lunedì 17 dicembre 2012

Tur Abdin: la terra perduta degli Aramei

La storia eroica è quella di un popolo cristiano antichissimo, che parla l’aramaico, la lingua diffusa in tutta la Terrasanta ai tempi di Gesù. - [Fonte]

Due giornalisti italiani, Stefano Rogliatti e Matteo Spicuglia, hanno raccontato con estrema sobrietà e rispetto una storia eroica nel loro documentario: “Shlomo. La terra perduta”. La storia eroica è quella di un popolo, gli Aramei, un popolo cristiano antichissimo, che parla l’aramaico, la lingua diffusa in tutta la Terrasanta ai tempi di Gesù, che tenta di restare aggrappato a quella che era, è la sua terra. Come gli armeni, i greci e i siriaci anche gli Aramei sono rimasti coinvolti nel genocidio cristiano iniziato dai triumviri turchi nel 1915 e continuato negli anni successivi. A Tur Abdin, nel sud est della Turchia, ormai zona a maggioranza curda, quasi ai confini con la Siria, all’inizio del 1900 gli Aramei erano oltre 500mila. Oggi sono 2500, e per loro la persecuzione, violenta talvolta, più spesso una pressione continua e pesante, non è ancora finita.

Stefano Rogliatti e Matteo Spicuglia, gli autori di questo film-inchiesta, che sarà presentato in anteprima martedì 18 dicembre, alle ore 20,45, all’Arsenale della Pace, piazza Borgo Dora, 61, Torino ( e a cui speriamo faranno seguito numerosi altri eventi in tutta Italia) sono andati a cercare i protagonisti di questa epopea in  Turchia e in Germania per raccontare le ferite di ieri e di oggi; un dramma troppo comune a tutte le minoranze della regione. Hanno visitato villaggi abbandonati e monasteri antichissimi, oggi in pericolo, hanno intervistato decine di persone di tutte le età: il risultato è un affresco di testimonianze inedite per il pubblico italiano.

Ci sono storie di un dolore profondo. Nura Ardin, 85 anni, viveva nella fattoria di famiglia insieme al marito e ai figli. In una notte del giugno del 1986, estremisti fecero irruzione in casa e uccisero il primogenito Aho. “Volevano che anche noi lasciassimo le case e fuggissimo come tutti gli altri, – racconta Nura – ma mio figlio aveva dato la sua parola al vescovo. Finché tu rimarrai qui, gli disse, io non andrò da nessuna parte. Resterò. Questa è la nostra terra. Qualcuno deve aver sentito e riferito tutto. Sono arrivati a casa di notte, l'hanno ammazzato e poi sono andati via”. Da allora, la famiglia Ardin vive all’estero. È quello che hanno fatto anche migliaia di altri Aramei, come testimoniano decine di villaggi cristiani, monasteri e chiese rimasti oggi senza popolo.

La famiglia Ardin ha conosciuto nella sua carne il volto violento dell’intolleranza religiosa. Il vescovo di Mor Gabriel, forse uno dei monasteri più antichi della cristianità, racconta invece il volto burocratico, ostile e prevaricatore dell’islam che non tollera presenze estranee. Il monastero è da anni al centro di un contenzioso legale su cui dovrà giudicare la Corte europea dei diritti dell’uomo. E la speranza è che come in altri casi analoghi, accaduti in Turchia, il verdetto riconosca il diritto. La comunità dei monaci è accusata da anni di proselitismo e appropriazione indebita delle terre; addirittura di aver costruito sul sito di una moschea. Il vescovo mor Samuel Aktas per la prima volta parla davanti alle telecamere per rispondere punto su punto e denunciare il rischio di estinzione di una presenza di oltre 1600 anni.

“Siamo arrivati in Turchia con l'idea di raccogliere semplicemente delle storie; - spiegano gli autori - le abbiamo presentate senza filtri, così come le abbiamo ascoltate”. “Shlomo. La terra perduta” spiegano gli autori, abbraccia le mille pieghe della vita degli Aramei: le radici di Tur Abdin, la vita di chi ha trovato riparo in una grande metropoli come Istanbul, le attese di un popolo della diaspora, presente oggi in tutto il mondo, dall’Europa agli Stati Uniti, passando per l’Australia. E ancora: il problema dell’occupazione delle terre da parte della maggioranza curda, la speranza dell’emigrazione; ma ci sono anche rifugiati in Europa che hanno deciso di tornare a casa, le motivazioni dei giovani che hanno scelto di rimanere a Tur Abdin.

“Aver raccontato la fatica degli Aramei, - concludono gli autori - è stato un modo per dare voce al destino di tutte le minoranze del Medio Oriente, dall'Iran all'Egitto, dall'Iraq alla Terra Santa. Il copione è quello di sempre: difficoltà quotidiane, discriminazione spesso sottile, diritti non sempre riconosciuti, dialogo impossibile da vivere. La fuga a volte è considerata l'unica scelta”.
Marco Tosatti

1 commento:

Amicus ha detto...

Stefano Rogliatti e Matteo Spicuglia sono solo integristi preconciliari, probabilmente anche lefebvriani. E comunque è tutta colpa degli Aramei: così imparano a non inviare messaggi di auguri ai musulmani per il ramadan.