mercoledì 19 marzo 2014

A. Gnocchi. Mario Palmaro e la sua morte liturgica

Proficiscere anima christiana
Sorge dai secoli luminosi e profondi del medioevo quel “Dies irae, dies illa” che nella Messa tradizionale per i defunti trafigge i cuori e le menti prima della lettura del Vangelo secondo Giovanni. “Io sono la risurrezione e la vita” dice nel brano evangelico il Figlio di Dio a Marta, che piange la morte del fratello Lazzaro. “Chi crede in me, anche se fosse morto, vivrà; e chiunque vive  e crede in me non morrà in eterno. Credi tu questo? Gli rispose: Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivo, che sei venuto in questo mondo”.

La dolcezza maestosa del dialogo trascritto da San Giovanni può essere compresa solo nel contrappunto del rigore visionario in cui Tommaso da Celano descrive quel “Dies irae” che “solvet seculum in favilla: teste David cum Sibilla”, quel giorno dell’ira che dissolverà il secolo in favilla, come attesta Davide e la Sibilla. Quando il Giudice verrà nel tremore del mondo e la morte e la natura stupiranno al risorgere di ogni creatura.

E’ questa la vera misericordia che la Chiesa ha incarico di portare al mondo: mostrare la dolcezza di un Dio intenerito davanti alla morte dell’amico di cui sarà giudice giusto e inflessibile nel giorno del giudizio. La Messa tradizionale dei fedeli defunti lo rammenta a ogni passo reiterando quel “requiem eternam dona eis, Domine” che vola verso il cielo da cuori e menti consci di essere solo momentaneamente su questa sponda.

La mattina del 12 marzo 2014, al funerale di Mario Palmaro, questo legame invisibile e invincibile tra i vivi e i morti, tra questa e l’altra sponda, ha preso forma nel nitido e luminoso rigore di una Messa come si celebrava nei tempi civili. Cantata in latino, con sacerdote, diacono, suddiacono e ministranti rivolti verso Dio, secondo il rito che non si lascia violentare dai sentimenti e dai protagonismi.

Mario vi si era preparato fin dal momento in cui i tecnici della medicina, eretti dal secolo a propri sacerdoti, gli dissero di non avere scampo. Anche il secolo ha le sue liturgie, riflessi di matematiche rigorose che, a differenza di quelle celesti, non conoscono speranza. Per questo ha pensato immediatamente all’epilogo terreno, che avrebbe dovuto essere abbastanza luminoso da vincere inesorabilmente i riti mondani. E ha fatto di ogni giorno della sua malattia il passo di un incedere liturgico verso l’esito finale. Si è incamminato verso il sacrificio come il sacerdote in sacrestia si avvia a celebrare la Messa in cui presterà il suo corpo a Cristo sulla Croce. Prima con esitazione, e poi con una levità che poco aveva di terreno, ha dato ai gesti, ai pensieri, alle preghiere dei suoi ultimi due anni un tratto nitidamente rituale. Che non significa algido formalismo, ma adorazione della grandezza infinita di Dio e, dunque, docile sottomissione al suo volere. Per questo il suo Calvario è stato così sereno e così edificante per tutti coloro che vi hanno assistito almeno per un tratto.

Lui si preparava a morire e chi gli voleva bene si preparava ad accompagnarlo alla morte. Senza dircelo, lo abbiamo fatto dal momento in cui mi telefonò per dire che proprio non ci sarebbe stato nulla da fare, salvo un miracolo. Ma una cosa è prepararsi ad accompagnare il tuo più grande amico alla morte e altro è avviarsi docilmente a morire: il Signore chiede sempre al migliore il sacrificio più grande.

Impercettibilmente agli occhi del secolo e di tanti cattolici, la vita di Mario è diventata come quella di un monaco e la sua casa, per quanto affollata di telefonate, visite e affari quotidiani, si è trasformata in un piccolo cenobio. Questo padre di famiglia con moglie e quattro figli ha replicato nella sua vita quotidiana ciò che millecinquecento anni or sono si era manifestato nel genio religioso di San Benedetto. Il santo della Regola aveva disegnato un itinerario di santità che prescriveva i modi e i tempi anche del più piccolo gesto nell’orazione, nel lavoro, nel riposo, nella ricreazione conferendo loro un significato ulteriore. Nella medesima maniera, ha salvato le cose, i gesti e le parole della sua vita quotidiana dall’abbandono al secolo per farne qualche cosa di sacro, il segno che la sua casa si sarebbe regolata fino in fondo secondo il volere del Cielo.

Così ha preso a prestare alle realtà un’attenzione che non era solo di questo mondo e si palesava nella forma di un candore sempre più inattaccabile. “L’attenzione” scrive Cristina Campo “è il solo cammino verso l’inesprimibile, la sola strada al mistero. Infatti, è solidamente ancorata al reale, e soltanto per allusioni celate nel reale si manifesta il mistero. (...) Davanti alla realtà l’immaginazione indietreggia. L’attenzione la penetra invece, direttamente come simbolo”.

Questa attenzione al reale, divenuta quasi devozione, portava Mario a parlare anche del suo male e degli inevitabili esiti con un distacco incomprensibile ai più. Per trarne giovamento, bisognava coglierne la radice nella capacità di leggere in qualsiasi frangente della vita disegni che sono celesti e, dunque, vanno accettati. Più si avvicinava la fine e più era possibile scorgere nel suo sguardo qualche dardo che testimoniasse questo dono. “Tali lampi” dice ancora Cristina Campo “non sono se non quella scintilla (di origine e natura sempre più misteriose via via che per ogni cosa ci viene fornita una chiave) che l’attenzione sollecita e prepara: come il parafulmine il fulmine, come la preghiera il miracolo, come la ricerca di una rima l’ispirazione che proprio da quella rima potrà sgorgare”.

Il fulmine, il miracolo, l’ispirazione sgorgata da una rima si manifestavano nelle tante telefonate con cui ci sentivamo ogni giorno, in uno straziante “Oggi sono contento perché...”. “Ciao Mario, come va?”, “Oggi sono contento perché...”. Era contento per ogni cosa, ogni evento, ogni pensiero che avesse anche solo una briciola di importanza. Perché la chemioterapia lo aveva lasciato in pace un po’ di più, perché le piaghe ai piedi e alle mani lo facevano tribolare un po’ meno, perché la moglie Annamaria gli aveva preparato quel tal piatto che gli piaceva tanto. Venti giorni prima di morire, nella telefonata di rito della nove di mattina era contento perché aveva trovato un hospice che lo avrebbe seguito a casa per la terapia del dolore. “Così non devo più andare in ospedale e non disturbo Annamaria. Sono proprio contento”. Sono proprio contento: ed era la certificazione che, di lì a poco, a vista umana, sarebbe finita.

L’occhio profano non poteva vederlo e il cervello mondano non poteva comprenderlo, ma quegli “Oggi sono contento perché...” erano come i paramenti di cui il sacerdote si riveste per entrare nell’agone della Messa, come i panni ricamati che coprono le Sacre Specie. Velature che la depravazione illuminista penetrata anche dentro la Chiesa considera come un ostacolo all’intelligenza, e, invece, sono ciò che dà all’invisibile una forma capace di mostrare all’uomo ciò che altrimenti non potrebbe percepire”.

E ogni giorno di questo Calvario si è trasformato in un passo consapevole, accettato e gradito verso il sacrificio. Sempre più lieve e celeste, come promette l’inizio della Messa che Mario amava ed era riuscito a portare a Monza, a due passi da casa: “Introibo ad altare Dei. Ad Deum qui laetificat iuventutem meam”. Mentre agli occhi degli uomini il suo corpo invecchiava e segnava le prove e le sofferenze, agli occhi di Dio la sua anima ringiovaniva e letificava. Ed era proprio questo contrasto a edificare chi gli stava attorno. Vederlo dal fondo della chiesa, faticosamente inginocchiato al solito banco, alcune volte, faceva pensare all’uomo che sta per cedere alle aggressioni della terra. Ma poi, quando tornava dalla comunione, negli occhi conservava ancora più ravvivato quel lampo di attenzione che non può cedere a certe brutalità del reale perché ha la chiave celeste per comprenderle e si lascia raggiungere solo dall’inevitabile.

In quei momenti, sarebbe stato percepibile anche a occhi profani che quest’uomo di quarantacinque anni si stava avviando a morire così come professava la sua fede, a morire come aveva pensato, scritto e insegnato, a morire come era vissuto. In un mondo stanco per la troppa gente che finisce per credere come vive, Mario ha voluto fino in fondo vivere come ha creduto. Questo lo ha reso sempre più giovane e lieto agli occhi di Dio e agli occhi di chi ha saputo guardarlo con almeno un po’ della sua stessa fede.

Diversamente, nella sua morte si potrebbe leggere solo il capriccio di una sorte beffarda e crudele. Ma, grazie a Dio, ha ragione il cardinale Newman quando, nel sermone Sul significato dell’esistenza dice: “A mio avviso, il termine delusione è l’unico in grado di esprimere quello che proviamo di fronte alla morte dei santi di Dio. Se la nostra fede non è abbastanza viva da penetrare al di là della tomba e intuire il futuro, ci sentiamo depressi per quella che sembra essere una sconfitta della grandezza. Eppure è proprio da questo sentimento che, come per contraddizione, riusciamo ad attingere un po’ di speranza, perché se questa vita è così deludente e così incompiuta, certamente essa non è tutto”.

Questa morte e questo modo di morire sono tattile e perenne testimonianza della concretezza della vita eterna, sono sacramento della certezza che l’essenziale è invisibile agli occhi. Ma certo non possono eludere le domande sul perché proprio Mario e proprio in questo modo. Negli ultimi tempi, in vista della fine, se ne parlava, come sempre con familiare semplicità. “Mario, tutti pregano per il miracolo e anch’io spero che tu guarisca. Ma ora riesco solo a pregare perché tu possa sposare fino in fondo il volere del Signore, qualunque sia... E poi penso che, se Lui ti vorrà con Sè, lo farà per risparmiarti ciò che presto si dovrà vedere fuori e, soprattutto, dentro la Chiesa”. “Dici che sarà davvero così?”, e tremava per la sua Chiesa. “Mario, più prego e più mi convinco che, se muori, è perché il Signore ti vuole veramente bene...”.

Un dialogo magari incongruente a orecchi mondani. Eppure, non potevo avere dubbi su come sarebbe andata a finire da quando un nostro amico sacerdote mi confidò di avere offerto a Dio la sua vita in cambio di quella di Mario, ma senza esito, senza risposta. “Io sono un povero parroco di campagna, conto poco e non ho famiglia. Lui ha moglie, quattro bambini e sta facendo tanto bene alla Chiesa... Ma, evidentemente, il Signore ha altri disegni”.

Questa è la comunione dei santi, il vincolo tra chi si ciba dello stesso corpo e dello stesso sangue, che si alimenta della vita santa di chi abbraccia la croce. Prima di scrivere queste righe ho chiesto a quell’amico se potessi rivelarne l’offerta, senza violare la sua indentità: “Naturalmente” mi ha scritto “anche se non è cosa che meriti tanto riguardo – lo dico senza finzioni – nei tempi cristiani era cosa normale”. In qui tempi cristiani che oggi, nell’epoca dello splendore mediatico, sono completamente evaporati al sole malato del mondo. Forse è proprio per fecondare questi tempi, così mondani anche dentro la Chiesa, che il Signore chiede il sacrificio dei suoi figli migliori, anche se si protestano servi inutili, come ha fatto in tutta sincerità Mario in uno dei suoi ultimi scritti.

Anche Mario sapeva che sarebbe andata così, lo sapeva prima di tutti e meglio di tutti. E sentiva che il tempo andava sempre più spedito. Poi sarebbe venuto il momento supremo e solenne, ma prima avremmo dovuto salutarci con tutte nostre famiglie. La domenica prima di quella della sua morte, ha voluto che ci fermassimo a casa sua per cena. Una serata speciale nella sua normalità. Lui seduto a tavola, al suo posto, a onorare gli ospiti oltre il possibile, senza un lamento. Solo il vezzo gentile di mettere in tavola i piatti belli perché quelli di plastica proprio non andavano. Sapevamo tutti che quella sarebbe stata l’ultima volta che ci saremmo visti con le famiglie al completo. Lo dicevano gli sguardi e le attenzioni discrete, che in nulla contrastavano con il discorrere lieto e sorridente di una domenica sera tra amici che si vogliono bene.

La settimana dopo, sarei stato in ginocchio accanto al suo letto a recitare le preghiere degli agonizzanti. “Proficiscere, anima christiana de hoc mundo in nomine Dei Patris omnipotentis, qui te creavit; in nomine Iesu Christi, Filii Dei vivi, qui pro te passus est, in nomine Spiritus Sancti, qui in te effusus est, in nomine gloriosae et sanctae Dei Genitricis Virginis Mariae...”. Parti anima cristiana da questo mondo in nome di Dio Padre onnipotente... di Gesù Cristo... dello Spirito Santo... della Vergine Maria...

Nell’agonìa dolorosa e tormentata, ogni tanto riusciva a guardare chi gli stava attorno. Per chiedere aiuto e consolazione, ma sicuramente anche per elargirne, per dire che tutto si stava per compiere così come aveva desiderato e come aveva chiesto al Signore. ”Libera, Domine, animam servi tui ex omnibus periculis inferni, et de laqueis poenarum, et ex omnibus tribulationibus...” Libera Signore l’anima del tuo servo da tutti i pericoli dell’inferno, dai lacci delle pene e da tutte le tribolazioni... Come liberasti Enoc ed Elia... Come liberasti Noè... Come liberasti Abramo... Come liberasti Giobbe... Come liberasti Isacco... Come liberasti Lot... E poi Mosè, Daniele, i tre fanciulli, Susanna, Davide, Pietro e Paolo, la beatissima Tecla. Non rammentare, Signore, le colpe e le ignoranze della sua gioventù... Gli si aprano i Cieli, si allietino con lui gli Angeli...”. Sembrano interminabili, le preghiere degli agonizzanti, quando si leggono nel breviario. Eppure sono un soffio quando le si recita accanto a un uomo che sta per comparire davanti al giudizio di Cristo per fargliele stringere in mano come ultimo dono.

Poi, poco dopo le dieci di sera, Annamaria ci ha invitato a intonargli il “Salve Regina” “che a lui piace tanto”. Con la mamma di Mario e due vicine di casa lo abbiamo cantato con la certezza che il Cielo ormai fosse aperto. “... O clemens, o pia, o dulcis Virgo Maria”. Non c’è stato il tempo di avviare il “Gloria Patri” ed è stato l’ultimo respiro, proprio come fu per Gilbert Keith Chesterton, dopo il canto dolcissimo levato da padre McNabb.
Tutto questo per dire come muore un cristiano.
Fonte: il Foglio 19.03.2014

34 commenti:

Anonimo ha detto...

OT molto triste, imbrattata con scritte ingiuriose la facciata della basilica del Sacre Coeur a Montmartre, Parigi.....senza parole.

Anonimo ha detto...

Commovente, estremamente commovente, grazie per questa straordinaria testimonianza, grazie Mario per questo ultimo dono che ci hai lascito attraverso il racconto del tuo amico, ho avuto per un attimo la sensazione che ci hai scritto dal cielo.

Loredana

mic ha detto...

L’occhio profano non poteva vederlo e il cervello mondano non poteva comprenderlo, ma quegli “Oggi sono contento perché...” erano come i paramenti di cui il sacerdote si riveste per entrare nell’agone della Messa, come i panni ricamati che coprono le Sacre Specie. Velature che la depravazione illuminista penetrata anche dentro la Chiesa considera come un ostacolo all’intelligenza, e, invece, sono ciò che dà all’invisibile una forma capace di mostrare all’uomo ciò che altrimenti non potrebbe percepire”.

flora ha detto...

Ho letto come ho potuto, tra le lacrime, in una commozione d'amore e di meraviglia. Per il nostro dolce Dio, amante della vita, per questo dolce fratello, conformato a Cristo sulla croce, e per queste dolci parole di santa e vera amicizia che dicono la bellezza di essere uno in Cristo. Grazie, Alessandro. Grazie a te, Mario, per un così grande, fulgido esempio. E grazie al Divino Spirito che sa suscitare così sguardi di amore nei piccoli figli dell'Altissimo, i più piccoli. Che sanno farsi santi restando piccoli servi inutili. Grazie di cuore. E che Dio benedica questa famiglia e Maria e Giuseppe la custodiscano.

rosa ha detto...

Beatrice ha postato su so blog '" le Pape emerite" un' omelia di Monsignor Rey su S. Giuseppe, il pudore, la paternita' che credo Palmaro avrebbe apprezzato.
Rosa

una sola fede ha detto...

“Mentre agli occhi degli uomini il suo corpo invecchiava e segnava le prove e le sofferenze, agli occhi di Dio la sua anima ringiovaniva e letificava”


In queste parole di Alessandro Gnocchi pare veramente di sentire riecheggiare le parole dell’Apostolo delle genti:

“Per questo non ci scoraggiamo, MA SE ANCHE IL NOSTRO UOMO ESTERIORE SI VA DISFACENDO, QUELLO INTERIORE SI RINNOVA DI GIORNO IN GIORNO”.
(2Cor 4,16)


Il quale San Paolo continua, scrivendo:

“Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, perché NOI NON FISSIAMO LO SGUARDO SULLE COSE VISIBILI, MA SU QUELLE INVISIBILI. Le cose visibili sono d'un momento, quelle invisibili SONO ETERNE”.
(2Cor 4,17-18)


E pare davvero evidente che Mario Palmaro, a leggere anche il suo grande amico di sempre proprio oggi che è San Giuseppe, abbia vissuto non solo tanto dignitosamente la terribile prova, ma soprattutto tanto cristianamente. Pur tra i laceranti dolori fisici e morali, col suo pensiero alla moglie e ai figli che avrebbe lasciato ancora su questa terra, però con la sua anima immersa nella speranza di incontrare lo Sposo e vivere per l’eternità con Lui… e alzando, ne sono convinto, con un certo fremito di desiderio, che solo i veri amanti di Cristo hanno, più di una volta gli occhi a quell’Invisibile di cui parla l'Apostolo, dopo averli magari incollati specie nei momenti più dolorosi ad un crocefisso appeso a una parete di casa.

RIC ha detto...

Mario Palmaro ci ha aiutato con i suoi scritti e con il suo esempio. Ora spetta a noi ricambiare cio' che lui ci ha dato aiutando la sua famiglia nei modi che verranno ritenuti piu' opportuni

Alessandro Mirabelli ha detto...

Così muore un cristiano.

Franco ha detto...

Credevo che si fosse persa o quasi la specie degli scrittori cattolici "come Dio comanda". Ed ecco questo scritto di Alessandro Gnocchi, definibile anche con un solo aggettivo: EDIFICANTE.

Wiseman ha detto...

Parole belle, alte, nobili. Grazie a Alessandro Gnocchi per questa testimonianza di fede, e anche d'amicizia cristiana.

Uniti nella preghiera di suffragio.

Maso

Anonimo ha detto...

Voglio morire come lui.
Qualcuno vorrebbe farci credere che tutto questo non ha alcun senso.
Il mistero dell'iniquità avanza.

http://www.zenit.org/it/articles/il-papa-abbraccia-i-fratelli-delle-altre-religioni

Pietro C. ha detto...

Può darsi che la morte di questo uomo non serva a gran che: i capi della chiesa cattolica continueranno imperterriti nella loro corsa secolarizzante, non resistendo ma anzi favorendo lo scempio della liturgia.

Può essere che la morte di questo uomo sia stata inutile per la nostra logica.
Ma quanti uomini di fede sono morti apparentemente inutilmente? Non è qui che si raccoglie il premio e la logica che vuole a tutti i costi ottenerlo qui (con un ristabilimento di ordinamenti ecclesiastici antichi come vorremo noi) può essere assolutamente sconfitta!

Ciononostante questa morte non è stata inutile. Ognuno come è e dove è ha il dovere della testimonianza anche se essa in gran parte "non serve".
Serve, invece, a far glorificare l'anima del testimone. E questo è già tanto!

mic ha detto...

E, soprattutto, serve a glorificare il Padre, come ha fatto il Signore, anche e soprattutto sulla Croce.

una sola fede ha detto...

L'Anonimo delle 02.29 ha fatto bene ad inserire questo link, tanto per far capire ulteriormente che dopo le "grandi (si fa per dire) 3 Assisi" ci sono anche le "piccole": leggendo i partecipanti e gli scopi vengono subito alla mente quelli presenti durante le mega-radunate assisane; e sono convinto che magari è anche per questi scempi inaugurati decenni fa e mai soppressi, anzi, in più con la benevola accettazione di moltissimi, che proprio a un cattolico integrale come Palmaro il Padre ha chiesto questo grande sacrificio, per ripagarlo con l'eternità beata. Nessuno ovviamente può dirlo, ma anche dalla serenità e accettazione con cui ha vissuto la sua terribile malattia, io mi permetto di pensarlo.

Estratti da:
http://www.zenit.org/it/articles/il-papa-abbraccia-i-fratelli-delle-altre-religioni

"Prima dell'Udienza generale, Francesco ha ricevuto una delegazione di INDU' SIKHS, BUDDHISTI, MUSULMANI, ANGLICANI, EVANGELICI, SHINTOISTI, CATTOLICI, EBREI, MEMBRI DELLA TENRIKYO.

Citta' del Vaticano, 19 Marzo 2014

Circa 250 esponenti di diversi gruppi religiosi e diverse scuole teologiche, indù sikhs, buddhisti, musulmani, anglicani, evangelici, shintoisti, cattolici, ebrei, membri della Tenrikyo, provenienti da una sessantina di paesi del mondo, si sono incontrati a Castel Gandolfo dal 17 marzo e CONTINUERANNO A DIALOGARE FINO A DOMANI.


Ad organizzare un incontro interreligioso così rilevante è stato il Movimento dei Focolari, il quale in occasione dell’anniversario della dipartita in cielo della Fondatrice Chiara Lubich ha organizzato quattro giorni di dialogo con il titolo Insieme verso l’unità della famiglia umana.

Nel corso di una conferenza stampa che si è svolta stamane nella sala Marconi della Radio Vaticana, una delegazione dei partecipanti all’incontro interreligioso ha raccontato di aver incontrato papa Francesco nella Domus Sanctae Marthae in Vaticano, prima dell’Udienza generale.[...]"

Mazzarino ha detto...

Grazie all'amico Alessandro per questo scritto. Grazie per quello che ha fatto per Mario,che adesso ci guida ad affrontare il momento più importante della VITA di un cristiano cattolico.

Anonimo ha detto...

In Cristo Re

Anonimo ha detto...

Mi sono venuti i brividi leggendolo: commovente, stupendo...
John

una sola fede ha detto...

"Mi sono venuti i brividi leggendolo: commovente, stupendo..."

sì John, anche a me sono venuti, anzi, dovrei dire "mi sono ritornati", perchè come avevo scritto recentemente in una sorta di confidenza personale, accanto però a quella di altri, anche io mi sono trovato vicino al letto di un morente molto caro, anzi il più caro allora, visto che non ero ancora sposato: mia madre. E anche io le avevo tenuto la mano per tutto il tempo, come spesso usavo fare in quei tremendi giorni che precedettero il suo addio. E accanto a noi fece in tempo ad arrivare il parroco alle cinque di mattina, che non ringrazierò mai abbastanza, anche ora che pure lui è tornato alla Casa del Padre da un po', e recitò le preghiere e la benedisse, anche se era ormai incosciente. E anche in quel caso l'agonia era stata proprio un'agonia, cioè molto travagliata, con grande agitazione. Era evidentemente la lotta finale contro quelle invisibili potenze che agiscono sempre contro di noi, di cui in modo illuminante parla San Paolo nel sesto capitolo della lettera agli Efesini. In questo caso però era ancora più tremenda e importante: era infatti quella sostenuta, probabilmente a quel punto quasi in un "corpo a corpo", poco prima di comparire davanti al Tribunale di Cristo. Insomma, pure per tutti questi "e anche" che ho appena citato, i brividi increspano ancora la mia pelle leggendo in particolar modo la descrizione degli ultimi momenti del caro professore (che tra l'altro, e sarà forse questo un'ulteriore elemento che me lo fa sentire vicino, era nato appena pochi mesi prima del sottoscritto).

mic ha detto...

Io ho accompagnato mio padre che si è spento naturalmente -di vecchiaia, come suol dirsi-, dopo una vita sana e una vecchiaia con acciacchi ma senza seri problemi seri fino a 96 anni.
Se n'è andato in dieci giorni, con le facoltà che si spegnevano giorno dopo giorno, ed io l'ho accompagnato pregando e parlandogli nella convinzione che potesse ascoltarmi.
E anch'io devo ringraziare il Signore per aver chiamato in tempo il sacerdote al suo capezzale.

Credo che l'agonia (lotta - agone) non sia solo con le "potenze dell'aria" (che, sì, si intensifica negli ultimi tempi ma dura tutta la vita). Penso che essa riguardi anche il caso, fisiologico, che le energie fisiche e psichiche reagiscono fino in fondo all'evento estremo che si va compiendo.

Anonimo ha detto...

Chi scrive preferisce mantenere l'anonimato, ma forse tra i postanti è quello che capisce meglio tutte le più piccole sfumature delle frasi di Palmaro....anche il sottoscritto ha dovuto lottare con mister K, il grande assassino, e dopo 14 anni può dire non di averlo vinto, ma di tenerlo a bada, solo chi ha passato 6 anni in reparti oncologici e dopo aver visto crescere l'erba dalla parte delle radici e aver assistito impotente alla dipartita di tanti compagni/e di lotta che hanno perso questa tremenda battaglia e dopo aver visto cose mai immaginabili da chi ha la fortuna di non averci a che fare con l'alieno come lo chiamava l'Oriana può veramente dire che Palmaro ha vinto comunque, è tornato alla casa del Padre, giovane, bello e rimpianto e ora non manca di nulla nei pascoli erbosi, che sono sempre verdi e lui li vede crescere dalla parte giusta, dall'alto. Benedic nos, Domine!Christus vincit.

mic ha detto...

Grazie per questa condivisione, Anonimo combattente.
Il Signore è il nostro aiuto e il nostro scudo. È in Lui e con Lui che il nostro cammino prosegue raccogliendo quel che altri hanno seminato e coltivato e seminando a nostra volta, offrendo accogliendo e condividendo. Magari non vediamo i frutti ma confidiamo e speriamo. È tutto vita...

Anonimo ha detto...

Paolo ai Corinti

« Pertanto, né colui che pianta è qualche cosa, né colui che annaffia, ma è Dio che fa crescere »

una sola fede ha detto...

ma infatti, come ho specificato anche io, le potenze delle tenebre agiscono più o meno occultamente contro di noi durante TUTTA la nostra vita, e alla fine probabilmente si fanno molto più manifeste. E questo lo dico non solo perchè anche molti Padri lo hanno detto (anche se oggi, in epoca relativista e iper-razionalistica la maggior parte attribuisce l'agonia a eventi SOLO puramente para-fisiologici, non parlo quindi ovviamente di te, mic), ma anche perchè mia madre non è stata, lei che aveva allora 58 anni, l'unica persona che ho visto morire. E in diversi casi il "corpo a corpo" di cui parlavo era come tangibile...e in più molti improvvisamente, quasi in preda a veri momenti di panico, uscendo momentaneamente dal sopore di quelle ore drammatiche hanno chiesto perdono a voce alta ad altri componenti della famiglia con cui ho saputo che non erano andati d'accordo o con cui non si parlavano da molto tempo, o altre cose significative che non sto a dire...

mic ha detto...

hanno chiesto perdono a voce alta ad altri componenti della famiglia con cui ho saputo che non erano andati d'accordo o con cui non si parlavano da molto tempo, o altre cose significative che non sto a dire...

E' una grazia da chiedere sempre, quella del pentimento e anche della perseveranza finale...

mic ha detto...

Cristina Siccardi, su MiL:

Nella Solennità liturgica di San Giuseppe è uscito su «il Foglio» un contributo di Alessandro Gnocchi che non possiamo semplicemente definire un articolo, ma è un vero e proprio inno funebre, completamente scevro di retorica, ricco di cristiano realismo, di Fede cristiana, di poesia cristiana. L’autore, al quale avrà pesato moltissimo raccontare fatti così intimi e nobili, ha scritto per fare un dono: portare alla conoscenza di tutti (credenti e non credenti, clero mondano e non mondano) come Mario Palmaro abbia preso seriamente la vita e come abbia preso seriamente la morte e come esse siano state un tutt’uno inscindibile, perché l’una spiega l’altra e vice versa.
Alessandro Gnocchi ci fa entrare nel recinto sacro delle doglie del trapasso, dove dolore e aspettazione per l'epigono hanno il sapore del puro amore, teso a raggiungere la Vita che non ha fine.
Pregammo in tanti per il miracolo… ma le vie del Signore non sono le nostre vie… e i nostri pensieri non sono i Suoi pensieri… Un tempo, nella nostra cattolica Italia, quando la Fede non era un banale sentimento e neppure un’elucubrazione mentale, quando il relativismo delle persone veniva considerato un male proveniente dalla superbia, dall’egoismo e dall’edonismo, si diceva che il Signore era solito a raccogliere, di quando in quando, i suoi fiori più belli. Così il Signore lo ha strappato alla terra, come sacrificio immenso proprio e della sua amata e bellissima famiglia, per portarlo con Sé e per dare l’esempio ai poveri, poverissimi cristiani dei nostri amari e desolati tempi come un uomo, che ha difeso con tutte le sue forze la vita, la Verità e la Fede, possa ancora morire da autentico e consapevole figlio di Santa Madre Chiesa. Scrisse mia mamma, che fu poeta: «… e corre l’ora nel triste bisogno:/vengono in segreto/toccarlo furtivo/suoni di pianto/quando chiamano/i morti più cari./Dalla fangaia/affiora un lume/dintorno si destano/sospiri confusi a lievi dolcezze/s’apre speranza/di gioia sognata». Quel passato sogno, fatto di certezze, è oggi per lui eterna presenza.
Cristina Siccardi

likeafairytale ha detto...

quando il velo che ci fa la carne inizia a staccarsi, ecco che i nostri occhi colgono un primo barlume delle realtà celesti e anche infernali. Quindi credo bene sia ai pentimenti improvvisi, alle lotte contro il demonio, a tutto. Mi sembra nella logica delle cose. Così come ho letto di tantissime morti di innocenti che sono stati visitati dalla Beata Vergine in maniera tangibile nell'ultima ora. Una mia piccola antenata morta di spagnola mentre agonizzava di colpo fissò un punto e si trasfigurò in viso davanti a tutti i parenti mormorando "bella, bella...." ed è spirata con queste parole sulle labbra. Così come è terribile assistere alla morte di probabili dannati, mia nonna ha assistito fino all'ultimo una mia prozia che ricordo ancora da piccolissima, avevo quasi terrore della sua casa così arcigna e sempre lugubre, non so. In vita aveva pensato sempre e solo a sè stessa e aveva fatto tanto male anche a mia nonna che invece la ripagò curandola nei momenti estremi. Invano cercò di procurarle i sacramenti, lei non aveva niente da dire...ha finito la sua esistenza inveendo e correndo come una scheggia furi dal letto con un balzo infernale.
Quando si pensa a queste morti viene davvero voglia di vivere "bene" il più possibile e meritare una morte pacifica e dignitosa come quella di Palmaro che ha avuto da Dio la giustizia negatagli dagli uomini.

Anonimo ha detto...

Eppure io non riesco a capire perchè i nostri pastori ci odiano così tanto da privarci di queste preghiere nell'ora della morte.La cosa tremenda é che tantissimi ormai muoiono senza un prete vicino. E la cosa ancora più tremenda è che tanti preti non sentono più il dovere di recarsi presso i moribondi. Sono tempi proprio molto difficili.Chris

una sola fede ha detto...

"Quando si pensa a queste morti viene davvero voglia di vivere "bene" il più possibile"


cara likeafairytale, vere e sante, anzi, santissime parole le tue, , di cui un tempo ci facevano cibare i pastori della Chiesa (per non parlare di quelli santi e dei Dottori): ripenso agli scritti di Sant'Alfonso Maria de' Liguori, ad esempio, ma anche molti altri i quali predicavano che se uno pensasse almeno una volta al giorno (e se più spesso meglio ancora) al momento della propria morte, con tutte le terribili lotte degli ultimi istanti, e ancor più al Giudizio del Giusto Giudice, sicuramente peccherebbe con molta meno facilità. Ed è importante questo, perché nel frattempo che uno, all'inizio per puro timore, si impegni progressivamente a non peccare più almeno mortalmente, il Signore poi gli faciliterà la strada con la Sua Grazia affinché successivamente egli, mettendoci sempre tutto il proprio impegno e il proprio ardore (la corrispondenza alla Grazia) non lo voglia fare più neanche venialmente (anche se tuttavia potrà ancora succedere spesso), e magari ne possa perfino, in certi cammini profondi, sentire orrore, perché a quel punto sarà solo per amore...

Anonimo ha detto...

Ite ad Joseph!!!


http://unesorcistaoggi.blogspot.it/2012/10/ite-ad-joseph-chi-vuole-grazie-ricorra.html

Anonimo ha detto...

Una sola fede, mic, grazie per le vostre testimonianze. Io ho avuto quella di mia nonna, morta di tumore. Negli ultimi giorni non parlava praticamente più, eppure il giorno prima di morire ha detto : Gesù, Giuseppe, Maria, vi dono il cuore e l'anima mia. Una fede tanto umile quanto forte, cose che i moderni cattolici adulti mai capiranno. Se sono cattolico è merito suo
John

Anonimo ha detto...

1 sola fede, la nostra è una società analgesizzata ed al contempo tanatofila in tanti aspetti, ma incapace di affrontare il problema più grande, quello della Morte, nessuno, preti in primis, ne parla mai, quasi come non toccasse prima o poi a tutti, l'estrema unzione non si dà più perché si muore in tanti posti diversi che dal proprio letto e poi perché sono stati cancellati i Novissini e rimosso il pericolo del peccato mortale, siamo tutti perdonati, cristiani e non, credenti e non.....dov'è il problema quando il massimo esponente dice che la misericordia e una sorta di panacea universale a portata di tutti? Le giaculatorie lette qui sotto mia madre ce le faceva dire tutte le sere dopo il rosario a noi bambini....by the way, il catechismo o tridentino o di Pio X non si trova più da nessuna parte, men che meno viene menzionato, sarei stato contento se almeno al catechismo di mio figlio fosse stato usato il Compendio voluto da papa Benedetto.....neanche l'ombra....Lupus et Agnus.

una sola fede ha detto...

@John,
grazie a te per la tua preziosa testimonianza: evidentemente quando si ha Dio, la Sacra Famiglia nel cuore, come aveva la tua cara nonna, le parole di lode e di ringraziamento tornano anche allorquando non si pensava più di poterle proferire, fosse pure utilizzando l'ultima molecola di ossigeno prima di tornare alla Casa del Padre...



@Lupus et Agnus

Intanto ben ritrovato, era qualche giorno che non ti avevo più incrociato...per quanto riguarda ciò che scrivi, questa è la nuova, MODERNISTA E RELATIVISTA misericordia (mi passerai gli aggettivi), quella cioè usata come una clava contro la Dottrina, contro la stessa Parola di Dio, che parla sì di Amore (perchè "Deus caritas est") e di perdono, ma parla anche di Verità, di porta stretta da imboccare per salvarsi, del ricco epulone che si trova all'inferno dopo una vita dissoluta senza essersi mai pentito, di "via da me, maledetti, nel fuoco eterno" come disse Gesù a coloro che non avevano impegnato la propria vita per amarLo né quindi per seguirLo, né amare il prossimo...e quindi le porte strette non possono diventare improvvisamente larghissime, e neppure quelle basse (sempre del Paradiso, si intende) dove si entra solo abbassando la testa, cioè attraverso l'umiltà, non possono trasformarsi in appena cinquanta anni, cioè dal CVII ad oggi, in altissime!

Invece, per quanto riguarda ciò che dici circa il Catechismo Tridentino lo puoi scaricare oppure se vuoi proprio il libro puoi acquistarlo on-line, è facilmente reperibile in pochissimi giorni, ma anche tramite una qualunque libreria cattolica, ed è un testo FONDAMENTALE e in più si legge veramente bene, è chiarissimo, direi limpido e un incedere che attrae, senza appesantire mai, al contrario di ciò che invece ci hanno propinato nel post-concilio, con tutte quelle verbosità e svolazzii dominati dal ma-anchismo che forse servono proprio a nascondere la fumosità dei "nuovi" concetti...

Quello di San Pio X (meglio il Maggiore, perchè è la versione integrale, rispetto al compendio, utile ma molto ridotto anche se per questo motivo più agile) si può trovare e scaricare facilmente: ne vale la pena perchè è a domande e risposte, come sai bene, e la versione integrale contiene tutto ciò che un cattolico che voglia essere veramente tale deve conoscere. Perciò a mio parere dovremmo, dobbiamo, impararlo praticamente a memoria, con la Sacra Scrittura sempre anch'essa a portata di mano, specie il Nuovo Testamento, per noi stessi e per trasmetterlo, visto che, come dici bene tu, di tutto questo ormai... ma chi ne parla più? e scusa la rima, ma sai che l'anima poetante ogni tanto mi scappa fuori ;)

Anonimo ha detto...

Grazie, 1 sola fede ne ho alcune vecchie copie, dicevo che nelle librerie 'cattoliche' (oops m'è scappata la parola)....non ce n'è neppure l'ombra e se lo chiedi ti guardano come fossi sceso da un ufo.....sì, sono accessibili, ma adesso si usano testi da far inorridire anche uno scomunicato come me, non so se hai figli in età da catechismo, ma quelli che si usavano all'epoca di mio figlio, anni 2000 beninteso, erano una cosa difficile da definire dottrinale o lontanamente simile dalla dottrina cattolica anche ridotta agli estremi dello scibile. Non scrivo molto perché ho, more solito, un mare di guai in famiglia.....tiremm'innanz. Lupus et Agnus.

una sola fede ha detto...

Segnalo, sperando possa interessare, l’intervista del Giornale ad ALESSANDRO GNOCCHI.

Toccanti, commoventi le sue parole sugli ultimi momenti insieme all’amico di sempre, che fino all’ultimo si è interessato amorevolmente, con tutto se stesso della Chiesa, che ha sempre amato, era evidentemente una sua grande, impegnativa missione su questa terra, si capisce anche da ciò che riporta Gnocchi…:

“[…]Mercoledì 12 marzo, appena 24 ore dopo che il volume era arrivato nelle librerie, ha dovuto accompagnare al camposanto Palmaro, 45 anni, l'amico di una vita, del quale nel 1998 era stato testimone di nozze insieme con Eugenio Corti, autore del celebre romanzo Il cavallo rosso. «Martedì 4, ormai consumato dal cancro al fegato, HA VOLUTO INVIARMI ALCUNE INTEGRAZIONI PER IL NOSTRO ARTICOLO sulla relazione con cui il cardinale Walter Kasper aveva aperto il concistoro sulla famiglia, uscito l'indomani sul Foglio: conservo le note battute al computer con caratteri rossi come se fossero una reliquia.
Giovedì 6 ha fatto in tempo a vedere la copia staffetta di Questo Papa piace troppo: ERA FELICE. Domenica 9 ha reso l'anima a Dio».

«Sono arrivato a casa di Mario alle 19.30. Al capezzale c'erano la moglie Annamaria con i figli Giacomo, 14 anni, Giuseppe, 12, Giovanna, 8, Benedetto, 7, la matrigna, perché la madre morì nel 1968 partorendolo, e due vicine. L'agonia è stata dolorosa, tremenda. Alle 22 abbiamo cantato il Salve Regina. Alle 22.10 è spirato».

[…]


E poi a proposito di Bergoglio…

“Ma a un cattolico è consentito criticare il Sommo Pontefice?
«È addirittura un obbligo sancito per i laici dal canone 212, paragrafo 3, del codice di diritto canonico: “In modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, essi hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa; e di renderlo noto agli altri fedeli”. Non creda che sia stato facile, per Palmaro e per me, dire a nostro padre che cosa pensassimo di lui».


…e di Fanzaga (ogni commento mi pare superfluo):

“E nemmeno conveniente.
«Mi ha turbato il modo in cui padre LIVIO FANZAGA, DIRETTORE DI RADIO MARIA, ci ha cacciati dopo 10 anni di interventi trasmessi gratis et amore Dei. NON ERANO NEPPURE PASSATE 24 ORE DALLA SEPOLTURA DI MARIO quando l'ho sentito infierire via etere, vantandosi del “”BEL REPULISTI COMPIUTO TRA I CONDUTTORI: QUALCUNO HO DOVUTO FARLO SCENDERE DALLA CATTEDRA E METTERLO SU UN SEMPLICE SEGGIOLINO””. Fra tanti denigratori, nessuno, neppure un prete, ha presupposto la nostra buona fede. Siamo stati inondati di mail e telefonate d'insulti, ci hanno cancellato le conferenze già fissate in giro per l'Italia. Non potendo demolire gli argomenti, sono state demolite le persone».
[…]

Fonte e resto dell’intervista:
http://www.ilgiornale.it/news/interni/questo-papa-non-mi-piace-e-dirlo-preciso-dovere-1004045.html