Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

mercoledì 23 maggio 2012

Il canto gregoriano. Un estraneo in casa sua

Relazione tenuta dal maestro Fulvio Rampi, lo scorso 19 maggio a Lecce, nel convegno: «Colloqui sulla musica sacra. Cinquant'anni dal Concilio Vaticano II alla luce del magistero di Benedetto XVI». L'autore è gregorianista e docente al conservatorio di musica di Torino. L'ha ripresa oggi Sandro Magister, il quale ci informa « che la congregazione per il culto divino vuole mettersi alla guida della rinascita della grande musica sacra, con un suo programma, reso pubblico per la prima volta da un suo dirigente. Ma la segreteria di Stato ha i suoi musicisti, e frena ». Una Chiesa che qualcuno sta rendendo  dicotomica. Fino a quando, Signore?

Il canto gregoriano. Un estraneo in casa sua

Il titolo che ho voluto dare al mio intervento è l’amara sintesi conclusiva della riflessione ecclesiale – sarebbe più corretto dire “mancata riflessione” – post-conciliare in merito al canto gregoriano. Mi sono detto molte volte che sarebbe molto più facile parlare del canto gregoriano se la "Sacrosanctum Concilium", al famoso art. 116, si fosse espressa più o meno così:

“La Chiesa, pur apprezzando da sempre le alte qualità artistiche ed espressive del canto gregoriano, non lo riconosce come canto proprio della Liturgia romana: perciò, nelle azioni liturgiche, pur senza escluderlo, non gli si riservi il posto principale”.

Tutti si sarebbero affrettati a dargli una bella medaglia, ad apprezzarne il valore musicale in quanto fondamento della musica occidentale; insomma, pressocché tutti sarebbero ancora oggi concordi nel considerarlo una grande figura culturale del passato, insigne testimone della liturgia della Chiesa, ma irrimediabilmente superato da nuove istanze liturgiche alle quali non sarebbe più in grado di rispondere in modo appropriato. Nel riconoscergli gli onori meritati con un servizio di tanti secoli, sarebbe la Chiesa stessa ad assegnargli un nuovo posto conveniente – ma non più il principale – nella sua liturgia. Sarebbe ragionevole, più semplice, certamente più comodo.

La prassi liturgico-musicale post-conciliare, sappiamo, ha perfino ampiamente superato nella realtà la triste fantasia del falso articolo 116 che mi sono permesso di inventare. Già stupirebbero le spaventose aridità liturgico-musicali in risposta al suddetto ipotetico dettato conciliare. Ma il tutto assume connotati scandalosi – in senso etimologico – alla luce del vero articolo conciliare: “La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana: perciò, nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale”.

La Chiesa, nella sapienza della sua Tradizione, non ha mai avuto dubbi sul canto gregoriano: il testo della SC non fa che porre il sigillo su una realtà indiscutibile, su una consegna definitiva, dunque su un impegno di ricomprensione che non può mai venir meno. Una ricomprensione che, proprio perché fondata su una consegna definitiva, non può più permettersi domande sbagliate. La domanda: “gregoriano sì o no?” è sbagliata e non esige risposta, già data in modo definitivo dalla Chiesa. Nell’articolo conciliare che ho citato, la Chiesa, in fondo, ribadisce sostanzialmente un’ovvietà: faccio notare che si pone l’accento sul fatto che il canto gregoriano appartiene alla Liturgia della Chiesa, dunque gli viene assegnata una categoria di giudizio che trascende il puro fatto artistico. La Chiesa non si è mai identificata in un’opera d’arte, in uno stile architettonico o in un repertorio musicale. Con il canto gregoriano non ha fatto un’eccezione (anche se così potrebbe sembrare), nel senso che non ha mai giudicato il gregoriano dal punto di vista artistico, ma lo ha associato intimamente al suo vero tesoro: la Parola di Dio. Questa solo è sua, nel senso che alla Chiesa ne spetta l’interpretazione.

Dunque, parlando di canto gregoriano, c’è innanzitutto in discussione non tanto un dato musicale, quanto piuttosto un elemento ecclesiale fondativo, che è precisamente il rapporto fra Chiesa e Parola. È su questo concetto, funzionale alla comprensione del complesso fenomeno che va sotto il nome generico di canto gregoriano, che sosteremo nella nostra riflessione.

Dal documento conciliare emerge l’invito non alla rimozione, ma alla ricomprensione del canto liturgico e innanzitutto del canto gregoriano. Ciò significa promuovere finalmente una nuova riflessione ecclesiale forti non solo di un sicuro deposito della Tradizione, ma di sempre nuove acquisizioni provenienti da vari ambiti di studio e di ricerca (la paleografia e la semiologia gregoriana, la modalità; e poi la patristica, la liturgia, la teologia, la storia dell’arte...) che concorrono senza preconcetti, in modo serio e non ideologico a dar corpo e concretezza al principio vitale del "Nova et vetera", che è il respiro della Tradizione della Chiesa. Continuità e rottura non vanno riferite all’oggetto (nella fattispecie il gregoriano), bensì alla sua rinnovata comprensione, a sua volta frutto di nuove modalità di accostamento, maturate in modo particolare nell’arco dell’ultimo secolo. Alla luce dell’ultimo Concilio, si impone davvero un ripensamento del canto gregoriano – dunque, a partire da questo, di tutta la musica liturgica – secondo un rapporto complementare e non antitetico fra continuità e rottura, dove l’una (la continuità) garantisce l’efficacia e la retta intenzione dell’altra (la rottura).

La vera continuità, data dal suo essere per sempre il canto proprio della liturgia, impone la rottura, il superamento, la "ablatio" di prassi magari consolidate e di tutto ciò che, col tempo, ha finito per coprirne ed offuscarne la vera natura e la forza espressiva. Se per continuità si intendesse il puro ripristino di una prassi preconciliare o la difesa di comprensioni e concezioni cristallizzate nonché impermeabili a qualsiasi “provocazione” proveniente dai molti ambiti accademici della ricerca musicale, anche la rottura seguirebbe la medesima logica, limitandosi ad una opposizione uguale e contraria, orientata a far coincidere il ripensamento con la rimozione. Di fatto, il dibattito post-conciliare si è sostanzialmente appiattito e impoverito nella contrapposizione – dai contorni fatalmente ideologici – fra un gregoriano comunque indiscutibile e un gregoriano da eliminare tout-court.

La domanda malposta, di cui si è appena detto, ha prodotto vari disastri e ha suscitato altre domande altrettanto false e non meno devastanti che hanno interessato concetti alti e principi sacrosanti quali, ad esempio, la "participatio actuosa", miseramente ridotta ad amara barzelletta. Si è via via prodotta e consolidata una situazione paradossale, in ordine alla quale perfino la normale esecuzione di una normale antifona gregoriana, da sempre auspicabile e raccomandata, si è fatta di colpo pericolo per la liturgia. Da dato oggettivo di canto "proprio" (ufficiale, per capirci) della Chiesa, la presenza del gregoriano nella liturgia è passata ad essere regolata dalla più aleatoria soggettività, ossia dalla benevolenza o dall’avversione del celebrante, del liturgista, del parroco, del vescovo di turno. Ciò che sorprende è la disinvoltura ecclesiale con la quale viene normalmente accolto e assecondato tale grave malinteso. Mi pare che in nome del tanto invocato “spirito del Concilio” si sia di fatto semplicemente capovolta la “lettera”. Tutto ciò è stato prodotto a partire da una domanda sbagliata.

Per tornare a far domande giuste – e, come si è detto, necessarie – sul gregoriano e su tutta la musica liturgica con le sue nuove prospettive, bisogna innanzitutto fare un passo indietro, nel senso cioè di tornare a riaffermare, come prima cosa, ciò che, in verità, è da sempre scontato. Nell’attuale situazione, riaffermare un’ovvietà è già una grande novità, ma è un primo passo vero – anche se triste e imbarazzante – per recuperare un’infinità di terreno perduto.

Allora chiediamoci quale sia questo terreno perduto, dove stia, in sostanza, la motivazione profonda che fa del gregoriano una vera “perla preziosa”. Al di là di semplificazioni mortificanti o di preconcetti di vario tipo, andiamo per una volta al sodo e facciamoci la domanda al tempo stesso più semplice e più impegnativa: cos’è il canto gregoriano? Vi sono vari livelli di risposta, ciascuno dei quali definisce gradualmente il percorso di conoscenza della sua vera identità.

1. La risposta più semplice sta in ciò che abbiamo detto finora: il canto gregoriano è il canto proprio della liturgia della Chiesa Cattolica. Conviene tenere sempre presente questo punto di partenza: la prima qualità del gregoriano è di ordine ecclesiale e conferisce a questo repertorio (chiamiamolo così) una categoria di giudizio che trascende la pura dimensione artistica e rimanda direttamente al rapporto speciale fra Chiesa e Parola di Dio. La Chiesa ha posto in una relazione unica il canto gregoriano con la Parola,  al punto di identificare in esso il proprio pensiero su quella Parola, la propria riflessione, la propria interpretazione, la propria esegesi. La Chiesa ci dice, insomma, che quando cantiamo il gregoriano esprimiamo precisamente  il suo pensiero su quei testi. Ci dice innanzitutto questo. Non solo questo, ma innanzitutto questo. C’è molto di più, si intende, ma intanto abbiamo la garanzia di “respirare” con la Chiesa e di farci ammaestrare dalla sua interpretazione della Scrittura. Basterebbe questo a definire il canto gregoriano  un vero simbolo della Chiesa Cattolica.

2. Un secondo livello di risposta è questo: il gregoriano è – aggiungiamo qualcosa – la versione sonora dell’interpretazione della Parola. Spunta il dato sonoro del gregoriano: l’interpretazione della Parola si fa suono, prende vita come evento musicale, si fa suono della Parola. Comprendiamo bene quale conseguente responsabilità venga affidata al suono, concepito essenzialmente come veicolo di senso, di significato. Ecco l’ulteriore passaggio: l’interpretazione della Parola diventa suono. Dunque: la Chiesa accoglie il suono “consacrandolo” a parte integrante dell’evento liturgico e ne fa “veicolo di senso”, ovvero molto di più che semplice “abbellimento” di un testo”. Questo è un passaggio decisivo. Il testo cantato deve coincidere con il testo spiegato; la spiegazione del testo sta in quella precisa organizzazione di suoni. Il canto gregoriano diventa dunque la spiegazione della Parola come vuole la Chiesa attraverso un preciso progetto sonoro.

3. Una risposta ancor più completa alla nostra domanda iniziale è la seguente: il gregoriano  è la contestualizzazione liturgica dell’interpretazione sonora della Parola. Significa che la Parola non va soltanto interpretata e cantata, ma va soprattutto contestualizzata: la Parola diventa cioè evento liturgico, collocandosi per questo al cuore dell’esperienza ecclesiale. Attenzione: la Parola non è posta semplicemente all’interno della liturgia, ma diventa essa stessa liturgia. Il “canto proprio della liturgia” è davvero “liturgia propria in canto”.

Fermiamoci un istante e guardiamo il percorso che molto brevemente abbiamo seguito. Siamo partiti dalla Parola, ossia da una consegna alla Chiesa; un dono o, se si vuole, un talento da non sotterrare, ma da trafficare, da far fruttare, da rielaborare e infine da riconsegnare. La riconsegna è un evento sonoro che ne comunica il senso e che assurge a liturgia. Il dato musicale, la componente artistica è funzionale, anzi, coincide con questo progetto esegetico. In altre parole, il gregoriano trasmette il pensiero della Chiesa su quel testo e soprattutto mostra non solo come lo stesso testo è stato compreso, ma come conviene celebrarlo. Su quel testo viene solennemente pronunciato l’amen, ne viene in sostanza riconosciuta la verità.

4. A questo punto occorre aggiungere subito un’altra considerazione in questo nostro cammino di comprensione e in risposta alla domanda iniziale: la natura liturgica del gregoriano sta nella sua capacità di strutturarsi in stili e forme precise. Questo ulteriore passaggio merita una premessa, così sintetizzabile: non si dà liturgia senza forma. La liturgia è l’esatto contrario dell’improvvisazione. La forma non è apparenza, ma, al contrario, rivela la sostanza, ne è il segno, la prova, la garanzia. Possiamo perfino spingerci ad affermare che, in verità, non esistono i canti gregoriani, bensì le forme gregoriane proprie di ogni canto. Ciascuna forma si presenta, pur nella varietà delle movenze melodico-ritmiche, secondo una precisa natura strutturale: addirittura la forma stessa – altro passo importante nel nostro cammino – è intimamente associata al momento liturgico.

Così se mi riferisco, ad esempio, a un introito (canto d’ingresso), definisco automaticamente momento, forma, stile di quel brano. Definisco, nella fattispecie, non solo il canto che apre la celebrazione eucaristica, ma sottintendo che si tratta di una salmodia antifonata (forma) in stile semiornato (stile compositivo). Un introito è questo, è nato così, ha questa forma, questo stile, questo stampo: non può che essere così, altrimenti non è un introito. Se dico graduale, offertorio, responsorio o qualsiasi altra forma gregoriana, identifico sempre strutture precise, non composizioni o canti generici.

Mi si consenta un inciso personale sulla situazione di oggi. Mi chiedo se è legittimo e che senso può avere disattendere sistematicamente il presupposto, consegnatoci dalla tradizione liturgica attraverso l’antica monodia, che regola da secoli il rapporto fra forma musicale e momento liturgico. Penso, ad esempio, ai canti dell’"Ordinarium Missae", in particolare il Gloria e il Credo che, a causa di una ormai diffusa ed inarrestabile ansia assemblearista, sono divenuti ciò che non sono mai stati, ossia forme responsoriali. Per far cantare l’assemblea, con l’illusione e il grave malinteso di promuoverne la partecipazione attiva, si sono piazzati in modo indiscriminato ritornelli facili (spesso banali) in ogni angolo della celebrazione:  il misero risultato finale è un appiattimento su improbabili forme responsoriali totalmente estranee alla natura di momenti liturgico-musicali da sempre pensati dalla Chiesa in altro modo.

Tornando a noi, abbiamo potuto fin qui osservare come il testo, per farsi liturgia, debba subire passaggi obbligati e ordinati. Questa è la radice del canto liturgico: la Chiesa con il canto gregoriano scolpisce per sempre nella pietra questa necessità; la Chiesa stessa, si badi, non dice che bisogna cantare solo il gregoriano, ma attraverso il gregoriano ci consegna per sempre una necessità di percorso. Dobbiamo essere consapevoli che ignorare o smentire nella prassi un principio ordinatore, significa contraddire di fatto il pensiero della Chiesa in merito al canto liturgico.

5. A questo punto, come se non bastasse, bisogna, per così dire, “calare l’asso”. Sì, perché sono convinto che la cosa più importante di tutto questo percorso non sia ancora stata detta. La vera forza del canto gregoriano, infatti, sta altrove, ossia – allo stesso modo di ciò che succede per la Sacra Scrittura – nella visione d’assieme. Un brano gregoriano, pur possedendo tutte le caratteristiche stilistico-formali appena ricordate, pur avendo subìto questa sorta di complessa “lavorazione” della quale ho finora parlato, sarebbe poca cosa se non fosse inserito in un progetto globale, di enormi dimensioni, che abbraccia tutto l’anno liturgico e che si nutre di relazioni, di allusioni, di rimandi, in una parola di formule. Non posso cantare il gregoriano senza sapere, o almeno senza mettere in conto che ogni brano è parte viva dell’intero repertorio, col quale è posto in una relazione senza la quale il valore intrinseco del brano stesso ne risulterebbe fortemente sminuito. Solo nel gioco di relazioni, di rimandi, di allusioni più o meno velate posso cogliere, tanto nel Grande Codice della Scrittura quanto negli antichi codici liturgico-musicali, il senso di un episodio, di un’affermazione, di un frammento musicale più o meno esteso.

Il gregoriano vive di queste relazioni: la sua matrice culturale, che lo colloca nel tempo della tradizione orale, non può che rivelarsi attraverso la prodigiosa tecnica mnemonica. Il gregoriano è davvero il canto della memoria. Ecco un’altra possibile definizione in risposta alla nostra prima domanda. L’intero repertorio, l’intero enorme progetto, così minuziosamente pensato e costruito, è affidato alla memoria. Non è questa la sede per un’analisi del percorso storico del gregoriano, ma giova almeno ricordare che le più antiche testimonianze scritte – risalenti ai secoli X e XI – offrono testimonianza di un repertorio sterminato nel quale è la memoria a determinare le relazioni. Ogni brano gregoriano è un frammento del tutto, e tale frammento si scopre funzionale ad un globale progetto esegetico. Mi pare di poter accostare il gregoriano all’immagine paolina ben nota del corpo umano, in cui nulla vive per sé, ma tutto è in relazione.

Ci siamo spinti un po’ avanti e abbiamo intravisto prospettive vertiginose nella elaborazione di un testo sacro. Abbiamo dato uno sguardo d’assieme dall’alto e abbiamo visto ciò che personalmente amo paragonare ad una grande cattedrale. Cosa possiamo dire di fronte ad una cattedrale? Certamente è fondamentale conoscerne il materiale, le tecniche di costruzione, come è fondamentale conoscere le caratteristiche del testo nel canto gregoriano, dalla sua provenienza alle sue qualità fonetiche, alla sua pronuncia fondata sul valore sillabico e così via. Cosa sarebbe, tuttavia, una cattedrale privata del suo progetto globale, del suo valore simbolico e allusivo? Il materiale, prima grezzo, poi elaborato, è in ultima analisi funzionale ad una forma creata a sua volta da proporzioni perfette e sorretta dal concetto di ordine, presupposto ineliminabile anche nel canto gregoriano. È l’ordine che crea la forma e offre le chiavi di lettura di un progetto. In fondo, come non pensare alla stessa Creazione che, così come emerge dal racconto della Genesi, ci appare come il risultato di un “fare ordine” con infinita sapienza?

Il gregoriano, come ho detto, si presenta davanti a noi con le forme di una grande cattedrale ed è al centro della nostra città, della musica liturgica. È così, oggettivamente così. La difficoltà e la complessità di un nuovo inizio nella musica liturgica non possono giustificare giudizi sommari, progetti tanto sconsiderati quanto mediocri che contraddicono in radice la storia della cultura ecclesiale; cultura che si è sempre nutrita dei migliori prodotti del pensiero dell’uomo. Il gregoriano, nella sua qualità saliente di “voce della Chiesa”, non è ancora stato studiato a sufficienza; la Chiesa stessa, dichiarandolo “suo”, ci assicura che esso non ha esaurito le sue potenzialità e che da questo tesoro, che abbiamo scoperto essere eco della Parola di Dio, siamo chiamati a trarre “cose nuove e cose antiche”.

Se avremo pazienza e desiderio sincero di accostarlo e di ascoltarlo, ci insegnerà a quali altezze può condurre la "lectio divina" sulla Parola. Sì, il gregoriano è la forma musicale della "lectio divina" della Chiesa. Come potremmo infatti definire la “lavorazione” del testo sacro, di cui si è detto finora, se non accostando le sue fasi ai diversi gradi della "lectio divina", a partire dalla "ruminatio" per giungere a vertiginose vette contemplative? Mi chiedo: come cambierebbero le odierne riflessioni sul canto liturgico se partissero da un accostamento serio e libero al canto gregoriano?

Solo un ingenuo può pensare che il canto sacro sia esclusivamente il canto gregoriano. Ma non accorgersi o togliere di mezzo il canto gregoriano equivale a togliere una cattedrale da una città e da una diocesi. Non solo, equivale piuttosto a togliere di mezzo il presupposto per rendere feconda ogni riflessione sulle nuove proposte di musica liturgica; questo perché la Chiesa col gregoriano ci ha detto una volta per tutte che l’intima natura del canto sacro sta principalmente nel trasformare la Parola di Dio in evento liturgico. Ogni altra prospettiva, anche legittima, è secondaria. È un obiettivo raggiunto con il gregoriano, è una testimonianza che sta lì davanti a noi.

Il canto gregoriano è tutto questo, ed è stato perfino capace di orientare le forme del canto popolare. L’immenso patrimonio del cosiddetto canto gregoriano popolare è in realtà un frutto maturo di un lungo percorso secolare che si radica nella intima natura ecclesiale della antica monodia liturgica. Con i secoli si può sostituire il gregoriano, ma non si può sostituire il pensiero di fondo che lo ha determinato. Certamente il gregoriano è il prodotto artistico figlio del suo tempo, e come tale superabile, ma senza che per questo ne venga cancellata l’impronta indelebile data per sempre dalla Chiesa. Agostino direbbe, in riferimento al piano di Dio, “Muti il disegno, ma non il progetto”.  Una riflessione ecclesiale che in merito alla musica liturgica non affronti seriamente la questione gregoriana è moneta falsa che compra merce falsa.

Conclusione

Ma, concretamente, cosa si può fare? Cosa possono fare una parrocchia, una cattedrale, una piccola "schola cantorum" o un grande coro? Quali sono le nostre potenzialità, quali sono le nostre risorse, quali sono le nostre energie? Ritorniamo tutti nelle nostre comunità dove ci attendono mille problemi concreti da gestire che, normalmente, tolgono spazio a possibili nuove riflessioni. E poi, anche condividendo queste osservazioni, come le possiamo incarnare in un contesto ecclesiale non disposto, salvo rare eccezioni, a prendere in considerazione simili prospettive liturgico-musicali? Si ha spesso la netta sensazione che dove non domina l’ideologia regni comunque l’indifferenza, per certi versi un male ancora peggiore. In un panorama complessivamente desolante, che fare? Da dove iniziare? Che atteggiamento adottare?

Ecco, c’è un atteggiamento che mi pare possa valere per tutte le realtà, indipendentemente dalle loro potenzialità e dalla situazione specifica: si tratta della fiducia nei confronti del gregoriano. Fidarsi del gregoriano significa confidare innanzitutto nel fatto che la Chiesa ha dichiarato “sua” una cosa buona. Una cosa buona che, come tale, è a nostro vantaggio, è per il nostro bene.

Il primo passo concreto è la volontà di entrare con fiducia da una porta che si è fatta oggettivamente molto stretta. Certo, il gregoriano è difficile, non regala emozioni facili, non promette risultati immediati e a basso costo. Non si fa conoscere subito, non dà confidenza a chiunque, e a chi lo vuole incontrare suggerisce la pazienza di un incontro vero e profondo: “venite e vedrete”, che potremmo parafrasare in “studiate e capirete”. Non giudichiamolo fuori dalla realtà di oggi: siamo noi fuori dal pensiero della Chiesa. Non consideriamolo irraggiungibile: per chi lo vuole incontrare, i mezzi e gli strumenti ci sono, basta cercarli; esso si mostra poco a poco e regala emozioni che nulla hanno a che fare col vago senso di spiritualismo, di misticismo o di atmosfere rarefatte, troppo spesso associate impropriamente al canto gregoriano. Ci vorrà tempo, i risultati tarderanno ad arrivare, a causa di una fatica che, nell’attuale situazione di diffuso “sospetto”, si è fatta doppiamente pesante.

Detto questo, perché non accettare, nella Chiesa, questa sfida impossibile? Avere fiducia nel gregoriano significa volergli riservare il posto principale, prima ancora che nella liturgia, nel nostro cuore. È il cuore della Chiesa che lo deve riconoscere come dono, come grazia, come suo tesoro e non come ingombro. È lo sguardo che deve cambiare, e alla Chiesa è chiesto di più che al mondo della cultura.

Nei Conservatori e negli ambienti musicali – posso testimoniarlo personalmente – il gregoriano è molto apprezzato: è riconosciuto come linguaggio musicale che ha dato origine alla cultura musicale dell’Occidente. Il canto gregoriano non ha difficoltà ad “affermarsi” nel mondo musicale, segno che anche dal punto di vista squisitamente artistico – che ci siamo proposti addirittura di non considerare in questa riflessione – il canto proprio della liturgia romana non ha mai avuto complessi di inferiorità e sa farsi rispettare. Ma, lo ripeto, alla Chiesa – ed è precisamente lì il vero problema –  oggi è richiesto molto di più. La Chiesa non può nascondere il canto gregoriano, ma non può neppure solamente apprezzarlo per ciò che ha rappresentato in passato: essa è chiamata soprattutto ad amarlo. Ad amarlo oggi, a ritrovare oggi le vere motivazioni per ritenerlo nuovamente suo, a stupirsi e a ringraziare con gioia per tanta autentica bellezza, a riconoscerlo nuovamente come forma ottimale della propria fede, a riportarlo per questo al centro della santa liturgia, culmine e fonte della vita in Cristo.

Ho iniziato questa mia riflessione citando un articolo del magistero che, per fortuna, non esiste. Vorrei concludere allo stesso modo, ma con una sostanziale differenza. Da un documento di fantasia che, pur fotografando una situazione reale, non vorremmo mai nella realtà, passo a suggerirne un altro che, al contrario, non fotografa affatto la situazione attuale e vorremmo invece leggere. Eccolo:

“È fatto obbligo ad ogni chiesa cattedrale, basilica o santuario di dotarsi di una 'schola gregoriana' stabile, anche di pochi elementi, a voci maschili o femminili, in grado di eseguire le parti proprie in canto gregoriano almeno nelle principali solennità e festività dell’anno liturgico. La direzione della 'schola gregoriana' è da affidarsi unicamente ad un maestro che abbia conseguito un titolo specifico nell’ambito del canto gregoriano, che gli studi più recenti hanno felicemente restituito alla sua integrità e purezza”.

Quest’ultima riga non è mia, ma è copiata dal motu proprio di Pio X "Tra le sollecitudini" (1903). A più di un secolo di distanza, possiamo parlare di una nuova "ablatio" che, lungo tutto il secolo XX, ha continuato a restituire nuova integrità e nuova purezza al canto gregoriano. L’auspicio è che la Chiesa si accorga, finalmente, di ciò che è stato fatto. Con il motu proprio di Pio X si era data concretezza ad un nuovo percorso e ad una nuova stagione. Ora, per i vertici istituzionali della Chiesa, come per tutti noi, è il tempo dei fatti.

Gran Bretagna: la politica contro i cristiani. Conseguenze dell’Equality Act applicato unidirezionalmente nei confronti dei cristiani

Riprendo da Riposte Catholique questo articolo molto interessante dell'ultima edizione (n° 251, 20 maggio 2012), di Corrispondenza europea.

Ci si burla di noi. La sedicente political correctness si scatena ancora contro i cristiani in Gran Bretagna. Si tratta questa volta della Chiesa Riformata di Norwich. Dal 2008 i fedeli di questa chiesa tengono sulla piazza del mercato un chiosco di notizie attraverso il quale vendono libri e articoli religiosi tra cui un volantino intitolato  « Why not Islam », (perché dire "no" all'islam), nel quale, in modo semplice ed inoffensivo, sono enumerate le ragioni in base alle quali, secondo i Cristiani, non si possono condividere i principi della religione musulmana.

Ora, sebbene questo volantino sia stato scritto più di dieci anni  fa dal Pastore di questa chiesa, il Reverendo Alan Clifford, l'amministrazione comunale di Norwich ne ha appena vietata la distribuzione e ha sloggiato dal posto i fedeli, e in maniera definitiva, in seguito alla petizione depositata da un cittadino zelante. Come se ciò non bastasse, la comunità della Norwich Reformed Church è stata espulsa dell'Eaton Community Park, edificio nel quale da 18 anni celebrava tutte le domeniche il servizio religioso, poiché questo palazzo appartiene al Comune (ricordiamo che la mancanza di autonomia delle chiese è di fatto a questo riguardo un pesante problema per il protestantesimo).

Ciò che rende l'episodio ancora più tragicomico, è che la polizia di Norwich, incaricata dell'inchiesta seguita alla lamentela, ha riconosciuto ufficialmente che il contenuto ed il tono del volantino non contenevano nessun elemento riprovevole. Niente di illecito dunque da un punto di vista penale. E tuttavia, il Comune di Norwich ha considerato che doveva trattare questo evento in modo radicale, in nome della famosa legge sull'uguaglianza, detta Equality Act del 2010, uno strumento di cui il politicamente corretto si serve per lottare contro tutto ciò che potrebbe essere segno di "istigazione all'odio"  e di "intolleranza." Il politicamente corretto si appoggia paradossalmente su questa legge per mettere in atto - molto paradossalmente - un comportamento specifico, particolarmente astioso ed intollerante nei riguardi dei cristiani.

È per questa ragione che il Reverendo Clifford ha denunciato pubblicamente il comportamento dell'amministrazione di Norwich, indicando che si trattava di una «  forma straordinariamente stupida di applicazione del politicamente corretto », e ha depositato un esposto per pura violazione del diritto fondamentale di libertà di espressione, tanto più che le forze di polizia non hanno riscontrato nessun abuso nell'esercizio di questo diritto della libertà di espressione.

Il Comune di Norfolk, che è arrivato al punto di lanciare una campagna di sensibilizzazione contro ogni forma di odio e di intolleranza, continua da parte sua a mantenere le sue posizioni sulla comunità cristiana condotta dal Reverendo Alan Clifford, e fa a gara nel ripetere che difende il diritto imprescrittibile che è quello di  «garantire le buone relazioni tra i cittadini di religioni e di origini culturali diverse». È dunque in nome di questo "dovere" che ha scoperto nel volantino distribuito dai fedeli del Norfolk Reformed Church, un incitamento grave all'odio anti-musulmano, una forma odiosa di islamofobia, come l'ha definita e vietata il Norfolk Multi Agency Protocol (NMPA) che è un regolamento comunale perentorio e draconiano che bada alla coesistenza pacifica dei membri di una comunità diventata oramai multietnica.

In breve, di tutti questi episodi di odio contro i cristiani, ciò che in effetti è rimarchevole è la seguente domanda:  ma che sarebbe accaduto se qualcuno, così per esempio, avesse distribuito sulla piazza di un mercato un volantino intitolato "Perché dire no alla cristianità"? Per denunciare, per esempio le posizioni del cristianesimo sulle domande dell'omosessualità, dell'aborto, della contraccezione, dell'eutanasia, del traffico degli embrioni per la ricerca scientifica, e così via. Ma la risposta è fin troppo facile: non se ne sarebbe proprio fatto nulla. E tanto peggio per l'inflessibile e severo Norfolk Multi Agency Protocol.
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[Fonte : Correspondance Européenne by l'Observatoire de la Christianofobie

Niente Confessione a Loreto: c’è lo “strizzacervelli” !

Leggo su Affaritaliani.it questo articolo che dir sconcertante è poco. Lo trovo un segnale davvero inquietante. Forse siamo davvero alla frutta!

“QUI NON SI CONFESSA” a caratteri cubitali e “Qui non confessioni, ma dialogo e ascolto”, sono i cartelli appoggiati sulla balaustra della “Cappella Slava” nel Santuario di Loreto, che vedete in foto qui a lato. Poi, ancora, un tabellone con ritratto della Madonna titolato “PUNTO DI ASCOLTO” e la scritta “IN ASCOLTO CON MARIA” davanti alla balaustra, che potete vedere assieme alle altre foto in fondo all’articolo. Di fronte all’altare, a pochi metri dalla Santa Casa della Sacra Famiglia, c’è un tavolino con due sedie contrapposte e altre dietro, come una sorta di sala d’attesa. 

Non c’è il classico lettino da clinica psicanalitica, ma gli orari delle “visite” non mancano: dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 16.00 alle 18.00. La Casa di Nazareth fu qui miracolosamente traslata il 10 Maggio 1291. Milioni di pellegrini in tutti questi anni hanno lasciato la loro testimonianza in questo Santuario, dove si sono verificati molti e grandiosi miracoli, mirabili conversioni. La preghiera e la penitenza di tante persone hanno trovato dopo la Confessione Sacramentale il vero conforto cristiano, attraverso l’intercessione della Santa Vergine Maria, alla quale hanno affidato le loro angoscie, le loro sofferenze e tribolazioni. Questa è una delle Meraviglie della Misericordia e dell’Amore di Dio per i peccatori contriti dal dolore e desiderosi del perdono che si impegnano a non più offenderLo.

Il Sacramento fondamentale della Confessione, che salva dalle pene eterne dell’inferno e attraverso le parole dei sacerdoti dona al penitente sincero i suggerimenti necessari per il grande e unico conforto spirituale in Cristo, attraverso la Sua Parola, attraverso l’esempio dei Santi e dei Martiri, con le istruzioni del Magistero Perenne della Chiesa Cattolica Apostolica Romana, che fornisce ogni mezzo spirituale per accrescere la Fede, per perseverare nella Speranza e non cadere nella disperazione dei momenti difficili, per praticare la Carità, viene oggi messo sullo stesso piano di un fantomatico “punto di incontro per il dialogo e l’ascolto”, addirittura in una cappella del Santuario, cui si giunge dopo aver paradossalmente attraversato un corridoio fatto solo di antichi e inutilizzati confessionali lignei.

L’antropocentrismo che rifiuta la Grazia e misconosce lo spirito soprannaturale, la “religione del dubbio” codificata dai nemici interni della Chiesa nel Concilio Vaticano II per contrapporla alla Rivelazione del Dogma, la giustificazione dell’ agnosticismo, secondo lo spirito modernista di Assisi, la psicologia, la sociologia hanno forse sostituito l’inestimabile valore e la straordinaria efficacia del Sacramento? Se queste cose avvengono in un grande Santuario Mariano, con tutta la Sua tradizione di devozione, non sa forse di sacrilegio?

E allora, abbiamo chiesto delucidazioni ad un chierico del Santuario di Loreto, non poco imbarazzato di fronte alle domande. A che cosa serve aver cambiato la  “destinazione d’uso” di quella splendida cappella a pochi passi dalla Santa Casa? 
“E’ un luogo dove possono accedere tutti indistintamente, parlare, discutere, eventualmente sfogarsi” - ci viene risposto- “ma senza che questo sia assolutamente una confessione”! L’ultima frase viene sottolineata con enfasi. 

E, allora, a che cosa serve la Confessione? 
“Mica tutti la chiedono e la desiderano. Ci sono persone che vogliono solo essere ascoltate da qualcuno”.

Beh, se si tratta di una semplice chiacchierata, uno la può fare in canonica, per strada, a casa propria, perché una cappella ad hoc? 
“Oggi molta gente preferisce così. Abbiamo esaudito il desiderio di chi ce l’ha chiesto”. 

Ecco, quindi, un’altra perla di quella “Chiesa” auspicata fin dai tempi di Giovanni XXIII, che scende a patti con i desideri del mondo, che, però, troppo spesso, non hanno nulla a che fare o che sono contrapposti alla “Casa di Dio”. Il semplice dialogo è deresponsabilizzante e sicuramente meno vincolante e impegnativo di una Confessione Sacramentale, ove occorrono sincero pentimento e ravvedimento. In più, in tal caso, non c’è neppure il vincolo del segreto da parte di chi ascolta i discorsi della persona che si accosta al tavolino. 

A prescindere dal fatto che troviamo strano che un sacerdote non desideri almeno proporre la Confessione Sacramentale, cosa che dovrebbe essere peculiarità del suo ministero per il bene e la salvezza delle anime, è opportuno che un luogo di culto che si dice ancora Cattolico venga adibito a questo scopo specifico? 
“Perché no, dimostramo di essere aperti a tutti”. 

Ma essere sacerdoti e custodi di un Santuario significa lavorare come si fosse degli psciologi? Quando si va dal prete si cerca lo “strizzacervelli” o l’uomo di Dio che impartisce i consigli principali in Confessionale? Questo “colloquio alla luterana” (lo chiamiamo così adesso, col chierico ci siamo limitati alla parola “colloquio”) è una procedura Cattolica? 
“Anche cattolica. Le ho già detto che qui vengono tutti per dialogare”.  

Questa conciliarissima parola ha sostituito quella bimillenaria e seriamente Cattolica, che è convertirsi! Con chi dialoga un laico qui dentro? 
“Con preti e anche tante suore; ce ne sono tante sa?”. 

Anche con medici specializzati, psichiatri o psicologi? 
“Magari ci fossero anche medici! Non ne abbiamo ancora trovati”. 

Confessare i propri peccati non è mai facile perché se ne prova vergogna, tanto che il Demonio cerca sempre di porre qualche ostacolo al fine di procastinare i tempi di una buona riconciliazione con Dio, come hanno scritto e predicato tutti i grandi Santi, Mistici e Padri della Chiesa. Con la vostra iniziativa di “dialogo psicanalitico” e, forse, anche sincretista ed ecumenico, non si aiuta un tantino il Serpente nella sua nefasta volontà di far perire le anime? 
“Siamo tutti figli di Dio, che perdona tutti, abbiamo tanto bisogno di parlare e di ascoltare per capirci”. 

Bah! Ci scusi, ma non essendo pratici né avendo mai visto niente di simile in una chiesa, la “seduta” (diciamo così) ha un costo? 
“Guardi, non lo so, per approfondire deve rivolgersi al Rettore”…
Matteo Castagna, 
portavoce del circolo cattolico Christus Rex
Orari delle sedute
Tavolo delle sedute
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[Fonte: Affaritaliani.it]

martedì 22 maggio 2012

Lettera aperta di un fedele ai Vescovi della Fraternità di San Pio X

La lettera è stata pubblicata sul sito della rivista tradizionalista americana
The Remnant Resistance

Lettera aperta ai Vescovi 
Fellay, de Galarreta, Tissier de Mallerais e Williamson

Roma, Italia, 15 maggio 2012

Eccellenze,

come cattolico laico, Vi scrivo umilmente in questo criticissimo momento della storia della nostra Chiesa, che con uno sguardo retrospettivo appare come una delle più gradi sfide all’opera del grande Arcivescovo Lefebvre. Il benessere spirituale della mia famiglia è nelle mani dei sacerdoti della vostra Fraternità, così mi rivolgo a Voi come un figlio ad un padre, con devozione e impellente supplica.

Fino ad oggi non ho scritto pubblicamente sui negoziati in corso tra la Fraternità San Pio X e il Vaticano. Credo sia prudente attenersi al principio di dire molto poco sulle questioni di cui si sa ancora meno. Anche se le Vostre Eccellenze hanno fatto conoscere in termini generali l’essenziale di questi due anni di colloqui dottrinali e delle proposte pratiche avanzate dalla Santa Sede negli ultimi otto mesi, i particolari rimangono ancora riservati. Ciò che è stato reso pubblico in questi giorni, ahimé, è la seria divisione tra di Voi in merito alla risposta ufficiale della Fraternità alle proposte presentate dalle autorità romane nel settembre 2011. Scrivo perciò queste righe per implorare ognuno di Voi ad usare i vostri doni naturali e soprannaturali per evitare che ogni dissenso personale si trasformi in una pubblica spaccatura della Fraternità San Pio X.

La Fraternità e i suoi fedeli, in questi ultimi 40 anni, hanno sofferto molte ingiuste persecuzioni e tradimenti interni e ciò nonostante essa ha sempre prodotto dei buoni frutti, rimanendo la prima e più importante vigna delle anime. Quando Iddio mi ha posto nelle circostanze che hanno richiesto una ferma e pubblica decisione da parte mia riguardo alle relazioni tra la Fraternità e il Vaticano, nonostante tutte le argomentazioni canoniche, teologiche e filosofiche, mi sono attenuto al monito datoci da Nostro Signore stesso: dai loro frutti li riconoscerete. Da oltre 40 anni i frutti sono stati buoni. Per la mia famiglia i frutti sono stati sovrabbondanti.

L’unità della Fraternità fondata da Mons. Marcel Lefebvre è stata affidata, non solo ad una struttura di governo simile a quella di altre congregazioni religiose, ma, da dopo il 1988, anche a Voi quattro come Vescovi della Chiesa. Permettere che questa unità si infranga in questa critica congiuntura storica, significherebbe produrre un danno inimmaginabile per la fiducia dei fedeli e per l’elemento umano della Santa Madre Chiesa in generale, che oggi soffre al suo interno e in ogni parte del mondo per una disunione scandalosa e senza precedenti.

Ad un attento esame, si rende evidente che la strategia dei nemici della Fraternità (incluso l’Avversario) sia stata sempre quella di incidere sottilmente sulla sua fraterna unità, divisione dopo divisione, a cominciare dalla Fraternità San Pietro per giungere ai sacerdoti di Campos, ai Redentoristi, all’Istituto del Buon Pastore, ecc. Eppure, la perdita di questi manipoli di sacerdoti, seppure dolorosa, sarebbe niente a paragone di una divisione tra di Voi. Una guerra fratricida all’interno della Fraternità costituirebbe un danno incalcolabile per le anime e un favore a coloro che vogliono il totale annientamento della Fraternità.

Senz’altro, la divergenza nella vostra corrispondenza personale rappresenta un mero scambio di franche opinioni sulla decisione da prendere, come quello prodottosi nella riunione convocata dallo stesso Arcivescovo prima delle consacrazioni episcopali del 1988. Ma sfortunatamente, il risultato della diffusione di queste lettere è che alcuni laici e perfino alcuni sacerdoti della Fraternità hanno finito con l’utilizzarle per proclamare la necessità per tutti di “prendere partito”.

Quindi, per il bene della Fraternità e dei fedeli legati ad essa, io vi imploro di incontrarVi faccia a faccia, da Vescovo a Vescovo, e di impiegare la vostra forza per trovare una via per rimanere insieme. Se si costatasse che le vostre differenze inciderebbero sulle scelte prudenziali su azioni contingenti, io Vi prego di cogliere quei principi cattolici con i quali giungere ad un consenso. Ovviamente, io non sono in grado di aiutarVi in questo senso, se non con le mie ferventi preghiere, dal momento che non conosco i particolari della decisione che dovete affrontare. Ma un pubblico annuncio sul vostro effettivo incontro come Vescovi confratelli – comprendente la pressante richiesta ai fedeli e ai sacerdoti di pregare e porre fine ad ogni ulteriore agitazione – avrà indubbiamente un enorme effetto mitigante sui fedeli che guardano a Voi come alle loro guide e che si aggrappano a Voi per ogni speranza e perseveranza in questi giorni di grande apostasia.

Vi chiedo scusa per l’audacia di averVi indirizzata la presente, ma Vi chiedo di accogliere le mie parole come il grido accorato del bambino verso i suoi genitori, quali Voi siete. I fedeli proseguiranno sulla via della Verità, ma se anche i pastori tradizionali sono colpiti, la conseguente confusione assalirà anche le pecore, temo, lasciandole ancora più indifese di fronte ai lupi.

In ginocchio, Vi prego di riappacificarVi. Il bene della Fraternità, delle anime e della stessa Chiesa non può chiedere niente di meno.
Che Iddio sia con Voi e che Maria guidi la Vostra decisione.

In Christo per Mariam
Prof. Brian M. McCall
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[Fonte: Remnant by Una Vox]

lunedì 21 maggio 2012

Santa Sede - FSSPX. Parla Mons. Fellay

Aggiornamento: 22 maggio, sempre da Rorate Caeli. Monsignor Fellay, a Vienna, conferma che la situazione canonica proposta è appropriata ma ammette che c'è il timore che possa essere modificata nel futuro; dice che questa è veramente la volontà del Papa, ma che è molto combattuta nella Chiesa. Aggiunge che ci sono punti ancora non chiariti e che può succedere nei prossimi giorni o settimane che il Papa decida o che rinvii il caso alla Dottrina della Fede. La pressione dei nemici a Roma è fortissima. Ed è per questo che al momento non si può dire di più. Ecco che resta sempre le preghiera...

Riprendo da Rorate Caeli. Il testo è ferraginoso perché è la versione inglese dell'originale tedesco; ma il senso è chiaro: si è scatenato l'inferno e tutto è in alto mare. Ma non bisogna perdere la fiducia!


Il Superiore Generale della Fraternità San Pio X, il Vescovo Bernard Fellay, era giovedì a Salisburgo (Austria), al fine di conferire la cresima a fedeli locali in occasione della festa dell'Ascensione del Signore. Alla fine del sermone, ha detto qualche parola su temi di attualità:

"Certo, miei ​​cari fedeli, vorrete sapere qualcosa su ciò che sta accadendo a Roma. È una questione delicata. Sappiamo che la questione riguarda il nostro futuro. Pertanto, non è una cosa facile. Che cosa accadrà? Saremo accolti? Oppure non ci vogliono?

"So che ci sono molte paure. Siamo stati testimoni di tante cose! Temiamo, appunto, che le cose possano andar male. In gran parte, questi timori sono comprensibili. Non faremo certo un passo ad occhi chiusi. Questo è molto, molto chiaro. Ma in questo momento, non posso neanche dire se accadrà, o no! Perché, non è ancora chiaro. Abbiamo bisogno di garanzie che possiamo continuare a fare quello che abbiamo fatto finora. E in questo senso, alcune cose non sono ancora chiare. Semplicemente non sono chiare.

"E io posso dire: si è scatenato l'inferno! [ Der Teufel ist los - anche : loose rotto tutti i dell'inferno ] E, beh, veramente ovunque. Quindi per noi, una cosa è chiara: pregare! Dobbiamo pregare come mai prima. Tutta la nostra storia è stata consacrata alla Madre di Dio, lei sicuramente non ci abbandonerà, soprattutto se noi preghiamo tanto per questo, e se vogliamo solo la volontà di Dio. Pertanto, continueremo a pregare, con fiducia, con fiducia in Dio. Questo è tutto. Cerchiamo di non essere turbati dalle nostre passioni, dai timori ingiustificati.

"Io vi dico, davvero il diavolo è in libertà e, beh, ovunque nella stessa Fraternità! Dappertutto nella Chiesa. In realtà ci sono persone che non ci vogliono Questi sono i moderni, i progressisti. E fanno molte pressioni per bloccare ciò che deve esser portato rettamente a compimento, la cosa giusta, cioè: giustizia. Che siamo ufficialmente riconosciuti come cattolici; il che, naturalmente, non significa che si dovrà tutto ad un tratto accettare ciò che ha causato tanti danni alla Chiesa. Lo si deve comprendere correttamente. Questo non è neppure tutto. Ciò che è a portata di mano è la possibilità di essere riconosciuti come siamo. Che possiamo continuare la Tradizione, che possiamo non solo mostrare la Tradizione agli altri, ma anche dargliela.

"Al momento non ho altro che questo. Quindi, continuiamo a pregare, affidiamo queste grandi, grandi intenzioni al buon Dio. Egli non ci abbandonerà! Dobbiamo avere questa speranza! Chiunque chieda dal nostro Signore il Suo aiuto, non sarà da Lui abbandonato! Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen ".
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[Fonte: Distretto tedesco della FSSPX]

Benedetto XVI invita a riscoprire la Chiesa come comunità militante contro il male

Appena letto su Vatican Insider. Un linguaggio inconsueto, ma che ci è molto consonante, da parte del Papa. Peccato che la conclusione di Sodano abbia smorzato un discorso escatologico in esortazione sociologica. Lo leggerete alla fine...

A pranzo con i cardinali, Benedetto XVI invita a riscoprire la Chiesa come comunità militante contro il male, anche quando si maschera

La storia come teatro dell'eterna lotta tra bene e male, tra amore di Dio e amore di se stessi, e la Chiesa schierata in prima fila al centro di questo conflitto: è questa l'immagine che papa Benedetto XVI ha voluto riproporre ai cardinali che hanno pranzato oggi con lui nella Sala Ducale del Palazzo Apostolico.

L'invito era arrivato dallo stesso papa Ratzinger, che voleva ringraziare il Collegio cardinalizio per gli auguri che gli avevano indirizzato in occasione del doppio anniversario festeggiato intorno alla metà di aprile: il compimento del settimo anno di pontificato e quello dell'85.esimo anno di età.

Nel suo discorso ai porporati – di cui l'Osservatore Romano riporta oggi ampi stralci – il papa ha voluto prima di tutto ripetere il suo 'grazie' a Dio “per i tanti anni che mi ha concesso”, anni in cui i “giorni di gioia, splendidi tempi”, sono stati tanti ma in cui non sono mancate le “notti oscure”. “In retrospettiva – ha aggiunto Benedetto XVI - si capisce, però, che anche le notti erano necessarie e buone, motivo di ringraziamento”.

Allargando lo sguardo dalla propria storia a quella del mondo, papa Ratzinger ha riproposto un termine oggi “ un po' fuori moda” ma che in realtà “portà in sé la verità”: quello di ecclesia militans, concetto della teologia medievale usato per descrivere la Chiesa come comunità dei cristiani in terra, impegnati nell'eterna lotta contro il peccato e il diavolo, “contro – come scrive San Paolo nella Lettera agli Efesini – i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti”. (Il termine è da affiancare a quelli di ecclesia triumphans di coloro che sono in Paradiso e di ecclesia paenitens di coloro che sono invece in Purgatorio).

Nel mondo di oggi, ha proseguito il papa, “vediamo come il male vuol dominare nel mondo e che è necessario entrare in lotta contro il male. Vediamo come lo fa in tanti modi, cruenti, con le diverse forme di violenza, ma anche mascherato col bene e proprio così distruggendo le fondamenta morali della società”.

Citando il suo amato Sant'Agostino, Benedetto XVI ha quindi descritto la storia del mondo come la lotta tra l'amore di se stessi, fino al disprezzo di Dio, e l'amore di Dio, fino al disprezzo di sé nel martirio. “Noi – ha detto ai porporati, la cui veste rossa sta proprio a significare la disponibilità di servire la Chiesa [o Cristo?] fino al sacrificio della vita - stiamo in questa lotta”.

Ma non è una guerra che vada combattuta da soli: “In questa lotta è molto importante avere degli amici”, ha aggiunto il pontefice, “e per me - ha aggiunto - sono circondato dagli amici del Collegio cardinalizio: sono i miei amici e mi sento a casa, mi sento sicuro in questa compagnia di grandi amici che stanno con me e tutti insieme col Signore”.[ Non so se mi fa tenerezza o sconcerto, dopo quel che trapela ogni giorno]

Alla fine del suo breve ma intenso discorso, Benedetto XVI ha ringraziato il cardinale Angelo Sodano, decano del Collegio cardinalizio, che lo aveva salutato a nome degli altri porporati: “Grazie a lei, Eminenza per tutto quello che ha fatto per questa cosa adesso e fa sempre. Grazie a voi per la comunione delle gioie e dei dolori. Andiamo avanti, il Signore ha detto: coraggio, ho vinto il mondo. Siamo nella squadra del Signore, quindi nella squadra vittoriosa. Grazie a voi tutti, il Signore vi benedica tutti. E brindiamo”.

Nel suo discorso iniziale, lo stesso Sodano aveva sintetizzato i sette anni di pontificato di papa Ratzinger: “Ella - ha detto – non ha cessato di invitare tutti i credenti a riscoprire i contenuti della fede, di una fede professata, celebrata, vissuta e pregata... A un mondo in ricerca d'un avvenire migliore vostra Santità sempre ci ricorda che le uniche forze del progresso sono quelle che cambiano il cuore dell'uomo, nella fedeltà a quei valori spirituali che non tramontano mai. E inoltre, come buon Samaritano sulle strade del mondo, ella continua a spronarci al servizio del prossimo”.
Alessandro Speciale

Socci, fuga di notizie. Un grande Papa tradito

Un prete infedele che trafuga documenti esplosivi dal Vaticano per consegnarli ad estranei, oltre le mura leonine. Essendo questo l’incipit del mio romanzo “I giorni della tempesta” mi sono sentito chiedere in questi giorni se ho preso spunto dalla cronaca. In realtà ho scritto la storia l’estate scorsa, quindi ben prima che – in autunno – iniziasse la valanga dei cosiddetti Vatileaks. 

Non sono un indovino. L’idea mi era venuta semplicemente percependo certi scricchiolii nei sacri palazzi e un grave sfilacciamento generale della macchina di governo vaticana che faceva presagire esplosioni di guerre intestine. 

Non potevo però immaginare che il crollo e l’inondazione sarebbero state di queste dimensioni. Infatti i documenti pubblicati nel libro di Gianluigi Nuzzi, “Sua Santità” sono un fatto inedito. Se perfino le carte private di papa Benedetto XVI hanno potuto essere prelevate, fotocopiate, portate fuori dai sacri palazzi e passate per la pubblicazione a un giornalista, significa che nemmeno più la riservatezza del Santo Padre è protetta, che il Vaticano ormai sembra una macchina fuori controllo e che è scoppiata una guerra aperta senza precedenti, la quale finisce per colpire la Chiesa stessa. 

Ieri il Vaticano ha reagito con estrema durezza alla pubblicazione del libro di Nuzzi. Il comunicato della Sala Stampa parla addirittura di “atto criminoso”, afferma che stavolta sono stati “violati” i “diritti personali di riservatezza e di libertà di corrispondenza” del Papa e di altre persone. Infine preannuncia denunce. 

Mentre in qualche precedente “fuga” di carte il Vaticano ostentò noncuranza, subito rilanciata da qualche vaticanista ingenuo (o rosicone per gli scoop altrui), in questo caso l’allarme scoppiato oltretevere emerge esplicitamente, in tutta la sua drammaticità. 

 Il comunicato ufficiale infatti parla di “atti di violazione della privacy e della dignità del Santo Padre – come persona e come suprema Autorità della Chiesa e dello Stato della Città del Vaticano” e minaccia durissime azioni legali. Voglio dire subito che lo stato d’animo delle autorità vaticane è del tutto comprensibile. Hanno il diritto e il dovere di individuare e punire i dipendenti infedeli che – per qualche oscuro motivo – sottraggono documenti riservati e perpetrano questo gioco al massacro, sleale e devastante. 

 Invece temo che sia controproducente lo scagliarsi contro il giornalista che sinceramente, nelle sue pagine, non manifesta alcuna acrimonia laicista, personale o ideologica, e che si limita a fare uno scoop giornalistico. Ritengo che per quella via la Chiesa rischi di attirare contro di sé una battaglia anticlericale sulla libertà di stampa e il diritto di cronaca che sarebbe disastrosa, perché farebbero passare la vittima – la Chiesa stessa – come un potere intollerante, oscurantista e liberticida. 

 Resto anche sorpreso dall’inedita durezza del comunicato della Sala Stampa vaticana perché non mi pare che vengano usati toni simili, denunciando gli “atti criminosi” e minacciando durissime azioni legali, “se necessario” con “la collaborazione internazionale”, quando vengono arrestati, detenuti e torturati dei cristiani, a causa della loro fede, in tanti paesi del mondo. Cosa purtroppo frequente e tragica. Eppure la vita e la dignità di una madre cristiana come Asia Bibi (ma ce ne sono molti altri, sottoposti a mille vessazioni e violenze) sono importanti almeno quanto i documenti che imbarazzano la Curia. 

Ma nei casi di persecuzione dei cristiani sembra che la Segreteria di stato vaticana faccia di tutto per non irritare quei regimi tirannici. 

 Ribadito comunque che anche il Vaticano, come tutti, ha il diritto di avvalersi delle vie legali per tutelare i suoi interessi (specie nei casi di vilipendio o oltraggio nei confronti del Papa o quando si infanga la fede dei semplici), io che da cattolico cerco di impegnare tutta la mia vita di giornalista e intellettuale in difesa della Chiesa, ritengo che sarebbe desolante se essa demandasse alla magistratura la tutela della propria dignità. 

 Forse si dovrebbero rileggere le “apologie” scritte dai cristiani come san Giustino o Tertulliano, quando – nei primi secoli – si doveva difendere la comunità cristiana da calunnie infamanti e da persecutori feroci. La Chiesa in fin dei conti ha sempre affidato a Dio la difesa della sua dignità. Anzitutto rimettendola nelle mani di Colui che si fece accusare, infamare, condannare e massacrare senza profferire parola, come un agnello portato al macello. In secondo luogo con la santità della vita e la testimonianza di una bellezza e di un amore offerti a tutti. In questa direzione va tutto l’insegnamento di Benedetto XVI. 

In caso contrario, se il Vaticano cioè si scatenasse in una risposta tutta e solo giudiziaria, peraltro senza smentire l’autenticità dei documenti, rischierebbe di fare un grosso autogol. Perché parrebbe a tutti un modo per eludere il vero, enorme problema che la Santa Sede si trova a dover guardare in faccia: il fatto cioè che – nei meccanismi di governo della Chiesa – qualcosa di fondamentale si è completamente inceppato. 

Niente è più al sicuro. Con conseguenze gravi anche a livello di rapporti con gli stati. Se si considera che fino a pochi anni fa la diplomazia vaticana aveva fama di essere la migliore del mondo e la macchina di governo della Chiesa la più seria e affidabile, si può facilmente misurare la dimensione della crisi e del crollo di credibilità. Perché è accaduto? Com’è possibile che in uffici così delicati e dov’è richiesta una fedeltà più che giuridica, un’adesione al fine soprannaturale della Chiesa, finiscano persone così pronte a tradire come mai era prima si era verificato? E cosa scatena in loro un comportamento così grave? Infine quante persone hanno accesso a documenti così riservati? E’ così difficile controllare tali accessi? Perché fino ad ora nulla si è scoperto? 

I fatti sembrano denotare una débacle della Segreteria di Stato vaticana che è il centro di governo della Santa Sede e della Chiesa. 

 Del resto i contenuti stessi del libro – al di là della legittimità della pubblicazione dei documenti – fanno riflettere proprio sul funzionamento della macchina vaticana. Che talora, invece di aiutare il Santo Padre, rischia di costituire una zavorra pesantissima. Penalizzando per esempio un papato che sarebbe meraviglioso come quello di Benedetto XVI. 

Del resto c’è qualcuno che sul ceto ecclesiastico nel suo insieme ha tuonato con parole ben più pesanti di quelle di Nuzzi (che, per la verità, fa il giornalista ed evita di dare giudizi). E’ proprio Joseph Ratzinger che da papa, più volte, duramente ha deplorato “carrierismo” e smania clericale per il potere. Ma non solo: ha richiamato tutta la Chiesa alla conversione. 

Alla vigilia della sua elezione al pontificato, nella via crucis del 25 marzo 2005, davanti a Giovanni Paolo II, in mondovisione, il cardinale Ratzinger pronunciò parole pesantissime, invitando a riflettere su “quanto Cristo debba soffrire nella sua stessa Chiesa”. 

Invitò a meditare su “quante volte celebriamo soltanto noi stessi senza neanche renderci conto di lui! Quante volte la sua Parola viene distorta e abusata! Quanta poca fede c’è in tante teorie, quante parole vuote! Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza! Quanto poco rispettiamo il sacramento della riconciliazione, nel quale egli ci aspetta, per rialzarci dalle nostre cadute! Tutto ciò è presente nella sua passione. Il tradimento dei discepoli, la ricezione indegna del suo Corpo e del suo Sangue è certamente il più grande dolore del Redentore, quello che gli trafigge il cuore”. 

 Del resto Nuzzi nel suo libro cita una frase del cardinale Ratzinger addirittura del 1977, nella quale si metteva in guardia il mondo ecclesiastico. Poco propenso, già allora, a fare i mea culpa. 
 Antonio Socci
 Da “Libero”, 20 maggio 2012

domenica 20 maggio 2012

Dialogo ebraico-cristiano. Card. Koch: risvolti ambigui e strumentalizzazioni improprie

Il cardinale Koch, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani e della Commissione della Santa Sede per i Rapporti Religiosi con l'Ebraismo, ha tenuto la "Berrie Lecture"  invitato dal Centro Giovanni Paolo II per il dialogo interreligioso - di cui è presidente il rabbino Jack Bemporad - organizzata presso la Pontificia Università San Tommaso d'Aquino (Angelicum) di Roma, in collaborazione con la Russell Berrie Foundation. La lecture del cardinale Koch è stata dedicata a cinquant'anni di dialogo tra i cristiani ed ebrei sulla base della dichiarazione conciliare sulle religioni non cristiane Nostra Aetate. Ancora non è disponibile il testo integrale del suo intervento, ma l'Agenzia SIR, ne ha dato un resoconto qui. Da esso stralcio alcuni punti. Da notare la conquista dell'uditorio ebreo, per mezzo di slogan e di una emozionalità a buon mercato. Se ne parlo è perché la questione sta avendo eco sui media di tutto il mondo e mi sembra quindi importante che ci sia spazio anche per la nostra visuale dei fatti.
Ritengo utile al riguardo la consultazione di un mio vecchio articolo, del quale riporto in conclusione le note finali.

EBREI-CATTOLICI - La piaga dell'antisemitismo
Discorso del card. Kurt Koch sullo stato del dialogo a 50 anni dal Concilio

Nel suo lungo ed articolato intervento, il cardinale ha affermato che anche oggi "riemergono nella teologia cristiana il vetero-marcionismo e l'antigiudaismo" e "non solo da parte dei tradizionalisti ma anche all'interno dei filoni liberali della teologia attuale". Per questo, "si deve continuare ad accordare la dovuta attenzione alla richiesta da parte del Concilio Vaticano II, di favorire la comprensione reciproca e il rispetto tra ebrei e cristiani. Essa è il presupposto indispensabile per garantire che non ci sarà alcuna ricaduta in quel pericoloso estraniamento tra cristiani ed ebrei, che rimangono consapevoli della loro parentela spirituale".

L'intervento del cardinale Koch era dedicato alla dichiarazione conciliare Nostra Aetate che è il "documento base" e la "Magna Charta" del dialogo della Chiesa cattolica con l'ebraismo. Il cardinale ha fatto notare come il documento conciliare non si è sviluppato a partire da un "vacuum", "dal momento che da parte cristiana vi erano già stati approcci con l'ebraismo, sia all'interno che all'esterno della Chiesa cattolica prima del Concilio. "Ma - ha aggiunto il cardinale - dopo il crimine senza precedenti della Shoah, si è fatto uno sforzo nel periodo post-bellico per avviare una riflessione circa la ridefinizione teologica del rapporto con l'ebraismo". "Dopo l'omicidio di massa degli ebrei europei pianificato ed eseguito dai nazionalsocialisti - ha proseguito Koch - iniziò un profondo esame di coscienza su come sia stato possibile un tale scenario di barbarie nell'Occidente cristiano".

Il cardinale ha quindi posto all'assemblea di Roma una serie di interrogativi: "Dobbiamo supporre che tendenze anti-ebraiche presenti all'interno del cristianesimo per secoli sono state complici nel antisemitismo dei nazisti"? E ancora: "Tra i cristiani vi erano sia colpevoli che vittime, ma le grandi masse erano sicuramente composte da spettatori passivi che tenevano gli occhi chiusi di fronte a questa realtà brutale". "Perché la resistenza cristiana contro la brutalità senza limiti dei crimini nazisti non ha dimostrato la misura e la chiarezza che ci si sarebbe legittimamente dovuti aspettare?".

 Il dialogo e i Papi. La Shoah [ricordiamoci bene che si tratta di un fatto storico, che non può assurgere a  'luogo teologico' e nemmeno a dogma di fede, tanto da condizionare l'appartenenza alla Chiesa di chi eventualmente, senza sminuirne l'orrore, ne ridimensioni la portata] - ha detto il cardinale - "è stata certamente una delle maggiori motivazioni che hanno condotto la Chiesa cattolica a scrivere la Nostra Aetate". La dichiarazione conciliare, ha insistito Koch, "rimane la bussola fondamentale di tutti gli sforzi verso il dialogo ebraico-cattolico, e dopo 47 anni possiamo affermare con gratitudine che questa ri-definizione teologica del rapporto con l'ebraismo ha portato frutti abbondanti".

Nel corso degli ultimi decenni, ha proseguito il card. Koch, Nostra Aetate "ha reso possibile a gruppi che inizialmente si rapportavano con scetticismo a diventare passo dopo passo partner affidabili e anche buoni amici, in grado di far fronte a crisi insieme e superare i conflitti in modo positivo". Nel delineare quindi i progressi compiuti nel dialogo, il cardinale ha parlato del contributo che il Pontificato di Giovanni Paolo II ha dato al dialogo ebraico-cattolico. Ed ha aggiunto: "Sullo sfondo di queste convinzioni teologiche non ci può sorprendere che Papa Benedetto XVI porta avanti e progredisce il lavoro di riconciliazione del suo predecessore". Ma "Mentre Papa Giovanni Paolo II ha avuto un senso raffinato per i grandi gesti e le immagini forti, Benedetto XVI si affida soprattutto al potere della parola e dell'incontro umile". [Un conto è la riconciliazione e il dialogo - avuto riguardo che il dialogo è possibile tra le culture e non tra le fedi: il punto d'incontro possono essere alcune riflessioni e accordi sulle prassi - un altro conto è la sudditanza non si capisce basata su cosa]

Il negazionismo. Sempre il 16 maggio, si è riunita a Roma la sessione ordinaria della Congregazione per la dottrina della fede durante la quale è stata discussa anche la questione della Fraternità San Pio X. Il card. Koch ha partecipato alla sessione e rispondendo ad una domanda sul vescovo lefebvriano negazionista Richard Williamson, ha rammentato che "il Santo Padre ha parlato con chiarezza della sua posizione". "Il negazionismo - ha precisato - non è ammissibile nella Chiesa cattolica, ma anche in una sincera a onesta visione storica". [Tra l'altro ricorre costantemente questo improprio richiamo al negazionismo; mentre Mons, Williamson non ha affatto negato la shoah (fatto storico e non teologico); ne ha tuttavia ridotto la portata numerica (il che ovviamente non ne riduce l'orrore) sulla base di documenti storici da lui citati. Dichiarazione inopportuna, ma purtroppo strumentalizzata ancor oggi in maniera bieca e di parte. Tant'è che le parole del Cardinale non possono non evocare lo scandalo montato ad arte ed enfatizzato in maniera abnorme nel momento della rimozione delle scomuniche ai vescovi della FSSPX. E così viene messa volutamente benzina sul fuoco... Ci ritroviamo a vivere dei dejà vu fin troppo inquietanti -ndR]

Forum Catholique (estratto): In compenso l'episodio ci fa apprendere due cose :
Chi è interessato può consultare qui
  1. Il cardinal Koch non è informato sulle ricerche storiche recenti riguardo alla questione disputata e non  conosce i risultati del rapporto tra l'antisemitismo nazista e l'antigiudaismo cristiano, che ha carattere esclusivamente religioso e riguarda il riconoscimento del Messia nella persona di Gesù. E così egli gioca sull'amalgama diffamatorio FSSPX= antisemita facendone un miscuglio al passaggio anti-giudaico= antisemita. Ignorando completamente che, se Hitler giunse al potere in una Germania originariamente cristiana, occorre fare una netta distinzione tra il cristianesimo dei protestanti e il cattolicesimo. Riguardo poi alla rinascita dell'antisemitismo, perché non fare un opportuno parallelismo tra il comportamento degli attuali fondamentalisti islamici e quello dei protestanti degli anni 30, invece di vedere l'antisemitismo tra i cattolici?  
  2. la sua ferma opposizione all'intervento di Benedetto XVI in ordine alla riconciliazione con la FSSFX  

Nota:
Nessuno nega che gli ebrei vadano rispettati, amati e non perseguitati. L'antisemitismo, la furia distruttrice contro un popolo è da condannare senza riserve. Questo, sembra condiviso da ogni uomo di buona volontà prima ancora che da un vero cristiano. Ciò premesso, dichiarazioni come quella della CEI nonché le altre espressioni sul valore delle false religioni presenti nella Nostra Aetate e le ulteriori posizioni nei confronti degli ebrei non sono imposte con autorità infallibile. Si tratta di posizioni "pastorali" ambigue e pericolosissime, in contrasto col Magistero precedente, perché aprono la strada all'indifferentismo ed al relativismo religioso e, peggio, al sincretismo. I guasti li abbiamo sotto gli occhi giorno dopo giorno.

Rileviamo in particolare che l'impegno espresso con le seguenti parole: "non è intenzione della Chiesa Cattolica operare attivamente per la conversione degli ebrei" poteva esser preso da una sola persona che, nella Chiesa, gode di una tale rappresentatività che presuma parlare per l'intera Chiesa, ed è il Papa.

L'irrevocabilità della predilezione appartiene al Nuovo Israele, cioè alla Chiesa fuori della quale la vecchia Alleanza non ha più senso né fine. I rami vecchi sono stati recisi, i nuovi sono innestati sul tronco dell'Israele di Abramo che ha creduto nel Cristo venturo. La Legge antica non ha di per sé più alcuna linfa ed i rami ed il tronco isteriliti potranno riavere vita solo dall'innesto in Cristo. L'irrevocabilità della predilezione è qui e solo qui.
  • Gli ebrei che rifiutano Cristo rifiutano la predilezione.
  • Per tornare ad essere prediletti dovranno innestarsi nella nuova storia che inizia e si perpetua con Cristo.
  • L'unico soggetto della predilezione è la Chiesa. Gli ebrei increduli restano fuori dall'irrevocabilità per loro scelta.
L'Antica Alleanza vive, nella parte in cui doveva ancor continuare a vivere dopo la venuta di Cristo, nella Chiesa, Nuovo Israele, frutto della Nuova ed Eterna Alleanza. Vivendo solamente nell'Antica Alleanza, la fede degli ebrei non giustifica né salva, perché non è più la fede di Abramo e dei giusti che credettero nel Cristo venturo, né è quella di coloro che hanno accolto Gesù. Ma una semplice dichiarazione conciliare, come la tanto sbandierata Nostra aetate è assurta del tutto arbitrariamente a dogma di fede e un cattolico sembra non possa più parlare in questi termini, che sono veritativi, perché consegnatici dalla Tradizione perenne...

Il nostro contributo alla "marcia sulla vita" della quale non avevamo parlato

Mi sono imbattuta in questo intervento di Costanza Miriano, fatto sabato scorso dal palco dell’Università Regina Apostolorum, dove si è tenuto il convegno per La Marcia per la Vita, un evento che come cattolici ci ha coinvolti idealmente, anche se stavamo parlando d'altro. Secondo me è una testimone che vale la pena di ascoltare. Mi ha commossa il suo richiamo alle radici della bellezza e amo il suo approccio molto femminile. C'è anche un accenno alla crisi dell'Autorità, che si vive anche nelle famiglie. Che provoca anche una tragica desistenza... Sono tante le cose da chiamare col loro nome per ripareggiare la verità.

Non ho alcuna autorità per essere qui se non, credo, perché sono una moglie, una mamma di quattro bambini, e ho scritto un libro(1) con cui ho cercato di sedurre le donne per conquistarle alla causa del matrimonio e della dedizione alla famiglia, e per farlo ho cercato un linguaggio nuovo. Per esempio divertendomi ad accentuare un po’ la mia frivolezza, che nella realtà non è per me così fondamentale. Credo infatti che, per riconquistare le donne che si sono perse, la partita dobbiamo giocarla prima di tutto sulla bellezza; è per questo che la cosa che mi ha fatto diventare tanto simpatica Gianna Beretta Molla è che lei sfogliava Vogue anche poco tempo prima di morire, per questo mi sono innamorata di lei.

Dobbiamo partire dalle donne perché, mi dispiace, voi uomini dovete combattere per la legge, pregare, discutere, fare opinione, ma sta alle donne accogliere la vita, dire il primo sì, sempre, anche nelle situazioni difficili. Amare anche quando non c’è speranza, anche quando la situazione diventa difficile. Eppure le donne di oggi hanno completamente perso la bussola.

Va di gran moda parlare di violenza sulle donne. Ogni tanto c’è una marcia, un appello in televisione, ne parlano le autorità. Ci sarebbe molto da dire sui dati veri, che non sono quelli sparati disonestamente da certi giornali, ma adesso non è il momento… È chiaro comunque che è in atto una campagna di delegittimazione dell’uomo: è nei suoi confronti, piuttosto, che io vedo violenza, una violenza ideologica. Mi sembra che gli uomini siano davvero sotto attacco: lo è la loro identità, la loro autorevolezza, il loro ruolo dentro e fuori casa. Questo mi dice la mia esperienza personale.

Quanto alla violenza sulle donne, penso anche a quella che le donne hanno fatto a se stesse con il movimento di cosiddetta liberazione.

Ci siamo prese una fregatura incredibile, e scusate il termine poco accademico, poco consono a questa sede, ma non me ne viene un altro più efficace. Vedo intorno a me tante, tantissime donne che, imbevute dell’ideologia unica, sono andate incontro alla loro sofferenza a braccia aperte. Quelle che hanno abortito ma anche quelle che hanno rifiutato la possibilità di aprirsi alla vita, perché pensavano di poter giudicare loro il momento giusto e la persona giusta, non sapendo che noi non siamo onnipotenti, e neanche in grado di capire da sole quello che è buono per noi, e che il corpo della donna ha dei tempi e dei limiti che non può valicare.

Abbiamo tradito la nostra prima chiamata, che è quella di accogliere e difendere la vita. Ho visto così tante donne fiorire quando finalmente sono diventate madri, diventare felici, risolvere tutte le inquietudini, trasformarsi. Molte di più però sono quelle che continuano a rifiutare questa vocazione, e anche quando diventano madri sono talmente condizionate ideologicamente che si sentono in dovere di parcheggiare i figli, lasciarli, delegarne l’educazione, in nome di una malintesa emancipazione. Quanto a quelle che uccidono il bambino in grembo, be’, la loro sofferenza è infinita, e incredibile, accresciuta a dismisura dal fatto che non viene ammessa, riconosciuta, chiamata col suo nome.

Bisogna dunque dire alle donne che ce la possono fare, ad accogliere quella vita, che ce la faranno senz’altro perché sono forti, e perché saranno felici: in un mondo che ha tolto Dio dal suo orizzonte secondo me è questo il tasto su cui battere. Bisogna dire loro che è qui la vera felicità, bellezza, realizzazione: nel non chiudersi alla vita (ci sono anche casi in cui poi una nuova vita non arriva, e le donne possono aprirsi ad altre vite, non generate biologicamente ma sempre bisognose di aiuto).

Invece in cambio del potere di vita, di non vita, attraverso la contraccezione, e di morte sui suoi figli la donna ha guadagnato solo dolore, inquietudine, stanchezza, senso di inadeguatezza, perché nessuna donna, pur essendo noi notoriamente tutte multitasking, è onnipotente (per fortuna) e nessuna donna riesce a stare su tutti i fronti sui quali le è richiesto di essere. Questa violenza le donne se la sono inflitta e se la continuano a infliggere da sole.

Ho conosciuto personalmente tante paladine dell’aborto, di quelle che lo facevano nei primi anni nel salotto di casa, e le ho viste poi guardare con incredibile rimpianto i bambini, senza avere il coraggio di ammettere che quella cosa per cui erano scese in piazza, in politica, le aveva rese incredibilmente infelici per sempre.

Ma la battaglia non si ferma alla questione dell’aborto, che è la primissima irrinunciabile imprescindibile non negoziabile questione. C’è anche bisogno di ricordare che viviamo in una cultura che è contro la vita in ogni suo aspetto, anche nel lavoro: il lavoro manca per gli uomini, e quanto alle donne, quando si parla di conciliazione si parla solo di asili nido, di quote rosa, perché in nome della balla del tempo di qualità, o dell’altra balla, che i bambini di tre mesi socializzano al nido (chi l’ha detta non ha mai visto un bambino di tre mesi neanche in foto), le donne vengono incoraggiate, spinte, spesso costrette a tornare al lavoro col bambino ancora attaccato al seno. Quando si parla di donne e lavoro si parla solo, poi, di incentivi alle industrie che assumono donne, e di quote rosa (io personalmente se mi mettono in qualche cda, evenienza per fortuna estremamente remota, mi suicido). Non si parla mai di rendere i tempi e i modi del lavoro adatti alle madri, di dare loro la possibilità di scegliere se e quanto a lungo stare a casa, per esempio con abbondanti assegni familiari, ricordando che una mamma che segue i suoi figli è un vantaggio per tutta la società.
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(1) Il libro è “Sposati e sii sottomessa – Pratica estrema per donne senza paura”, Vallecchi, 2011, 252 pagine, 12,50 euro
Così ne parla la filosofa Laura Boccenti durante la prima presentazione a Milano, il 7 ottobre 2011: Cos’ha questo libro di speciale? Cosa ne ha fatto un successo così grande nonostante proponga alcune delle tesi più politicamente scorrette in circolazione? Parlare di temi come la sottomissione dalla sposa al marito, di generare figli come fine obiettivo del matrimonio, parlare di autorità ed ottenere quest’enorme quantità di consensi è un successo impensabile. È una interiorità che si apre al lettore senza narcisismo, con semplicità e, soprattutto, con verità. Costanza parla molte verità a partire dalla realtà vissuta, del quotidiano. Dall’episodio narrato emerge la verità. La verità posta a nudo dissipa qualunque ideologia. La verità nata dalla realtà quotidiana di ogni lettore – che si riconosce negli episodi – è efficace, possiede un senso che può essere percepito da tutti, tutti quelli che condividono quella sperienza.
« Quando parliamo – sottovoce per evitare il linciaggio – di sottomissione dobbiamo uscire dal linguaggio del mondo, che legge tutto nell’ottica del dominio, del potere. Il nostro Re sta in croce, però così ha vinto contro l’unico nemico invincibile, la morte. Anche noi quindi dobbiamo uscire dalla logica del potere, capovolgerla completamente. Innanzitutto perché la sottomissione non viene dal deprezzamento, non la si sceglie perché si pensa di non valere. E poi perché è il frutto della scelta della donna è il fatto che l’uomo sarà pronto a morire per lei. Quando san Paolo dice alle donne di accettare di stare sotto, non pensa affatto che siano inferiori. Anzi, è al cristianesimo che dobbiamo la prima vera grande rivalutazione delle donne… La sottomissione di cui parla Paolo è un regalo, libero come ogni regalo, che sennò sarebbe una tassa. È un regalo di sé spontaneo, fatto per amore. »

sabato 19 maggio 2012

La denuncia della Alleanza delle chiese protestanti in Turchia. E quella cattolica?

Aggiornamento: Istanbul (Agenzia Fides) – Una traduzione del Vangelo falsata e non autorizzata dalle Chiese cristiane ha generato una pubblica protesta dei cristiani in Turchia. In un comunicato inviato all’Agenzia Fides, la “Alleanza delle Chiese protestanti” della Turchia, parte della “Alleanza Evangelica Mondiale”, stigmatizza “la traduzione fuorviante” di una edizione in turco del Vangelo di Matteo, pubblicato alla fine del 2011. Il testo è denso di errori in “parole molto importanti e fondamentali del Nuovo Testamento”, che rendono la traduzione “sbagliata ed estremamente negativa”. Le Chiese rimarcano l’urgenza di cambiare tali termini, definendo il Vangelo diffuso “inaccettabile e inutilizzabile”.
[Seguono gli stessi riferimenti riportati dall'articolo pubblicato]
“Vogliamo che la Sacra Scrittura sia letta e compresa da tutti i settori della società. Le traduzioni prodotte dalla Società Biblica nella prima metà del XX secolo sono eccellenti, fedeli alla storia della teologia cristiana, ma anche eccellenti per le persone che si accostano alla Bibbia, per capire le espressioni della fede cristiana” nota il comunicato giunto a Fides.
L'Alleanza delle Chiese protestanti in Turchia rappresenta la maggior parte delle Chiese protestanti nel paese. Nel 2011 ha pubblicato il Rapporto sulle violazioni dei diritti dei cristiani in Turchia, che sono meno dello 0,1% della popolazione di 72 milioni di abitanti. (PA) (Agenzia Fides 10/5/2012)

L'autore mi segnala questo articolo apparso su Vatican Insider di oggi. Se i termini della questione - come non abbiamo alcun motivo di dubitare e che cercheremo comunque di approfondire - sono esatti, è politically incorrect intervenire per i cattolici?
Intanto, a quanto ci risulta, questa è la Chiesa cattolica di Antiochia...

Una nuova traduzione della Bibbia in turco, che modifica ogni riferimento a Dio come a “Padre”, e naturalmente a Gesù il Cristo come al “Figlio di Dio” è “inaccettabile e inutilizzabile”, denunciano i rappresentati della Alliance delle Chiese protestanti in Turchia. “Come leader delle Chiese protestanti locali – scrivono in una nota i responsabili evangelici – troviamo le traduzioni ingannevoli di questi termini importantissimi e fondanti del Nuovo Testamento sbagliati e estremamente negativi. E certamente non possiamo approvarli”. 

 Critiche molto aspre sono giunte anche da Biblical Missiology, uno dei gruppi, che ha postato l’indignazione dei suoi rappresentanti in Turchia sul suo sito web. “Come fa ‘l’Occidente’ a sapere che cosa è meglio per le Chiese nazionali in terra di frontiera, che sono sotto ogni genere di pressione, che hanno sacrificato la loro vita per il Vangelo e devono vivere con le conseguenze di queste traduzioni e metodologie?” ci si chiedeva nella lettera. 

La controversia vede sul banco degli accusati Wycliffe Bible Translators, the Summer Institute of Linguistic (SIL) e Frontiers; tre organismi protestanti che hanno prodotto traduzioni della Bibbia che rimuovo, o modificano termini che potrebbero risultare offensivi alla mentalità islamica. Le traduzioni, come abbiamo detto, modificano i riferimenti a Dio padre e al Figlio di Dio. Un esempio può essere visto nella versione in arabo del Vangelo di Matteo, edito da Frontiers e dal SIL. Matteo 28:19 risulta così modificato: da “battezzarli nel nome del padre, del Figlio e dello Spirito Santo” a “purificarli con l’acqua nel nome di Allah, del suo Messia e del suo Santo Spirito”. 

Wycliffe Bible Translators nelle fasi iniziali della controversia aveva difeso l’iniziativa, affermando che “gli appellativi (Padre e Figlio, n.d.r.) non sono rimossi, ma mantenuti in un modo che non comunicano un significato scorretto. Il problema non è quello che il termine greco è offensivo per i musulmani, ma che sfortunatamente per alcuni lettori le traduzioni tradizionali possono implicare che Dio fa sesso con le donne, e dare ai lettori l’impressione che la traduzione è corrotta”. In seguito sembra però che Wycliffe abbia dato l’assenso a rivedere la sua politica in cooperazione con la World Evangelical Alliance, una rete di Chiese evangeliche che ha il progetto di affidare il problema a una commissione di esperti.

E il problema non si limita alla sola Turchia. Molti capimissione evangelici, che in precedenza erano musulmani, in diverse parti del globo, e cristiani locali dei Paesi in cui queste traduzioni sono in uso elevano proteste, che adesso hanno preso forma di una petizione per porre fine a queste traduzioni. Anche perché, almeno a quanto affermano gli evangelici turchi, è da tempo che un allarme è stato lanciato. “Per evitare che i cittadini turchi, cristiani o no, siano esposti a una dottrina sbagliata, e a incomprensioni, il comitato di traduzione ha ricevuto una richiesta di cambiare i punti che si pensava minassero la teologia cristiana”. Ma i traduttori hanno continuato a tradurre “Rappresentante di Dio” invece di Figlio di Dio, “Mevla (protettore, ausiliario)” per Padre e “abluzioni di penitenza” per battesimo.

I protestanti turchi non sono stati i primi a prendere una posizione molto ferma contro le traduzioni “islamizzate”. La Chiesa del Bengala si è espressa con grande severità, e la stessa cosa è accaduta in Malaysia, dove fra l’altro la polemica sull’uso del termine “Allah” da parte dei cristiani per indicare Dio si trascina da anni, a dispetto di una sentenza della Corte costituzionale. “Come Chiesa in un Paese a maggioranza musulmana, ci preoccupa che esistano attualmente movimenti che cancellano ogni riferimento a Dio come Padre e a Gesù Cristo come Figlio di Dio nelle Sacre Scritture in lingua locale” ha scitto Moko Chen Liang, segretario generale della Gereja Presbyterian Malaysia ai colleghi statunitensi. L’Alliance delle Chiese protestanti turche rappresenta la maggior parte delle confessioni evangeliche del Paese. Nel 2011 ha pubblicato un “Rapporto sulle violazioni dei diritti dei cristiani in Turchia”. I cristiani sono una minima minoranza dei 72 milioni di abitanti. Il timore è che le false traduzioni possano, alimentando malintesi e false interpretazioni, dare nutrimento alla cristiano fobia presente nel mondo islamico.
Marco Tosatti