martedì 23 agosto 2022

XI Pellegrinaggio internazionale Populus Summorum Pontificum (Roma, 28 - 30 ottobre)

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Si avvicinano i giorni dell'XI Pellegrinaggio internazionale Populus Summorum Pontificum (Roma, 28 - 30 ottobre) – in occasione del quale i coetus fidelium di tutto il mondo si ritrovano a Roma per testimoniare il loro amore per la liturgia tradizionale e, in processione ad Petri sedem, la loro fedeltà alla Santa Chiesa Cattolica.
Il Coetus internationalis Summorum Pontificum (CISP), che organizza il pellegrinaggio a livello internazionale, ha pubblicato la locandina con il programma ufficiale, che riportiamo di seguito.

XI Pellegrinaggio Populus Summorum Pontificum
Roma, 28 - 30 ottobre 2022


Venerdì 28 ottobre
- ore 17:30 - Vespri nella Basilica collegiata di Santa Maria ad Martyres (Pantheon)

Sabato 29 ottobre
- ore 9:30 - Adorazione eucaristica nella Basilica minore dei Santi Celso e Giuliano
- ore 10:30 - Processione verso l’Arcibasilica patriarcale maggiore di San Pietro in Vaticano
- ore 11:30 - Santa Messa all’Altare della Cattedra di San Pietro

Domenica 30 ottobre
- ore 11:00 - Santa Messa presso la Chiesa parrocchiale della Santissima Trinità dei Pellegrini

6 commenti:

Amen ! Amen! Amen! ha detto...

Quel piccolo cuneo, quel granellino di senapa, quell'incenso..

Guido Misainen ha detto...

Speriamo e preghiamo che non sia l'ultimo o il penultimo.

Anonimo ha detto...

Nella Messa in forma ordinaria si adora un altro Dio?
Chiedo.

La Messa antica ha detto...

GALLERIA DI BUONI AUTORI CATTOLICI: DOMENICO GIULIOTTI
"La Chiesa di pietre è la casa dell'anime in esilio, che si radunano intorno al loro Salvatore. È fatta a croce. Nel punto d'intersezione delle due linee, che formano la croce, sorge l'altare. Sull'altare si leva ancora la Croce. Le sue dure braccia, che sostennero il Corpo straziato del «Figlio dell'Uomo», c'invitano alla crocifissione spirituale con Lui. Ciò è necessario perché la Croce si trasformi in aquila e ci strappi a noi stessi per portarci a Dio.
L'altare è la mensa mistica e il Monte Santo; la Tavola del convito umano
divino e l'Ara pel Sacrifizio unicamente accetto al Creatore del mondo. Tutto l'edificio è stato costruito per l'altare; e l'altare, a sua volta, è stato costruito per la Messa.
Questo dialogo sublime fra la terra e il Cielo, ripete, soprattutto, liturgicamente, ciò che avvenne nel Cenacolo e sul Calvario.
Il Sacerdote, seguito dall'accòlito, si accinge a rinnovare il duplice Mistero. L'accòlito rappresenta il popolo. Il Sacerdote, che sulla pianeta (il giogo di Cristo). reca impressa una doppia Croce (la sua e la nostra), sta per salire all'Altare, come già Cristo, portando la Croce, salì sul Golgota.
Ed ora noi, dietro a lui, ci eleveremo in ispirito, fin dove il nostro amore pel Verbo Incarnato ci spinga e l'amore del Verbo Incarnato per noi ci attiri. Tra poco, sacrificandoci con Cristo, nutrendoci di Cristo, diventando le membra stesse di Cristo, potremo staccarci dalla terra, non essere più esuli, ritrovare la Patria e il Padre.
Tre gradini conducono all'altare.
Il primo simboleggia la Fede, il secondo la Speranza, il terzo la Carità, Sono le tre Virtù (le tre Forze) che ci sollevano dalla morte alla Vita.
Dinanzi al primo gradino il Sacerdote s'inginocchia o s'inchina. S'inginocchia se nel tabernacolo è custodita l'Eucaristia, s'inchina se il tabernacolo è vuoto. Poi ascende, apre il Messale e, di nuovo, s'inchina dinanzi alla Croce. In ultimo ridiscende e ancora rinnova la genuflessione o l'inflessione.
Questi segni esterni di latria esprimono la miseria dell'uomo e la grandezza di Dio.
Onorio d'Autun così dice: «Noi ci inginocchiamo o per adorare Gesù Cristo nella Sua carne, o per ricordarci che Adamo ci ha trascinati con sé nella propria rovina, o per gemere sulla pesantezza del nostro corpo che appesantisce la nostra anima, o, in fine, per riparare all'inclinazione della nostra volontà verso il male, col confessarlo, mediante questa inflessione del nostro corpo fino a terra» "
DOMENICO GIULIOTTI, IL PONTE SUL MONDO.COMMENTO ALLA MESSA , Società Editrice Internazionale, 1943, pagg.15-18 Mostra meno

Anonimo ha detto...

Preghiera di Pio XII per la Consacrazione della Chiesa e del genere umano al Cuore Immacolato di Maria, 31 ottobre 1942
Regina del Santissimo Rosario, ausilio dei cristiani, rifugio del genere umano, vincitrice di tutte le battaglie di Dio! supplici ci prostriamo al vostro trono, sicuri di impetrare misericordia e di ricevere grazie e opportuno aiuto e difesa nelle presenti calamità, non per i nostri meriti, dei quali non presumiamo, ma unicamente per l'immensa bontà del vostro materno Cuore.
A Voi, al vostro Cuore Immacolato, in quest'ora tragica della storia umana, ci affidiamo e ci consacriamo, non solo in unione con la Santa Chiesa, corpo mistico del vostro Gesù, che soffre e sanguina in tante parti e in tanti modi tribola, ma anche con tutto il mondo straziato da feroci discordie, riarso in un incendio di odio, vittima della propria iniquità.
Vi commuovano tante rovine materiali e morali; tanti dolori, tante angoscie di padri e di madri, di sposi, di fratelli, di bambini innocenti; tante vite in fiore stroncate; tanti corpi lacerati nell'orrenda carneficina; tante anime torturate e agonizzanti, tante in pericolo di perdersi eternamente!
Voi, o Madre di misericordia, impetrateci da Dio la pace! e anzitutto quelle grazie che possono in un istante convertire i cuori umani, quelle grazie che preparano, conciliano, assicurano la pace! Regina della pace, pregate per noi e date al mondo in guerra la pace che i popoli sospirano, la pace nella verità, nella giustizia, nella carità di Cristo. Dategli la pace delle armi e la pace delle anime, affinché nella tranquillità dell'ordine si dilati il regno di Dio.
Accordate la vostra protezione agli infedeli e a quanti giacciono ancora nelle ombre della morte; concedete loro la pace e fate che sorga per essi il Sole della verità, e possano, insieme con noi, innanzi all'unico Salvatore del mondo ripetere: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà! (Luc. 2, 14).
Ai popoli separati per l'errore o per la discordia, e segnatamente a coloro che professano per Voi singolare devozione, e presso i quali non c'era casa ove non si tenesse in onore la vostra veneranda icone (oggi forse occultata e riposta per giorni migliori), date la pace e riconduceteli all'unico ovile di Cristo, sotto l'unico e vero Pastore.
Ottenete pace e libertà completa alla Chiesa santa di Dio; arrestate il diluvio dilagante del neopaganesimo; fomentate nei fedeli l'amore alla purezza, la pratica della vita cristiana e lo zelo apostolico, affinché il popolo di quelli che servono Dio aumenti in meriti e in numero.
Finalmente, siccome al Cuore del vostro Gesù furono consacrati la Chiesa e tutto il genere umano, perché, riponendo in Lui ogni speranza, Egli fosse per loro segno e pegno di vittoria e salvezza; così parimenti noi in perpetuo ci consacriamo anche a Voi, al vostro Cuore Immacolato, o Madre nostra e Regina del mondo : affinché il vostro amore e patrocinio affrettino il trionfo del Regno di Dio, e tutte le genti, pacificate tra loro e con Dio, Vi proclamino beata, e con Voi intonino, da un'estremità all'altra della terra, l'eterno Magnificat di gloria, amore, riconoscenza al Cuore di Gesù, nel quale solo possono trovare la Verità la Vita e la Pace. Così sia.

Anonimo ha detto...

I filosofi, i re e, per così dire, tutto il mondo, che si perde in mille faccende, non possono nemmeno immaginare ciò che dei pubblicani e dei pescatori poterono fare con la grazia di Dio. Pensando a questo fatto, Paolo esclamava: «Ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (1Cor 1,25). Questa frase è chiaramente divina. Infatti come poteva venire in mente a dodici poveri uomini, e per di più ignoranti, che avevano passato la loro vita sui laghi e sui fiumi, di intraprendere una simile opera? Essi forse mai erano entrati in una città o in una piazza. E allora come potevano pensare di affrontare tutta la terra? Che fossero paurosi e pusillanimi l'afferma chiaramente chi scrisse la loro vita senza dissimulare nulla e senza nascondere i loro difetti, ciò che costituisce la miglior garanzia di veridicità di quanto asserisce.
Costui, dunque, racconta che quando Cristo fu arrestato dopo tanti miracoli compiuti, tutti gli apostoli fuggirono e il loro capo lo rinnegò. Come si spiega allora che tutti costoro, quando il Cristo era ancora in vita, non avevano saputo resistere a pochi giudici, mentre poi, giacendo lui morto e sepolto e, secondo gli increduli, non risorto, e quindi non in grado di parlare, avrebbero ricevuto da lui tanto coraggio da schierarsi vittoriosamente contro il mondo intero? Non avrebbero piuttosto dovuto dire: E adesso? Non ha potuto salvare se stesso, come potrà difendere noi? Non è stato capace di proteggere se stesso, come potrà tenderci la mano da morto? In vita non è riuscito a conquistare una sola nazione, e noi, col solo suo nome, dovremmo conquistare il mondo? Non sarebbe da folli non solo mettersi in simile impresa, ma perfino solo pensarla?
È evidente perciò che, se non lo avessero visto risuscitato e non avessero avuto una prova inconfutabile della sua potenza, non si sarebbero esposti a tanto rischio.

Dalle «Omelie sulla prima lettera ai Corinzi» di san Giovanni Crisostomo, vescovo.