martedì 16 agosto 2022

Cosa si chiedeva, cosa ci si aspettava, cosa accadde: i Padri conciliari e il Canone romano latino

Nella nostra traduzione da New Liturgical Movement    . Qui l'indice degli articoli precedenti e correlati.
Cosa si chiedeva, cosa ci si aspettava, cosa accadde: 
i Padri conciliari e il Canone romano latino 
Peter Kwasniewski

Ho sentito dire molte volte che a metà degli anni Sessanta il Vaticano assicurava ai fedeli che il Canone romano sarebbe rimasto sempre identico, e in latino; invece, dopo un breve lasso di tempo, nelle formule assembleari furono introdotte nuove preghiere eucaristiche e si consentì, se non in pratica si rese obbligatorio, l’uso delle lingue vernacolari. A riportarmi alla mente la questione è stato un post in cui don Hunwicke, a proposito del libro di Bryan Houghton Il prete indesiderato, scrive:
Nel 1964, quando si cominciò a mettere mano alla Messa, Don Houghton pensò di ritirarsi. “Ma decisi di non farlo: nella Messa del 1964 il Canone non era stato cambiato, in teoria era rimasto a bassa voce e in latino. Nel 1964 si poteva ancora celebrare la Messa con una certa dose di devozione. Comunque, il giorno in cui il Canone fu modificato scrissi al vescovo per rassegnare le dimissioni. Egli mi rispose con una splendida lettera in cui affermava: ‘Nessuno ha intenzione di riformare il Canone’, aggiungendo che ‘i vescovi hanno appunto il compito di impedirlo’. Povero, caro vescovo! Com’era lontano dall’immaginare quel che sarebbe successo!” Eppure il vescovo Leo Barker aveva partecipato a tutte le quattro sessioni del Concilio; se nemmeno lui era riuscito a prevedere le trame che si stavano ordendo…
Rileggendo questo aneddoto ho ripensato al fatto che avrei sempre voluto scoprire di più sullo specchietto per le allodole che si approntò durante e poco dopo il Concilio Vaticano II. Così mi sono rivolto al nostro esperto di questioni conciliari, Matthew Hazell, che mi ha fornito i dati confluiti in questo post (grazie, Matthew!). Ho tradotto personalmente i testi dal latino, per cui gli eventuali errori sono da attribuirsi a me.

Sebbene Matthew e io non siamo riusciti a reperire un testo ufficiale del Vaticano di metà degli anni Sessanta che affermi che il Canone sarebbe rimasto sempre identico, e in latino, negli Acta del Vaticano II c’è una mole di prove che certamente paiono indicare che una simile garanzia si dava per scontata. Inoltre, nei vota preconciliari (vale a dire un elenco di desiderata fatti pervenire dai vescovi di tutto il mondo, in cui si esponevano le questioni che avrebbero voluto veder dibattute), colpisce che persino i vescovi che avrebbero accolto volentieri un’intera Messa in lingua vernacolare escludevano espressamente il Canone romano. Quando si parla di impiego della lingua vernacolare o ci si riferisce alla Messa dei catecumeni (definita svariate volte “la parte didattica della Messa”), o si introduce la clausola “ad eccezione del Canone”, come dimostrano i seguenti, numerosi esempi.

Questa circostanza, esposta nel mio precedente articolo “I Padri conciliari a sostegno del latino: sfatare una falsa narrazione”, è più che sufficiente a dimostrare che talune figure attualmente operanti in Vaticano stanno, per usare un eufemismo, raccontando frottole sul Vaticano II e sulla circoscritta riforma liturgica che si voleva attuare e a cui si diede l’assenso.

Acta et Documenta Concilio Oecumenico Vaticano II Apparando: Series I (Antepraeparatoria) [d’ora in poi ADA] 

ADA II.1
+ Leo Pietsch (ausiliare di Seckau, Austria)
[100] De liturgia divina celebranda facultative in lingua vernacula, Sanctae Missae Canone excepto. 
[Si deve concedere la facoltà di celebrare la divina liturgia in lingua vernacolare, con l’eccezione del santo Canone della Messa].
+ Jean-François Cuvelier, Congregazione del Santissimo Redentore (tit. Circesium) 
[Vicario Apostolico di Matadi, Congo Belga (indipendente dal 1960, poi divenuto Repubblica Democratica del Congo dal 1997).
[134] Petitur ut ordinariis concedatur facultas permittendi usum linguae vernaculae in missa, saltem pro prima parte i. e. usque ad Canonem, deinde etiam a « Pater noster » usque ad ultimum evangelium inclusive. 
[Si chiede che sia concessa facoltà agli ordinari di consentire l’uso della lingua vernacolare nella Messa, almeno nella prima parte, cioè fino al Canone, e poi dalla Preghiera del Signore fino all’ultimo Evangelo compreso].
+ Félix-Marie-Honoré Verdet (ausiliare di Nizza, Francia).
[496] Optabile est, mea quidem sententia, ut in priore parte Missae sermo patrius amplitudine maiore fruatur, secluso omnino Canone. Epistula et Evangelium praecipue voce magna atque solemniter pronuntientur ea lingua quam fideles multo facilius intelligunt (translatio enim lectionum, ut opinor, tantam vim non habet ut loco usus patrii sermonis esse valeat). 
[Ritengo preferibile che nella prima parte della Messa si dia maggiore spazio alla lingua vernacolare, escludendo del tutto il Canone. In particolare l’Epistola e il Vangelo andrebbero pronunciati solennemente ad alta voce nella lingua più comprensibile ai fedeli (dal momento che una traduzione scritta delle Letture a mio avviso non ha una forza tale da prevalere sull’impiego della lingua locale nella proclamazione)].

ADA II.2
+ Patrick Collier (Ossory, Irlanda)
[93] Ad fructuosiorem participationem fidelium in sacrificio Missae, nobis videtur esse necessarium habere usum pleniorem linguae vernaculae: id est omnia ante et post Canonem Missae in lingua vernacula, Canon Missae semper in lingua Latina. 
[Per una più fruttuosa partecipazione dei fedeli al sacrificio della Messa, ci sembra necessario un uso più pieno della lingua vernacolare: cioè, prima e dopo il Canone tutto dev’essere in vernacolare, ma il Canone della Messa sempre in latino].
+ Francisco Maria da Silva (ausiliare a Braga, Portogallo)
[625] [I]n administratione sacramentorum ac sacramentalium imo in Sancti Sacrificii Missae celebratione, excepto Canone, lingua vulgari uti possit. 
[Nell’amministrazione dei sacramenti e dei sacramentali, come nella celebrazione del Santo sacrificio della Messa – con l’eccezione del Canone – si può usare il linguaggio comune].
+ Jacques Mangers, S.M. (Oslo, Norvegia)
[637] Etiam aliae quaestiones vere actuales examinandae sunt, v. g. usus linguae vernaculae in functionibus liturgicis, etiam, in celebratione Missae, Canone excepto… 
[Andrebbero esaminate scrupolosamente anche altre questioni attuali, ad esempio l’uso della lingua vernacolare nelle funzioni liturgiche, anche nella celebrazione della Messa, ad eccezione del Canone].
++ Cardinale Stefan Wyszynski (Varsavia, Polonia)
[677] Inter primaria media ad protegendam participationem fidelium in sacrificio Missae adhiberi potest introductio linguae vernaculae ad stabiles partes Missae ante Offertorium scilicet ad Gloriam, Lectionem, Evangelium et Credo. Reliquae partes Missae, praesertim in Canone, latine recitandae sunt. [Tra i mezzi principali per promuovere la partecipazione dei fedeli al sacrificio della Messa si può privilegiare l’introduzione della lingua vernacolare nelle parti fisse precedenti l’Offertorio, cioè il Gloria, l’Epistola, il Vangelo e il Credo. Le rimanenti parti, specie il Canone, dovrebbero essere recitate in latino].
+ Wacław Majewski (ausiliare di Varsavia, Polonia)
[706] Ad augendam activam participationem fidelium in Missae Sacrificio videtur mihi Gloria, Credo, Lectio et Evangelium in lingua [707] vernacula inducendum esse, lingua latina tantum in Canone necnon in mutabilibus Missae partibus esse servanda. 
[Per accrescere la partecipazione attiva dei fedeli al Santo Sacrificio della Messa ritengo che il Gloria, l’Epistola, il Vangelo e il Credo dovrebbero essere pronunciati in lingua vernacolare, mentre il latino andrebbe riservato solo al Canone e alle parti variabili della Messa].

ADA II.3
+ Guido Maria Mazzocco (Adria, Italia)
[22] Pars Missae quae elata voce a Sacerdote legitur, praesertim illa quae didactica dicitur, lingua vulgari, legenda, meo iudicio, videtur, ita ut omnes dare intelligant, sicut antiquo tempore intelligebant. Unica lingua latina, ubique terrarum, servari poterit [23] in Canone. Tali modo populus in divinis rebus, maxime animae necessariis, extraneus non teneretur. 
[Le parti della Messa pronunciate ad alta voce dal sacerdote, specie quelle chiamate didattiche, a mio giudizio andrebbero lette in lingua volgare, in modo che tutti possano comprendere, come comprendevano nei tempi antichi. La lingua latina, in tutto il mondo, andrebbe mantenuta solo nel Canone. In tal modo il popolo non rimarrebbe estraneo alle cose divine, sommamente necessarie al bene delle anime].
+ Giuseppe Bonacini (Bertinoro, Italia)
[105] De S. Missae Sacrificio: S. Missae Sacrificium ad pristinam simplicitatem reddatur, quo populus id altius intelligere et scienter participari possit. Quam ob rem lingua latina in Missa tantum quae dicitur «fidelium», vel potius in solo Canone servetur. 
[Il Santo Sacrificio della Messa andrebbe riportato alla sua originaria semplicità, grazie alla quale il popolo può comprenderlo più profondamente e partecipare in maniera consapevole. Tuttavia il latino andrebbe conservato nella parte denominata “Messa dei fedeli”, o piuttosto solo nel Canone].
+ Danio Bolognini (Cremona, Italia)
[241] In Rituali et Pontificali linguae vernaculae usum augere, eo tamen modo ut lingua latina in formulis Sacramentorum et in S. Missae Canone retineatur. 
[Aumentare l’uso della lingua vernacolare nel Rituale e nel Pontificale, ma in modo tale che il latino sia mantenuto nelle formule sacramentali e nel Canone della Santa Messa].
+ Felicissimo Stefano Tinivella, O.F.M. (Diano-Teggiano, Italia)
[247] Lingua vulgaris in Sacramentorum administratione et functionibus sacris, in Missa extra Canonem, imponatur ut christifideles vitaliter intersint. 
[La lingua volgare andrebbe imposta nell’amministrazione dei sacramenti e nelle funzioni sacre, e nella Messa ad eccezione del Canone, in modo che i fedeli siano più attivamente coinvolti].
++ Angelo Paino (Messina, Italia)
[373] Servata lingua latina in canone Missae et in essentialibus relate ad sacramentorum collationem, optandum videtur ut partes quae ad fidelium instructionem sunt, lingua patria legantur eo fine ut populus attente et digne participet. Pari ratione revisenda videntur caeremoniae et ornamenta ecclesiastica quae non cohaerent nostrae aetatis exigentiis spiritualibus.
[Fermo restando che si debba mantenere la lingua latina nel Canone della Messa e nelle parti essenziali relative all’amministrazione dei sacramenti, appare preferibile che le parti concernenti l’istruzione dei fedeli siano lette nella lingua locale, in modo che i fedeli possano partecipare più attentamente e con maggior frutto. Per la stessa ragione, appare opportuno modificare le cerimonie e gli ornamenti ecclesiastici non più conformi alle esigenze spirituali dei nostri tempi].

ADA II.4
+ Paul Yoshiyuki Furuya (Kyoto, Giappone)
[78] Exoptatur ut permittatur litare Sacrum in lingua vernacula, excepto Canone. 
[Si auspica fortemente che la liturgia sia celebrata in lingua vernacolare, ad eccezione del Canone].
+ Lucas Katsusaburo Arai (Yokohama, Japan)
[90] De usu linguae vernaculae in tota Missa, canone excepto. 
[Sull’uso della lingua vernacolare nell’intera Messa, ad eccezione del Canone].
+ Ignatius Mummadi (Guntur, India)
[132] Nonne expedit uti lingua vulgari cuiuslibet regionis in Missa, exceptione facta evidenter de Canone? 
[Non sarebbe vantaggioso impiegare nella Messa la lingua volgare, di qualunque paese, con l’ovvia eccezione del Canone?] 
++ Joseph Mark Gopu (Hyderabad, India)
[134] Usus linguae regionalis in prima parte S. Missae augeri potest, praesertim quoad epistolam et evangelium sed non in Canone Missae. 
[L’uso delle lingue regionali nella prima parte della Messa si può incrementare, specie nell’Epistola e nel Vangelo, ma non nel Canone della Messa].
+ Antony Padiyara (Ootacamund, India)
[184] Valde suadendum est omnes partes Missae excepto tamen Canone, lingua vulgari recitari, eo fine ut fideles active participent. 
[È estremamente raccomandato che ogni parte della Messa, eccetto il Canone, sia in lingua volgare, affinché i fedeli possano attivamente partecipare].
+ Jean-Rosière-Eugène Arnaud, M.E.P. (vicario apostolico a Thakhek, Laos)
[379] Pour le bien des fidèles on souhaiterait d’avoir la permission d’user de la langue qu’ils comprennent, en dehors du Canon ou au moins jusqu’à l’Offertoire. 
[Per il bene dei fedeli sarebbe auspicabile che sia consentito l’uso della lingua che essi comprendono, ad eccezione del Canone e almeno fino all’Offertorio].
Pietro Maleddu, O.F.M. Conv. (prefetto apostolico ad Ankang, Cina)
[594] Lingua latina in Officio Divina et in toto Canone Missae, excepto «Paternoster», retineatur. [La lingua latina andrebbe conservata nell’Ufficio divino e in tutto il Canone della Messa, ad eccezione del Pater Noster].

ADA II.5
+ Manuel António Pires (Silva Porto, Angola)
[126] 3. Usus linguae vernaculae in sacramentorum administratione, formula excepto. 4. Idem in celebratione sancti sacrificii Missae, Canone integro excepto. (Excepta tantum duplici consecratione?) [Uso della lingua vernacolare nell’amministrazione dei sacramenti, tranne che per le formule. 4. Idem nella celebrazione del Santo sacrificio della Messa, tranne l’intero Canone].
+ Alphonse Joseph Matthysen, M. Afr. (vicario apostolico a Lac Albert, Repubblica Democratica del Congo)
[185] Emploi de la langue vivante pour toutes les prières de la Messe sauf le Canon. 
[Uso della lingua viva per tutte le preghiere della Messa, tranne il Canone].
+ John Reddington, S.M.A. (Jos, Nigeria)
[342] Ut in Missa, lingua vernacula a sacerdote utatur, usque ad Canonem. 
[Nella Messa si usi da parte del sacerdote la lingua vernacolare, fino al Canone].
+ Joseph Fady (Lilongwe, Malawi)
[367] Partes Missae quae vulgo Missa Catechumenorum nuncupatur, utpote, Christifideles et Catechumeni doctrina instruuntur, sola lingua vernacula a sacerdote legantur. Illa autem pars quae Canon nuncupatur, lingua latina a sacerdote legatur. 
[Le parti della Messa chiamate comunemente Messa dei catecumeni, laddove i fedeli e i catecumeni vengono istruiti con l’insegnamento, sono pronunciate dal sacerdote solo in lingua vernacolare. Tuttavia la parte chiamata Canone viene pronunciata dal sacerdote in latino].
+ Agostino Baroni, M.C.C.I. (vicario apostolico a Khartum, Sudan)
[460] Operam et studium iam contulimus ad partecipationem fidelium in celebratione Sanctae Missae obtinendam. Fortasse bonum est ut linguam vernaculam quoque permittatur in tota Missa, exceptione facta de Canone Missae, vel exceptione facta de prima parte Canonis Missae, i.e. a principio Canonis usque ad Pater Noster, ut fideles una cum Sacerdote a Pater Noster sese preparent in lingua vernacula ad Sanctae Communionis receptionem. 
[Ci siamo adoperati e abbiamo studiato mezzi per ottenere la partecipazione dei fedeli alla celebrazione della Santa Messa. Forse è bene che la lingua vernacolare sia parimenti consentita nell’intera Messa, fatta eccezione per il Canone, o per la prima parte del Canone, cioè dall’inizio fino al Padre Nostro, in modo che i fedeli possano prepararsi a ricevere la Santa Comunione in lingua vernacolare].

ADA II.6
+ Paul Hallinan (Charleston, U.S.A.)
[289] De Liturgia. — Ut fideles nostri melius comprehendere et ardentius amare Sacrum Sacrificium Missae tamquam supremum Actum Sacrificii possint necnon Deum glorificare et se habere ut membra Corporis Mystici Domini Nostri Iesus Christi, et ut principia participationis liturgicae inculcata in Instructione de Musica et Liturgia Sacra et in Littera Encyclica Mediator Dei celerius realizentur commendamus ut disputetur de utilitate textus Missae in linguis vulgaribus (canone excepto) tum pro fidelibus tum pro sacerdote.
Fideles nostri ferventer volunt participate active in liturgia S. Missae, interne, vocaliter et sacramentaliter. Nostra in dioecesi, usus librorum Missae ex parte multorum fidelium et, recentius, participatio vocalis praeclarae probationes de bona voluntate fidelium sunt. Nihilominus, difficile est pro aliquibus enuntiare vel faciliter comprehendere linguam Latinam; et propter hoc, quia ex stirpe Britannica-Saxone, Celtica, Germanica, vel Slavonica sunt, non possunt introire in dialogum plenum et profundum. Usus in Missa lecta linguarum vulgarium (in translatione approbata a Sancta Sede Apostolica) esset auxilium maximum — « tamquam colloquens cum sacerdote » (§ 31). Conservatio Sacrosanctorum verborum liturgiae in lingua Latina asseveraretur retinendo canonem in lingua Latina. Quilibet abusus translationis in parte residua Missae prohiberetur permittendo, in singula lingua, singulam translationem approbatam. 
[A proposito della liturgia. Affinché i nostri fedeli possano meglio comprendere e più ardentemente amare il Santo Sacrificio della Messa come il supremo atto di sacrificio in modo che anch’essi possano glorificare il Signore e disporsi come membri del Corpo mistico di Nostro Signore Gesù Cristo, e affinché i principi della partecipazione liturgica inseriti nell’Istruzione sulla musica e la sacra liturgia all’interno della Lettera Enciclica Mediator Dei possano essere più rapidamente acquisiti, raccomandiamo che si discuta dell’utilità dei testi della Messa in lingua comune (eccetto il Canone), sia per i fedeli che il sacerdote. I nostri fedeli desiderano con fervore partecipare attivamente alla liturgia della Santa Messa, interiormente, oralmente e sacramentalmente. Nella nostra diocesi l’uso dei messali quotidiani da parte di molti fedeli e, più recentemente, la partecipazione vocale sono splendidi esempi della loro buona volontà. Tuttavia per molti è difficile articolare o afferrare facilmente la lingua latina; e per tale motivo, essendo di origine anglosassone, irlandese, tedesca o slava, non possono entrare in un pieno e profondo dialogo. L’uso del linguaggio comune nella Messa bassa (in una traduzione approvata dalla Santa Sede) sarebbe di grande beneficio – “come parlare con il sacerdote”. La preservazione del latino nelle più sante formule della liturgia sarebbe affermata nel modo più efficace lasciando il Canone in quell’idioma. Qualunque abuso nella traduzione{si dovesse verificare}nella rimanente parte della Messa sarebbe impedito consentendo una sola traduzione approvata per ciascuna lingua.]
(La precedente dichiarazione dell’allora vescovo Paul Hallinan, in seguito arcivescovo di Atlanta, presidente della Commissione liturgica episcopale statunitense, membro della Commissione internazionale per l’inglese nella liturgia, è di particolare interesse…!)
+ John Cody (Kansas City–St Joseph, U.S.A.)
[350] [O]b privilegia extraordinaria a S.P. Pio XII populo catholico concessa praesertim quoad ieiunium eucharisticum, Christifideles participationem magis activam in adsistendis Missis in dies habituros esse sperandum est, etsi isti responsiones in lingua latina generatim facere possint, videtur opportunum ut quaedani partes Missae (extra Canonem), v. g. epistola, evangelium (semper ex textu approbato a Sancta Sede), in lingua vernacula recitari possint. In aliis Sacramentis, Baptismi, Matrimonii, Extremae Unctionis, Confirmationis, recipiendis, plebs multum fructum haurire potest si ipsa verba (excepta forma sacramenti) in lingua vernacula prolata intelligant; hoc valet in primis pro conversis ad fidem.
[Considerato il privilegio straordinario concesso da Papa Pio XII ai cattolici specie per quanto riguarda il digiuno eucaristico, in questi giorni si auspica una più attiva partecipazione dei fedeli di Cristo che assistono alla Messa; e se essi solitamente sono in grado di rispondere in latino, appare opportuno che alcune parti della Messa (all’infuori del Canone), ad esempio l’Epistola e il Vangelo (sempre in un testo approvato dalla Santa Sede) siano proclamate in lingua vernacolare. Nella ricezione di altri sacramenti – battesimo, matrimonio, estrema unzione, confermazione – i fedeli potrebbero trarre maggior frutto qualora le formule (tranne quelle sacramentali) fossero recitate ad alta voce nella lingua vernacolare; ciò sarebbe particolarmente positivo per i convertiti].
+ Richard Gerow (Natchez–Jackson, U.S.A.)
[378] In re liturgica: mihi videtur quod in bonum fidelium redundaret usus [379] amplior linguae vernaculae in actibus liturgicis. Exempli gratia: In Sacrosancto Missae Sacrificio, si ea pars quae extra canonem est, in lingua populi a celebrante diceretur, fideles ipsi melius, et devotius, in unione cum sacerdote, participes fieri potuerint caeremoniarum Missae. Et quoad breviarium a sacerdotibus quotidie legendum hoc, saltem in maiore parte, in lingua nativa legi poterit. Eadem dicenda de administratione Sacramentorum et Sacramentalium. Sacramenta sunt propter homines. Instituta fuerunt principaliter ut effectum haberent ex opere operato, sed etiam debent effectum secundarium producere ex opere operantis – et hic effectus melius haberetur si bene intelligerent fideles sensum verborum quae dicuntur.
[In materia liturgica, ritengo che un uso più ampio della lingua vernacolare nelle azioni liturgiche vada a giovamento dei fedeli. Ad esempio, nel Santissimo Sacrificio della Messa, se le parti al di fuori del Canone fossero recitate dal celebrante nel linguaggio del popolo i fedeli potrebbero meglio e più devotamente partecipare alle cerimonie in unione col sacerdote. Quanto al breviario letto quotidianamente da quest’ultimo, almeno la maggior parte potrebbe essere letto nella lingua madre. Lo stesso si dovrebbe dire per l’amministrazione degli altri sacramenti e dei sacramentali, poiché i sacramenti sono per il bene degli uomini. Essi furono istituiti principalmente di modo che esplicassero i loro effetti ex opere operato, ma devono anche produrre un effetto secondario ex opere operantis, e tale effetto si otterrà meglio se i fedeli comprenderanno pienamente il senso delle parole pronunciate].

ADA II.7
+ Emilio Antonio di Pasquo (San Luis, Argentina)
[79] In Sancto Sacrificio usus linguae vernaculae in partibus non essentialibus: Orationibus praeliminaribus, Introito, Lectionibus, Evangeliis. Canon totus lingua latina recitetur. 
[Nel Santo Sacrificio, l’uso della lingua vernacolare va riservato alle parti non essenziali: le preghiere preliminari, l’Introito, le Epistole, i Vangeli. L’intero Canone andrebbe recitato in latino].
+ José Maria Pires (Araçuaí, Brazil)
[132] Eadem ratione convenire videtur usus vernaculi in Sacrificio Missae excepta ea parte canonis a verbis Te igitur usque ad doxologiam. 
[Per la stessa ragione l’uso della lingua vernacolare nel Sacrificio della Messa appare appropriato, tranne che per il Canone dalle parole Te igitur fino alla dossologia].
Provincia ecclesiastica di Ribeirão Preto (Brasile)
[Che comprende i seguenti: ++ Luis do Amaral Mousinho (Ribeirão Preto), + Lafayette Libânio (São José do Rio Preto), + José Varani (coadiutore di Jaboticabal), e +José Joaquim Gonçalves (ausiliare di Rio Preto).] 
[241] Linguam servare latinam in partibus tantum essentialibus seu fundamentalibus tum Missae tum Sacramentorum et Sacramentalium, ut sunt, v.g., Canon Missae et Formae sacramentales; in aliis autem, lingua uti vernacula, ut populus christianus facilius, melius ac maiore delectamine veram participationem habeat in actibus liturgicis. 
[Mantenere il latino solo nelle parti essenziali e fondamentali della Messa come anche negli altri sacramenti e sacramentali, cioè il Canone e le formule dei sacramenti; in altri momenti, tuttavia, usare la lingua vernacolare, così che i fedeli possano svolgere un’attiva partecipazione alle azioni liturgiche più facilmente e con maggior entusiasmo].
+ Raúl Zambrano Camader (ausiliare di Popayán, Colombia)
[461] Uti lingua vernacula in introductione Missae, in Offertorio, in actione gratiarum, licet in canone linguam latinam retineamus… 
[Usare la lingua vernacolare nell’introduzione della Messa, l’Offertorio, il ringraziamento, ma lasciare il latino nel Canone… ]
+ Críspulo Benítez Fontúrvel (Barquisimeto, Venezuela)
[553] Quod ad Sanctum Sacrificium Missae attinet, necesse est lingua vernacula Missam celebrare, excepto Canone, quem lingua latina reddere decet. 
[Per quanto concerne il Santo Sacrificio della Messa, è necessario celebrare la Messa in lingua vernacolare, eccetto il Canone, che è appropriato recitare in latino].
+ Launcelot John Goody (Bunbury, Australia)
[586] Quod usus linguae vulgaris in administratione omnium Sacramentorum permittatur, Pontificali ritu non excluso. Item, usus linguae vulgaris in Missa tam solemni quam quotidiana introduci posset, eo tamen sensu ut Canon Missae nonnisi lingua latina exclusive recitandum esset. 
[Che si possa consentire l’uso della lingua comune nell’amministrazione di tutti i sacramenti, senza escludere il rito pontificale. Ancora, l’uso della lingua vernacolare può essere introdotto sia nella Messa solenne che in quella quotidiana, ma con l’avvertenza che il Canone sia recitato esclusivamente in latino]. 

Questo per quanto riguarda i vota preconciliari.

* * *

Alcuni interventi al Concilio

Durante lo stesso Concilio, numerosi vescovi favorevoli a introdurre nella Messa almeno alcune parti in lingua vernacolare ne esclusero esplicitamente l’uso nel Canone, come risulta dai loro interventi orali o scritti:
+Borromeo (AS I.1, p. 490)
++Jaeger (AS I.1, pp. 630-631)
+Jannucci (AS I.1, pp. 631-632)
+Devoto (AS I.2, pp. 71-73)
+Tou (AS I.2, pp. 90-91)
+Lebrun Moratinos (AS I.2, p. 245)
+Valerii (AS I.2, pp. 277-278)

* * *

Documenti d’archivio inglesi

Presso l’archivio diocesano di Westminster, in cui Matthew Hazell ha scovato una copia firmata dell’ “indulto di Agatha Christie” (mi spiace, zio Arthur, esiste davvero, anche se a Roma non l’hai trovato!), vi è una copiosa corrispondenza inviata al cardinale Heenan da cattolici scontenti di tutta l’Inghilterra, che si lamentavano aspramente del fatto che i sacerdoti dessero le spalle all’altare, dell’uso della lingua vernacolare, della musica e così via. 
Come si può arguire dalle lettere qui riprodotte (del 1963, 1964, 1966 e 1968), l’Arcivescovo di Westminster rassicurò i fedeli che solo parte della Messa sarebbe stata in vernacolare, e poi, quando ciò non avvenne, almeno che la Messa in latino non sarebbe stata completamente abbandonata e sarebbe stata disponibile in ogni diocesi
È difficile immaginare come dev’essere stato terribile a quei tempi essere un vescovo che amava la liturgia latina. Appare evidente come l’ultramontanismo di Heenan faccia vacillare le sue affermazioni.



* * *

In conclusione, vale la pena notare che l’arcivescovo (poi cardinale) Dino Staffa [vedi anche], in uno dei suoi interventi conciliari, colse in anticipo il genere di argomentazioni che riformatori come Bugnini (cfr. Riforma, p. 112) avrebbero in seguito apportato a proposito del Canone in lingua vernacolare:
Si vere lingua vulgaris est necessaria ad alendam pietatem fidelium, qui secus ecclesias deserunt, si linguae vulgaris usus omnino requiritur ad actuosam et fructuosam participationem sacrae Liturgiae, concludendum est, non tantum in lectionibus et aliis partibus, sed et in Canone et Consecratione linguam vulgarem esse adhibendam. (AS I.1, p. 428) [Se una genuina lingua vernacolare è necessaria ad alimentare la pietà dei fedeli, che altrimenti abbandonerebbero le chiese – se l’uso di questa lingua vernacolare è assolutamente richiesto per un’attiva e fruttuosa partecipazione alla sacra liturgia – allora finirà che la lingua vernacolare sarà usata non solo nelle letture e nelle altre parti, ma anche nel Canone e nella Consacrazione].
Quali sono le mie conclusioni a partire da questa raccolta preliminare di informazioni? 
L’autentica versione dei fatti attende di essere scritta, ma ciò non rientra nelle facoltà dei signori della guerra progressisti di questi tempi. 
[Traduzione per Chiesa e post-concilio e cura di Daniela Middioni]

20 commenti:

Anonimo ha detto...

Evidentemente erano e sono presenti intenzioni ben altre dalla lingua vernacolare. A questo punto bisogna solo capire non solo chi erano i rivoluzionari manifesti ed occulti, ma da chi furono mossi e sostenuti dall'esterno e da quanto tempo era ed è in essere l'intrigo internazionale: Catholica delenda est.

Anonimo ha detto...

Ci vorrebbe un paziente Tom Ponzi

Anonimo ha detto...

Personalmente giunsi alla conclusione che il postconcilio fece quanto non previsto dal concilio, usarono certe formule onde poi bypassarle a modo loro e con la prassi in primis.A sostegno di ció sta il fatto che mons. Lefevbre firmó i documenti conciliari ( che senza dubbio dovevano comunque svecchiare dal farisaismo arroccato ormai a mó di nuovo sinedrio) e il card. Siri disse che andavano letti in ginocchio.

E.P. ha detto...

Fu una rivoluzione, nel senso che ebbe vita facile chiunque avesse avuto voglia di rivoluzionare qualcosa avendo le idee chiare solo sul quando ("subito") ma non sul come e sul cosa (tanto meno sul perché). Formidabili Quegli Anni Conciliari.

Cercare un filo logico è come cercare di capire il progetto distruttivo di un branco di vandali: si finisce inevitabilmente ad interrogarsi su chi e cosa traggono beneficio da quella distruzione. Cioè sui nemici dell'unica vera fede.

Catholicus ha detto...

Don Andrea Mancinella "1852 - rivoluzione nella Chiesa", poi i li bri di don Luigi Villa sul Concilio, su Montini, su Roncalli, su Wojtyla : niente di meglio per comprendere l'intrigo internazionale di cui è rimasta vittima la Chiesa di Cristo dal 1958 in poi (don Villa cercarono dui ucciderlo per ben sei volte, ma non ci riuscirono, allora decisero di farlo passare per pazzo, un po' come fecero con mons. Léfèbvre e oggi fanno con mons. Viganò; la tattica dei figli e servi del demonio è sempre la stessa, cambiano solo gli esecutori e lo scenario degli eventi, ma chi vuo capire non ha difficoltà a capire. Se veramente questi sono gli ultimi tempi, di cui parlano la beata Anna Katharina Emmerick e la Maadonna di Fatima, allora il loro potere dovrebbe essere quSI l capolinea, speriamolo.

Catholicus ha detto...

Chiedo scusa, il titolo del libro di don Andrea Mancinella è "1962, rivoluzione nella Chiesa"

Bonum certamen certavi ha detto...

Eh! fosse solo questione di vernacolo e di latino! La realtà è ben altra.
Esiste un'opera importantissima da studiare per combattere con cognizione di causa:
Maurice Pinay, Complotto contro la Chiesa, Edizioni Effedieffe, Euro 20.
Il vernacolo non lo vogliamo. Lo lasciamo ai 'conservatori': che lo mettano sotto spirito!

Quel Pastore sembra il Papa. ha detto...

Mons Lelio Baresi
La Croazia festeggia l'Assunzione
https://gloria.tv/post/7GPJiS4EgNL4A6WLDXNhUjdQg

Anonimo ha detto...

Aggiungerei anche i libri di Mons. Spadafora

Da Fb ha detto...

Per la prima volta nella mia vita stasera ho partecipato a una Santa Messa (tridentina) solenne con diacono e suddiacono.
Uno dei momenti che mi ha colpito di più è stato quando il suddiacono, al momento dell'offertorio, per prendere i vari oggetti che poi sono stati usati sull'altare, fino a quel momento su un tavolino (coperti da un panno liturgico!), li ha presi in mano con il velo, tanto per capirci, come se si prendesse in mano il Santissimo.
Tanto per capire la sacralità del momento, che quegli oggetti non sono oggetti qualunque, non sono alla normale disposizione di chiunque...
Proprio tutto il contrario, ahimé, della Santa Messa attuale, che a eccezione di pochissimi casi, è il festival della banalizzazione di tutto ciò che è sacro... con l'effetto che la fede va perdendosi sempre più.

Anonimo ha detto...

Santa Chiara della Croce (di Montefalco), Vergine - 17 agosto Montefalco, Perugia,

Santa Chiara nacque a Montefalco (Perugia) nel 1268. A sei anni entrò nel reclusorio dove la sorella Giovanna viveva con alcune compagne in grande austerità di vita. Nel 1290 il reclusorio venne costituito in monastero con la Regola di sant’Agostino. Morta la sorella Giovanna il 22 novembre 1291, Chiara della Croce venne eletta superiora del monastero, ufficio che svolse fino alla morte avvenuta il 17 agosto 1308. Arricchita dei doni spirituali della scienza infusa e del discernimento, difese con passione l’ortodossia della fede contro insidiose deviazioni ereticali. Fu consigliera spirituale di persone anche influenti della chiesa e della società del tempo. La sua spiritualità si incentrò sulla meditazione della passione di Cristo e sulla devozione alla Croce. Dopo la sua morte le consorelle, premurose di conservare il suo corpo, le aprirono il cuore e vi trovarono impressi i segni della Passione. Il suo corpo è venerato nel santuario di Montefalco e custodito dalle monache agostiniane.
https://gloria.tv/post/pbuLfShf4Vfp4p7AAA3cnDLvS

Anonimo ha detto...


"Anche mons. Lefebvre firmò i documenti del Vaticano II..."

Si continua a ripetere questo fatto dandogli un'interpretazione del tutto errata, ovvero come se mons. Lefebvre, firmando, avesse approvato il contenuto di quei documenti.
In realtà, la "firma" fu una trovata di Paolo VI, diplomatico di Curia rotto a tutte le astuzie, per documentare il fatto della avvenuta promulgazione dei documenti del Concilio da parte del Papa in unione con i suoi Vescovi. Era una sorta di attestato notarile della legalità del procedimento, inquadrabile forse nella nuova concezione della collegialità introdottasi nei documenti del Concilio (nella Lumen Gentium).
La firma, che solo pochi si rifiutarono di apporre, non significava affatto approvazione del documento la cui promulgazione da parte del Papa in tal modo si sottoscriveva. Non concerneva il contenuto del documento ma solo la sua legittima promulgazione.
Nel drammatico incontro che mons. Lefebvre ebbe con Paolo VI a Castel Gandolfo, anni dopo, il Papa gli ricordò quella firma, per criticarne la successiva opposizione al Conc. Ma giocava sull'equivoco, come se appunto la firma avesse voluto dire approvazione del contenuto. Mons. Lefebvre, firmò l'attestazione della promulgazione e votò contro due documenti. Così disse.
Insomma, bisognerebbe distinguere questa famosa firma dal voto (licet, non licet) vero e proprio. Invece si continua a fare confusione.

Sul tema di fondo: certo, le riforme sono andate oltre quanto stabilito dal Concilio ma il Concilio ne ha stabilito le premesse. Non cambiamo le carte in tavola.
Il card. Roche, esecutore delle direttive di papa Francesco contro i "tradizionalisti", ha detto che proprio dal Concilio è cambiato il modo di concepire la Messa: la consacrazione non la fa più il solo sacerdote in persona Christi, la fa tutta l'assemblea sotto la direzione del prete officiante. E difatti nell'art. 48 della Sacr. Conc., c'è un inciso che sembra preso dalla Mediator Dei, ma con una modifica essenziale: "[i fedeli] offrendo la vittima senza macchia, non soltanto per le mani del sacerdote ma insieme con lui". Nella Med. Dei si dice: "essi [i fedeli] offrono il Sacr. non soltanto per le mani del sacerdote ma, in un certo modo [quodammodo] anche insieme con lui". E si spiega subito dopo come l'offerta dei fedeli sia solo "in voto", il suo significato non paragonabile all'offerta del Sacerdote.
Il Vat II ha tolto il "quodammodo", mettendo sullo stesso piano fedeli e sacerdote: un errore già condannato dal Tridentino, ricordava la Mediator Dei.
Basta con i tentativi di rifare al Vat II una verginità che non ha mai avuta. DA questo punto di vista l'art. del prof. Kwasnieski è negativo.
PP

Anonimo ha detto...

Gli stratagemmi in itinere, per pararsi la schiena, non fanno che confermare il dolo iniziale delle volpi, vecchie e viziose, senza più pelo.

Anonimo ha detto...


L'errore degli attuali difensori della Tradizione in questa battaglia

A me sembra che ci siano almeno due errati atteggiamenti, derivanti da uno di fondo.
L'errore di fondo è quello di voler difendere a tutti i costi la (supposta) ortodossia del Vaticano II, rifiutando qualsiasi esame critico di questo pastorale Concilio. La scepsi del Concilio non si fa perché "non è il momento" o perché non va fatta. Sono passati 60 anni di disastri per la Chiesa e le società civili un tempo cattoliche, settori sempre più ampi del clero e degli Ordini femminili (e dei fedeli) invocano le sacerdotesse, lo sdoganamento del peccato contro natura, la fine del celibato ecclesiastico e chi più ne ha più ne metta, sempre in nome dell'aggiornamento promosso dal Concilio, tuttavia continua ad imperare il dogma reazionario dell'intoccabilità del Concilio, la leggenda secondo la quale gli orrori presenti sono dovuti solo ad una falsa interpretazione del Concilio.
Di fronte ad un tracollo di tale portata nella dottrina e nella pastorale della Chiesa (e nei costumi della Gerarchia e dei fedeli, che non si sa più in cosa credano e come vivano) non sarebbe tempo di rifare le bucce ai testi del Vaticano II, dopo 60 anni?

Gli altri due errori sono, a mio avviso: dare eccessiva importanza al fatto che la Sacr. Concilium non ha proposto l'abolizione del latino né una riforma radicale del rito, facendo in tal modo capire che la Sacr. Concilium sarebbe a posto, dottrinalmente.
Si trascurano le numerose concessioni al volgare in varie parti della Messa, sempre nella SC, l'invito generale a modificare il rito nel senso della semplicità, accessibilità da parte dell'uomo contemporaneo, l'introduzione del principio di sperimentazione di nuovi riti in nome della inculturazione, la modifica (vedi commento precedente) del significato della partecipazione dei fedeli alla consacrazione, modifica che favoriva l'interpretazione eretica della stessa, perché poneva colpevolmente sullo stesso piano sacerdote e popolo nella consacrazione stessa e mai spiegava la differenza profonda tra l'atto del sacerdote e quello del popolo, quest'ultimo solo in voto (Mediator Dei), puramente spirituale e simbolico. Dietro c'è l'errore della Chisa ridotta a "popolo di Dio" e non più corpo mistico di Cristo.
Inoltre la SC non menziona mai la transustanziazione e dà della Messa una definizione che inclina al banchetto di lode dei Protestanti (art. 106). Adotta una nozione di "mistero pasquale" che mette sullo stesso piano passione e resurrezione, il che, come notavano i card. Bacci e Ottaviani a proposito della Messa NO, è un errore dottrinale, in primo luogo.
Insomma, non c'è sufficiente materiale, come messo in evidenza anche da Mic nei suoi saggi sulla riforma liturgica e nel blog, per aprire un discorso critico sul VAt II, cominciando con la SC? No?
Non si vuol vedere insomma che nella SC si trovano i cattivi semi della mala pianta successiva.
Bisognerebbe svegliarsi e andare una buona volta diritti "ad rem", come dicevano i Romani, alla cosa in sé, al Concilio, per estrarne i semi velenosi.
PP

Anonimo ha detto...

18 agosto 2022 10:57

La manipolazione è capillare e non è affatto argomentata a viso aperto, ma un semino qui, un semino in un altro documento e...alla fine uno si ritrova chissà su quale sponda.

Se il CVII è stato il frutto di un complotto internazionale per smontare la Chiesa Cattolica è chiaro che non si troverà un documento tutto da bruciare. Una parola qui, una parola là. Poi sono usciti altri documenti, che hanno dato corpo a questa o quella parolina. Così si sono elasticizzati prima, capovolti poi, concetti ritenuti non più al passo dei tempi. La pastorale è stata l'inizio ed il proseguimento,oggi ancora in essere, di una 'rivoluzione permanente' senza volerlo dare a vedere.

Un presa per i fondelli cosmica, nella quale sono caduti miliardi di cattolici e simpatizzanti. Oggi, oggettivamente e serenamente, si può definire Diabolica.

Anonimo ha detto...


La tesi del "complotto internazionale" all'origine del Vaticano II non regge.

Non c'era bisogno di alcun complotto. Il male fermentava da tempo all'interno della Chiesa, nel diffondersi nuovamente del modernismo, nell'allineamento delll'esegesi cattolica su posizioni protestanti, in un inizio di rilassamento dei costumi del clero etc.
Le componenti nocive si sono coagulate nel Concilio, nonostante fossero sostenute da una minoranza, solo perché hanno trovato la complicità dei papi allora regnanti, Roncalli e Montini.

Il "complotto" casomai l'ha attuato Giovanni XXIII, esautorando la Commissione teologica presieduta da Ottaviani con un'azione subdola che ha posto la direzione effettiva del lavoro conciliare nelle mani di Bea, presidente della Commissione per l'unità dei cristiani - Bea, fatto subito cardinale da Roncalli e divenuto l'eminenza grigia del Concilio.

Anonimo ha detto...

Cerchiamo di raffinare i concetti. Le varie rilassatezze della chiesa sono state tacitamente ben viste da chi, da fuori, voleva sbarazzarsene. La costante delle piccole e grandi rivoluzioni contro la Chiesa, nei fatti, ha avuto come conseguenza l'appropriazione dei beni materiali della Chiesa. Oggi se la genga modernista avesse occupato qualche monastero qua e là nel mondo avrebbe sollevato un po' di rumore mediatico per presto tornare nel paesaggio dei gruppuscoli eretici, non avendo essa alcuna autorevolezza spirituale, benché si impegni molto intellettualistica/mente.
Nei fatti quindi l'occupazione dei Palazzi, da dove la Chiesa ha da sempre parlato, è stato ed è per il mondo, ma anche per tanti 'spirituali', il fattore determinante che conferisce l'autorità per concretizzare la rivoluzione del sentimentalismo modernista in atto. Interessante notare il coniugo sentimentalismo/intellettualismo, cioè di due alterazioni, due finzioni, due ipocrisie che tentano di appropriarsi del sentimento e dell'intelletto per vie traverse. Infondo l'ipocrisia è la finzione messa in atto per apparire chi non si è.

Anonimo ha detto...

Onestamente quello che andrebbe sottolineato non è che i vescovi volessero mantenere il canone in latino, ma come sia possibile che sentissero questa esigenza di tradurre le altre parti della Messa. Erano evidentemente già molto estranei al senso della liturgia

Anonimo ha detto...

Comunque lo si voglia guardare fu un tentato suicidio.Il cv2 non potrà distruggere la Chiesa ma ha fatto dei danni veramente incalcolabili.Ormai però siamo alle battute finali ,le carte d'identità sono sempre più ingiallite ,i capelli (quando ci sono) sono bianchi ed il vigore della giovinezza un lontano ricordo.Resta l'odio veramente satanico di tanti consacrati per la Chiesa della loro giovinezza.

Anonimo ha detto...

Non so se sono OT, ma stamani ho guardato con la mia zia TV2000. Abbiamo visto l'ultima parte di un programma sulla Chiesa Armeno Cattolica. Hanno un rito che, a parte la lingua, ricorda molto il nostro rito romano antico, canti non in gregoriano ma ugualmente solenni e che penetrano "fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla" per riprendere le parole della Lettera agli Ebrei.
Mi chiedo, ma solo il rito romano antico è ostracizzato in questa chiesa? Una grande tristezza mi ha pervaso.