

Ora, è più che chiaro che Mons. Fellay, e noi con lui, non ha alcuna intenzione di vendere l'eredità per una situazione canonica confortevole, e che noi rifiuteremo ogni soluzione che non ci assicurerebbe dall'essere al riparo dai vescovi locali e così anche da questa funesta « Ecclesia Dei », al fine di poter continuare a servire la Chiesa secondo la Grazia che ci è propria, quella della nostra fondazione benedetta e incoraggiata dalla Chiesa.

La questione fondamentale torna dunque sempre all'amore che noi portiamo alla Chiesa. Amiamo la Chiesa, pur se è malata ? Che si direbbe di un bambino che rifiuti di vivere in casa della sua madre malata, per timore del contagio ? Abbiamo dunque così poca fiducia nella grazia che ci ha fondati ? Dubitiamo della nostra capacità di resistenza, pur mantenuta con fedeltà e coraggio durante trentacinque anni di condanna ? Siamo così insicuri del nostro amore per la Chiesa da temere così il contagio ?

Vedete che ciò va oltre la logica del ragionamento. Senza ignorare la malattia, è l'amore della Chiesa, nostra Madre che deve dettare il nostro atteggiamento. È l'amore della Chiesa che ha spinto Mons. Lefebvre a creare la Fraternità e a consacrare quattro vescovi nel 1988. È l'amore per la Chiesa che ha portato le Congregazioni amiche a fare le scelte che hanno fatto in unione con lui. È ancora questo stesso amore che deve guidare il nostro atteggiamento nella nuova situazione in cui si trova la Chiesa nel 2012. Ma per amare la Chiesa, non bisogna confondere tutto : la Chiesa, Roma, il Papa, Benedetto XVI, il Concilio, etc... Di cosa si parla quando parliamo della Chiesa o del Papa ?

Padre Calmel, in un bellissimo articolo, ci ha lasciato alcune formule luminose, capaci di mettere un po' d'ordine nelle nostre riflessioni : « È un capo della Chiesa sempre infallibile, sempre senza peccato, sempre santo, che non conosce alcuna pausa o discontinuità nella sua opera di santificazione. Costui è il solo capo perché tutti gli altri, compreso il più elevato, non detengono autorità che attraverso di lui e per lui. Ora questo capo santo e senza macchia, assolutamente separato dai peccatori, innalzato al di sopra dei cieli, non è il papa, è colui di cui parla magnificamente l'Epistola agli Ebrei, è il Sommo Sacerdote : Gesù Cristo. [...] Se il Papa è il vicario visibile di Gesù che è asceso nei cieli invisibili, non ne è che il vicario : vices gerens, tiene le veci ma rimane altro. Non è dal Papa che viene la grazia che fa vivere il corpo mistico. [...] La Chiesa non è il copro mistico del Papa ; la Chiesa col Papa è il corpo mistico di Cristo. » (Sulla Chiesa e sul Papa.)

È tutto, io credo. Confondere il Papa, Roma, Benedetto XVI e la Chiesa, è condannarsi a non comprendere nulla delle miserie della Chiesa, miserie che riguardano la sua condizione umana, non la sua costituzione divina. Rifiutare Roma e il Papa col pretesto della fedeltà alla Chiesa, è mettersi nel grave pericolo di rifiutare la Chiesa tal quale si è incarnata. E rifiutare la Chiesa incarnata col pretesto della salvezza delle anime, significa non essere più cattolico. Ma per ben comprendere ciò, bisogna leggere il mistero della Chiesa con lo spirito di Sapienza che lo Spirito Santo non può donare che ai piccoli, ai « poveri in spirito », quelli che sono felici di essere nel numero dei piccoli e non dei sapienti, coloro che sanno che hanno molto da ricevere e da imparare dalla Chiesa. Tali sono quei semplici ai quali Dio può far comprendere tutto e nei quali la sua volontà può liberamente compiersi come avvenne nella Vergine Immacolata, quei semplici che assomigliano alla nostra grande e così santa Giovanna d'Arco, quei semplici nei quali la grazia semplifica tutto, divenuti più saggi e più prudenti nella loro semplicità dei saggi e prudenti secondo la carne e il mondo. « Ti benedico, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai saggi e ai prudenti e le hai rivelate ai semplici. Sì, Padre, perché così ti è piaciuto. » (Luc, 10, 21).

6 commenti:

Areki ha detto...

Bellissimo editoriale che chiarisce ulteriormente la posta in gioco. Lo stamperò e lo mediterò.
Preghiamo per gli uomini di Chiesa.
Bello il riferimento alla immortale figura di Santa Giovanna d'Arco.

don Bernardo

Dante Pastorelli ha detto...

La posizione di don Simoulin sugli accordi con Roma è condivisibile.
Non condivido il disprezzo per gli altri istituti che hanno in coscienza fatto una scelta non facile. In tal modo si divide invece di unire. Si palrla di carità e poi la si applica?

Anonimo ha detto...

Condivisibile in tutto, in tutto!
Non c'è disprezzo per gli altri istituti....semplicemente la verità delle cose. Le divisioni nascono sempre da orgogliosa insottomissione. E don Simoulin conosce tutti i retroscena. Amen!

don Camillo ha detto...

SONO CERTO che questi siano gli ultimi "sassolini" nelle scarpe, che la beneamata si è tolti...

e voglio anche credere che dopo tutto, in questo bel passaggio della lettera, abbia [sotto sotto] pensato anche alle congregazioni di ED... che è sempre per amore della Chiesa che han fatto quel che han fatto... anche se... ma...

È l'amore della Chiesa che ha spinto Mons. Lefebvre a creare la Fraternità e a consacrare quattro vescovi nel 1988. È l'amore per la Chiesa che ha portato le Congregazioni amiche a fare le scelte che hanno fatto in unione con lui.

Luisa ha detto...

Condivido in toto, il commento di Dante.

Dante Pastorelli ha detto...

Quali che siano le cose che don Simoulin sa, le frasi contro gli altri istituti sono inaccettabili. Ripeto, in un momento in cui bisogna unire non si deve dividere. Se si continua così una grande forza tradizionale non si formerà mai. I "primati" devono esser lasciati da parte. Si alzano muri contro le confluenze.