giovedì 13 dicembre 2012

Le oscillanti tesi sulla Tradizione nei documenti del Concilio Vaticano II

Per la fede illuminata, per la benigna profondità del pensiero, per la stupefacente erudizione e per l’obbedienza al sommo Pontefice, monsignor Brunero Gherardini è ritenuto universalmente legittimo erede e continuatore della prestigiosa scuola teologica romana e sicura guida alla corretta lettura dei non sempre univoci documenti del Vaticano II.

Nel numero 3/2012 dell’autorevole rivista Divinitas, monsignor Gherardini pubblica un saggio di ermeneutica della continuità, un testo magistrale, che finalmente dirada le nebbie, fatte scendere dall’immotivata euforia degli scolarchi modernizzanti sull’antica, indeclinabile dottrina, che contempla le due fonti della Verità cattolica, la Tradizione e la Sacra Scrittura.

La finalità dello scritto inteso a far chiarezza, dopo tanti fraintendimenti, sul concetto di Tradizione, è ristabilire l’unità cattolica, oggi insidiata dalle aspre dispute intorno all’ermeneutica della continuità o all’ermeneutica della rottura.

Afferma monsignor Gherardini:
«C’è un valore di fondo, cui di necessità si richiama l’ermeneutica della continuità, sistematicamente infranto, però, da quella della rottura: la Tradizione. Se si riesce ad impostarne correttamente l’argomento, i lamentati litigi fra le due ermeneutiche non avranno più motivo né occasione d’insorgere, anzi, non potranno più esserci due ermeneutiche. Dal canto loro pastori, teologi, studiosi e lettori del Vaticano II troveranno, in questo stesso valore, la chiave di volta per un’obiettiva e corretta interpretazione conciliare».
Correttamente l’Autore avvia il suo ragionamento stabilendo l’esatto significato della parola Tradizione:
«La spiegazione etimologica di tradizione descrive un arco linguistico che, con radici nel lontano ebraico/aramaico, risale attraverso il greco e il latino e si riproduce come un calco dell’espressione latina nella lingua italiana, così come in altre lingue e sempre con lo stesso significato di trasmissione-consegna».
Stabilito che la comunicazione orale è lo strumento della Tradizione e che la Tradizione emerge come fonte della Fede e della Verità rivelata, l’Autore rammenta che gli Apostoli hanno derivato il loro concetto di Tradizione molto più dal mondo giudaico che da quello ellenistico:
«Stando al pensiero di J. Raft, si tratta sempre e comunque d’una tecnica di trasmissione e comunicazione orale della verità rivelata, della qual cosa fa fede lo stesso Paolo, il quale trasmette, secondo il modello della scuola rabbinica cui appartiene, quanto ha egli pure ricevuto. Con lui ne fanno fede le comunità cristiane che accolgono il messaggio degliA come quello stesso di Cristo».
In tal modo è dimostrato che la Tradizione «è la vita stessa della Chiesa, oltre che la sua Fede e la sua prassi, solo se è apostolica». La Tradizione ovviamente non la Sacra Scrittura, che «trova anzi in questa la sua fondazione. È essa stessa evangelo o lieta notizia come lo è la scrittura, pur non essendo unum et idem né qualitativamente né quantitativamente, con essa».

Il riconoscimento delle due fonti della Fede cattolica – «la teoria delle due fonti, una indipendente dall’altra ma ambedue collegate insieme dal Magistero ecclesiastico nell’unità di un’unica e medesima Fede» – allontana la tentazione di menomare alcune verità di Fede, ad esempio i dogmi mariani, dedotti dalla Tradizione e non dalla Sacra Scrittura. Una tendenza rovinosa, che si è impadronita del pensiero degli ermeneuti della discontinuità, suggestionati e infatuati dall’errore intorno alla sola scriptura dettato dalla rabbia antiromana a Martin Lutero.

Opportunamente l’Autore cita l’insegnamento solenne del Concilio Tridentino e del Vaticano I, che conferma la dottrina sulle due fonti della Fede. E ai teologi che insistono sul fatto che il Tridentino non cita espressamente le due fonti replica umoristicamente:
«Se il Tridentino non parla di due fonti, è solo perché confida nella capacità dei suoi destinatari d’arrivare a due sommando uno-più-uno e d’ammettere come incontestabile la decisione infallibile del Concilio circa l’esistenza di tradizioni non scritte, distinte in quanto tali dalla tradizione biblica».
Rassicurato e sostenuto infine da incontestabili argomenti, l’Autore può ignorare la temeraria opinione dei teologi che giudicano ereticale la qualunque flebile obiezione ai testi del Vaticano II  e affrontare la delicata e tormentata questione della continuità della Costituzione dogmatica Dei Verbum con la Tradizione cattolica e, in special modo, con il Concilio di Trento e il Concilio Vaticano I. 

Al proposito è citato il paragrafo 7 della Dei Verbum, in cui il messaggio cristiano
«vien subito allacciato a due distinti tipi di comunicazione: quello orale della predicazione stessa e quello scritto in cui la predicazione si travasa come annuncio della salvezza».
È dunque stabilito che alcuni punti della Dei Verbum sono in linea con l’insegnamento del Tridentino. L’Autore elenca la predicazione apostolica come contenuto della Tradizione, la sua durata fino alla fine dei tempi, il suo progresso relativo mediante un’ulteriore comprensione e spiegazione più profonda della rivelazione, la sua aperta professione di fede nell’azione dello Spirito Santo, la sua distinzione dal testo scritto.

Di seguito l’Autore rammenta che in Dei Verbum la fedeltà al Tridentino e al Vaticano I è indebolita e diluita:
«Circa il rapporto fra Tradizione e Sacra Scrittura le congiunge entrambe in base alla medesima sorgente divina dalla quale scaturiscono e le congiunge a tal punto da farne in certo qual modo una cosa sola». [vedi articolo Chiesa e post Concilio]
È evidente che una tale variazione esige un chiarimento. Si manifesta infatti l’ineludibile necessità di stabilire «se il Vaticano II debba considerarsi l’ultima effervescenza sul tronco sempre vivo della Tradizione oppure - come sostengono i bolognesi – l’inizio di un Cristianesimo nuovo e di una nuova coscienza della Chiesa».

L’Autore propone di orientare l’ermeneutica della continuità alla puntuale, solenne verifica della continuità e della rottura nei singoli documenti del Vaticano II e dei suoi pronunciamenti. Ultimamente la richiesta ha per oggetto
«un voltafaccia nei confronti di un postconcilio che ha fatto della tautologia l’unico criterio della sua presunta analisi critica: ha spiegato ripetendo alla lettera tutto quello che intendeva spiegare».
Benedetto XVI ha iniziato l’opera  del voltafaccia (eretico secondo l’opinione del cabaret teologizzante) dimostrando che nella Gaudium et Spes si propone il dialogo con il mondo moderno ma non si formula una credibile definizione di esso. Il tabù del Concilio bolognese è infranto. La via indicata da monsignor Gherardini è finalmente percorribile.
Piero Vassallo

5 commenti:

Anonimo ha detto...

una persona semplice, che ama i discorsi chiari e semplici (=sì sì no no) legge questa frase:

"il Papa ha cominciato l'opera del voltafaccia eretico....", resta attonita per vari minuti, poi...
va a cercare la spiegazione, e si trova più confusa ancora.
Poi si ricorda che il Papa regnante ha fatto un grande e inopinato voltafaccia il 13 giugno, imponendo alla FSSPX di accettare il concilio AS IS (come avvertono certi software), altrimenti restano FUORI dalla Chiesa.

Allora quesa persona semplice comincia ad avere le vertigini e si chiede:
ma potete dirci QUANTI voltafaccia deve fare un Papa per farsi CAPIRE da tutto l'orbe cattolico, e far capire i fondamenti IMMUTABILI della Dottrina a piccoli e grandi, colti e incolti, che devono soprattutto conservare e alimentare la Fede e salvarsi l'anima, senza cadere nelle trappole di falsi profeti e cattivi maestri che pontificano da cento cattedre ?

Anonimo ha detto...

Chi sa come si fa un abbondamento alla rivista, "Divinitas"?

Ho cercato l'internet, ma non ho trovato l'informazione come fare...

Anonimo ha detto...

Bisogna scrivere a
Mons. Michele Basso
Palazzo dei Canonici
00120 Vaticano

Anonimo ha detto...

Non è la prima e non sarà l'ultima chiara esposizione del monsignore, ma chi l'ascolta se non già chi è orientato secondo tradizione perenne (incluso il concilio nelle parti commestibili) e non secondo la tradizione conciliare che oltretutto corrisponde ad un diverso concetto di tradizione?

Insomma, si usa la stessa parola, ma non ci si può intendere perché i conciliaristi ormai le attribuiscono un significato "altro"...

Amicus ha detto...

" Benedetto XVI ha iniziato l’opera del voltafaccia (eretico secondo l’opinione del cabaret teologizzante) dimostrando che nella Gaudium et Spes si propone il dialogo con il mondo moderno ma non si formula una credibile definizione di esso. Il tabù del Concilio bolognese è infranto. La via indicata da monsignor Gherardini è finalmente percorribile."

Talmente percorribile che entro quest'anno liturgico dovremo sorbirci anche la beatificazione di Paolo VI (vedi Vatican Insider di oggi). Così il cerchio si chiude - manca solo Giovanni Paolo I, ma presto verrà anche il suo turno - e la 'canonizzazione' del Superconcilio si rafforza con questa meravigliosa corona di 'santi e beati' Papi conciliari, a più riprese lodati pubblicamente dalla Massoneria (Gran Loggia di Francia per Giovanni XXIII, Grande Oriente d'Italia per Paolo VI e Giovanni Paolo II). Evidentemente le lodi massoniche devono costituire un requisito essenziale per la beatificazione secondo le nuove regole della nuova Chiesa conciliare. Senza dimenticare, naturalmente, il necessario placet dei cosiddetti 'fratelli maggiori'.