martedì 7 giugno 2016

La Messa «tridentina» non è stata inventata da san Pio V né dal Concilio di Trento, ma risale ai tempi apostolici. È dogma pregato

La Messa «tridentina» non è stata inventata da san Pio V né dal Concilio di Trento, ma risale ai tempi apostolici. La Liturgia, infatti, non è l’espressione d'un sentimento del fedele, ma è «la» preghiera ufficiale della Chiesa; è Dogma pregato. Essa racchiude qualcosa di eterno non costruito da mano umana. «Ecce ego vobiscum sum», dice Cristo alla sua Chiesa (Mt 28,20).
Rispondo con questo articolo, che spero chiarificatore per molti, all’intervento di un lettore non pubblicato nel relativo thread perché vi sarebbe rimasto come un masso erratico ed estraneo, dovendomi dare il tempo per una risposta necessariamente più complessa rispetto ad alcune rapide righe di commento e più efficacemente condivisibile in uno scritto ad hoc piuttosto che all'interno di una discussione. La risposta tiene conto di quanto rappresentato dal lettore, ma anche delle molteplici implicazioni da non trascurare soprattutto in relazione alle peculiarità del Rito Antiquior rispetto a quello Riformato di Paolo VI.
Ed è anche l'occasione per inserire un accenno alle recenti dichiarazioni del card. Sarah sulla necessità di riscoprire la Messa "tutti rivolti nella stessa direzione: verso il Signore che viene", con il sacerdote "con le spalle al popolo" (vedi Punto 3.1 I Rischi della riforma e dei riformismi).
Le riflessioni che seguono sono estrapolate e rielaborate dal mio saggio «La questione liturgica. Il rito Romano usus antiquior e il Novus Ordo Missae a 50 anni dal Vaticano II», Ed. Solfanelli, pag.136, Euro 11.
È alla seconda edizione (Maggio 2016), dopo a prima (Febbraio 2015). Ordinatelo via mail all'Editore: tabulafatiordini@yahoo.it

Scusi, mic, il senso è chiaro e non è una provocazione: usare il raziocinio che Dio ci ha dato. Se si vuol sostenere che la Quo Primum Tempore si deve interpretare _alla lettera, e nei secoli eterni_, questo implica che oggi l'unica evoluzione sana possibile della Liturgia è la restaurazione integrale del VO così com'è, perché è una forma perfetta non migliorabile: ma allora si devono rigettare tutte le modifiche effettuate da quando quel documento fu pubblicato, nessuna esclusa. Se invece la preghiera all'Arcangelo è lecita, e siamo tutti d'accordo che lo è, questo vuol dire che il VO è perfettibile in alcune parti. La preghiera all'Arcangelo è un singolo controesempio, ma un controesempio è in grado di annullare la vericidità di un'affermazione universale.
Questo vuol dire che mentre ci sono alcune parti del VO che non vanno assolutamente toccate, e farlo crea un danno grave, altre invece possono essere modificate senza causare danni. Ricollegandomi alle affermazioni del card. Sarah, questo vuol dire che è utile prendere quelle parti del VO che non avrebbero dovuto essere mai toccate e gradualmente reintrodurle nel NO. E che quello che ne deriva non è un sacrilegio (vedasi commento precedente), ma un passo in avanti per rimettere le cose al loro posto. Fabrizio Giudici
Premessa - Non parliamo di sacrilegio...

Su chi addirittura parlava di sacrilegio a proposito del NO ho già risposto dicendo che
  1. È vero che non è questione di ritocchini nel rito, c'è molto di più da dire e soprattutto da ripristinare, anche per evitare gli abusi liturgici consentiti dall'intrinseca inopportuna creatività. 
  2. È vero che il NO ha intaccato non solo la forma ma la sostanza. Ma io e molti come me, di formazione preconciliare, l'abbiamo vissuto per anni (prima di riscoprire il VO nel 2007) non come una Cena ma pur sempre come IL Sacrificio (il Canone Romano lo consente). Certo oggi le pecche le vedo tutte.
  3. È vero anche il rischio di avvelenamento lento, soprattutto quando la celebrazione è affidata a sacerdoti modernisti. Per questo è comunque necessario correre ai ripari.
Ma da qui a parlare di sacrilegio - soprattutto per le persone in buona fede e quando celebrano Sacerdoti sicuri - ce ne corre.

1. I passi da intraprendere

Correre ai ripari, oggi come oggi, con una trasformazione così radicata, non può significare imporre il Rito Antiquior ma promuoverlo per farlo conoscere, insieme alla teologia ed ecclesiologia che custodisce e veicola, attraverso una pastorale Tradizionale. Molti giovani, laici e sacerdoti, lo hanno amato proprio conoscendolo, spesso per un caso provvidenziale.

È difficile, ma bisogna provarci anche attraverso i nostri Centri-Messa: consiste in questo, oltre che in altre iniziative di incontro, di studio e formazione, la nostra resistenza attiva: piccole oasi-fortezza, ognuna nella sua realtà, in base alle specifiche possibilità, sotto la guida dei pastori di riferimento. Guardando avanti, perché il passato non ritorna, ma custodendo del passato, per traghettarlo nel futuro, ciò che appartiene all'eterno. Colpiscono le parole di mons. Schneider in una recente intervista, nella quale esorta a vedere la persecuzione (è stata la sua esperienza nella Russia sovietica) come una grazia di Dio per essere purificati e rafforzati, non semplicemente come qualcosa di negativo. Ed ha indicato la "famiglia" cattolica nel vero senso della parola come chiave per la sopravvivenza della Fede: una famiglia nella quale si prega insieme.

2. Per riconquistare il terreno perduto, occorre conoscerlo. 
2.1. - Breve nota sulla preghiera all'Arcangelo Michele
La preghiera all’Arcangelo, introdotta da Leone XIII non fa parte del Rito ma è inserita tra le preghiere del ringraziamento finale presenti anche nel Messale del 1962. Continuò ad essere recitata fino al 26.9 64, quando l’istruzione “Inter oecumenici” n.48, § j, decretò: “...le preghiere leoniane sono soppresse”...
Nel 1994, Papa Giovanni Paolo II chiese che questa preghiera tornasse attuale : « che la preghiera ci fortifichi per la battaglia spirituale... Papa Leone XIII ha ha certamente avuto un vivo richiamo di questa scena quando ha introdotto in tutta la Chiesa una speciale preghiera a S. Michele Arcangelo... Chiedo a tutti di non dimenticarla e di recitarla per ottenere aiuto nella battaglia contro le forze delle tenebre e contro lo spirito di questo mondo ». Ma un semplice invito, senza la relativa disposizione e con il clima vigente, era quasi scontato non sortisse alcun effetto. Avrebbe fatto meglio a esercitare il suo ruolo di 'disporre', ripristinandola, piuttosto che 'chiedere'. E con vescovi pronti ad obbedire, piuttosto che a defilarsi, a differenza di oggi, che li vediamo invece "allineati" alle performances più rivoluzionarie del papa attuale.
2.2 - Liturgia e fissimo non vanno d'accordo
Nella storia della liturgia non può esserci rottura. Così riporta la Lettera ai Vescovi di Benedetto XVI che accompagna il Motu Proprio Summorum Pontificum:
Nella storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso. Ci fa bene a tutti conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e di dar loro il giusto posto. Ovviamente per vivere la piena comunione anche i sacerdoti delle Comunità aderenti all’uso antico non possono, in linea di principio, escludere la celebrazione secondo i libri nuovi.
Il Rito si è evoluto organicamente attraverso tanti secoli di storia ecclesiastica e d’adattamento del culto alla sempre più profonda comprensione del mistero in esso e con esso celebrato assumendo tutta l'ineffabile bellezza e la fecondità della ricchissima simbologia d'ogni azione liturgica. E, se è vero che liturgia e fissismo non vanno d’accordo, è altrettanto vero che «dell’autentica liturgia non è un ottimo interprete né chi sa o preferisce voltarsi soltanto all’indietro, né chi, guardando in avanti, non ha occhi se non per l’ancor confuso domani» (citazione dalla Presentazione di mons. Brunero Gherardini). Sta di fatto, tuttavia, che i "libri nuovi" dei quali Benedetto XVI raccomanda la celebrazione sono stati introdotti proprio da chi non aveva occhi per l'ancor confuso domani.
2.3 - Lo sviluppo organico del Rito Romano. 
Al Rito Romano Antiquior molte anime credenti - nell’ottica di uno sviluppo organico della Liturgia che non è immutabile, ma nemmeno suscettibile di ritocchi arbitrari - hanno solo apportato aggiunte marginali dettate dalla devozione sviluppatasi e consolidatasi nei secoli, lasciandone intatte le linee portanti.
  1. San Gregorio Magno ha dato il maggior contributo, adoperandosi per l’unità liturgica e il suo perfezionamento. Fu l’ultimo ad intervenire sulle parti essenziali della Messa, modellate sul libro gelasiano che a sua volta dipende dalla collezione leonina.
  2. Le preghiere del nostro Canone sono nel trattato De Sacramentis. Ne troviamo riferimenti nel IV secolo. 
  3. Col Concilio di Trento si è provveduto alla revisione dei Messali — giungendo al Messale di San Pio V —, ma si è lasciata inalterata la forma della Messa. 
Dunque si tratta di un tesoro che ci è pervenuto intatto, nella struttura essenziale, dal Sacramentario Gelasiano, prima ancora che dalla sorgente Gregoriana e dalla solenne consegna a tutto l’Occidente latino di San Pio V. Senza dimenticare il rispetto di Papa Damaso (IV secolo) per la Vetus latina già strutturata nella Romanitas del II secolo limitandosi a sostituire soltanto i testi delle letture secondo la coeva Vulgata di San Girolamo.

Del resto l’uniformità stessa che nel campo liturgico si riscontra presso le Comunità cristiane  dei primi due secoli, suppone un principio d'autorità, un metodo d’azione, cioè una organizzazione primitiva che dovette far capo più che agli Apostoli a Cristo medesimo.
Tutto questo non potrà mai essere né ignorato né sottovalutato.

3. Mancato rispetto dello sviluppo organico della Liturgia

I cambiamenti indotti dalle innovazioni conciliari sono attribuibili al prevalere di una realtà virtuale costruita dall’uomo sulla realtà, ritenuta non conoscibile dai filosofi del sospetto[1] che hanno fatto il primo passo verso le paludi del relativismo e, infine, del nichilismo. Esiti che, purtroppo, non hanno risparmiato la Chiesa docente — oggi dialogante — che se ne è lasciata contaminare. Da qui, l’eclissi del munus dogmatico che, deformato dall'ispirazione “pastorale”, ha introdotto novità persino nel munus sanctificandi del Novus Ordo Missae, non più Sacrificio del Signore ripresentato al Padre e Sua Presenza in e per credenti adoranti partecipi e accoglienti ai piedi di un Altare, ma convivio fraterno di commensali festanti intorno ad una “mensa”.

C’è chi afferma che una nuova comprensione del Vetus Ordo aiuta ad armonizzare le innovazioni — cioè il Novus Ordo — che scaturiscono organicamente dalle nobili forme preesistenti senza rotture ed in dinamica di continuità. Ma è possibile questo, quando le due forme riflettono e veicolano ecclesiologia e teologia diverse: teocentrica la prima, antropocentrica la seconda?

Un animo nutrito all’incontaminato cattolicesimo non può che restare deluso dinanzi ad un mistero immenso, il Sacrificio di Cristo, validamente celebrato sì, ma nel contesto di un rito nel quale sono state messe ai margini molte verità cattoliche: 
  1. Lode alla Santissima Trinità, quasi sparita dalla messa col prefazio prima predominante nell’anno liturgico ora solo una volta presente nella festa che almeno è rimasta.
  2. Riferimenti alla “Comunione dei Santi” e alle intercessioni della Vergine.
  3. Sacrificio espiatorio, propiziatorio, impetratorio, oltre che di lode.
  4. Offertorio sacrificale. [vedi]
  5. Chiara affermazione della transustanziazione e della presenza reale.
È da tener anche presente che alcune pratiche che la Sacrosanctum Concilium non aveva mai contemplato furono permesse nella liturgia riformata, come
  1. la Messa versus Populum[2] (a questo si riferisce il Card. Sarah richiamato dal lettore [qui su La Croix - tradotto da MiL qui] ); 
  2. la Santa Comunione nella mano; 
  3. l’eliminazione totale del latino e del canto gregoriano in favore della lingua volgare nonché di canti e inni che non lasciano molto spazio per Dio; e 
  4. l’estensione, al di là di ogni ragionevole limite, della facoltà di concelebrare la Santa Messa.
Per questo il nuovo rito, nella sua quotidianità banalizzante, non prepara né edifica né fa crescere nella fede. Ne consegue che la riconciliazione liturgica, se non porta alla eliminazione dello spirito del Novus Ordo, resta uno slogan vuoto, come l’ermeneutica della continuità: tutti ne parlano e nessuno l’argomenta né tanto meno la applica in nome di una prassi scissa dalla dottrina. 

Non si può ignorare, infatti, che Paolo VI e Mons. Annibale Bugnini avevano lo scopo di modificare i riti cattolici per togliere ogni pietra d’inciampo al dialogo coi protestanti, noncuranti della serietà e dello spessore della forma sacra e solenne della Santa e Divina Liturgia: è bastato sovvertirla, infatti, per intaccare ciò che essa è e opera. Ed è esattamente quel che si è perso e risulta diluito, se non oltrepassato e cancellato, oggi, della Fede cattolica e che cerchiamo di custodire attraverso la nostra resistenza attiva.
3.1 - I rischi della riforma e dei riformismi
C'è anche chi pensa a modifiche dell'antico Rito (vedi supra l'accenno alle recenti dichiarazioni del card. Sarah). Ma c'è da inorridire all’idea di una contaminazione di un tesoro che come già ribadito - pensando soprattutto al Canone Romano e ricordando il rispetto di Papa Damaso per la Vetus latina viva già nella romanitas del II secolo -, ci è pervenuto intatto nella struttura essenziale dal Sacramentario Gelasiano prima ancora che dalla sorgente Gregoriana e dalla solenne consegna a tutto l’Occidente latino di San Pio V.

Se è vero che la Liturgia, come Tradizione, è viva e si arricchisce nove — ossia in modo nuovo — e non nova — ossia con elementi nuovi —, c'è il rischio di nuove incursioni dell'“insano archeologismo liturgico” di cui parlava Pio XII nella Enciclica Mediator Dei e che è stato reso operante nella Messa riformata. Mentre i ritocchi non sono sufficienti a sanare la multiforme intrinseca diminutio che il NO comporta. Il nodo vero da sciogliere è: se in luogo del convivio fraterno non si ripropone chiaramente il Sacrificio di Cristo, che è il cuore della nostra Fede e il vero culto da rendere a Dio primaria funzione della Chiesa da cui tutto il resto scaturisce, cambieranno solo alcune “forme”, ma non cambierà la sostanza.

Ciò di cui c’è innanzitutto bisogno, oggi, è colmare lo iato generazionale che ha cancellato i significati autentici e il vero spirito delle origini della Liturgia — non quello supposto ed enfatizzato dalle innovazioni selvagge e da quelle arbitrarie — per viverla sempre più consapevolmente e profondamente per quanto ci è dato, perché si tratta di un tesoro e di una Grazia inesauribili.

Se è una buona cosa che per far rivivere il senso del sacro Benedetto XVI ha riproposto l’orientamento dell’azione liturgica, la Croce al centro dell’altare, la comunione in ginocchio, il canto gregoriano, lo spazio per il silenzio, una certa cura dell’arte sacra, resta pur sempre il nodo da sciogliere.

Qualunque modifica, oggi come oggi, al pari di quella di Paolo VI, risentirebbe dell'efficienza funzionalista di un rito non più inteso come mistico, ma esclusivamente come tecnico. E soprattutto come azione umana e non come Opera teandrica[3] del Figlio. E non può che sgorgare dalla fede viva, dalla preghiera e dalla “sapienza” di chi ha dimestichezza e conoscenza anche storica — in riferimento alla Tradizione — ma soprattutto spirituale delle “cose sacre” e della Liturgia, che davvero è la fonte e il culmine della nostra Fede e, poiché lex orandi è lex credendi e poi lex vivendi, ogni innovazione deve rifuggire sia dalle improvvisazioni, sia dalle sperimentazioni, sia dagli spiriti che hanno perso il contatto con la Tradizione e che purtroppo non mancano di darcene drammatiche riprove.

Il Cardinale Joseph Ratzinger nel 1985 affermava che «il vero momento del Concilio Vaticano II ha ancora da venire». La sua riforma della riforma sostanzialmente rispondeva al convincimento che «Soprattutto nel campo della liturgia, la riforma deve andare avanti». Lo esprime chiaramente la Lettera ai vescovi sopra citata a proposito dello sviluppo organico della Liturgia.
Del resto le due forme dell’uso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda: nel Messale antico potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi. La Commissione Ecclesia Dei in contatto con i diversi enti dedicati all’ “usus antiquior” studierà le possibilità pratiche.  
Si tratta di una riforma della riforma che non si è mai evoluta se non in negativo, tranne che nelle recenti dichiarazioni del card. Sarah. Tra l'altro Benedetto XVI, pur riconoscendo già quando era cardinale le pecche del rito riformato (edificio antico fatto a pezzi ed il nuovo costruito a tavolino[4]), ha dato al Novus Ordo una dignità ed una sacralità che purtroppo non gli sono propri sia per i tagli selvaggi subìti dalla struttura del rito che veicolano una ecclesiologia antropocentrica, sia per effetto della progressiva diluizione del sacrificio del Signore con l’enfatizzazione della “mensa della Parola” e del convito fraterno. Nei suoi gesti liturgici infatti ha introdotto innovazioni formali, che hanno dato maggiore sacralità e dignità alla celebrazione, ma non incidono su alcuni “vizi” di fondo della sua struttura, che sono rimasti immutati e, anzi, appaiono sempre più favorire abusi di ogni genere.
Ad esempio, l’Assemblea celebrante intorno ad una mensa e non il Sacerdote in persona Christi che offre il Sacrificio su un Altare che rappresenta il Calvario. Ed è unicamente in Cristo che si compie la funzione dell’Assemblea che può offrirsi e unirsi al Suo Sacrificio e ricevere, insieme alla redenzione, la comunione al Suo Corpo e del Suo Sangue, cibo e bevanda che scende dal Cielo, che provoca anche la progressiva configurazione al Figlio, vero Dio e vero Uomo, unica realizzazione della vocazione del cristiano.
3.2 - Non debemus, non possumus, non volumus
Sono state introdotte innovazioni, per dirla appunto col Cardinale Ratzinger, che hanno “fatto a pezzi l’antico edificio”, conservandone solo dei brandelli che più passa il tempo più perderanno la residua saporosa sapienza strettamente legata all’armoniosa e insostituibile sintesi propria di una Liturgia autenticamente portatrice del fuoco del dogma e della Presenza di Colui che rinnova il suo “fiat” al Padre consegnandolo alla Sua Chiesa sino alla fine dei tempi.

Non dobbiamo, non vogliamo e non possiamo distogliere l’attenzione dalla minaccia reale, che è quella di una contaminazione progressiva del Rito usus antiquior provvidenzialmente tornato alla luce. E nemmeno dobbiamo dare per scontato che certe innovazioni debbano accadere comunque e nei termini ancora una volta distruttivi e non semplicemente di sviluppo organico o rassegnarci al diffuso misconoscimento, quando non avversione, dell'antico Rito, che sembra peraltro attenuarsi nei sacerdoti di nuova generazione più refrattari alla "rieducazione" nonostante essa si tuttora in atto e in maniera ingravescente.

Conclusione

Per recuperare la fede viva — non intellettuale — e la devozione autentica, non c’era bisogno di sovvertire la liturgia; sarebbe bastata un’efficace formazione o, meglio, una autentica ”iniziazione”. Oggi invece è cambiata l’ecclesiologia e la teologia che la sottende, per effetto dell’orizzontalismo antropocentrico, che ha spostato il “centro” dell‘azione cultuale da Dio all’uomo ed alla fine il senso del mistero lo ha perso.

Sembra che si sia dimenticato che primaria funzione della liturgia è lo ius divinum[5] al culto autentico che diventa, poi, il “luogo” privilegiato in cui l’Actio teandrica[nota 3] ed eterna del Figlio opera sul credente e feconda la vita di fede e quella quotidiana.

È missione altissima dei Sacerdoti, come fedeli dispensatori dei misteri divini, guidare le persone alla piena consapevolezza ed attiva partecipazione interiore ed esteriore, perché nella liturgia Dio parla al suo popolo e Cristo annunzia e realizza ancora il Vangelo. Ed è compito di ogni generazione e di ogni fedele accoglierne e viverne il senso profondo e unico.

Ben vengano le sopra richiamate dichiarazioni del card. Sarah che, in qualità di Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti (supra, 3.1), denuncia la deriva presa dalle celebrazioni liturgiche divenute auto-celebrazioni degli uomini, incontri amichevoli, e accusa la celebrazione "rivolta al popolo" che ha finito per eliminare Dio dalla Messa e la dimensione sacrificale propria dell'Eucarestia. Ribadisco peraltro che la cosiddetta riconciliazione liturgica, se non porta alla eliminazione dello spirito del Novus Ordo nei suoi vizi d'origine sopra delineati, resta uno slogan vuoto, come l’ermeneutica della continuità: tutti ne parlano e nessuno l’argomenta né tanto meno la applica in nome di una prassi scissa dalla dottrina.

Non prevaricare su ciò che la Chiesa ha tramandato nei secoli, ma custodirlo e viverlo, ci instilla anche l’amore per la bellezza e per il mondo come Dio lo ha pensato. Ed è Lui che irrompe nel tempo e nello spazio in un culto autentico che ha una sua valenza non solo cosmica[6] ma anche soprannaturale perché, oltre a raggiungere gli estremi confini della terra, comprende anche i cori degli angeli del cielo e lo stuolo innumerevole dei santi di ogni tempo, anche a venire.
Maria Guarini
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1. Paul Ricoeur indicò come maestri del sospetto Marx, Nietzsche e Freud, per il loro contributo alla dissoluzione della concezione cartesiana della coscienza. Con la loro filosofia, in modi diversi, il cogito perde la sua fondatezza o non appare più organico e delineato: il pensiero individuale viene messo in discussione: nuovi fattori lo condizionano. «Pur essendo esponenti di dottrine diverse fra di loro, anzi opposte su molti punti, Marx, Nietzsche e Freud sono accomunabili nell’opposizione ad una fenomenologia del sacro come propedeutica alla rivelazione del senso. La loro critica è occasione per “liberare l’orizzonte per una parola più autentica». (P. Ricoeur, De l’interprétation. Essai sur Freud, Paris, 1965, trad. it. Dell’interpretazione. Saggio su Freud, di E. Renzi, Il Saggiatore, Milano, 1967, pagg. 46-48)
2. È falsa e frutto di ignoranza o ideologia e comunque è diventata un luogo comune l’affermazione che il Sacerdote volta le spalle al popolo: sacerdote e popolo, insieme, sono rivolti al Signore
3. Divino-umana. Nel Signore coesistono, in unione ipostatica nella stessa persona due nature, quella umana e quella divina ognuna con le sue proprietà. L’umanità di Gesù, vero Dio e vero Uomo, Verbo di Dio incarnato, ha riscattato, come uomo, sulla Croce, la nostra natura umana ferita ed espulsa dalla sfera divina a causa del peccato originale.
4. Joseph Ratzinger, La mia vita - Ricordi (1927-1977), Edizioni San Paolo, 1997
5. Esiste uno ius divinum al culto che è il riconoscimento del primato di Dio su ogni cosa. Si realizza facendo convergere su Lui tutte le attività – personalmente e comunitariamente – attraverso la virtù di religione, come ci ricorda la Mediator Dei. Dunque riguarda l’intera esistenza e tutti i suoi ambiti ed è funzione primaria della Chiesa come corpo mistico di Cristo e popolo sacerdotale: pensiamo al sacerdozio battesimale, sia pur distinto in grado ed essenza da quello ordinato. Ristabilisce inoltre il giusto rapporto fra Dio e la sua creazione, a Lui ordinata, a partire dall’uomo, unica creatura terrena creata a Sua immagine. Viene espresso anche in atti e riti pubblici. Esiste quindi uno ius liturgicum: la Chiesa ha sempre concepito la liturgia come il suo culto pubblico ufficiale e quindi ha regolato gli atti e i riti che lo sostanziano ed esprimono le verità di fede professate. Tutte le norme sono indirizzate a questo giusto rapporto, dal quale dipende la salvezza del mondo, e così devono essere rispettate come comando di Dio e non come invenzione dell’uomo.
6. Cosmica non nel senso evolutivo tehilardiano, fin troppo diffuso, ma perché tutto confluisce in Cristo, culmine e fonte della Creazione e della Redenzione, e da Lui proviene.

24 commenti:

viandante ha detto...

Grazie Mic delle preziose osservazioni.
Forse però, pur accettando che non si tratti di una provocazione, andrebbe pur detto che se proprio dà fastidio considerare letteralmente il documento che fisso i canoni della Messa dopo il Concilio di Trento, non è neppure corretto lasciar intendere che tutto si possa modificare o cambiare senza nessuo scrupolo.
E già qui ad una persona onesta intelletualmente, è evidente che tra VO e NO vi è uno stravolgimento. Uno scritto va anzitutto analizzato tenendo conto del senso letterale delle parole. Che queste non siano un assoluto è evidente, ma che possano essere completamente dimenticate è errore ancor più grave. E se dietro queste modifiche c'è una mente che volutamente se ne infischia di certi richiami (e la parola eterno, ha comunque una sua gravità che non possiamo ritenere solo simbolica) allora anche la parola sacrilegio non è fuori luogo, anche se ovviamente per coloro che sono ignavi della portata e dei sotterfugi operati per ottenere queste modifiche nessuna colpa possa essere imputata.
E certamente se avessimo tenuto in maggior conto il senso letterale di certi documenti non avremmo mai dovuto aspettare 50 anni o quasi per sapere che la Messa tridentina non era stata abolita. E che anzi ogni sacerdote ha il diritto inalienabile di poterla sempre celebrare. IN ETERNO!

mic ha detto...

Infatti, Viandante, é per questo che ho scritto: "Ma da qui a parlare di sacrilegio - soprattutto per le persone in buona fede e quando celebrano Sacerdoti sicuri - ce ne corre."
Purtroppo i "sacerdoti sicuri" non sono così scontati; ma ci sono. E che il Signore dia la grazia di incontrarli.

Anonimo ha detto...

Alice nel paese di "Amoris laetitia"
La folgorante critica di una studiosa australiana all'esortazione postsinodale. "Abbiamo perso ogni punto d'appoggio e siamo caduti come Alice in un universo parallelo, dove nulla è ciò che sembra essere"
Sandro Magister

Anonimo ha detto...

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1351311

irina ha detto...

Da ciò che ho capito molti giovani, allora sacerdoti o ancora seminaristi, accolsero con gioia la Nuova Messa che sembrò loro ovviare alla sclerosi della Messa Antica. Rileggendo ora il capitolo conclusivo di "Tempo di celebrazione" di Thomas Merton che è del 1964, ad un anno dall'adozione della Messa Nuova, si vede che tutti i problemi erano già tutti sul tappeto,allora si pensava fosse soprattutto questione di rodaggio e poi il nuovo avrebbe funzionato rivitalizzando tutto e tutti.
Quello che ho capito della riforma liturgica è quanto segue:quando si perde il senso di quello che si sta facendo si entra nella routine, nel mestiere,in questo caso sia molti sacerdoti sia molti fedeli erano altrove durante la Santa Messa; l'uscire dalla routine non fu concepito nella doverosa riscoperta di quello che si possedeva ma nel cambio di quello che si possedeva; questo cambio fu visto come medicamento per la malattia di straniamento. Questa malattia però affligge ogni attività umana, anche il lavaggio dei famosi calzini del post precedente o la moglie o il marito,da cui facilmente ci si strania, si cambiano ormai. Non escludo che tutti i cambiamenti seguenti questo cambiamento liturgico da questo stesso siano discesi, visto che in principio era il Verbo.
Ora se le cose stanno così,non posso entrare nei particolari tecnici della liturgia causa ignoranza, sarà bene tenere a mente che il senso( il come, il perchè inteso come causa e scopo, il per chi inteso come causa e vantaggio) di quello che si fa deve essere riscoperto ogni giorno a nuovo. Per dirne una, oggi vediamo chiaramente, sia il celebrante sia i fedeli, proprio perchè ci guardiamo in faccia, che tutti nello straniamento possiamo cadere, allora meglio guardare tutti verso il Signore che ha pietà della nostra vacuità.

Anonimo ha detto...

Molto bella, documentata e di matrice Cattolica, il maiuscolo non a caso, ma forse molti non hanno ancora capito di che pasta sia fatto il tipo, anche il MP apparentemente pare sia per rimuovere vescovi negligenti sui casi di pedofilia o pederastia, ma attenzione, ci sono ben altri motivi per essere rimossi e spediti si Io in men che non si dica, visto che le pratiche arrivano obbligatoriamente sul tavolo del salotto dell'hotel dove si riunisce la duma e che di fatto, pur dichiarandosi vescovo, agisce molto più autoritariamente di quanto non lo concedano i poteri effettivi di cui gode, appare evidente che il rapporto Kolvenbach SJ, inviato in Vaticano a GP2 negli anni '90 sul tipo, sia stato sfilato con sapienza e non fatto leggere a chi di dovere e che anche oggi sia introvabile e questo spiega molte cose, anche prima del Skt.Gallen. Evidentemente così doveva essere. Acqua in bocca e attenzione a dare giudizi temerari, già il blog è super visionato e monitorato.

Anonimo ha detto...

Cosa si intende per "Sacerdoti sicuri"?

Anonimo ha detto...

"[...] dovendomi dare il tempo per una risposta necessariamente più complessa rispetto [...]"
Innanzitutto grazie.

"E già qui ad una persona onesta intelletualmente, è evidente che tra VO e NO vi è uno stravolgimento."
Mi è chiaro. È come quei veleni che non solo producono danni già direttamente, ma poi vengono metabolizzati dal fegato e producono altre sostanze sempre più tossiche.

La questione, per me, non è certo "ritoccare" il VO. Tutta la discussione sta sul NO. E su due modi di vedere la soluzione del problema: se sia strettamente necessario un momento netto in cui il NO viene buttato via in favore del VO, oppure se sia possibile un processo graduale in cui il NO viene progressivamente ricondotto al VO. Fosse per me, avessi la bacchetta magica, vai con la prima opzione. Ma la bacchetta magica non c'è; inoltre i cambiamenti bruschi vengono spesso rigettati.

I punti focali sono i preti NO e i fedeli NO. Siccome la Messa la celebrano i preti, evidentemente è da questi che deve partire tutto. Tra i preti NO ci sono persone totalmente dure e non ricettive: vedasi il recente articolo di Deotto in cui il prete, appena sentito il termine VO, ha cacciato l'ospite senza prestargli ascolto. Ma non sono tutti così. Ora, dalle mie poche frequentazioni VO mi è chiaro che imparare a celebrare bene una VO è difficile per un prete a cui non è mai stato insegnato. È umano capire che un buon prete senza pregiudizi anti-VO, già pieno di problemi, incluso il tenere in rotta i fedeli con tendenze allo sbandamento per via delle encicliche papali, non metta questa fase di apprendimento nelle sue priorità. Sbaglia, perché questo rimettere Dio al centro anche liturgicamente _è_ il modo migliore di affrontare gli altri problemi; ma se non lo comprende in partenza non è certo un fedele che può inculcargli il concetto.

Invece, iniziare ad applicare le raccomandazioni di Sarah (per esempio, rivolgersi ad orientem nei momenti fondamentali) è una cosa che il prete NO può fare senza preoccuparsi di studiare alcunché. L'idea non è quella di fermarsi lì, o introdurre un orribile "compromesso" tra VO e NO, ma di spingere il prete ad un primo semplice passo. Siccome Cristo è il più grande pedagogo, questo primo passo può essere l'inizio di una serie. Parimenti, un popolo di fedeli NO - che nel 99% dei casi non ha la minima conoscenza di quale sia la vera sostanza del problema VO vs NO (*) - potrebbe essere "incuriosito" da queste novità; e magari spinto a interessarsi del VO. In tutto questo processo il VO è "al sicuro", perché le comunità VO continuano a celebrarlo come è opportuno farlo.

Ora, Sarah è già fin troppo isolato nel suo ufficio. Dobbiamo sostenerlo per come è possibile. Ma se anche dal mondo VO non solo non arrivano sostegni, ma critiche...

(*) Io è un po' che cerco di fare, nel mio piccolo/piccolissimo, azione di convincimento verso il VO. Anche con persone di comprovata fede e comprensione della centralità di Cristo; attenzione, anche in persone che il post-concilio l'hanno sgamato e sono perfettamente consce della grave crisi che attraversiamo, è un'impresa difficilissima. Sarà che mi spiego male io, ma anche fornendo documenti scritti da persone competenti il discorso non cambia. Semplicemente non comprendono la centralità della forma/sostanza liturgica. Allora, per questo credo che sia utile una politica dei piccoli passi.

--
Fabrizio Giudici

Anonimo ha detto...

Sono d’accordo: la riforma liturgica è fallita.

Per me, sarei ben contento di veder tornare sempre più in favore la messa di san Pio V.

Però, sinceramente, vedo una difficoltà, e mi spiego nei termini più semplici.

Alcuni anni fa, mi capitò di sentire (all’estero, in Belgio) una messa tridentina solenne. Ebbene, confesso che, dall’inizio alla fine, non riuscii a capire che stesse succedendo: non sapevo a che punto della messa si fosse (tranne, credo, alla consacrazione): era tutto un muoversi di candelabri e di ministri, un gestire del celebrante all’altare, canti certo bellissimi, incenso, ecc. Stetti, se ricordo bene, sempre in ginocchio, cercando di pregare e d’unirmi all’offerta del sacrificio come meglio potevo.

Tornato a casa, riferii le mie impressioni a un amico tradizionalista, difensore a spada tratta della messa di san Pio V e critico direi quasi violento di quella di Paolo VI. Con qualche mio stupore, mi disse: “Eh sì, effettivamente la messa solenne è così”.

Il mio non capir quasi nulla sarà forse dipeso un po’ anche dalla stanchezza di quel giorno, e soprattutto dalla mia relativamente (non più che relativamente) scarsa familiarità colla forma straordinaria del rito romano. Ma la sostanza non cambia, come conferma la frase del mio amico.

Aggiungo che conosco il latino molto bene, e che sentirlo parlare o pronunziare è per me sempre una gioia. Ma, semplicemente, di latino non ricordo d’averne sentito granché, perché tutto, o almeno il più, era inudibile (detto “secreto” dal celebrante), o, probabilmente, coperto dal canto.

Senza dubbio, l’essenziale in quella messa era presente. Ma desiderare una maggiore intellegibilità non è razionalismo, è giusto. Quando parlo d’intellegibilità, mi riferisco, molto semplicemente, all’intellegibilità linguistica delle parole, almeno per chi, come me, intende il latino. Anzi, più semplicemente ancóra: alla loro udibilità.

So benissimo che anche chi non intende o non sente nulla (un sordo, poniamo) si può ugualmente unire al sacrificio, dando gloria a Dio e ottenendo grandi grazie per sé, per la Chiesa, per il mondo. Tuttavia, questa non è certo la condizione ideale: negarlo sarebbe uno pseudomisticismo veramente mal inteso.

Quello che sto facendo non è un discorso teologico complesso. È, ripeto, semplicissimo: a quella messa mi sentii a disagio, perché avrei voluto sentire quel che diceva il celebrante, e pregare non solo colle mie parole, ma con quelle della Chiesa, e unirmi al sacrificio non solo con un’intenzione generale, ma più puntualmente seguendone le fasi e i momenti.

Per me, la riforma liturgica si sarebbe potuta sostanzialmente limitare a quest’unico punto: garantire l’udibilità delle parole, almeno di regola. Così, il mio disagio sarebbe venuto meno, e avrei provato una grande gioia spirituale.

Spero che nessuno mi voglia citare l’anatematismo tridentino, perché mi sembra chiaro che con esso si condanna chi nega alla Chiesa il diritto d’imporre di recitare una parte del cànone e le parole della consacrazione “submissa voce”, non certo chi ritenga quell’imposizione, certo legittima, non opportuna.

Maso

Anonimo ha detto...

Grazie di cuore Maria,
Dio ti benedica sempre

Anna

Anonimo ha detto...

Avete perso, fatevene una ragione!

mic ha detto...

Non siamo noi che vinciamo o perdiamo gentile Anonimo.
Cristo ha già vinto e noi in Lui, se in Lui rimaniamo, anche se apparentemente sembriamo perdenti e lei e ad altri come lei...

mic ha detto...

Grazie a te Anna,
per la tua presenza così costante e sentita.
Un abbraccio.

Anonimo ha detto...

@Maso " Ma desiderare una maggiore intellegibilità non è razionalismo, è giusto."

Tempo fa lessi questo commento a proposito della NO: "Una volta non si sentiva niente, ma si capiva tutto; oggi si sente tutto e non si capisce niente". Probabilmente va messo a confronto con il passo delle scritture: Prima si crede, poi si comprende (non metto le virgolette perché ora non trovo il riferimento e non sono sicuro di ricordarlo bene a memoria). L'Eucarestia, che è al centro di tutto, è un Mistero, quindi il discorso dell'intelligibilità al suo riguardo è molto complesso. L'incarnazione nell'ostia avviene perché il sacerdote pronunzia le formule davanti a Dio, non perché il popolo le sente. Comunque non mi pare che tutto il mondo VO si opponga ad una maggiore intelligibilità... E poi tutti i passaggi si possono recuperare per iscritto, mica sono tabù, uno può studiarseli e meditarseli prima o dopo la Messa.

Ma, nel momento della Consacrazione, la propria presenza dinnanzi a quella di Cristo che si incarna realmente nell'Ostia non è questione di "intelligibilità"... dovrebbe essere una comunione più intuitiva, una prefigurazione di quella che sarà la nostra comunione con Cristo nel regno dei cieli, dove potremo conoscerlo direttamente. Per me questo è un problema che, oggi, trovo centrale nella mia vita: perché sto cercando di superare la forma attuale della mia fede, che ritengo troppo razionale. Non perché ci sia troppa ragione: ma perché c'è troppo poco del resto. È proprio questo uno dei punti fondamentali in cui la NO non mi soddisfa... e forse è pure una con-causa del mio limite. Io mi dico: per carità, purtroppo non siamo tutti come certi mistici che si libravano in aria al momento della Comunione, ma quel momento dovrebbe essere "sconvolgente". Dovremmo tremare dentro (non di paura, beninteso). Incendiarci. Ridurci allo zero, per far tutto lo spazio a Cristo. Se tutto questo ci manca, l'intelligibilità è l'ultimo dei problemi. Non aiuta in quel momento; anzi, forse danneggia.

Insomma, forse l'intelligibilità va intesa come l'allenamento in palestra prima della corsa ai cento metri (e anche dopo, prima della gara successiva): si fa come preparazione, è utile, è importante, ma non è la gara, cioè la cosa più importante. Nel momento della gara si corre e basta, tutta la mente ed il corpo sono all'unisono concentrate sulla pista, senza pensare ad altro; anzi, senza pensare proprio. Non è che l'atleta pensa razionalmente a come muovere un muscolo dopo l'altro per correre meglio... peraltro mi viene in mente quel personaggio di Svevo che, quando legge un libro che spiega la complessa meccanica del camminare e inizia a pensarci in continuazione mentre cammina, finisce per iniziare a zoppicare.

Quindi, secondo me, ok all'intelligibilità fuori dalla Messa, ma la Messa è altro.

--
Fabrizio Giudici

Anonimo ha detto...

Domanda: sul calvario quanti capivano quel che realmente stava succedendo?

Il mistero chiede la sottomissione della nostra ragione alla superioritá della Fede, che non la contraddice ma che la sostiene.

Voler "capire" porta fuori strada perchè significa pretendere che la nostra volontá venga prima, ma deve esser fatta la Sua volontá.
50 anni circa di messa bugnin-paolina dovrebbero averlo dimostrato a sufficienza.
Marco P

mic ha detto...

Senza dubbio, l’essenziale in quella messa era presente. Ma desiderare una maggiore intellegibilità non è razionalismo, è giusto. Quando parlo d’intellegibilità, mi riferisco, molto semplicemente, all’intellegibilità linguistica delle parole, almeno per chi, come me, intende il latino. Anzi, più semplicemente ancóra: alla loro udibilità.

Maso, comprendo perfettamente.
Sono grata a chi ha già efficacemente risposto e condivido.
Vorrei aggiungere la mia testimonianza. Anch'io, dopo aver ritrovato la Santa Messa agli inizi gustavo di più la Messa letta, perché le preghiere "sublimi" che potevo far mie, mi davano grande consolazione. Tuttavia, nell'approfondire e con la frequentazione ho scoperto che durante la Messa solenne cantata, alcuni canti (specialmente il gregoriano) hanno la capacità innalzare l'animo forse ancor più delle preghiere... e, poiché il proprio della Messa diventa talmente interiorizzato che basta un gesto del sacerdote sull'altare per percepire il momento celebrato e disporre il cuore e la mente di conseguenza, si acquisisce la capacità di interiorizzare adorando senza lo sforzo intellettuale richiesto agli inizi. Sui brani della celebrazione del giorno (se non si ha il Messale) ci si affida alla preghiera della Chiesa unendosi in adorazione... ed è molto liberante questo ulteriore affidamento e spogliamento fiducioso.

Riprendo qui una mia riflessione precedente sul gregoriano:
Riguardo le Messe solenni, accompagnate dalla Musica Sacra, l'errore non sta nel fatto di considerare che si tratta di arte e spiritualità somme, ma nel credere che i "semplici fedeli" per avervi accesso debbano comprenderle con l'intelletto e conoscerne tutti i dettami tecnici.
Nella Bellezza, e nell'Armonia (vale anche per la Musica), semplicemente ci si "immerge" e si gusta. E' lo spirito e la psiche che ne traggono giovamento, a prescindere dal fatto di possederne la tecnica.
Lo stesso vale per il Rito. I fedeli cattolici, non celebrano, è il Signore che celebra: i fedeli assistono, partecipano, vi si immergono, si uniscono, accolgono, ringraziano, impetrano, lodano e adorano. Il resto lo fa il Signore...
Il mistero non può essere compreso tutto e subito, ma gradualmente e ha bisogno anche dei sacri silenzi ma anche della sacre Armonie... il chiasso fa uscire da sé, lascia in superficie...

Anni fa ho fatto un giorno di esercizi in una Trappa, seguendo tutta la Liturgia delle Ore (salmodiata dei monaci).
Ebbene, oltre al nutrimento dato dalla Parola, dalla preghiera e dalla meditazione contemplazione e adorazione sono stata abitata per giorni e giorni da una Pace indicibile, che mi cullava sul ritmo delle salmodie che mi tornava nella mente (e nello spirito) a prescindere dalle parole...
Questi sono alcuni degli effetti.
Poi, se ci si aggiunge una frequentazione e una comprensione ancor più grande dei contenuti è il paradiso già sulla terra!

Rafminimi ha detto...

A Messa non si va per capire. Per capire si va al catechismo. A Messa si va per adorare.

Anonimo ha detto...

Intervista a Gotti Tedeschi

Professore, c’è un’emergenza nella Chiesa cattolica ?

” La mancanza di fede è un’emergenza. E’ un tema generale, non è questione legata a progressisti o conservatori. Siamo davanti ad una generale caduta del senso della fede e soprattutto di quello del sacro”.

Da dove viene e da che cosa dipende?

” Da tempo non abbiamo preso sul serio la centralità della questione fede e direi che questo andazzo risale alla fine del Concilio Vaticano II e si è creato questo equivoco molto attuale: separare il dogma dalla pastorale. In poche parole, si è pensato di lasciare il dogma apparentemente uguale, ma con adattamenti significativi della pastorale per farla alla moda o attrattiva al fine di avvicinare la gente o rendere le cose più facili. E mentre i santi uomini dormivano sonni sereni, quelli molto meno santi tramavano. La pastorale influisce su conoscenza e percezione del dogma e poco alla volta siamo scivolati nel relativismo, anzi vi è stato un impossessamento del dogma con la relativizzazione della morale e della pastorale”.

mic ha detto...

Rafminimi,
Certo che a Messa si va per adorare; ma l'effetto sia della grazia che dell'esperienza ripetuta di quanto accade è d'insegnamento.
Oltre all'anagogia c'è anche la pedagogia del Rito. Non per parlare difficile. È così.
Anche la ragione e i sensi contribuiscono a percepire e ad accogliere la graduale educazione, oltre alle grazie spirituali di un Sacramento così grande.

mic ha detto...

Rafminimi,
Certo che a Messa si va per adorare; ma l'effetto sia della grazia che dell'esperienza ripetuta di quanto accade è d'insegnamento.
Oltre all'anagogia c'è anche la pedagogia del Rito. Non per parlare difficile. È così.
Anche la ragione e i sensi contribuiscono a percepire e ad accogliere la graduale educazione, oltre alle grazie spirituali di un Sacramento così grande.

Anonimo ha detto...

Seguito Ettore Gotti Tedeschi

E allora?

“La Chiesa per 1950 anni è stata attaccata dall’ esterno a tutti i livelli, ma ne è uscita sempre rinforzata. Ora subisce attacchi dal suo interno e penso ai tanti disastri compiuti da sacerdoti cattolici sulla paternità responsabile, sul tema immigrazione, ambientalismo o animalismo. Scherzando, ma non troppo, dico che il riscaldamento globale è dovuto alle tante anime che bruciano all’Inferno a causa di preti che hanno smesso di insegnare le cose di Dio per parlare solo ed esclusivamente di quelle degli uomini”.

Papa Francesco recentemente ha bastonato le ricchezze, da banchiere concorda?

” No. Intanto il Vangelo non condanna la ricchezza, ma solo il suo cattivo uso. Poi senza la ricchezza la Chiesa non sarebbe in grado di fare opere di carità. La mia risposta è che la ricchezza va aumentata e moltiplicata per il benessere collettivo e chi la produce andrà in Paradiso. Il pauperismo è controproducente”.

Lai ha collaborato con Papa Ratzinger. Che idea ha di lui?

” Lo scriva pure: un grande, un uomo di Dio. Un immenso pontefice. Ho avuto il pregio e la fortuna di servirlo e collaborare con lui per la parte economica della sua enciclica sulla carità e devo dire che prima di esprimere opinioni aveva la umiltà di ascoltare chi nel campo era maggiormente ferrato, evitava scivoloni e conclusioni non documentate. Era in grado di analizzare le cose con senso della ragione e intelligenza. Un colosso del nostro tempo “.

Lei ha guidato lo Ior. Com’era lì il clima?

“Potrei raccontare un aneddoto che la dice lunga sul clima di sospetti e su quella sorta di caccia all’uomo, quasi poliziesca, che si è scatenata dentro e fuori il Vaticano dopo il primo Vatileaks. Ho voluto una volta fare un giro di ricognizione e mi ha attirato un cortiletto dal quale c’era una bella vista. Volevo aprire la finestra, mi è stato impossibile. Sapete perchè? Era blindata. Ho chiesto la ragione ad un monsignore con accento napoletano e mi è stato risposto che era così per paura di spionaggio. Costui mi disse di stare in campana e che le spiate erano cose normali, era sempre accaduto e accadeva. Cimici e roba simile dappertutto. Pensi, poi, ho trovato la stanza di monsignor Marcinkus intatta, come era quando la lasciò e questo mi ha lasciato sorpreso. ”

Problema immigrati, che cosa sta accadendo e come risolverlo?

” Per trattare in modo articolato questo tema occore tanto tempo. Dico solo che per poter accogliere degnamente chi viene da fuori e allo stesso tempo non turbare i locali, l’ economia dello stato ricevente deve essere florida e al top, non come quella attuale dove il 60 per cento delle imprese stentano. Non possiamo dare lavoro a tutti. Gli immigrati stanno bene e possono essere accolti solo se l’ economia regge, altrimenti è un controsenso e anzi stiamo facendo il male dei migranti. Non regge chi dice che anche gli italiani sono stati un popolo di migranti. Quando noi andavamo fuori, le economie che ci ospitavano erano in crescita”.

viandante ha detto...

@Fabrizio Giudici

Cosa fare concretamente? Riformare il NO o spingere i sacerdoti a celebrare il VO?
Sa, ho l'impressione che siamo troppo presi a cercare qualche soluzione, mentre invece la Provvidenza ha già iniziato a fare ciò che ritiene giusto.
I seminari tradizionalisti sfornano, proporzionalmente, più sacerdoti. Le chiese NO si stanno svuotando, i giovani riscoprono il VO. Senza dimenticare che ortodossia e Tradizione sono sempre più appaiate ed in modo evidente per tutti coloro che non sono accecati.
La Provvidenza sta già lavorando, a noi di fare ciò che va fatto: finirla con le mezze misure e sostenere la Tradizione e la vera Chiesa.

berni ha detto...

Vorrei ricordare ai Sig.ri Cardinali e Vescovi un pensiero che mi viene in mente di
quando ero uno scolaretto delle scuole inferiori - allora il maestro, ci faceva imparare a memoria una poesia oppure una lettura - e questo avveniva anche nelle scuole medie secondarie - poi il maestro o prof. ci chiamava alla cattedra e voleva una spiegazione possibilmente esauriente sia della poesia o del trattato.
Certa è una cosa, che una buona parte degli alunni conoscevano a memoria il tema trattato, ma ben pochi, se non addirittura nessuno sapeva spiegare quel trattato.
A quel punto il prof. con santa pazienza si metteva a spiegare il significato di ogni parola, e cercava di far capire all'intera classe il significato del tutto.
Questo dimostra che anche se si insegna nella lingua volgare, c'è sempre bisogno del prof. che spiega il significato.
Morale : Messa VO o Messa NO - se non c'è il prof. che fà l'omelia giusta e spiega tutto ciò, è inutile ed anche incomprensibile quello che hanno fatto i cidetti padri conciliari col volgare nei Sacramenti - non hanno capito neppure loro che Cristo è sempre un Mistero ed è stato inutile e dannoso mettere il volgare al posto della lingua madre. Ecco oggi i disastri.
Poi voglio ricordar loro anche un'altra cosa importante, che prima della prima elementare viene per due o tre anni l'asilo per preparazione - che per la Chiesa dovrebbe essere il Catechismo o Dottrina Cattolica (possibilmente quella di San Pio X.) poi si può parlare di Messa e/o di Sacramenti.
Ma a questa gente da 50 anni in quà interessa qualcosa di ciò che ho scritto?

Anonimo ha detto...

@viandante

"Sa, ho l'impressione che siamo troppo presi a cercare qualche soluzione, mentre invece la Provvidenza ha già iniziato a fare ciò che ritiene giusto."

Sono d'accordo. Se la situazione attuale dovesse prolungarsi per qualche decennio, le comunità NO andrebbero in massa all'estinzione, le VO no. Nel mio piccolo ho potuto notare la differenza sulla distribuzione dell'età nei fedeli NO vs VO.

Ma perché porre limiti alla Provvidenza? Magari ci spinge anche ad azioni che avranno conseguenze in orizzonti temporali meno lunghi...

--
Fabrizio Giudici