martedì 21 aprile 2015

La Liturgia è la Tradizione stessa nel suo più alto grado di potenza e di solennità

Il 2 settembre del 2013 proponevamo questo testo, che riprendo oggi perché lo trovo citato da diverse altre fonti. Il blog sommerge inesorabilmente anche i testi sui quali sarebbe opportuno soffermarsi a lungo e tenere ben presenti per i propri approfondimenti. Ma, in attesa di sistematizzare in un sito in costruzione gli innumerevoli importanti contenuti per renderli meglio fruibili, eccovi questo piccolo tesoro non più nascosto.
È un brano di Dom Gérard Calvet O.S.B.da Romualdica. Questi, non altri, sono i nostri maestri.

Sapete di quali tesori siete depositari? Alla fine del secolo VI, nel momento in cui l’Impero romano in piena decadenza passa il testimone della cultura al mondo cristiano, la Chiesa è in possesso dei più bei gioielli del suo tesoro liturgico, tra i quali bisogna contare le preghiere del Messale e specialmente le ammirevoli collette che precedono la lettura dell’Epistola.

Charles Péguy scopriva con stupore che c’è un santo per ogni giorno; dovete inoltre sapere che ogni giorno c’è una preghiera destinata a guidare i vostri passi sulla via stretta.
Queste preghiere, cesellate da anni di fede da mani fini e sapienti, dovete saperle a memoria, studiarle e meditarle, perché vi si trova lo spirito incorrotto del cristianesimo contenuto sotto forma di massime scolpite nel bronzo, e non c’è niente di più adatto da mettere in pratica come le alte certezza dell’anima: queste preghiere sono regole di vita.

Il nome di colletta è stato dato alla preghiera che introduce le letture della Messa e che ritroviamo a conclusione di tutte le ore canoniche, poiché era recitata davanti ai fedeli, riuniti all’inizio della Messa. La secreta (preghiera sulle offerte) e il postcommunio devono il loro nome al posto che occupano nel dramma del sacrificio eucaristico. La colletta, come il prefazio, era un tempo improvvisata dal celebrante, quando sant’Ambrogio e sant’Agostino — in un’estasi comune — alternavano per la prima volta ut fertur, i versetti del mirabile Te Deum. Poi lo Spirito santo fissò divinamente la giovane preghiera della Chiesa come l’età matura fissa i tratti dell’infanzia. In alcune raccolte di orazioni erano conservati i brani meglio riusciti, e vi si possono riconoscere le preghiere dovute a san Leone Magno grazie alla perfezione del ritmo e al rigore del pensiero: la regola salvò l’ispirazione fissandone l’eccellenza.

Ai nostalgici della Chiesa delle origini, in preda al creativismo, messa da parte la loro incredibile pretesa, rispondiamo che si può essere bambini solo una volta nella vita. Per fortuna, oggi, grazie alla pietà delle generazioni passate che ci hanno trasmesso questi gioielli della nostra liturgia, se un giovane barbaro entrasse in una chiesa per ascoltare una Messa, sarebbe messo direttamente in comunicazione con il pensiero di un Padre della Chiesa del secolo IV.

Secondo un’usanza molto antica, il celebrante invita la comunità al raccoglimento con l’avvertimento solenne del Dominus vobiscum. «Il Signore sia con voi!», dopo di che i fedeli rispondono: «E con il tuo spirito». Il Signore dev’essere con il sacerdote per renderlo degno di esprimere i voti della comunità. Dev’essere con i fedeli per renderli attenti alla preghiera. Il sacerdote prega allora ad alta voce, o canta, la colletta con un tono recitante nel quale solo due note sposano la forma letteraria propria delle orazioni del Messale che si chiama cursus. Parleremo più avanti di questa forma letteraria destinata a sottolineare lo svilupparsi del pensiero. Molto presto, senza dubbio sin dal secolo IV, si fecero delle raccolte di preghiere che costituiscono la ricchezza del nostro patrimonio liturgico.

Alla fine del Messale troverete delle collette che si possono aggiungere, secondo i bisogni, alla preghiera del giorno. Sono le orazioni per casi particolari: per domandare la pioggia, per allontanare la tempesta, per difendersi dal demonio, per domandare la pazienza, la castità, nonché quella meravigliosa orazione per domandare la grazia del dono delle lacrime: pro petitione lacrymarum. «O Dio onnipotente e mitissimo, che hai fatto scaturire dalla roccia una fonte d’acqua viva per il popolo assetato, strappa dalla durezza del nostro cuore lacrime di compunzione: affinché possiamo piangere i nostri peccati e meritare, per la tua misericordia, la loro remissione».

Verrà un giorno nel quale alla Sorbona saranno difese tesi di laurea sulla bellezza letteraria delle preghiere della Chiesa? Il Breviario, il Messale, il Processionale contengono una quantità di orazioni straordinarie per eleganza di stile, penetranti e profonde per pensiero. Le nostre collette sono tra le testimonianze più antiche della pietà della Chiesa primitiva; esse sono sopravvissute a lente trasformazioni della liturgia e risultano di considerevole interesse.
Due caratteristiche meritano di essere sottolineate: la ricchezza dottrinale e il valore pedagogico.

Ricchezza dottrinale

Il campo della liturgia costituisce in sé un «luogo teologico» di una ricchezza inesauribile, una specie di rete di verità dottrinali sparse, non ordinate sistematicamente. Péguy diceva bene quando affermava che la liturgia è una «teologia distesa». Quando il canto dell’Exsultet, sgorgante di poesia, si eleva nella notte pasquale, il dogma della Redenzione illumina le menti di un bagliore proprio che non è altro se non lo splendore del vero: l’Exsultet, il Lauda Sion, il Dies Irae sono dogmi cantati che infondono direttamente nell’anima luce e amore. Dom Guéranger diceva che «la liturgia è la Tradizione stessa nel suo più alto grado di potenza e di solennità»; un’affermazione che all’epoca suscitò qualche stupore.

I materiali che servono agli artigiani della teologia speculativa sono contenuti nella Preghiera della Chiesa, come quelli nelle cave di pietra che servono per la costruzione del Tempio: è in questo tesoro che attingono i teologi di tutti i tempi per illustrare e affermare il dogma. Padre Emmanuel André, abate di Notre-Dame de la Sainte-Espérance, trovava la dottrina della grazia nelle orazioni del Messale. Queste preghiere risentono delle lotte dottrinali del secolo IV, minacciato dall’eresia pelagiana; Pelagio minimizzava le conseguenze del peccato originale e ignorava la necessità della gratia sanans, ossia la grazia che guarisce. L’eresia pelagiana è una delle forme correnti di naturalismo che si ripresenta in ogni epoca. Padre Emmanuel non voleva contrapporre tesi a tesi; costruiva la sua teologia della grazia nel solco della preghiera della Chiesa. Le orazioni lo aiutavano a mettere in luce l’assoluta necessità della grazia divina nell’ordine della salvezza. È una perfetta spiegazione della lex orandi che stabilisce e fissa la lex credendi. Ricorderete che recentemente abbiamo ricevuto un esponente dei pentecostali: non abbiamo avuto difficoltà a provargli la novità inquietante di una preghiera che s’indirizza esclusivamente alla terza Persona, sottolineando il carattere trinitario delle nostre collette, che si elevano al Padre, mediante il Figlio, nello Spirito. La stessa orazione della festa di Pentecoste espone questo modo di preghiera: la sequenza della Messa — una specie di effusione libera che s’indirizza al solo Spirito santo — dev’essere considerata come una glossa del versetto alleluiatico; la colletta resta trinitaria. «Nihil inovetur nisi quod traditum est».

Ecco ciò che insegnano le preghiere liturgiche. Ci istruiscono sulla Maestà di Dio, sull’abisso della nostra miseria, sul modo di comportarci davanti a Dio e di come indirizzare a Lui le nostre richieste per essere esauditi.

Valore pedagogico

La liturgia è anche — e soprattutto, come ideale — una norma di preghiera. Possiamo affermare che essa ci offre il più antico e il più onorato dei metodi di preghiera.

A partire dal secolo XVI si è molto parlato di orazione e di metodi di orazione. Santa Teresa d’Avila dichiarava che avrebbe voluto stare sulla cima di una montagna per convincere, se fosse stato possibile, tutto l’universo dell’importanza dell’orazione. Ma la preghiera, a partire dal secolo XVI, è stata fortemente segnata dall’umanesimo del Rinascimento e l’orazione si è trovata sottomessa a investigazioni e vaneggiamenti umani. Era fatale che lo sviluppo della psicologia inclinasse gli spiriti a forgiare metodi d’orazione nei quali dominava l’aspetto analitico e discorsivo.

Durante i primi secoli della Chiesa la preghiera non aveva cessato d’irrigare i terreni dove si coltivava la vita spirituale. Dunque, come pregavano gli antichi? Usavano dei metodi? Sembra evidente di no. L’orazione scaturiva spontaneamente dall’intimo grazie all’ufficio divino. Il fiume dei misteri liturgici alimentava le prime generazioni di cristiani, come i quattro fiumi del Paradiso, senza che dovessero inventare altri metodi di accesso al santuario della vita interiore. La liturgia è stata, nelle età della fede, la grande educatrice dei figli di Dio. Gli inni, i salmi, il canto gregoriano, l’ordine sacramentale versavano nelle anime la luce delle verità della fede e spingevano l’uomo a guardare verso Dio piuttosto che a sé stesso; a cantare le «mirabilia Dei», in dissolvenza, come gli scultori dei capitelli di Chartres si eclissavano davanti al loro soggetto. Grazie alla liturgia, il primato era dato alla vita teologale e contemplativa. Le collette acquisiscono a tale proposito un considerevole valore pedagogico.

Considerate l’importanza delle parole dell’orazione. Talvolta un’invocazione maestosa ci mette di fronte all’onnipotenza divina — «Omnipotens sempiterne Deus…» —, altrove la Chiesa è nominata per prima: «Ecclesiam tuam, Deus…», oppure «Familiam tuam». L’orazione si colora allora di affettuosa tenerezza. In altre occasioni l’uso di un verbo forte mette in rilievo l’azione divina: «Fac, Domine…», «Presta, quaesumus Domine…». In seguito il corpo dell’orazione esprime l’oggetto della richiesta, la quale è indicata con poche parole che indicano gioia, cosicché l’oggetto principale di una festa si trova perfettamente riassunto nella sua colletta.

Ecco per esempio l’orazione della Messa di mezzanotte: «O Dio, che hai illuminato questa santissima notte con lo splendore di Cristo, vera luce del mondo, concedi a noi, che sulla terra lo contempliamo nei suoi misteri, di partecipare alla sua gloria nel cielo».

Con arte, la liturgia ci fa passare da una realtà creata alla sua analoga di livello superiore: dalla luce del Natale alla luce celeste, dal visibile all’invisibile. L’orazione della Messa dell’aurora invita a passare dal piano dell’essere al piano dell’agire; in poche parole ecco stabilito il fondamento della morale: «La luce che, per la fede, brilla nelle nostre anime, rifulga nelle nostre azioni» («In nostro resplendeat opere quod per fidem fulget in mente»).

Così ogni festa ci fa domandare una grazia speciale con una dolcezza e una precisione che conduce l’anima direttamente al centro del mistero celebrato. Siamo illuminati su cosa domandare, sul come dobbiamo chiedere, sul perché è necessario interpellare. L’orazione dell’Immacolata Concezione sviluppa armoniosamente l’ordine delle quattro cause; quella della quarta domenica dopo Pasqua attira verso l’alto i nostri cuori con una soavità che solo il latino può rendere: «ut inter mundanas varietates ibi nostra fixa sint corda ubi vera sunt gaudia», «affinché nei cambiamenti di questo mondo i nostri cuori restino fissi là dove si trovano le vere gioie».

Il latino delle orazioni ci fa pregare con tanto gusto ed esattezza, che la traduzione talvolta è impossibile. Come tradurre parole come: «ostia», «pietas» o «devotio»? A venti secoli di distanza, la parola calcata sul latino appare vuota della sua sostanza o ha cambiato significato.

In latino hostia significava vittima di un sacrificio con spargimento di sangue e devotio consacrazione irrevocabile. La parola pietas, così sbiadita dall’uso continuo, avrebbe bisogno — onde non tradirne il vero significato — di una lunga perifrasi che le possa ridare la sua linfa antica e sacra.

La pietas romana, virtù nazionale, carica di un senso carnale e religioso, significava sia l’attaccamento alla terra, la fedeltà, la gratitudine, sia il culto reso agli dèi, ai parenti, alla patria, e ancora alla famiglia, alla casa, ai penati. Si percepisce cosa la parola pietà, bagnata dall’acqua del battesimo, potesse significare per i primi cristiani. Alla tenerezza paterna di Dio l’anima illuminata dal Verbo rispondeva sicut naturaliter rifluendo verso il focolare beatificante della vita trinitaria.

Alcuni tra voi si domanderanno come pregare con le orazioni del Messale. La prima condizione è di sapere leggere; scienza poco comune, contrariamente a quello che si crede, e che comporta due operazioni: scrutare e soppesare. Consiglio a chi tra voi vuole ispirarsi alla santa liturgia per alimentare la propria vita di preghiera, d’imitare il metodo dei cercatori d’oro. Il ciclo dell’anno liturgico è simile a un grande fiume carico di riti, canti e poemi. Vi si trovano anche brevi formule brillanti di un vivo splendore che si possono paragonare a pagliette d’oro.

Leggere lentamente il proprio del Messale è un eccellente metodo di preghiera, setacciare per così dire giorno dopo giorno l’acqua di questo fiume e cogliere con cura ciò che risponde alle attese e al desiderio dell’anima.

La colletta della domenica diventerà, sotto la guida della Chiesa, una gustosa meditazione e un’esortazione pratica per tutta la settimana. Potremo così portare, incise nella nostra mente, le formule delle preghiere preferite, arricchite da brillanti massime che illuminano la nostra strada. Ecco qualche esempio preso a caso:

«Sic transeamus per bona temporalia, ut non amittamus aeterna» [1].
«Sacramentum vivendo teneant quod fide perceperunt» [2].
«Sine te nihil potest mortalis infirmitas» [3].
«Ad promissiones tuas, sine offensione curramus» [4].
«Da nobis fidei, spei et caritatis augmentum» [5].
«Discamus terrena despicere et amare caelestia» [6].
«Auctor ipse pietatis!...» [7].

In queste ultime parole — «Voi che siete l’autore stesso di ogni pietà» —, che arte di commuovere il cuore di Dio!

C’è una grande dolcezza nel pregare con le stesse parole e accenti dei primi cristiani rinati dall’acqua battesimale, ascoltando le medesime letture, intonando uguali canti, attenti come loro alla misteriosa voce dello Spirito e della Sposa che dice: «Vieni, Signore Gesù!».
__________________________
Note:

[1] «Affinché passiamo tra i beni temporali senza perdere quelli eterni» (colletta della terza domenica dopo Pentecoste).
[2] «Concedi di conservare nella vita quel sacramento che ricevettero per la fede» (colletta del martedì di Pasqua).
[3] «Senza te la debolezza della nostra natura mortale non può nulla» (colletta della I domenica dopo Pentecoste).
[4] «Fa che corriamo senza ostacoli verso i beni da te promessi» (colletta della XII domenica dopo Pentecoste).
[5] «Accresci in noi la fede, la speranza e la carità» (colletta della XIII domenica dopo Pentecoste).
[6] «Impariamo a disprezzare le cose terrene e ad amare quelle del cielo» (postcommunio della Messa del Sacro Cuore).
[7] «Tu che sei l’autore stesso di ogni pietà» (colletta della XXII domenica dopo Pentecoste).

[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), La santa liturgia, trad. it., Nova Millennium Romae, Roma 2011, pp. 59-70]

14 commenti:

Anonimo ha detto...

Un grande maestro di vita monastica e di dottrina! Speriamo che sorgano simili maestri anche nei monasteri benedettini italiani!

Anonimo ha detto...

I benedettini di Norcia. Esempio per l'anni di vita consacrata

http://www.iltimone.org/33029,News.html

Marius ha detto...

Desidero approfittare di questo post sulla liturgia con un quasi OT per chiedervi se anche voi dalle vostre parti avete per caso notato se durante la Messa NO sempre più spesso il "presidente dell'assemblea" invita a recitare il Simbolo Apostolico al posto di quello Niceno-costantinopolitano.

I motivi?
Certamente la maggiore brevità, che consente di risparmiare "secondi preziosi" soprattutto quando l'omelia si è protratta oltre il previsto;
ma v'è un motivo che mi appare più preoccupante: non sarà forse il fatto che il Simbolo Apostolico non contiene alcun accenno al "Filioque" e quindi risulta più adatto per scopi ecumenici nei confronti degli Orientali?
Siccome vari segnali di spinta verso l'Oriente sono sempre più riscontrabili in ambiente cattolico modernista ho la sensazione che attraverso questa apparentemente innocua prassi si introduca un nuovo tassello ecumenico, anche se naturalmente non è ancora dichiarato come tale.

Così, come sappiamo, la prassi precede e sorpassa la dottrina. Ho la sensazione che questo impercettibile cambiamento potrebbe portare il NO ad essere del tutto compatibile non solo con il culto luterano, come si fece già nel 69, ma anche con le esigenze di "quelli che sono a noi i più vicini" anche se allora non furono tra gli invitati.
Ora è verso di loro che ci si vuole ancor di più avvicinare (Kasper docet); si vuole dunque spianare liturgicamente la strada per poter poi adottare più agiatamente la loro interpretazione fuorviante del sacramento del matrimonio.

Anonimo ha detto...

Qualcuno mi sa dire qualcosa su padre Jehan De Belleville, discepolo di dom Calvet, e sulla sua fondazione monastica a Villatalla. Da più di un anno sul web non ci sono più notizie relative ai benedettini dell'immacolata.

Rr ha detto...

OT in parte: segnalo un articolo su Conciliovaticanosecondo blog, che riporta un articolo brasiliano che riferisce i risultati di uno studio di marketing sul Cattolicesimo la' condotto.
Della serie: se voglio una cosa da protestanti, vado da loro, non nella chiesa conciliare. Perché scegliere una copia se posso avere l' originale?
Se voglio una cosa cattolica, vado dai tradizionalisti, non dalla chiesa conciliare. Quindi la chiesa conciliare è sempre più vuota
Rr

Tommaso Pellegrino ha detto...

Il Simbolo Apostolico, in luogo di quello Niceno-Costantinopolitano, è espressamente permessso, e facoltativo, nel solo periodo di Pasqua: non si tratta di un'improvvisa "moda" di queste ultime domeniche, finalizzata a risparmiare tempo, compiacere agli orientali od altro.
Tale fatto è peraltro chiaramente specificato anche sui foglietti relativi alla Messa di quel giorno che appaiono sui banchi delle chiese ogni domenica,per giunta con l'avvertenza che il sacerdote deve avvertire i fedeli qualora intende avvalersi di questa facoltà di far recitare il Simbolo Apostolico.
Tommaso Pellegrino - Torino
www.tommasopellegrino.blogspot.com

Anonimo ha detto...

Sui Benedettini di Villatalla

Benedettini dell’Immacolata
Casa S. Caterina da Siena
Via Umberto I 25
18020 VILLATALLA IM - ITALIA
T. : +39 0183 282 452

Anonimo ha detto...

http://www.benedictins-de-immaculee.com/?lang=it

Anonimo ha detto...

È un brano di Dom Gérard Calvet O.S.B.da Romualdica. Questi, non altri, sono i nostri maestri.
Preghiamo per lui. Ecco, è un maestro per i suoi insegnamenti, non per il suo esempio.
E' una di quelle figure che, speriamo in buona fede, hanno portato in secca la battaglia della tradizione. Nell'ambiente della FSSPX, c'è chi ha detto che i "30 denari" che gli aveva offerto il Vaticano, per non fargli seguire Mons. Lefebvre, era no pure falsi. Infatti, l'episcopato che gli sarebbe stato promesso, (lui avrebbe dovuto essere il vescovo gradito al Vaticano, circa il quale era stato dato "potenzialmente" il permesso di consacralo a Mons., rimandando alle calende greche la data in cui passare dalla "potenza" all'"atto")non gli è mai stato concesso. Dom Calvet, è stato lasciato a "fare la mayonese", tutta la vita.

Marius ha detto...

La mia osservazione non si riferiva solo al tempo pasquale. Ho infatti osservato questo fatto durante tutto l'anno. Tirare sul tempo è comunque un malvezzo di molti preti. Mi rivolgo dunque a Lei che è informato: il Messale NO permette di optare liberamente tra l'una o l'altra formula del Credo?

Marius ha detto...

La mia domands delle 23.29 è rivolta a Tommaso Pellegrino delle 16.39

Tommaso Pellegrino ha detto...

Per Marius: purtroppo non sono il grande "informato" sul Messale che Lei, sopravalutandomi, ha creduto di individuare in me.
Mi baso semplicemente sulla mia esperienza personale, secondo la quale, per tutto l'anno,il Credo che viene recitato nelle chiese che frequento è il Niceno-Costantinopolitano, tranne appunto (peraltro soltanto a volte e non in tutte le chiese)in questo periodo pasquale, periodo nel quale si può leggere, sui foglietti domenicali messi sui banchi, l'esistenza di questa possibilità, insieme alla prescrizione per il sacerdote di avvertire i fedeli se si sceglie questa versione del Credo.
Tutto qui. La saluto cordialmente.
Tommaso Pellegrino - Torino
www.tommasopellegrino.blogspot.com

Anonimo ha detto...

Non so se proseguirà la fondazione di padre Jean De Belleville. Specialmente dopo l'arrivo del vescovo coadiutore ad Albenga. Si effettivamente non ci sono più notizie su di loro ...

bernardino ha detto...

@ Rr 16,25:

Gentile Dr.ssa, purtroppo la grande massa, che ha avuto il lavaggio del cervello dai post/conc., quello che dici nella tua non solo non lo capisce, ma neanche lo immagina; purtroppo è una massa informe che non riesce più a ragionare col proprio cervello, ma ragiona col cervello degli altri, di coloro che l'ha imbevuta in questi 50 anni.
Altrimenti o andrebbe dai protestanti oppure dai tradizionalisti; l'ibrido mi fà venire l'acido allo stomaco.
In Europa questa cosa gli ex Pseudo/cattolici non riescono neanche a immaginarla; si credono ancora cattolici; purtroppo troppo pochi ragionano col proprio cervello e studiano e s'informano seriamente.